Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino


Notiziario da Genova

sabato 21 luglio

"Genova libera": una testimonianza

maurizio cerri, Sonvico, 22 luglio 2001


Con due bus organizzati dal Coordinamento ticinese contro il G8 attraversiamo la frontiera al Gaggiolo. Dopo un'ora di controlli da parte di un folto gruppo di poliziotti riusciamo a passare. Per noi tutto bene, ci è stata sequestrata solo la bandiera rossa: era considerata un'arma impropria. Ricuperiamo la bandiera lasciando loro l'esile asta di legno. Il secondo bus ha qualche problema in più: un ragazzo è stato fermato perché segnalato dalla questura.
Malgrado le informazioni poco puntuali del servizio autostradale, alle 13.00 giungiamo a pochi chilometri dall'inizio della manifestazione. In via Caprera incontriamo i compagni di Attac Svizzera. Decidiamo di proseguire con loro, così da non perderci nel mare di folla che affluisce da tutte le parti e si aggiunge al lunghissimo corteo che già si sviluppa per diversi chilometri. In serata si parlerà di un'immensa manifestazione composta da 200'000 o persino da 300'000 persone. Moltissimi i gruppi organizzati provenienti da tutta Italia, ma anche dal resto d'Europa. Corteo vivace e coloratissimo, il rosso è il colore dominante. Malgrado gli scontri e l'assassinio del giorno prima il clima è sereno. Moltissimi giovani, donne, qualche famiglia, ma anche coppie anziane, tutti uniti nella consapevolezza di portare il loro contributo nella lotta contro l'ingiustizia.
Lungo la prima parte del percorso ci sono bar e negozi ancora aperti. Il tempo è bellissimo, il sole ci accompagna per tutta la giornata. Iniziano i canti, i battimani e gli slogans. Le forze dell'ordine non si vedono e tutto prosegue tranquillo. Alcune persone che osservano la sfilata dai piani più alti sono sollecitate a rinfrescare i manifestanti gettando dell'acqua. Con bottiglie, catini e annaffiatoi si instaura un gioioso dialogo tra manifestanti e inquilini, i primi che ringraziano per il rinfresco, gli altri che si divertono a fornire questo insolito aiuto. Più avanti un'anziana coppia si è ben organizzata. Lui con una canna a getto leggero si rivolge verso i manifestanti, lei è occupata a riempire d'acqua le numerose bottiglie di plastica lanciate sul balcone e restituite piene a getto continuo. Lungo il percorso sono scarse le fontane per dissetare le persone. A poco a poco vengono aperti i rubinetti per irrigare le aiuole disseminate sul viale lungo il mare, così che tutti possano dissetarsi.
Continuano gli slogans e le canzoni. "Genova libera" viene urlato spesso. Sono pochi i volantini distribuiti, anche se per terra se ne vedono molti. Sicuramente nessuno si aspettava una così grossa partecipazione. Buona parte del materiale si sarà esaurito con la distribuzione alle centinaia di migliaia di persone che ci precedono. Proseguiamo verso Piazzale Kennedy. Si vede del fumo. Il corteo rallenta. Non sappiamo cosa stia succedendo. Gli elicotteri che ci hanno accompagnato insistentemente dall'inizio della manifestazione si fanno più vicini e minacciosi. Passiamo di fronte ad un presidio militare, dall'alto la polizia allineata ci osserva in tenuta anti-sommossa e con i fucili per lanciare i lacrimogeni. Partono subito delle grida: "Assassini, assassini". L'operato delle forze dell'ordine è stato sicuramente incivile e provocatorio, ma mi dà un po' fastidio gridare contro dei poveri cristi che, mal pagati e gestiti provocatoriamente dai loro superiori, devono anche svolgere un lavoro sporco di cui non possono che vergognarsi. I vetri del presidio sono già rotti: in questi primi chilometri è la prima distruzione che vedo. Poi al ritorno osservo uno sportello bancario automatico anch'esso distrutto.
All'improvviso il corteo ha una sbandata, qualcuno comincia a correre e tutti si mettono in moto. E' un'emozione forte: non si sa cosa stia succedendo. Si percepisce chiaramente quanto possa essere pericolosa una folla presa dal panico che fugge. Dopo alcuni passi c'è chi richiama subito alla calma. Tutti cerchiamo di tranquillizzare e di fermare le persone e in pochi secondi la situazione torna sotto controllo. Qualcuno ritorna da Piazzale Kennedy, sembra che un gruppo di provocatori abbia attaccato i carabinieri. Questi sono intervenuti in forze spezzando il corteo in due. Il grosso è proseguito verso Marassi, mentre noi che siamo in coda siamo rimasti bloccati. Alcune coppie con bambini decidono di ritirarsi subito. Le informazioni che circolano non sono sicure. Non si sa bene cosa fare. I vari gruppi cercano di ricompattarsi e non disperdersi. Si cerca di lasciar libera una corsia per un'ambulanza che sale. Ritorna la calma e ci sediamo un attimo a mangiare un panino. All'improvviso la folla si muove di nuovo e sul corteo piomba a corsa un lugubre manipolo di persone vestite di nero, con caschi neri e forniti di maschere antigas. Sono i "black block", che dopo aver colpito i carabinieri fuggono cercando riparo infiltrandosi all'interno del corteo pacifico. Subito i gruppi più organizzati sanno come reagire. I compagni di Rifondazione comunista creano immediatamente dei cordoni per ricompattare il corteo e isolare questi provocatori. Noi ticinesi ci aggreghiamo al gruppo di Rifondazione e tutti assieme gridiamo: "Fuori, fuori". Anche questo è un momento di forte tensione, ma è bello vedere come una folla di persone riesca a mantenere il controllo, ad organizzarsi ed a esprimere un forte sentimento comune di unità e di difesa della propria lotta e del proprio "popolo" (non è più una folla indistinta) e a manifestare immediatamente repulsione verso elementi totalmente estranei. Queste "tute nere", assai arroganti, si muovono con fare sprezzante e minaccioso anche verso di noi, poi indietreggiano in gruppo.
Intanto si vedono chiaramente i primi lanci di lacrimogeni. Le forze dell'ordine avanzano sulla coda del corteo pacifico ormai rimasto isolato. Non vengono colpiti i "black block", ma la polizia avanza e spara lacrimogeni su uomini e donne che stanno manifestando pacificamente. Le forze dell'ordine non sono state in grado o non hanno voluto colpire le poche centinaia di provocatori (quelli che sono passati davanti a noi erano sicuramente meno di cento), ma hanno deciso coscientemente di attaccarci. Il corteo si mette in moto, si invita ancora alla calma. Dal megafono senza ironia si grida "Correte piano". Dietro di noi i lacrimogeni vengono sparati a ritmo regolare, come fuochi d'artificio si abbattono sulle persone. Gli elicotteri si abbassano. Evidentemente cercano di spingere i gas verso gli uomini, le donne, gli anziani che ordinatamente cercano di fuggire dai "tutori dell'ordine". Questi avanzano spediti in linea compatta, protetti da scudi e caschi. Da una parte lo Stato in completa tenuta antisommossa, dall'altra noi, con i calzoncini corti, in sandali e ciabatte, con il cappellino per ripararci dal sole. Una donna aiutata dal proprio compagno si comprime una pezza sulla testa: forse è stata colpita da una manganellata. Finalmente sembra che i carabinieri si siano fermati, ritorniamo verso i bus, dai balconi c'è chi si prodiga a darci ancora un po' di refrigerio e a lavarci via i resti dei gas lacrimogeni che ci pizzicano il viso.
Da un balcone un anziano si agita, saltella, saluta e fa segno di abbracciarci tutti. Mi ricorda Dubcek che dopo "la rivoluzione di velluto" salutava e abbracciava la folla riunita sulla piazza principale di Praga. Dal corteo salgono applausi, saluti e canzoni. Salutiamo così Genova. Con due immagini che hanno segnato questa giornata: da un lato l'accoglienza di uno stato repressivo, che non ha saputo o voluto garantire una libera, democratica e pacifica manifestazione di trecentomila persone, dall'altra la Genova democratica e popolare che ci ha accolto con simpatia e che ha compreso e partecipato alla nostra lotta.

Rimane sicuramente la soddisfazione di essere riusciti a mostrare il vero volto del G8. In 300'000 abbiamo ricordato a tutti quanto sia grande la violenza del sistema imposto dai paesi più ricchi verso il resto del mondo. Un manipolo di paesi che senza nessuna legittimità si arroga il diritto di decidere e parlare a nome dei miliardi di persone che vivono nella miseria, senza diritti, senza salute, senza istruzione, senza acqua potabile, senza prospettive di migliorare il proprio futuro.
Speriamo che la giornata di oggi costituisca un passo ulteriore per riuscire a costruire un movimento a livello mondiale che riesca ad affrontare i problemi dello sviluppo, dell'ambiente, della libertà, della giustizia e dell'uguaglianza, della dignità di tutti gli esseri umani che vivono sul nostro pianeta.
Un altro mondo è possibile! Basta volerlo.

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