 |
Io, testimone in fuga Il manifesto
27 Luglio 2001
Ho 46 anni, tre figli, sono giornalista. Mi chiamo Flavio Brighenti. Ero a Genova. Tra i manifestanti pacifici. Qui voglio testimoniare quello che ho vissuto. Solo quello che ho vistocon i miei occhi e sentito con le mie orecchie. Sabato 21 luglio, alle 13.30, sono in corso Torino con mia moglie e un gruppo di amici. Osservo partire il corteo, migliaia di persone che si muovono in direzione di Marassi, dove si terrà il comizio delGenoa Social Forum. Nella strada parallela, a ridosso di piazza Rossetti, si alzano i fumi dei lacrimogeni. La battaglia di Genova è iniziata.
Sulle nostre teste volteggiano ad alta quota gli elicotteri. A un chilometro la battaglia infuria. Il corteo continua ad avanzare verso corso Torino, sempre più concitatamente. Ora i candelotti dei lacrimogeni piovono anche sulla tendopoli di piazzale Kennedy. Praticamente in ogni direzione. Fa caldo. Non abbiamo da bere. Dal basso, i manifestanti rinculano di corsa. Panico. Si percepisce che siamo in un cul de sac. Alcuni cercano rifugio su una sorta di collinetta sul lato mare. All'improvviso, accade quello che temevamo. La polizia carica. Ci piovono addosso i lacrimogeni. Sono decine, forse centinaia. Arrivano da ogni parte, me ne arrivano un paio tra i piedi. Respiro gas. Mi sento morire. Ma ho fortuna. C'è un sanitario del Gsf. Mi dice: apri la bocca. E inala uno spray che mi allarga i polmoni. Torno a respirare. Mi guardo attorno: l'inferno. La polizia ci è addosso. Tanti manifestanti sono a terra. Impotenti. I celerini avanzano, intabarrati nelle loro armature. Vedo un ragazzo senza più scarpe né maglietta, solo i pantaloni luridi. Corre, cerca di sfuggire ai poliziotti. Ha il volto coperto di sangue. Scivola sul selciato, cade a terra. Gli sono addosso, lo caricano di manganellate. Vorrei gridare ma non mi esce la voce.
Con mia moglie scappiamo e risaliamo via Piave. E' pieno di cellulari. I celerini ci guardano con odio. Poi ripartono sui loro mezzi, simulando dalle torrette di spararci altri lacrimogeni. La macchina che chiude la fila sgomma verso un crocchio di manifestanti, più su. La battaglia di Genova è finita. Forse anche la democrazia nel nostro paese.
P. S. Domenica mio fratello mi telefona e mi racconta un episodio che mi aveva taciuto il giorno prima. Intorno a mezzogiorno di sabato, all'altezza della scuola Champagnat, viene segnalato l'arrivo di manifestanti "non identificati" alle spalle della polizia. Dopo averne discusso, si decide di avvertire la polizia. Mio fratello e un altro ragazzo si rivolgono ad un funzionario di Ps dicendo: "state attenti, sta arrivando qualcuno che non è dei nostri. E non volgiamo che accadano incidenti". Il funzionario risponde: "All'ordine pensiamo noi. Sappiate solo che se ci tirano sassi, chiunque li tiri, noi carichiamo. E oggi vi massacriamo".
Picchiavano e ho firmato Il manifesto
27 Luglio 2001
di Cinzia Gubbini
Said, nome di fantasia, è un marocchino che vive a Brescia. Ha un per-
messo di soggiorno dal 1996, lavora in
un'azienda idraulica abbastanza conosciuta in città. Lui, poi, lo conoscono in molti. Fa politica attivamente, gira spesso in centro. A Genova gli sono capitate cose gravissime, sembra quasi che la polizia si sia approfittata di lui più che degli altri (per quanto possibile} proprio perche immigrato.
Said è stato preso vicino a Corso Italia durante la manifestaziòne del
21, «lo camminavo tranquillo - racconta - mi hanno preso, mi hanno
sbattuto in terra, mi hanno dato botte e calci dappertutto». Said viene ammanettato con le mani dietro la schiena - ha ancorala mano destra dolorante - viene fatto salire su un furgoncino. Non sa in quale caserma sia stato portato, si ricorda soltanto che c'era un grande parcheggio. «Sono pieno di sangue, mi hanno picchiato con i manganelli». Qui lo costringono a firmare un verbale «Io non lo volevo
firmare, non volevo c'erano scritte cose false - dice Said - ma mi hanno riempito di botte, con i manganelli, avevo paura che se non firmavo mi avrebbero ammazzato. Mi hanno anche puntato una pistola alla tempia, lì per lì non sapevo che fare». Sul verbale c'è scritto che Said sarebbe stato fermato mentre, con un cacciavite giallo
e nero, cercava di danneggiare le ruote di un autoblindo della Guardia di finanza, e che mentre gli agenti lo portavano via avrebbe cercato di dimenarsi. Tra le altre cose sequestrate ci sarebbero un'agendina e «documenti inerenti il GB» (volantini?). "Ioquel cacciavite non l'ho mai visto»,
racconta ora Said.
Dopo aver firmato il verbale, Said viene portato in un'altra caserma che sembrerebbe essere proprio quella di Bolzaneto. Un ragazzo italiano, anche lui rinchiuso lì, ci aveva detto di aver visto un marocchino con la faccia completamente tumefatta, probabilmente si tratta proprio di Said. «Dovevo sempre tenere la testa bassa, credo che i poliziotti fossero una decina, ma non ne sono Sicuro. Mi hanno
detto "Marocchino di merda, torna al tuo paese", hanno insultato la mia famiglia. Hanno anche cercato di spruzzarmi un gas negli occhi». Nella
caserma, rinchiuso in una stanza con la faccia al muro, Said era insieme ad altri otto stranieri -europei - e una manciata di italiani. Anche lui è stato portato nel carcere di Alessandria, da dove è uscito martedì pomeriggio.
Il giudice ha convalidato l'arresto d'altronde c'è un verbale firmato -ma senza custodia cautelare visto che Said «ha un regolare permesso di Soggiorno e lavora stabilmente», come si legge nella sentenza, e quindi non dovrebbe scappare o inquinare «le prove». «Io ho detto al giudice .'Controlla le impronte sul cacciavite, non ci sono". Ma non lo so come andrà...».
Faccetta nera in questura Il manifesto
27 Luglio 2001
di Sara Menafra
"Vi spostiamo di là. Sta arrivando il ministro Castelli». E' forse questo li motivo per cui il ministro di Grazia e giustizia ha dichiarato di essere stato nella caserma di Bolzaneto ma di non aver visto alcuna violenza. Andrea e i tanti altri manifestanti arrestati con lui erano, semplicemente, nell'altra stanza. "Io al corteo del 21
luglio non ci sono neppure andato - racconta - ero nel campeggio quando sono arrivate le camionette dei carabinieri». All'ingresso della caserma Andrea viene accolto da un corodi festeggiamenti e un coro ripetuto: "Uno a zero per noi». Il riferimento è a Carlo Giuliani. Nella caserma dei carabinieri Andrea ha passato ben 24 ore, quasi tutte in piedi, faccia attaccata al muro e braccia alzate. "Gli agenti entravano nella stanza per picchiarci spingerci e insultarci. Ridevano e cantavano anche una canzone 1 2 e 3 evviva Pinochet, 4 5 e 6 a
morte gli ebrei, 7 8 e 9 il negretto non commuove». Andrea uscirà dalla caserma solo la domenica pomeriggio: Il fermo è illegittimo, dirà il Gip, il ragazzo non ha commesso reati.
Le violenze sui giovani manifestanti rastrellati nella città di Genova non avvengono solo a Bolzaneto. Sono continuate anche nelle carceri dove molti di loro sono stati spediti. "Mi hanno picchiato appena sono arrivato nel carcere di Pavia - racconta Federico, 23 anni, studente di Scienze della comunicazione -appena scesi dal pullman che ci aveva trasportati fin lì ci hanno tolto le manette e costretti a passare uno per volta davanti a una fila di agenti della polizia penitenziaria. A ognunodi noi davano botte sulla testa e calci». Scappava dalle cariche della polizia, Federico, quando è stato arrestato. Era il giorno della disobbedienza civile e lui aveva fatto il corteo con le tute bianche. All'ennesimo lancio di lacrimogeni si è rifugiato in un cortile un po' più in basso ed è li che una pattuglia di carabinieri lo ferma e lo atterra a manganellate. La mano con cui si era aggrappato al muro del cortile è ancora contusa e fasciata per le manganellate. Ma è all'arrivo nel carcere che è iniziato l'inferno: «Ci hanno picchiato e presi a calci dal momento del nostro arrivo nel cortile della caserma». Alla paura si sommano le continue violenze della polizia penitenziaria che
sorvegliava la caserma di Bolzaneto: «Ho chiesto a uno di loro di allentarmi le manette perchè la mano ferita mi faceva male e lui per tutta risposta mi ha preso il braccio e ha cercato di spegnerci sopra la sua sigaretta». Anche Federico, come molti altri ragazzi, aspetta varie ore in un corridoio prima di essere trasportato in caserma «Si alternavano momenti di tensione a quelli di calma e volavano delle minacce. Uno dei carabinieri in borghese ci diceva attenti che domani è il sabato fascista». Arrivato in carcere Federico è stato tenuto per tre giorni in isolamento: «Sono potuto uscire dalla cella solo tre volte: due per fare la doccia e una per andare in infermeria». Nella sua cella i secondini non entrano ma spesso lo minacciano da fuori: «Una volta mi hanno cantato Faccetta nera davanti alla cella la "stessa musica che avevano anche nella segreteria del cellulare».
La polizia: fatti aiutare da Sole Il manifesto
27 Luglio 2001
di CI.GU.
Guido, un ragazzo dell'Arci di Torino, ha conosciuto l'inferno in terra. Ha passato 24 ore nella caserma di Bolzaneto, rastrellato con altre 22 persone il pomeriggio del 21 luglio nel campeggiogenovese di Re di puglia. E pensare che lui non è sceso in strada neanche una volta a manifestare contro il GB.
E' arrivato nella tarda serata di venerdì 20. "Il giorno dopo, verso mezzogiorno, mi sono incamminato per raggiugere la manifestazione -racconta - ma sono tornato indietro perche avevo mal di pancia». Mai avrebbe immaginato cosa stava per accadergli. "Verso le 14 è arrivata la polizia, ci hanno detto che si trattava di un semlplice controllo, volevano perquisire un furgoncino». La poliza fa la perquisizione, non
trova nulla, ma si porta ugualmente via otto persone. Poi ricevono una telefonata, ci ripensano, chiedono a tutti i documenti, inziano a portare via qualsiasi cosa fosse nel campo. Cè un palo alto sei metri conficcato nel terreno, lo spezzano in tre e lo portano via insieme alle armi improprie». "Mi dispiace ragazzi, dovete venire con noi», li informa un poliziotto. "In macchina il poliziotto era tranquillo -ricorda Guido - abbiamo letto il giornale insieme, chiacchierato "Dovrebbe essere un semplice controllo", mi ha detto». Appena sceso dalla macchina, alla caserma di Bolzaneto, Guido si rende conto che le cose non stanno così. "Appena entrato "Metti giù questa cazzo di testa", mi hanno urlato e bang una manganellata». Guido viene chiuso con altri 7 ragazzi e 5 ragazze in una stanza, dovranno stare per 24 ore in piedi, a gambe larghe, faccia rivolta al muro e braccia in alto. Dalle 15 del 21 luglio alle 15 del 22.
«Ho visto cose terribili, spruzzavano un gas strano, c'era gente che sputava sangue. Non potevamo girarci, era pieno di polizia e carabinieri, "faccia al muro, braccia in alto", continuavano a gridare. E poi "zecche di merda, adesso viene la vostra amica Sole a salvarvi,
quell'altro lo abbiamo fatto fuori (si riferivano a Giuliani, ndr)"». Sono continuamente sputi, calci, gruppi di poIiziotti e carabinieri si danno il cambio. «Alle ragazze hanno detto cose terribili -racconta Guido -a una hanno cominciato a dire "che bel culo, adesso ti
portiamo di là e ti trombiamo tutti quanti". Per fortuna c'era un carabiniere giovane che quando gli altri uscivano dalla stanza cambiava atteggiamento. Ci ha regalato anche mezza bottiglia d'acqua che ci siamo bevuti in 23». Guido ha visto un ragazzo siriano con
una protesi di legno alla gamba essere preso a calci perchè non riusciva a stare in piedi; un ragazzo con handicap fisici colto da un attacco di dissenteria fatto andare al bagno senza potersi pulire. Poco prima di essere trasferiti nel carcere di Alessandria i carabinieri,
pensano bene di divertirsi ancora un po': «Sentivamo dire "dai, dai accendilo, prendi il fiammifero", e l'altro "no è troppo pericoloso, se poi mi denunciano", "se ci denunciano gli ammazziamo i genitori", e ci appoggivano qualcosa in testa. Non capivamo nulla, sono andati avanti così per mezz'ora buona». «Finalmente» i ragazzi arrivano in carcere. «E' stato un sollievo -dice Guido- ci hanno trattati bene». Prima di andare' via da Bolzaneto i poIiziotti chiedono a Guido se c'è qualcuno da awertire «Mia madre», risponde. Ma nessuno l'ha mai chiamata.
| |