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(La
Regione, 21 marzo
2008)
Fabrizio
Viscontini, storico, autore del volume Giù
le mani dall’Officina sul caso di
Biasca Dalla storia della presenza
delle ferrovie al sud delle Alpi e dei diversi tentativi di
smantellamento del Novecento, emerge che quando il Ticino ha
sostenuto in modo compatto le proprie rivendicazioni dimostrando
unità di intenti in più casi la Confederazione le
ha, almeno in parte, accolte
Fra
vecchie e nuove lotte di
Fabrizio Viscontini È
importante cercare di definire l’utilità di
rivangare le vecchie lotte sindacali che, come vedremo, in
alcuni casi ebbero l’appoggio dell’opinione
pubblica, di alcuni partiti, e – come nel caso odierno
– delle autorità comunali. Quanto sta
succedendo attualmente è dovuto alla globalizzazione
dei mercati, che giustifica le scelte di privatizzazione, di
razionalizzazione (un termine molto usato negli anni Ottanta
del secolo scorso). L’impressione è che
purtroppo lo scopo principale sia quello di perseguire
unicamente gli interessi finanziari degli azionisti, anche
quando questi si scostano da quelli dell’azienda,
della collettività ed anche della protezione
dell’ambiente (sempre che sia ancora ritenuto un compito
delle ex regie federali). Le lotte sindacali si inseriscono
sempre in un contesto storico-economico particolare, che
evidentemente le produce o contribuisce al loro sviluppo.
Dobbiamo chiederci se in passato è stato presente un
contesto di globalizzazione come l’attuale, che ha avuto
delle ripercussioni sulle principali Officine ferroviarie
presenti in Ticino. Inoltre, occorrerà verificare quali
conseguenze hanno comportato per le infrastrutture ferroviarie
nel nostro Cantone la Grande crisi degli anni Trenta e la
crisi economica degli anni Settanta e le eventuali reazioni
a livello sindacale. La nazionalizzazione
L’economista Mario
Deaglio nel suo libro Postglobal
ha approfondito il tema di quella che lui ha chiamato la
“globalizzazione lunga”, collocabile fra il 1840
ed il 1914. Il periodo fu contrassegnato fra il 1873 ed il
1896 dalla cosiddetta Grande crisi, la prima che si estese
anche agli Stati Uniti. Molti paesi introdussero delle
tariffe protezioniste, che comportarono un certo
rallentamento della globalizzazione, anche se - come
affermato dallo storico Paul Bairoch - non influirono più
di tanto sull’espansione dei commerci. L’ultimo
quarto dell’Ottocento fu contraddistinto da un’intensa
emigrazione di forza lavoro, molto superiore all’attuale,
e ad investimenti mondiali, che solamente alla fine
degli anni Settanta del Novecento - in percentuale del prodotto
lordo mondiale - furono uguagliati a quelli del 1913. È
quindi in un contesto di crisi economica che furono create le
infrastrutture ferroviarie nel Cantone Ticino. In particolare,
nel 1874 - con l’ultimazione della linea Bellinzona-Biasca
- era stato creato un deposito per loco-motori e vagoni di
montagna a Biasca. Nel 1879 la direzione della Ferrovia del
Gottardo decise di realizzare una grande officina
riparazioni nella quale avrebbero lavorato almeno 200
operai. Emerse una rivalità fra l’allora polo
ferroviario di Biasca ed il nascente polo ferroviario di
Bellinzona per chi dovesse ospitare l’importante
infrastruttura. La concorrenza fra le due località fu
provocata in gran parte dalla vicinanza, si trovavano a 19,1
km, e dal fatto che fossero situati circa alla stessa altitudine
e quindi presentavano le medesime condizioni
morfologiche. In questo periodo di crisi altre località
presentarono la loro candidatura, basata su argomenti più
o meno convincenti: Svitto, Flüelen, Altdorf, Erstfeld,
Göschenen, Faido, Biasca, Bellinzona, Giubiasco e
Lamone. I comuni di Biasca e Bellinzona, ma anche
altri, offrirono alle Ferrovie del Gottardo dei sussidi
finanziari, nel caso di Biasca raccolti fra i cittadini, e
misero a disposizione dei terreni. La scelta cadde infine su
Bellinzona per tutta una serie di motivazioni di “gerarchia
urbana”, nazionalistici e militari. Le Officine furono
quindi costruite in questa località fra il 1886 ed il
1890. La nazionalizzazione delle Ferrovie del Gottardo
ebbe delle conseguenze negative per quanto riguarda le
infrastrutture ferroviarie presenti nel Ticino. La Ferrovia
del Gottardo era una compagnia florida: a partire dal 1896 il
traffico viaggiatori era in forte aumento ed anche il traffico
merci in tonnellate aveva subito un certo incremento a partire
dalla stessa data. Le eccedenze di esercizio annuale, soprattutto
nel periodo 1896-1907, si situavano al di sopra dei 7
milioni di franchi dell’epoca. Nel 1897 il Consiglio
federale presentò un progetto per la statalizzazione delle
linee ferroviarie. Nel nostro Cantone si sperava che con la
nazionalizzazione della Ferrovia del Gottardo le soprattasse
in montagna, che evidentemente rappresentavano un ostacolo per
quanto riguardava lo smercio dei prodotti ticinesi oltre San
Gottardo, sarebbero state abolite. Come a livello svizzero, anche
nel Cantone Ticino la maggioranza dei votanti si espresse in
favore della nazionalizzazione. Le conseguenze negative per il
nostro Cantone possono essere così riassunte: - in
generale la fusione aveva unito compagnie finanziariamente
interessanti come la Ferrovia del Gottardo ad aziende
deficitarie: quindi peggiorò la situazione dei
dipendenti; - il problema delle soprattasse in montagna - data la
difficile situazione finanziaria della nuova azienda - non
venne risolto. Dopo il 1907, con il peggioramento della
situazione congiunturale, il Ticino si sentì
economicamente “abbandonato” dalla
Confederazione. Le autorità politiche cantonali
chiesero quindi che fosse data la preferenza al personale
indigeno per quanto riguardava gli impieghi federali. I
ferrovieri della Gotthardbahn, con l’avvicinarsi del 1°
maggio 1909, data in cui sarebbe entrata in vigore la fusione
delle linee, organizzarono una serie di riunioni e
manifestazioni, fra le quali quella di Chiasso del 17 marzo 1909.
Le Camere federali accettarono di mantenere le condizioni
privilegiate del personale per 3 anni. All’inizio del
mese di aprile del 1908 erano circolate diverse voci al riguardo
di un eventuale trasferimento dell’Officina
ferroviaria di Bellinzona, che all’epoca dava
lavoro a circa 700 operai, ed era il più grande opificio
del Cantone. Il Municipio di Bellinzona chiese di essere
rassicurato a riguardo di un eventuale trasferimento. L’Officina
rimase a Bellinzona, ma furono adottate delle misure
che oggi definiremmo di razionalizzazione. Alla vigilia del
riscatto, il Comitato dell’Unione operai ferrovieri nella
riunione del 2 marzo 1909 aveva denunciato che la tendenza
alla diminuzione del lavoro nelle Officine era in atto. Nel
novembre del 1909 l’on. Silvio Molo del gruppo liberale
radicale presentò in Gran Consiglio un’interpellanza,
nella quale si constatava che i vecchi impiegati non erano più
sostituiti e - già all’epoca - in alcuni casi
si era presentata l’alternativa di essere trasferiti
oltre San Gottardo o di essere licenziati. Si ebbe un intervento
da parte del Consiglio di Stato e della deputazione ticinese
alle Camere federali per la difesa dei posti di lavoro
minacciati. Nel 1913 vi fu un’interpellanza in Gran
Consiglio da parte del liberale- radicale Luigi Colombi a
proposito della costruzione di una nuova grande stazione di
smistamento sulla linea del San Gottardo, che sarà infine
costruita a Bellinzona nel 1921. Si parlava della
possibilità di realizzare l’importante
infrastruttura ferroviaria a nord del San Gottardo,
nell’area di fondovalle presente fra Erstfeld ed
Altdorf. In generale, la diminuzione degli impiegati nel
settore ferroviario nel Ticino continuò anche nel
periodo della Prima guerra mondiale. Dal 1° gennaio 1914
al 1° ottobre del 1919, gli addetti erano diminuiti da
3’267 a 2’836, con un calo di 431 unità (-13%
in circa 4 anni). A partire dal 1909 era stata quindi attuata
una convergenza fra le forze politiche e sindacali in difesa
degli interessi ferroviari del Cantone. La
“globalizzazione” in passato è stata un
fenomeno reversibile. Infatti, nel periodo fra le due Guerre
mondiali si è assistito ad una progressiva chiusura delle
frontiere e ad una diminuzione degli scambi commerciali, in modo
particolare negli anni Trenta. Il caso di Biasca
L’elettrificazione
della linea ferroviaria del San Gottardo agli inizi degli anni
Venti fu una misura presa dalle Ferrovie federali per
affrontare la mutata situazione congiunturale e la
svalutazione monetaria provocata nei paesi confinanti con la
Svizzera dalla guerra e dalla crisi economica. Le tariffe
ferroviarie del nostro paese dovettero quindi essere
adeguate al ribasso rispetto a quelle dei concorrenti tedeschi ed
austriaci. Per ridurre i costi le Ffs attuarono alla fine del
1920 l’elettrificazione della tratta Erstfeld-Biasca e dal
1922 dell’intera linea Lucerna-Chiasso, con una
parallela diminuzione del personale nelle stazioni e una
concentrazione dei servizi. Le misure di razionalizzazione
portarono anche nel 1921 alla costruzione della stazione di
smistamento di San Paolo a Bellinzona, che in un primo tempo
era stata prevista a Biasca. L’elettrificazione della
linea ferroviaria e la mancata realizzazione
dell’importante infrastruttura provocò una
forte crisi economica nel capoluogo della Riviera. A
Biasca nel 1914 erano presenti 322 ferrovieri, che erano
diminuiti a 90 nel 1935. La popolazione era calata dai
3’312 abitanti del 1910 ai 2’800 del 1924. Per i
giovani biaschesi, sparite le speranze legate alla ferrovia,
l’alternativa rimaneva quella dell’emigrazione. La
questione assumeva indubbiamente una connotazione politica
e sindacale. Biasca era all’epoca l’unico grande
comune a maggioranza socialista e quindi aveva un peso politico
minore rispetto ad altre località, che potevano
vantare maggioranze liberali o conservatrici. Il problema
era indubbiamente anche sindacale, nella misura in cui,
nell’arco di vent’anni, nel periodo fra le due
guerre, fu messa in discussione l’esistenza di molti
posti di lavoro. Il municipio, con la collaborazione del
cartello sindacale, cercò di creare uno 'spazio di
sostegno', una rete di relazioni informali volta a fermare
l’esodo dei ferrovieri che, come abbiamo visto, era
continuo. L’esecutivo del comune cercò anche di
favorire l’installazione di fabbriche tessili sul
suo territorio. Inoltre, grazie a numerose prese di posizione,
riuscì ad ottenere nel 1941 la costruzione di un arsenale
militare. La situazione del polo ferroviario migliorò
nella seconda metà degli anni Trenta, grazie
alla politica di riarmo svizzera ed europea ed in seguito
alla mobilitazione. Il problema ferroviaria biaschese fu
inserito anche nelle “Rivendicazioni ticinesi del
1924/25”, un lungo documento in cui si chiedeva alla
Confederazione di intervenire in favore dell’economia
cantonale, messa in crisi dalle fine delle 'belle speranze'
d’inizio secolo legate allo sviluppo industriale,
all’estrazione del granito ed al turismo. Questa
direzione di intervento fu portata avanti dai partiti membri
della coalizione di governo (il “governo di paese”),
conservatori, socialisti ed agrari, fu invece osteggiata dai
liberali- radicali finiti all’opposizione. La
richiesta di intervento per combattere la riduzione del
personale ferroviario specialmente a Biasca, ma anche ad
Airolo e Bellinzona, rimase inevasa, benché
complessivamente buona parte delle domande contenute nel
documento fossero state accolte. In generale, il problema
ferroviario fu ripreso nelle “Rivendicazioni
ticinesi al Consiglio federale” del 1938 che, nel
clima di “difesa spirituale”, furono appoggiate
da tutti i partiti. Fra il 1° ottobre del 1919 ed il 31
ottobre 1936, il personale ferroviario presente nel Cantone
era passato da 2’836 unità a 2’243, con una
diminuzione di 593 impiegati. Durante la crisi
economica degli anni Trenta, in particolare fra il 1931 ed il
1936, era diminuito il traffico ferroviario e quindi la
Direzione delle ferrovie aveva proceduto a nuove
soppressioni di impieghi. Il personale delle Officine
ferroviarie di Bellinzona era passato, nello stesso periodo,
da 610 addetti a 571. Le richieste inerenti il mantenimento
del personale ferroviario non vennero accettate dal
Consiglio federale. Maggior successo si ebbe invece nel
campo delle soprattasse in montagna. Per alcuni prodotti si
andava oltre l’eliminazione delle tasse aggiuntive,
ottenendo un avvicinamento chilometrico ai mercati della
Svizzera Interna. La nuova minaccia: Biasca
1976-1983 Nel
1948 era stata aperta a Biasca un’Officina di
riparazione carri, grazie all’azione svolta a Berna da
Enrico Celio, Aleardo Pini e dal sindaco Amilcare Tognola.
L’importante infrastruttura ferroviaria occupava circa
45 collaboratori. Passati gli anni del “boom
economico”, nel nostro cantone il 'malessere'
provocato dal surriscaldamento congiunturale, che causò
un aumento del tasso di inflazione, sfociò nella
recessione degli anni 1975-76. Nel 1976 per motivi di
risparmio si propose di chiudere l’Officina
riparazione carri di Biasca e di trasferire le
maestranze a Bellinzona. La direzione delle ferrovie, fallito
inizialmente il tentativo di imporre la chiusura a causa
delle opposizioni politiche, cercò una trattativa a
livello sindacale con il Sev. Comunque, a muoversi inizialmente
per salvaguardare le Officine di Biasca fu l’allora
direttore Riccardo Cattaneo. Il municipio di Biasca sostenne la
tesi che il problema non doveva unicamente essere considerato da
un punto di vista finanziario dalle Ffs, ma era anche
squisitamente politico. In base alla Legge federale
sugli investimenti nelle regioni di montagna (Lim), che portò
il 28 giugno 1974 alla costituzione della Regione Tre Valli, la
località designata per collocare nuove infrastrutture ed
attività era appunto Biasca. Il Sev sollevò
anch’esso la questione politica, sottolineando
giustamente come l’Officina riparazione carri era
nata per dare nuovo impulso alla regione attorno al capoluogo
della Riviera e chiese indicazioni più precise in merito
ai ventilati risparmi finanziari. Ci furono degli interventi a
livello comunale e delle prese di posizione da parte del
Gran Consiglio, del Consiglio di Stato e degli
interventi dei deputati ticinesi alle Camere federali.
Comunque, all’epoca il contesto storico era diverso
dall’attuale. Infatti, non era ancora presente la
globalizzazione dei mercati ed anche le idee
neoliberali non si erano ancora diffuse. Il 26 ottobre
1979, in un incontro fra una delegazione ticinese composta
dai consiglieri di Stato Flavio Cotti e Fulvio Caccia, dal
consigliere nazionale Massimo Pini e dal sindaco di Biasca
Alfredo Giovannini con il consigliere federale Willy
Ritschard ed il direttore generale delle Ffs, si decise di far
eseguire una perizia dal prof. Goetschin dell’Università
di Losanna. Dallo studio emerse la convenienza della chiusura
delle officine di Biasca e del trasferimento delle attività
a Bellinzona. Il documento fu contestato dal Sev, perché
non era stata fornita nessuna prova che a Bellinzona fosse
possibile produrre agli stessi costi od a costi inferiori
rispetto a quelli di Biasca. Ci si era limitati a descrivere
le conseguenze finanziarie della chiusura delle officine. Quando
ormai il provvedimento sembrava ineluttabile, il problema fu
insabbiato fra il 1982 ed il 1983, grazie soprattutto al
miglioramento congiunturale. Anche in questo caso, la
convergenza di intenti fra le forze politiche e quelle
sindacali aveva permesso di salvaguardare per molti anni
l’esistenza di un’importante infrastruttura
ferroviaria, messa in discussione dalle conseguenze
economiche della crisi congiunturale.
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