Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino

Mondo - Segnaliamo| Un articolo di Orazio Martinetti

La lezione delle Officine


(La Regione, 20 marzo 2008)

L'ospite
La lezione delle Officine
di Orazio Martinetti

Da focolaio ad incendio, da agitazione circoscritta a mo­bilitazione sociale e territoria­le: a Bellinzona, con epicentro le Officine, è in corso un feno­meno politico- sindacale inu­suale, per qualcuno inaudito, nell'orizzonte elvetico. Non si ricorda, infatti, un movimento popolare simile nei nostri an­nali: un'ondata « interclassi­sta » che s'è rapidamente este­sa a tutta la società civile e po­litica, ai partiti ( di quasi ogni colore), alla Chiesa, alle scuo­le, alla cultura ( teatro, musi­ca, conferenze), alla rete asso­ciativa. Nemmeno l'agonia della Monteforno suscitò a suo tempo emozioni di tale inten­sità.
Che cosa significa tutto que­sto? Significa che la pentola ha traboccato. I lavoratori, e non soltanto le maestranze delle officine, sono stanchi di subire decisioni e strategie prese altrove, lontano, da ma­nager che considerano la for­za- lavoro come una semplice pedina di una scacchiera.
Negli ultimi anni la politica s'è allontanata dal mondo del lavoro. Le prime reazioni del Consiglio federale sono state significative: non hanno capi­to, i consiglieri, che la prote­sta bellinzonese non è ricon­ducibile alle « rivendicazioni » storiche ( il solito Ticino pia­gnone che chiede l'elemosina). Né la protesta è interpretabile come un episodio di « lotta di classe » o come insorgenza lo­calistica. È invece divampata sul terreno di un paradosso colossale: uno stabilimento, da sopprimere o ridimensio­nare, che sorge proprio in uno dei punti nodali della direttri­ce nord- sud. Ovvero lungo uno dei corridoi fondamentali della rete dei trasporti euro­pei. Di ieri, di oggi e di doma­ni ( AlpTransit).
La politica dunque è interpellata. Perché l’asse nord-sud è centrale, anche se il Ticino è considerato ancora un can­tone periferico (altro paradosso). Perché l’Unione europea rappresenta, in questo campo, oggettivamente un pericolo. La delocalizzazione non è un’ubbia di anti­europeisti. Si sa che da un giorno all’al­tro certe attività, come la manutenzione del materiale rotabile, potrebbe finire nei padiglioni dei paesi dell’Est. È già successo. È successo con la siderurgia, è successo con l’industria tessile. I treni viaggiano ancora più facilmente.
Ma la vicenda deve anche stimolare altre riflessioni. Per esempio sugli orien­tamenti della politica industriale. È au­spicabile che interi cantoni, intere regio­ni inseguano unicamente politiche eco­nomiche fondate sui servizi, sul terzia­rio avanzato, sulle banche, sui centri commerciali, insomma sul post-indu­striale, e trascurino invece l’artigianato e il comparto manifatturiero con il loro corredo di « know how »? Riferendosi al suo paese, il sociologo Luciano Gallino ha scritto che « politici e manager senza visione del futuro hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale ». Co­lonia significa dipendenza, incapacità di reagire. Ma significa soprattutto l’impossibilità di sviluppare una pro­pria cultura industriale. Vuol dire sganciarsi dalle centrali formative im­portanti, come i Politecnici e le scuole superiori (come la nostra Supsi). Vuol dire, in ultima analisi, non offrire più ai giovani sbocchi professionali e pri­varsi di un patrimonio cognitivo. Ascol­tiamo ancora Gallino (si riferisce all’I­talia, ma la lezione ha una validità uni­versale): « Un paese avanzato non può permettersi di restar privo, se non a suo danno, di aziende manifatturiere. […] Un’autentica innovazione di pro­dotto, tale da migliorarne tangibil­mente il valore d’uso, richiede una in­tensa attività di ricerca e sviluppo ». Il Ticino serba memoria del suo pas­sato di colonia, di «baliaggio». Ricorda, forse, che nel corso di quei tre secoli di sudditanza la sua economia fu gracile e asfittica. « Chiamiamoli pure i “tre se­coli bui” della nostra situazione stori­ca di baliaggi », scriveva Basilio M. Biucchi nel 1982. « La pace e la protezio­ne militare elvetiche, di cui godiamo in questi tre secoli, fattori in sé positi­vi per uno sviluppo economico, non possono cancellare la constatazione storica inappellabile di essere rimasti totalmente emarginati dai grandiosi sviluppi dell’economia confederata. Siamo rimasti per questo lungo perio­do un’economia povera, essenzialmen­te agricolo-pastorale di sussistenza. Partecipiamo scarsamente all’espan­sione del commercio svizzero, che pure passa attraverso le nostre regio­ni. La nostra popolazione emigra in gran massa verso le terre italiane. Ed ai sindacatori e lanfogti confederati esprimiamo in genere, qualche volta critiche e disprezzo, quasi sempre una accondiscendevole [sic] commisera­zione per il nostro stato di povertà e di miseria ». Mancava tutto. Ma mancava­no soprattutto l’innovazione, lo spirito d’iniziativa, un «ceto» intraprendente e coraggioso. E così siamo passati dalla «colonia» all’«economia a rimorchio». Non però nella formazione, dove il can­tone ha investito parecchio, in ogni ordi­ne di scuola, dall’asilo all’università. Del tutto legittimamente le famiglie hanno creduto che l’abbondanza e la varietà di percorsi formativi potessero garantire ai loro figli un’occupazione dignitosa. Ora però si stanno ricreden­do. Si sono accorti che l’occupazione non è più vincolata al territorio; che s’è fatta mobile, provvisoria, « liquida » . Un destino che domani potrebbe colpire tutti: un monito, un «memento mori». Ecco perché la protesta intrapresa dalle maestranze alle Officine di Bellinzona sta alimentando un moto di solidarietà e di comprensione così vasto in tutto il paese.



Vai alla pagina principale