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(La
Regione, 14 marzo 2008)
Mai
fidarsi di
Silvano Toppi
A
me sembra che non si possa prescindere da due interrogazioni
e due implicite risposte. Primo, perché ci vuole sempre
un botto fragoroso o bisogna sempre rasentare la catastrofe,
per farci rendere conto di come siamo male impostati e
messi male? Vale oggi per le Ffs, come è valso per
Swissair, per le successive demolizioni della Posta, per gli
sconquassi bancari; varrà per le pensioni o le mancate
entrate fiscali, per quanto sta capitando per i tir da 44
tonnellate ad Arzo e Brusata, per quanto capiterà
presto con l’impennata delle tariffe elettriche…
Si dovrebbe dedurne che siamo stati come morfinizzati? La
risposta è semplice: siamo così perché ci
arrotiamo sempre sulle conseguenze e non risaliamo mai alle
cause. Perché parlare delle cause significa mettere
in discussione i princìpi e l’ideologia che ci
dominano ed è ritenuto preistoria senza senso: c’è
solo un’economia possibile, non c’è
alternativa, la politica non deve entrarci. Secondo, ha
ancora senso tornare al metodo delle “rivendicazioni
ticinesi” formulate nei confronti di Berna? No, non ha
più senso, anzi viene percepito come ticinesamente
patetico e stantio; si devono piuttosto far valere senza
remissione degli innegabili diritti economici, ma si può
farlo solo dando un altro senso e valore sia all’economia
sia alla “loro” contabilità
nazionale. Quali sono le cause di questa situazione? Ce
n’è una che primeggia su tutto e che è
fondamentalmente ideologica: non c’è
nient’altro che il mercato, il mercato è il solo dio
e giudice. Il mercato si manifesta con la concorrenza, la
competitività, la produttività, i costi e il
prezzo, la massima redditività su quanto investi, il
guadagno, i profitti. Questa ideologia, clonata nella sua
radicalità dagli Stati Uniti (dove, senza gli interventi
dello Stato o della Federal Reserve, si dimostra completamente
fallimentare), costituisce l’unica sostanza
“politica” dell’Unione europea, importata a
piene mani dalla schizzinosa Svizzera. Essa ha coinvolto e
sommerso quei settori che si ritenevano quasi sacri,
inviolabili, emblema della buona e funzionante Svizzera
e cioè: la Posta, la Ferrovia, l’Elettricità,
la Radiotelevisione (ora si sta allargando anche alla Polizia).
Quei settori che si definiscono “pubblici”
perché hanno come compito il servizio a tutti i cittadini,
indipendentemente dal loro reddito o dal luogo in cui
vivono, che non possono avere come obiettivo prioritario la
realizzazione di utili, che devono supplire proprio alle
deficienze del mercato. È un concetto economico, non
mercantile, che non collima con quello imperante che
mercifica tutto, perché l’utile è
prioritariamente sociale, di benessere globale e non solo
monetario, del cittadino, delle regioni, della coesione
nazionale. È insomma l’economia che sposa la
democrazia e non l’economia che violenta la
democrazia?
La
‘grande’ svolta viene da lontano
La
grande svolta economica europea e svizzera la si ha soprattutto
a partire dagli anni Ottanta. C’è da rilevare,
paradossalmente, che la Svizzera giustifica quasi sempre i
propri mutamenti con la necessità di adeguarsi a
ciò che avviene in Europa. È la svolta che
sottopone i servizi pubblici ( Telecomunicazioni, Posta,
Ferrovie, Elettricità) alla pura e semplice logica del
mercato liberalizzandoli e di fatto, nella conduzione,
privatizzandoli. Al seguito di alcuni assiomi dati per assoluti.
E cioè: lo Stato deve funzionare come un’azienda
privata, soprattutto nella gestione dei bilanci e nel
contenimento dei costi; lo Stato deve lasciare al mercato, al
benefico gioco della concorrenza ogni sua attività
economica (i servizi pubblici) almeno nella misura in
cui attirano l’interesse dell’economia privata e
generano profitti per i privati: in tal modo libera i suoi
bilanci dagli oneri, dai rischi o dagli obblighi che
comportano queste attività, con il risultato di dover
chiedere meno imposte e, grazie alla concorrenza liberata, di
favorire i cittadini- consumatori. La managerialità
privata è ‘infinitamente superiore a quella
di un’amministrazione pubblica che ha dentro di sé
il baco della lungaggine decisionale, della burocrazia,
dello spreco, del clientelismo’.
Sulla
stessa via nonostante l’Inghilterra Ffs: i
partiti borghesi le vorrebbero ancora più
liberalizzateL’esempio delle Ferrovie è forse tra i
più significativi. Anch’esso clonato in massima
parte da quanto decide l’Unione europea nel 1991. Con
qualche timida resistenza, almeno a livello proprietario, poiché
le Ffs hanno pur sempre una loro sacralità pubblica.
Stessi principi proposti e poi adottati nella riforma delle
Ffs: separazione tra Stato e azienda per migliorare efficacia e
competitività; contratti di prestazione per evitare, in
sostanza, la copertura indefinita di disavanzi e quindi
sistemazione finanziaria delle Ffs; separazione tra
infrastrutture ( i binari, per intenderci) e l’esercizio;
apertura della rete e libero accesso senza discriminazioni;
introduzione della logica del mercato in tutti i settori o
segmenti del trasporto. Ora c’è da dire che,
nonostante ciò che stava capitando in Inghilterra proprio
con la liberalizzazione e privatizzazione di British Rail, la
riforma delle Ffs nel 1998 non ha sollevato un grande dibattito.
Ricordiamo che in Inghilterra la liberalizzazione è
stata un completo fallimento, e non solo per il susseguirsi
di incidenti mortali dovuti all’inesistente
manutenzione (la necessità di fare profitti per gli
azionisti distoglieva dagli investimenti necessari): in
pratica si è dovuto in buona parte ri- nazionalizzare con
una società ad hoc, senza scopo lucrativo, privata
ma… senza azionisti, e che può contare su 21
miliardi di sterline di sussidi del governo sino al 2010. La
riforma delle Ffs non ha suscitato un grande dibattito perché,
con molta miopia politica, si è visto un solo obiettivo:
trasformare per sanare le finanze dell’azienda. Una sola
divergenza sembra apparire sull’ampiezza e sulla
velocità della riforma. I partiti borghesi
sostengono una riforma strutturale più vasta, ancora
più liberalizzata. Non si valutano le conseguenze sul
piano sociale e regionale. C’è, è vero,
l’iniziativa parlamentare Hämmerle “ per
impieghi in tutta la Svizzera”, significativa e
premonitrice, che il Consiglio federale, rassicurando,
propone di respingere. Ci sono pure le iniziative di tre
cantoni ( Grigioni, Vallese, Sciaffusa; Ticino assente,
forse rassicurato) che vogliono attenuare gli effetti negativi
delle privatizzazioni in atto: volevano creare un fondo
di coesione nazionale alimentato dalle entrate e dai
dividendi della Confederazione, realizzato dalle imprese
private, per finanziare altri progetti. Tutte respinte in
sede commissionale ma con una mozione trasmessa al Consiglio
federale che porta il titolo: “Libéralisation
avec une desserte de la population et des entreprises sur
l’ensemble du territoire national”. Campa cavallo,
insomma, come sempre! Mai fidarsi.
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