Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino


OSPITIAMO

Questa finestra accoglie articoli di diverso argomento, che offrano però dei collegamenti a siti presenti sulla rete, in modo da facilitare la verifica delle fonti e possibili approfondimenti.


La locandinaAlla Giornata della mela del 14 ottobre 2006 hanno collaborato:

Agenda 21 locale Sonvico - Cadro - Villa Luganese, Amici del Torchio di Sonvico, Associazione Terra Matta, Capriasca Ambiente, ProFrutteti, Progetto Radio Scatola Nera, ProSpecieRara, Slow Food Ticino, Frits Brunner , Marco Regazzi, Nicoletta Cattaneo, Isabella Dalla Ragione

Ulteriori informazioni sui gruppi e sulle persone partecipanti (leggi)

Visualizza il volantino in formato .pdf


Contributo che introduce il libretto di ricette “Mele e pere”, pubblicato dagli Amici del Torchio di Sonvico all'inizio del mese di ottobre 2006, in occasione della Giornata della mela del 14 ottobre per la salvaguardia e la valorizzazione di antiche varietà di alberi da frutto.
La giornata è il frutto di un lavoro “in rete” di diversi gruppi.


Decrescita felice
Alberi da frutto: una storia antica … per un futuro migliore!
di Maurizio Cerri


Gli alberi hanno un forte legame con le persone che li hanno visti crescere. In particolare le piante da frutto devono quasi sempre il loro impianto a consapevoli scelte nate per soddisfare i bisogni alimentari dell’uomo. La storia, l’esperienza, la tradizione, la capacità di osservazione, le relazioni, hanno creato un patrimonio collegato a queste piante che si è tramandato di generazione in generazione e che ha conosciuto un netto declino solo a partire dal secondo dopoguerra.


Paesaggio agrario
I boschi che ci circondano hanno un labile legame con le foreste primigenie incontaminate sviluppatesi prima del popolamento umano delle nostre terre. In un modo o nell’altro la copertura vegetale arborea del territorio che attornia il nostro Comune è stata sistematicamente influenzata, più o meno pesantemente, dall’operare dell’uomo. Quello che ci attornia oggi non è più un paesaggio naturale, ma è ciò che rimane del paesaggio agrario. Emilio Sereni lo definiva come “quella forma che l’uomo, nel corso ed ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale.
[1]

E’ possibile sviluppare una semplice e veloce descrizione di quanto è successo sul nostro territorio negli ultimi secoli osservando empiricamente gli elementi che ci circondano e indagando nella memoria orale.


Costruito
Fino alla fine degli anni ’50 del secolo scorso gli edifici occupavano uno spazio limitato del nostro paesaggio, raggruppati in nuclei compatti ben isolati dal paesaggio circostante. Sui monti la diffusione di stalle e di piccole cascine era in equilibrio con le possibilità di sfruttamento dei pascoli e dei prati per il sostentamento degli animali. Solo negli anni ’60 inizia una significativa espansione delle abitazioni nella campagna e ancora più tardi inizia la massiccia trasformazione degli edifici rurali sui maggenghi in abitazioni di vacanza e per il fine settimana.




Campagna
Nella campagna i lunghi e stretti campi terrazzati, un tempo coltivati a “patate,mais, grano saraceno, segale e frumento,”
[2] delimitati da filari di vite, cominciano ad essere abbandonati dopo la seconda guerra mondiale. Dapprima si tralasciano le coltivazioni dei campi, poi la vigna. Rimangono vitali, ma abbandonati, gli alberi da frutto, che più lentamente soffrono per l’incuria e il mancato rinnovo. L’abbandono dovuto ai cambiamenti sociali ed economici indotti dalla tumultuosa crescita del dopoguerra è stato favorito nel nostro Comune anche dal doloroso e immotivato prolungarsi del Raggruppamento terreni.[3] Il riordino fondiario è stato pensato inizialmente per permettere di praticare un’agricoltura più razionale, ma ha finito invece per favorire il distacco della popolazione da appezzamenti che a breve termine non sarebbero più stati di loro proprietà. Il valore venale dei terreni, che nei primi anni ’60 venivano inaspettatamente venduti a speculatori “lungimiranti” per pochi franchi al metro quadrato, un’enormità per quei tempi, travalicava già allora valori tradizionali e affettivi che, costruiti per generazioni nei secoli precedenti, sembravano saldi ed intoccabili. Oggi le transazioni per la vendita dei fondi edificabili toccano cifre anche 100 volte superiori. Malgrado ciò si comincia a prendere coscienza della finitezza dello spazio e della necessità di riflettere con particolare attenzione sul suo utilizzo.[4] Le zone edificabili sono velocemente occupate da villette, circondate da sofferenti praticelli all’inglese, spesso racchiusi da folte siepi di lauroceraso.

La porzione di campagna non edificabile è in buona parte abbandonata e vede l’avanzata dei rovi e del bosco, ma si assiste anche ad un progressivo e coraggioso ricupero, seppur assai limitato, con l’impianto di nuovi e moderni vigneti e alcune piccole sperimentazioni colturali (ulivo, erbe medicinali) oltre che un limitato uso agricolo (erba da foraggio, pascolo).


Piánca
Al di fuori della campagna, nelle parti boschive l’abbandono è più evidente.
Nella Piánca più di un secolo fa si era provveduto a piantagioni di conifere per consolidare il terreno franoso.
[5] La zona troppo ripida non si presta ad essere gestita con vantaggio economico, i muri costruiti all’epoca mostrano evidenti segni di cedimento e le piantagioni sono in pieno inselvatichimento.




Collina di San Martino e Pian Pirétt
La collina di San Martino alla fine dell’Ottocento ha subito un imponente impianto di castagni. Nei Piani di assestamento del 1913/25, probabilmente redatti dal forestale Arnoldo von Leutter (?), si segnala che … in Soriva è stata effettuata nel 1891 una piantagione a pascolo alberato. Sono stati messi a dimora 940 alberelli grossi centimetri 3,5 ad un metro dal suolo, capitozzati e potati a metri 2 e 50 d’altezza, sorretti da pali di castagno, ravvolti da rovi e tenuti insieme da filo spinoso. Le buche erano profonde 60 cm e larghe 1 metro per 1 metro. Gli alberi sono stati messi ad una distanza di m 15, l’innesto era previsto dopo 2/4 anni. L’angolo Sud/Ovest della piantagione venne decimato da un incendio.
Nel 1917 la selva era giudicata florida e la raccolta delle castagne era data in affitto (4 lotti) tramite pubblico incanto. Si stimava una resa di 100 quintali di castagne. L’investimento per l’impianto fu
di franchi 1'691.70. Mentre in Pian Piret la piantagione venne effettuata verso il 1896 mettendo a dimora 457 alberi ad una distanza di metri 12. L’investimento per l’impianto fu di franchi 1'152.01.
[6]

Impressionanti le foto aeree dei primi decenni del secolo, il versante a bacìo della collina e il Pian Pirétt, appaiono come un grandissimo parco, con i castagni ordinati con precisione a reticolo su file regolari: un imponente frutteto che ha sfamato per più generazioni gli abitanti di Sonvico.


Canéd
A sud-est di questa zona, sul fondovalle, negli anni tra il 1913 e il 1915 il comune di Calprino, in seguito ridenominatosi Paradiso, ha bonificato ciò che rimaneva di una torbiera
[7] per raccogliere le acque sorgive con l’intento di rifornire di acqua potabile i propri abitanti. Ancora oggi a Canéd si può vedere il risultato di quell’intervento che ha visto la piantagione di una grande varietà di essenze descritte dettagliatamente dall’ingegnere forestale Mansueto Pometta responsabile dei lavori. [8]


Monti e pascoli
Sui monti e nelle valli, i maggenghi, ben più vasti di quelli attuali (Còla, Sciróna, Múrio, Pianézze, Valé, Luss, Onázze, Cainéll, Antéi, Pönte, Piánche, Lovasána, Cioásc, Óa, Usín, Petrólze, Rosón, Árla, Tració, Fié, San Martín, ra Ruscalína, Cadrígna, Paín, Valésgia,
[9]) sono stati dissodati con secolare costanza e titaniche fatiche per ricavare i prati da cui produrre il fieno necessario ad allevare le mucche. I pascoli alti e i terreni comuni, di proprietà della Vicinia, l’antico Patriziato, venivano utilizzati per la raccolta di frutti e bacche, per lo strame, per la produzione di legna ed evidentemente anche per il pascolo.


Boschi
I boschi sono stati regolarmente tagliati. Innumerevoli sono i resti delle piazze carbonare che si incontrano sul territorio e che testimoniano dello sfruttamento generale del bosco anche nelle zone più discoste. In tempi più recenti, verso la fine dell’Ottocento, numerosi fili a sbalzo permisero un trasporto più celere e meno faticoso del legname. Altra fonte importante di consumo di legna furono le fornaci da calce, che erano relativamente diffuse e funzionanti a seconda delle necessità.
[10]


Denti della Vecchia
Anche le zone più impervie dei Denti della Vecchia furono sfruttate e modificate dall’uomo per ottenere quella poca preziosa erba che vi cresceva. Mio padre mi ha più volte ricordato che la sua famiglia affittava annualmente il diritto di taglio d’erba sulle balze dei Denti della Vecchia (ur Carpál, ra Rúgola) pagando il dovuto al Patriziato di Villa Luganese. Nella Bássa d’Ösgé sul crinale della montagna si falciava regolarmente l’erba e si sconfinava persino sul versante italiano nella zona denominata ra Pèzza d’Ösgé
[11]. Oggi gli anziani che ritornano in paese dopo decenni di assenza rimangono colpiti dalla copertura arborea dei Denti della Vecchia: segnale ulteriore dell’avanzata generale del bosco, ma anche testimonianza che nel passato vi era un regolare intervento dell’uomo pure nelle zone più impervie del nostro territorio.


Alberi da frutto – beni comuni
Di tutto questo operare dell’uomo rimangono ancora importanti elementi, ma abbiamo perso e ogni giorno stiamo perdendo il risultato degli interventi e delle selezioni umane più raffinate nel campo della vegetazione arborea fruttifera. Le testimonianze di quegli alberi da frutto che ancora oggi potrebbero convivere con noi, sia come testimonianza culturale e colturale del lavoro dei nostri avi, ma anche come elemento vitale del nostro esistere - per solleticare i nostri sensi gustativi, olfattivi, visivi, tattili, per rafforzare il nostro legame con la natura e il territorio, per dare un nuovo valore al lavoro e alla produzione, per sperimentare modalità di consumo diverse - sono dei beni che assolutamente non possiamo perdere. Sono beni comuni frutto del lavoro e dell’intelligenza di numerose generazioni, di cui ancora oggi non siamo in grado di valutare appieno l’importanza e la ricchezza genetica e che sarebbe poco saggio distruggere.


Boom economico
L’incredibile boom economico del dopoguerra, conclusosi con la “crisi petrolifera” del 1973, aveva già visto numerosi critici porre in discussione i concetti di sviluppo centrati sulla crescita del prodotto interno lordo (PIL) come elemento di benessere assoluto. Stuzzicante a proposito un discorso pronunciato dal senatore Robert Kennedy:


Non troveremo né uno scopo a livello nazionale né soddisfazione personale nella mera continuazione del progresso economico, nell'accumulare a non finire beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale basandoci sul Dow Jones, né i risultati della nazione basandoci sul Prodotto interno lordo.
Perché del Prodotto interno lordo fa parte l'inquinamento dell'aria, fanno parte le ambulanze che liberano le nostre autostrade dopo ogni carneficina. Fanno parte le serrature speciali per le porte delle nostre case e le celle per coloro che le scassinano.
Il Prodotto interno lordo comprende la distruzione delle sequoie e la morte del Lago Superiore. Aumenta con la produzione di napalm e missili e testate nucleari... Include... la trasmissione di programmi televisivi che, per vendere merci ai nostri figli, glorificano la violenza.
E se il Prodotto interno lordo comprende tutto ciò, c'è anche molto che non comprende. Non rende conto della salute dei nostri cari, della qualità della loro istruzione, del loro piacere di giocare.
E' indifferente al carattere dignitoso delle nostre fabbriche come alla sicurezza delle nostre strade. Non include la bellezza della nostra poesia o la solidità dei nostri matrimoni, l'intelligenza del nostro dibattito pubblico o l'integrità dei nostri pubblici funzionari...

Il Prodotto interno lordo non misura né la nostra intelligenza né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra erudizione, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, insomma, tranne ciò che dà valore alla vita, e può dirci tutto sull'America, tranne se siamo fieri di essere americani. [12]


I limiti dello sviluppo
Il rapporto elaborato nel 1972 dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) “I limiti dello sviluppo” su richiesta del Club di Roma, chiarì le prospettive e i limiti fisici dell’attività umana. Il modello di sviluppo occidentale non può essere esteso al mondo intero. La nostra impronta ecologica,
[13] il calcolo di quanta natura abbiamo bisogno per vivere, è un buon indicatore per stabilire una valutazione dell’eticità di un sistema economico. Gli Stati Uniti sono tra gli stati che più consumano natura, con un’impronta ecologica di 9,5 ettari globali pro capite, ma hanno una disponibilità di biocapacità di 4,9 ettari e quindi un deficit ecologico di 4.7 ettari pro capite.[14]

Noi svizzeri siamo più virtuosi per quanto riguarda il consumo, 5,96 ettari globali pro capite, ma la nostra biocapacità é più limitata, per cui risulta un notevole deficit ecologico.[15]


Precarietà esistenziale
L’Occidente oggi dispone di una formidabile macchina produttiva in grado di realizzare tutto quanto necessita all’umanità per vivere, malgrado ciò la maggior parte degli abitanti del pianeta vive in povertà o miseria, ma anche nel mondo sviluppato si rafforza sempre più il disagio tra la popolazione. Il nuovo sistema economico post-fordista in cui viviamo si caratterizza per una diffusa precarietà esistenziale, per una “permanente transitorietà, è un sistema fatto di instabilità, di insicurezza, di processi di deterritorializzazione continui, quindi di spaesamenti, di distruzioni di comunità esistenti.
[16] Per difendere il nostro “stile di vita” non si esita ad intraprendere guerre strazianti. Nel nostro piccolo in questi giorni abbiamo accettato a livello federale proposte legislative in contrasto con lo spirito umanitario di cui la Svizzera si è sempre fatta vanto.

Abbiamo cambiato profondamente il nostro sguardo verso la Terra e verso gli altri. Abbiamo modificato i fini del nostro fare: non più produzione di beni per soddisfare i nostri bisogni, ma semplice produzione di utili. Stiamo distruggendo la natura, perdiamo conoscenze di base fondamentali. Le relazioni conviviali sono sostituite da quelle mercantili. Tradizioni secolari svaniscono e perdono significato.

E’ questo il futuro che vogliamo?


Póm Popín e decrescita felice
Non è facile proporre soluzioni a questi grandi e gravi problemi globali, ma le risposte sono forse più semplici e a portata di mano di quanto sembri. Padre Alex Zanotelli come primo passo invita semplicemente a consumare meno, a vivere una “rivoluzione culturale che nasca dal cuore, che parta dalla convinzione profonda che l'abbondanza non é sinonimo di felicità.”[17].

Coltivare le zucche in campagna; ripiantare una vecchia varietà di uva bianca coltivata per decenni in giardino dal proprio genitore; assaggiare le piccole mele rosse, succose e profumate portate dal proprio nonno da Olten all’inizio del secolo scorso; raccogliere le castagne di una vecchia “Verdésa” messa a dimora da un bisnonno a metà dell’Ottocento; veder crescere un nespolo regalato da un amico; far conoscere ai bambini sapori dimenticati come quello dello “Zanzuín”,[18] un caco in miniatura dolcissimo se appassito; produrre marmellate, pesto, sciroppi e sottaceti; cogliere i “Per de Natál” o i “Per d’Invérno” che si potranno mangiare solo dopo adeguata conservazione; gesti semplici, non saranno forse le cose più importanti della vita, ma sicuramente sono elementi che possono rendere felice una persona. Se poi si riflette sulla portata generale di questi comportamenti quotidiani ecco che il loro valore s’ingigantisce: limitare la frequenza nei grandi supermercati, diminuire lo spreco di carburanti non acquistando le mele provenienti dal Cile, limitare la montagna di rifiuti riutilizzando i propri scarti da cucina per ridare sostanze alla terra e far crescere nuovi prodotti, non inquinare il terreno e nemmeno i frutti che mangiamo con sostanze chimiche, favorire la convivialità ricuperando conoscenze e saperi tramite contatti e relazioni con gli anziani e le persone che hanno vissuto, o vivono della terra; favorire gli scambi e l’uso parsimonioso di ciò che si trova nella natura; ricuperare i ritmi naturali delle stagioni usando ciò che la natura ci dà in quel periodo: autoproduzione, produzione locale, filiera corta, produzione biologica, economia alternativa, scambio, dono, riduzione dei rifiuti, salvaguardia della natura, diminuzione dell’inquinamento, risparmio, creazione di nuovi legami e relazioni … l’inizio di una rivoluzione che nasce dal cuore, … poi il resto segue da sé.[19]

Pomín Róss, Póm Popín, Per de Natál, Per d’Invérno, Póma Ferúgina, Póm de Sant’Ana, Póm Codógn, Póm René, Póm Rossín, Póm de San Pédro, Póm d’Invérno … ecco alcuni strumenti per cambiare, per costruire un futuro migliore. Con il contributo di tutti ne potremo aggiungere molti altri.



[1] Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario, Bari, Laterza, giugno 1979

[2] M.Cerri, D.Nova-Toscanelli, F. Sassi, S.Vassere (a cura di), Repertorio toponomastico ticinese: Sonvico, Edizione Archivio di Stato, Bellinzona 2005 (in seguito, Toponomastica 2005) toponimo Lénz, p. 52

[3] Il riordino particellare è iniziato a Sonvico nel 1963, l’assegnazione non definitiva dei nuovi fondi avviene solo nel 1988.

[4] Nella seduta del consiglio comunale di Sonvico del 28 febbraio 2005, riunito per approvare la proposta di ampliamento della zona edificabile, il Municipio comunica di ritirare il messaggio in questione visto il rapporto contrario unanime della Commissione edilizia. Il messaggio verrà ripresentato e approvato in seguito con una consistente limitazione della zona edificabile precedentemente prevista.

[5] Toponomastica, 2005, toponimo Piánca, p. 115

[6] Piani di assestamento Sonvico 1913/25, fotocopie di manoscritto consegnatemi dall’ingegnere forestale Marco Conedera responsabile dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio Sottostazione Sud delle Alpi con sede a Bellinzona.

[7] I.Schneiderfranken, Ricchezze del suolo ticinese. Studio economico sullo sfruttamento delle pietre da costruzione e delle materie prime minerali, Bellinzona, 1943. A p. 203 si segnala che “a Canedo di Sonvico dei proprietari dissero che della torba scavata per canali di prosciugamento, asciugata, bruciasse bene.”

[8] Cfr. M.Pometta, Le sorgenti, i ripari, il rimboschimento di Canedo. Relazione al Municipio e alla popolazione di Caprino, Lugano, 1919

[9] Toponomastica, 2005, vedi i rispettivi toponimi.

[10] Cfr. M.Cerri, Fornaci da calce: testimonianze della nostra civiltà artigiana. Testo dell’esposizione tenuta al Torchio delle noci di Sonvico dal 10 aprile al 1 maggio 1993.

[11] Toponomastica, 2005, p.150

[12] R.F.Kennedy, Sviluppo a ogni costo uguale distruzione, Liberazione, 18 dicembe 2005, http://www.liberazione.it/giornale/051218/LB12D6B2.asp, settembre 2006

[13]L'impronta ecologica è un metodo di misurazione che indica quanto territorio biologicamente produttivo viene utilizzato da un individuo, una famiglia, una città, una regione un Paese o l'intera umanità per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera. Il metodo è stato elaborato nella prima metà degli anni '90 dall'ecologo William Rees della British Columbia University e poi approfondito, applicato e largamente diffuso a livello internazionale da un suo allievo, Mathis Wackernagel, oggi direttore dell'Ecological Footprint Network, il centro più autorevole e riconosciuto a livello internazionale.
Il metodo consente di attribuire, sulla base dei dati statistici di ogni paese e delle organizzazioni internazionali, un'impronta ecologica di un certo numero di ettari globali pro capite come consumo di territorio biologicamente produttivo.
http://www.wwf.it/ambiente/impronta.asp, settembre 2006

[14] Dall’introduzione di Gianfranco Bologna all'edizione 2004 del libro "L'impronta ecologica" di Wackernagel e Rees, http://www.wwf.it/ambiente/dossier/Impronta%20ecologica%20INTR%202004.pdf, settembre 2006. Anche i dati inseriti nella tabella riguardanti la Germania e l’Italia sono tratti da questo testo.

[15] M. Bagliani, F.Ferlaino, F.Martini, CONTABILITÀ AMBIENTALE E IMPRONTA ECOLOGICA: CASI STUDIO DEL PIEMONTE, SVIZZERA E RHÔNE-ALPES, ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICO SOCIALI DEL PIEMONTE, Orbassano (To), 2005, pp. 59 e segg. Il dato di questo studio differente rispetto a quello riportato dal Living Placet Report 2004 è da ricondursi, secondo i ricercatori, ad una maggior sistematicità del metodo usato.

[16] L.Morello, a cura di, Christian Marazzi: gli appunti di un economista testimone del tempo, in, TV7, 27 marzo-2 aprile, p.45

[17] Dalla presentazione di Alex Zanotelli a: G.Bologna, F.Gesualdi, F.Piazza, A.Saroldi, Invito alla sobrietà felice, EMI, Bologna, 2000

[19] Concludo il già troppo lungo elenco di note segnalando l’opera collettanea ispirata da Luigi Veronelli, Terra e Libertà/Critical Wine, DeriveApprodi, Roma, 2004, le recenti pubblicazioni di Paolo Cacciari, Pensare la decrescita, Carta/Intra Moenia, Napoli, 2006 e di M.Pallante, La decrescita felice, Editori Riuniti, Roma, 2005, il prezioso settimanale Carta con il suo sito http://www.carta.org/




Vedi anche: Addentiamo una mela (aprile 2001) - leggi


Ascolta l'intervento di Isabella Dalla Ragione tenuto a Sonvico il 14 ottobre 2006: qui



GIORNATA DELLA MELA
Riscopriamo e riassaporiamo le antiche varietà
Sabato 14 ottobre 2006 a Sonvico
MALO MALUM CUM MALIS QUAM MALUM SINE MALO


Laboratorio di determinazione delle varietà di mele e pere
ore 10.00 – 16.00 saletta del Torchio
Frits Brunner, “pomologo” presso ProSpecieRara ed esperto di frutta proverà ad attribuire un nome alle varietà da voi portate (5 frutti per varietà raccolti sulla pianta e non per terra) in collaborazione con il vivaista Marco Regazzi. Vi sarà la possibilità di informarsi sulle diverse varietà di piante da frutta, e di acquistare (nel corso del mese di novembre) piantine presso il vivaio.


Produzione di succo di mele con l’Associazione Terra Matta
ore 10.00 – 13.00 portico della Chiesa parrocchiale
Portate le vostre mele e delle bottiglie di vetro, si procederà poi alla produzione artigianale e alla sterilizzazione del mosto. La produzione dipenderà dall’affluenza complessiva.


Laboratorio del gusto: “Le mele”
ore 14.00 sala comunale
Con Slow-Food Ticino, impariamo ad assaporare e riconoscere le diverse qualità di mele (costo franchi 20; iscrizione obbligatoria entro il 10 ottobre a slowfoodti@bluewin.ch).


Conferenza “ La biodiversità vegetale e la sua conservazione”
ore 16.00 sala comunale (ingresso gratuito)
Isabella Dalla Ragione dirige l’associazione Archeologia Arborea, svolgendo attività di ricerca e conservazione per proteggere e diffondere le vecchie varietà fruttifere.

La conferenza potrà essere riascoltata a partire dalla settimana seguente su Progetto Radio Scatola Nera accedendo al sito Internet http://scatolanera.noblogs.org


Vi verrà offerto un bicchiere di mosto fresco, si potranno acquistare prodotti a base di mele

Gli Amici del Torchio propongono due serate gastronomiche a base di mele e pere in collaborazione con la signora Nicoletta Cattaneo di Cagiallo.

martedì 13 marzo 2007, ore 20.30, presso la sala del consiglio comunale di Sonvico, incontro con i membri di ProFrutteti che informalmente presenteranno il lavoro che stanno svolgendo per la salvaguardia e la valorizzazione degli antichi alberi da frutto.
Tema legato alla "decrescita"? Ecco alcuni links di approfondimento:

http://www.decrescita.it/
http://www.decrescitafelice.it
http://www.archeologiaarborea.org
Il gruppo di ProFrutteti è composto da cinque professionisti specializzati nel campo ambientale e territoriale: Sophie Agata Ambroise di Sonvico, architetto-paesaggista; Fulvio Gianinazzi di Lugaggia, capo-giardiniere di Villa Favorita; Paolo Piattini di Sala Capriasca, ingegnere forestale; Nicola Schoenenberger di Cagiallo, dottore in botanica; Elia Stampanoni di Bigorio, ingegnere agronomo.
Org.: Agenda21 locale Sonvico, Cadro e Villa Luganese
Dal nostro sito:
Riscopriamo e riassaporiamo le antiche varietà
.

Il sito francese dei “Croqueurs de pommes

sabato 27 ottobre 2007, dalle ore 10.00, alla fattoria della Fondazione la Fonte di Vaglio in Capriasca, dopo il significativo successo della prima edizione a Sonvico, riecco la GIORNATA DELLA MELA - Riassaporiamo le antiche varietà
ore 10.00 – 15.00 - Laboratorio di determinazione delle varietà di mele e pere
Venite numerosi con le vostre mele, ce ne racconterete la storia!
Anna Ferro,“pomologa”, proverà ad attribuire un nome alle varietà da voi portate (3 frutti per varietà raccolti sulla pianta e non per terra). Le mele più interessanti verranno conservate e proposte per la riproduzione!
ore 10.00 – 16.00 – Esposizione: Collezione di antiche varietà di frutti, creati con il metodo Garnier -Valletti a scopo ornamentale e conservativo
ore 10.00 – 16.00 - Vivaio
: Prenotazione di giovani meli per la prossima stagione
ore 12.00 - Pulenta, marluss e presèc
Bancarelle con prodotti a base di mele. Vi sarà offerto un bicchiere di mosto fresco!
ore 14.30 - Laboratorio del gusto per bambini: con Slow-Food Ticino, impariamo ad assaporare le nostre mele, mordendole!
ore 15.30 - Piantiamo insieme un albero: messa a dimora di un giovane melo locale
ore 16.00 - Conferenza di Anna Ferro(Etnobotanica delle mele) Diffondere e proteggere le antiche varietà di mele

Parcheggiare al Centro sportivo di Tesserete e raggiungere La Fondazione La Fonte a piedi
Org.: ProFrutteti, Fondazione La Fonte di Vaglio in collaborazione con Agenda 21 locale, Amici del Torchio di Sonvico, Capriasca Ambiente, ProSpecieRara, Scuola Speciale di Pregassona, Slow-food Ticino, Terra Matta

Dal nostro sito:
La prima edizione della Giornata della mela,
sabato 14 ottobre 2006 a Sonvico. Ascolta l'intervento di Isabella Dalla Ragione:
qui







































































































































































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