Giovedì 19 luglio
da il manifesto del 19 Luglio 2001
MARINA FORTI - INVIATA A GENOVA
L'Agip nel Niger
"Non volevano che venissi a dire a un pubblico italiano cosa fa l'Agip dalle mie parti, nel delta del Niger". Intervista a Oronto Douglas
Oronto Douglas, nigeriano, di professione avvocato, dice che la lezione è stata nuova e amara: "Ho imparato che non avere in tasca un bel pacchetto di soldi è un reato punibile con l'immediata espulsione". Si riferisce a quando martedì è stato trattenuto per ore dalla polizia di frontiera all'aeroporto di Amsterdam: proveniente da Lagos, Nigeria, era diretto a Genova dove è ospite del Public Forum. Interrogato (dove va, perché, a fare cosa), in mancanza di una qualsiasi irregolarità nel suo visto per l'Italia gli è stato contestato che non aveva in tasca abbastanza denaro per sostentarsi. Ordinarie angherie di frontiera verso un cittadino di un paese africano? Non solo. "So benissimo che i soldi erano una scusa. Volevano impedire che venissi a dire a un pubblico italiano cosa succede dalle mie parti, nel delta del Niger, e cosa ci fa l'Agip".
Già, perché Oronto Douglas è un avvocato ambientale e per la difesa dei diritti umani. Uno dei legali che hanno cercato di difendere lo scrittore e ambientalista Ken Saro Wiwa, divenuto leader del movimento della popolazione Ogoni contro la Shell e la devastazione ambientale da questa provocata nel delta del Niger - regione di grandi giacimenti petroliferi. Saro Wiwa, condannato a morte dopo un processo sommario, è stato impiccato nel 1995 con altri otto attivisti Ogoni, quando la Nigeria era sotto dittatura militare. Di questo è venuto a parlare Douglas, ieri, al Forum genovese sul "debito ecologico e sociale del nord" (ne parliamo in questa pagina). "Decine di comunità e villaggi continuano a subìre gli attacchi armati di squadre paramilitari per conto delle compagnie petrolifere, sostenute dallo stato nigeriano. E l'Agip è complice dello stato nigeriano", denuncia. "In breve, è una questione di diritti umani violati, violenza ecologica, distruzione del tessuto sociale, ingiustizia economica, militarizzazione e oppressione: tutto in nome del petrolio".
E' cambiato qualcosa dopo l'esecuzione di Ken Saro Wiwa?
Assolutamente no. L'impiccagione di Ken Saro Wiwa è stata la manifestazione di una mostruosa ingiustizia, quella perpetrata dalla Shell nella regione Ogoni e quella dello stato nigeriano. Ma la violenza non si è fermata. Considera che il generale Olugsegun Obasanjo è arrivato al potere nel maggio del 1999, dopo elezioni dette democratiche. E che una delle sue prime mosse, il 20 novembre dello stesso anno, è stato mandare 4.000 soldati dell'esercito contro la comunità Ogi, seimila persone, lasciando villaggi devastati: in quel solo episodio sono state uccise 2.000 persone, secondo l'organizzazione Human Rights Watch di Londra. Nelle regioni petrolifere del delta del Niger continua la violenza contro le persone e quella ambientale; continuano la militarizzazione e l'oppressione.
Può dare un'idea di cosa significa inquinamento, nel delta del Niger?
Secondo il rapporto sulla Nigeria pubblicato dalla Cia quest'anno nel delta è stato disperso l'equivalente di 10 volte il carico perso dalla petroliera Exxon Valdez in Alaska. E' un inquinamento di dimensioni monumentali, dispersioni dovute a sistematici guasti e incidenti ai pozzi e alle condutture. Lo so, le aziende petrolifere dicono che sono sabotaggi, ma la realtà è una criminale noncuranza da parte di chi opera in Africa - in Europa o negli Usa non si permetterebbero inosservanze del genere. Parlano tanto di fermare l'immigrazione o di "alleviare la povertà". Ma permettendo che continui un simile inquinamento stanno creando e condonando la povertà. Ogni società umana dipende dall'agricoltura, ma qui stanno devastando i principi della sopravvivenza: l'acqua - e nel delta del Niger i corsi d'acqua sono stati uccisi, mio padre era pescatore ma non c'è più nulla da pescare - e la terra per coltivare. Poi hanno imposto una censura sistematica, soppresso la libera espressione, represso ogni protesta.
Aurora Donoso, del gruppo ecuadoriano Accion Ecologica, dice che bisogna chiedere la moratoria delle attività petrolifere mondiali: smettere di scavare nuovi pozzi. Lei è d'accordo?
Sì, per tre ragioni. La prima è che abbiamo bisogno di proteggere gli ecosistemi fragili, di frontiera, perché sono l'unica sicurezza di poter bilanciare le distruzioni avvenute altrove: una foresta vergine ricca di biodiversità è una preziosa riserva a cui attingere se resta intatta. La seconda ragione riguarda sia il Sud che il Nord: è il cambiamento del clima. Stiamo già bruciando abbastanza petrolio e gas e inviando fin troppo carbonio nell'atmosfera. Infine, dobbiamo cominciare a parlare del futuro: la questione del debito ecologico e sociale deve diventare coscienza comune delle nuove generazioni in Europa e in America. Verrà il momento in cui il Nord dovrà risarcire questo debito: perché non cominciare subito?
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