Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino


Articoli sul G8 da "CARTA"

CARTA - cantieri sociali
CARTA 26 luglio - 1 agosto 2001, Anno II, n.5


"Ero in Corso Gastaldi con mia madre, pestavano tre ragazzi, poi dalle finestre..."

Testimonianza di Luca Rolla, Genova

Per noi genovesi laici e democratici, Corso Gastaldi ha un significato particolare. Durante il ventennio fascista la casa dello studente di Corso Gastaldi era stato trasformato nel centro di tortura della Gestapo e dei fascisti. Io non ero ancora nato all'epoca ma, credetemi, mi riesce difficile passare davanti alla casa dello studente [ripristinata oggi nel suo ruolo di casa di accoglienza di studenti non abbienti] senza provare un groppo alla gola, senza ripensare ai racconti dei vecchi, delle urla che si sentivano provenire dall'interno.
Lo stesso groppo l'ho provato oggi al vedere una decina di celerini bardati di tutto punto manganellare selvaggiamente tre ragazzi che avevano l'unico torto di essere rimasti isolati dal resto del corteo. È accaduto in via Montevideo, a cento metri dalla casa dello studente. Io e mia madre ci stavamo dirigendo in direzione di Corso Gastaldi, muovendoci tra una carica dei carabinieri ed un lancio di lacrimogeni, verso il centro di una delle manifestazioni; in fondo alla strada, in alto, era schierato un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. La strada era praticamente deserta a parte noi due. Un gruppo di tre ragazzi sulla nostra sinistra camminava nella stessa direzione, altri tre dall'altra parte della strada. Avvicinandoci allo schieramento di polizia uno dei tre sulla destra, un ragazzo in jeans e a torso nudo, a mani nude come tutti noi, ha cominciato a gridare "assassini" alla volta dei poliziotti [si era appena sparsa la voce dell'omicidio del ragazzo nella poco distante Piazza Tommaseo].
È cominciato uno scambio di battute, a distanza di una trentina di metri, tra questo ragazzo e i poliziotti. I poliziotti gridavano "vieni, vieni qua", e il ragazzo gridava "assassini venite voi ma con la pistola altrimenti come fate ad ammazzarmi". Ho sentito distintamente i tre ragazzi sulla mia sinistra che commentavano "senti questo come grida, adesso come facciamo a passare?", e un altro "noi che c'entriamo, passiamo tranquilli e non succederà niente". È stato un attimo. Ho compreso la trappola quando ho sentito il rombare del motore, troppo tardi. Mentre il cordone fingeva di mantenere la calma, in cima alla salita hanno fatto aggirare il palazzo da una autoblindo che è sbucata alle nostre spalle a tutta velocità. Ha inchiodato in mezzo alla strada semideserta bloccandoci tra loro e lo schieramento di polizia.
Una decina di celerini sono balzati dall'autoblindo quasi ancora in corsa e hanno cominciato a massacrare a terra i ragazzi con i manganelli.
Io e mia madre, che ci trovavamo una decina di metri indietro, ci siamo rifugiati in un portone semiaperto insieme ad un signore sulla sessantina sbucato da non so dove. La vetrata interna era chiusa e noi siamo rimasti bloccati tra la vetrata e l'anta del portone.
Ho sentito mia madre singhiozzare e l'ho abbracciata per rincuorarla cercando di tranquillizzarla, dicendole di non avere paura. Da fuori venivano altissime le grida dei ragazzi disarmati sotto i manganelli dei celerini. Ho pensato che mia madre fosse terrorizzata, sapendo che quando si fossero stancati di sfogarsi con loro ci sarebbero venuti a cercare nel portone, ma mi si è rotto il cuore sentendola dire tra i singhiozzi "non ho paura, questi li ammazzano, dobbiamo fare qualcosa". E qualcosa è successo. Come per miracolo abbiamo cominciato a sentire delle voci gridare "basta! vergogna!". Sono uscito dal portone e quello che ho visto non lo dimenticherò mai. I miei concittadini affacciati alle finestre, ai balconi, padri, madri, nonni, prima due poi cinque, poi dieci gridavano alla volta dei poliziotti, e non erano frasi ingiuriose ma frasi sdegnate, frasi di cittadini offesi e feriti dal comportamento squadrista e vigliacco, della furia cieca e immotivata di un gruppo di tutori dell'ordine trasformatosi in un branco di belve impazzite. "Basta! vergogna! lasciateli! fascisti!"
Ho cominciato ad avanzare insieme al signore sessantanne, urlando. Ho sentito altre voci di giovani che gridavano alle mie spalle. Il branco si è reso conto che i testimoni stavano diventando troppi, ha tirato i tre sul furgone, quello che aveva urlato "assassini" alla volta dei poliziotti - se questo può giustificare un pestaggio squadrista e non, al limite, un regolare fermo di polizia - e gli altri due, che avevano avuto il solo torto di trovarsi come noi per strada e non impegnati ad autoconvincersi di poter vedere la realtà oggettiva dei fatti attraverso i filtri patinati delle loro belle televisioni.
Li hanno caricati sull'autoblindo, che è ripartita, ed hanno preso ad indietreggiare, fianco a fianco, brandendo i loro manganelli, di colpo spaventati da una folla di venti cittadini inermi alle finestre, armati solo della forza della ragione di fronte all'ottusità brutale dei manganelli. Hanno preso ad indietreggiare intimoriti, con l'espressione di bambini spaventati, colti dai genitori con le dita nella marmellata. Un'immagine grottescamente comica, persino, nella situazione oggettivamente drammatica.
Qualche minuto dopo alcune piccole radio indipendenti hanno raccolto la nostra deposizione. Ho sentito il signore sessantenne dire "mi spiace solo che non mi faranno testimoniare perché sono un militare". E insieme ai miei concittadini alle finestre io ho amato questo signore. In questa giornata di lutto e dolore per la nostra fragile democrazia persone come mia madre, quei cittadini alla finestra, questo anziano militare mi danno ancora la forza di credere e lottare ancora per un mondo migliore, di continuare a sperare.
La mia testimonianza è a disposizione di chiunque ne vorrà fare uso nelle sedi più opportune al fine del perseguimento della giustizia e della verità.




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