| Contributo
apparso su Ticino 7,
maggio 2004, N. 19
La memoria delle Alpi
di Luca
Saltini, con una intervista a Nelly Valsangiacomo
Il ricordo è una piuma leggera,
un'immagine fragile sospesa nell'anima dell'uomo. Ad ogni respiro, viene
sospinta più lontano, si nasconde tra le cortine del tempo, assumendo ai
nostri occhi forme diverse da quella originaria. Nella memoria, la vita
confonde le sue tracce e tutto, del passato, può diventare materia di
sogno, argomento di leggenda. Lo sguardo su quanto è già accaduto
scivola su ombre lunghe, sotto le quali palpitano emozioni personali molto
diverse tra loro, non interessate a raccontare quanto è veramente
successo, ma spinte a fissare soltanto le tracce lasciate su un individuo
dagli eventi trascorsi. Questa soggettività non può essere accettata
dalla storia, che è disciplina scientifica, agitata dal bisogno di verità
documentabile, dall'ansia di conoscere con certezza i drammi e le speranze
delle generazioni umane susseguitesi negli anni. Memoria e ricerca
storiografica sembrano dunque arroccarsi su due torri contrapposte, eppure
scrutano entrambe la grande pianura del passato e costituiscono
fondamentali strumenti per tentare di comprenderlo. Quale è dunque il
loro rapporto? La domanda si fa oggi sempre più pressante. In un mondo
dilaniato da forti tensioni sociali e culturali, ricco di contraddizioni
che continuiamo a subire, e anche ad alimentare con un comportamento
inconsapevole, l'esigenza dì capire il perché di quanto accade diventa
un dovere morale. Questa risposta si può trovare soltanto nel passato,
frugando con pazienza e onestà tra le pieghe del tempo. Gli eventi
traumatici del XX secolo hanno aperto ferite ancora non del tutto
rimarginate, traumi nascosti, ma pronti a manifestarsi con violenza se
sollecitati nel modo giusto. Due guerre mondiali, i totalitarismi, i
genocidi armeno; ebraico, sovietico, le invasioni, l'occupazione dì
territori da parte di eserciti stranieri, la lotta partigiana hanno
lasciato un'eredità di ricordi spezzati. Nonostante il trascorrere delle
generazioni, permangono pregiudizi tra popolazioni vicine, indifferenza,
oblio, che affondano i loro ganci nel passato, impedendo ad esso di
allontanarsi. Storia e memoria devono dunque riconciliarsi per approdare
ad un giudizio complessivo, capace di superare ogni preconcetto. Questa
esigenza è sollecitata oggi anche dagli sforzi per l'integrazione europea
che inserisce i diversi paesi in un contesto più ampio di quello
nazionale e necessita di una coscienza comune fondata su tutto quanto
unisce i nostri popoli, capace di guardare oltre le divisioni
manifestatesi in precedenza. Dobbiamo per questo guarire il nostro
passato, comprendendolo veramente in un senso globale, in modo da
conciliare la realtà dei fatti, la verità documentabile, con i ricordi
personali, nostri o riportati dai testimoni del tempo.
Storia e memoria sI possono dunque unire?
Sono capaci di camminare insieme nella ricerca delle risposte necessarie,
indagando una realtà articolata e preziosissima, dove le vicende di
milioni di uomini, le loro sofferenze, le loro speranze, i loro valori
hanno creato un bene che va oltre ciascuno di essi e costituisce un
patrimonio al quale tutti dobbiamo attingere? Possono i loro diversi
strumenti essere impiegati per guarire davvero il nostro passato? Secondo
un gruppo internazionale di studiosi la risposta è affermativa: questa
strada è praticabile e, anzi, deve essere percorsa al più presto.
Nel 2002, ha preso avvio un progetto di
ricerca denominato La memoria delle Alpi, nell'ambito del quale è stata
attuata una collaborazione tra Italia, Francia e Svizzera, con l'intento
di compiere un'indagine comune e comparativa dell'arco alpino occidentale
nel periodo della seconda guerra mondiale. Capofila nazionale per il
nostro paese è l'Istituto di Storia della Alpi dell'Università della
Svizzera Italiana, responsabile di un comitato scientifico di cui fanno
parte lo storico Jean François Bergier e il geografo Ruggero Crivelli. Il
Cantone Ticino costituisce un fondamentale nodo di indagine all'interno
del progetto, affidato al lavoro dei ricercatori Christian Luchessa e
Francesca Pozzoli. Coordinatrice del progetto per la Svizzera è Nelly
Valsangiacomo, storica dell'Università di Friborgo.
D.ssa Valsangiacomo, quali sono gli
obbiettivi del progetto?
Il nostro lavoro mira a creare una rete
di musei transfrontaliera dedicata al territorio alpino, alla sua cultura
e alla sua storia. Intendiamo indagare le dimensioni geografiche,
etnografiche e storiche attraverso un approccio interdisciplinare che
sappia intrecciare i diversi aspetti delle vicende passate, alla luce
delle relazioni intercorse tra le regioni di confine. Fino a qualche tempo
fa, i ricercatori studiavano le Alpi scegliendo quella fetta di montagne
che apparteneva alla propria nazione. In questo modo, si sono sviluppate
tante storie separate di una realtà, quella delle Alpi, la quale deve
invece essere considerata come un tutto unico. Le dinamiche esistenti in
queste regioni, le tradizioni, i legami tra le popolazioni di confine sono
più forti delle nazionali e danno vita a un mondo coeso. Addirittura, la
frontiera, prima di costituire un elemento di divisione, diventa un forte
polo di attrazione, intorno al quale si sviluppano relazioni capaci di
mantenersi vitali anche in epoche drammatiche come quelle delle guerre.
Per questo vogliamo sviluppare una maggiore conoscenza delle varie realtà
alpine attraverso il lavoro comune di ricercatori che provengono da
Italia, Francia e Svizzera.
Lo studio della realtà alpina può
guarire la memoria del passato?
Certamente non può bastare da solo, ma
consente di compiere dei passi fondamentali in questa direzione. Se
prendiamo in considerazione la regione alpina nel periodo della seconda
guerra mondiale, vediamo come le popolazioni italiane, francesi e svizzere
ne serbino immagini diverse. Gli italiani hanno vissuto il dramma di un
paese sconfitto, i francesi di uno vincitore, gli svizzeri di uno
neutrale. Il Ticino, essendo inserito geograficamente nel cuore della
Lombardia, con le frontiere facilmente accessibili e, per di più, avendo
la stessa lingua del paese confinante, è stato massicciamente coinvolto
nella lotta antifascista prima e nell'afflusso di profughi poi. Nella
memoria ufficiale, si è presentata la Svizzera come un paese accogliente;
il nostro Cantone è stato mostrato da alcuni studi come sensibile alle
necessità umanitarie e incondizionatamente aperto a chi fuggiva dalla
guerra. Tuttavia, la memoria di molti ticinesi si scontra con questa
immagine, perché si ricordano i respinti o gli accessi negati. Per molti
italiani il ricordo è quello di una porta chiusa o della vita difficile
all'interno dei campi di internamento. L'indagine storica ed
interdisciplinare consente di chinarsi su queste esperienze, osservarle da
punti di vista diversi, valutandone i vari aspetti fino a restituire
un'immagine più articolata di quanto avvenne. La memoria dei testimoni
collima finalmente con questa visione e viene liberata da eventuali
risentimenti o pregiudizi perché inserita in un quadro costruito tenendo
conto dei punti di vista di tutti. In questo senso la memoria può
guarire.
Come lavorate per raggiungere questo
obbiettivo?
Nel primo anno e mezzo abbiamo
effettuato una raccolta sistematica d I materiale, non soltanto di tipo
cartaceo, reperito in biblioteche ed archivi, ma anche audiovisivo, sia
d'epoca, sia raccogliendo interviste ai testimoni ancora viventi. Riguardo
a questo aspetto la RTSI è parte del progetto. Nel progetto complessivo
tra Svizzera, Italia e Francia, abbiamo scelto sei diversi temi su cui
sviluppare il lavoro: le Alpi, la persecuzione degli ebrei, la seconda
guerra mondiale, la resistenza, i rapporti con gli alleati, la nascita
dell'idea d'Europa. Ogni regione ha poi maggiormente sviluppato la ricerca
su alcuni aspetti. Terminata questa prima fase, ne abbiamo iniziato una
seconda che mira a diffondere questo materiale a tutti i livelli, non
soltanto quello scientifico.
Può approfondire questo aspetto?
Certo. Con un convegno all'Università
della Svizzera Italiana, ad ottobre, presenteremo i nostri risultati agli
addetti ai lavori ma il nostro interesse va innanzitutto alle popolazioni
delle regioni alpine, alle scuole e anche ai turisti ai quali potremo
rivolgerci nel corso del 2005 con una serie di iniziative. Nel Ticino
abbiamo individuato quattro zone particolarmente adatte per questo scopo:
la città di Lugano, il museo onsernonese di Loco, quello delle Centovalli
di Intragna e quello del Malcantone di Curio. A Lugano esistono, infatti,
molti luoghi che hanno avuto un ruolo importante all'epoca del conflitto.
Si pensa di preparare una guida della città durante la guerra, creando
dei percorsi attraverso i nodi più significativi, indicando gli spazi
dove sono avvenuti episodi notevoli o i palazzi dove si incontravano i
partigiani o dove stavano i rifugiati. Lugano diventerà in questo modo un
museo diffuso. A Loco, Intragna e Curio, invece, sono state allestite
delle mostre. La prima è dedicata al «percorso delle idee», ossia a
come certi concetti, quali il federalismo, siano stati discussi e diffusi
durante il periodo bellico. Il tema è di grande attualità e consentirà
agli insegnati di affrontare da un nuovo punto di vista lo studio della
civica. La seconda mostra si occupa del ruolo assunto dal Ticino come zona
franca, luogo cioè di importanti incontri tra diplomatici o partigiani.
Infine, la terza guarda ai campi di internamento e ai lavori compiuti dai
rifugiati; ad esempio, la collaborazione alla bonifica del Piano di
Magadino. Si tratta di questioni legate direttamente alla conoscenza del
territorio, eppure oggi quasi dimenticate. Queste mostre hanno come cuore
i musei, ma presentano itinerari estesi alle zone circostanti. Il
materiale raccolto dai ricercatori verrà riversato su CD Rom e reso
accessibile anche su un sito internet, per consentire a tutti di
usufruirne. Stiamo inoltre collaborando con degli insegnanti per creare
percorsi e schede didattiche da usare nelle scuole.
Come giudica questa esperienza?
Sono davvero contenta. Nonostante le
difficoltà nella collaborazione di studiosi di paesi diversi, i fondi
scarsi di cui dispone la Svizzera non beneficiando degli stanziamenti
europei, siamo riusciti ad affrontare la storia di una regione come quella
alpina occidentale in modo globale, integrando memoria e ricerca
storiografica. Inoltre, le scelte di lavoro hanno consentito di rendere
accessibile al grande pubblico i nostri risultati. Questi ultimi e le reti
che si sono create tra gli studiosi italiani, francesi e svizzeri
incoraggiano a proseguire su questa strada, la quale appare davvero
feconda.
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Istituto
piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea
a cura di Gianni Perona - Barbara Berruti
ALPI IN GUERRA 1939 - 1945
Effetti civili e militari della guerra sulle montagne
Blu Edizioni
2004
pp. 212
formato 17x24
brossura
10.00 €
Indice
ALPES EN GUERRE / ALPI IN GUERRA 1939 - 1945
Carte
1. Le alpi occidentali nel 1940
2.Giugno/ottobre 1944: l’incompiuta liberazione della Alpi
3. Aprile 1945: il fronte
4. I principali gruppi di resistenza di fronte alla repressione tedesca
5. Le fortificazioni alpine dal XVIII al XX secolo
Le società alpine alla fine degli anni Trenta
In Francia
Anne Marie Granet Abisset, Jean Claude Duclos
In Svizzera
Simon Roth
In Italia: le società del versante italiano dell’arco alpino occidentale
durante la Resistenza
Caterina Simonetta Imarisio, Fernanda Gregoli
Le potenze in campo
Le Alpi come posta in gioco
Gianni Perona
Geopolitica delle Alpi occidentali durante la Seconda Guerra mondiale
(1939-1945)
Jean William Dereymez
Il “ridotto alpino”
Simon Roth
Le fortificazioni
Dario Gariglio
Alpi e Alpini in guerra
Occupazioni e scontri militari
Jean-Louis Panicacci
Gli alpini: una grande famiglia delle Alpi
Alberto Turinetti di Priero
Il fronte alpino: 1944-1945
Alberto Turinetti di Priero
Resistenze rifugi e frontiere
Nelle Alpi francesi
Jean-Marie Guillon
La Svizzera e la sua politica di asilo dal 1938 al 1945
Cristian Luchessa
La Svizzera: terra d’asilo e di diffusione di idee
Nelly Valsangiacomo
I campi d’internamento in Svizzera (1939-1945)
David Michielan
Torino capitale subalpina della Resistenza
Claudio Dellavalle
Persecuzioni e repressioni
La memoria delle Alpi
Alberto Cavaglion
Persecuzioni, repressione, bombardamenti, danneggiamenti
Jean-Louis Panicacci
Repressioni e distruzioni
Bruno Maida
Frontiere e spartizioni. Memorie, luoghi della
memoria e vuoti di memoria
Scrivere la storia della memoria alpina della Seconda guerra mondiale: qualche
proposta
Gil Emprin, Philippe Barrière
Memoria, luoghi di memoria e buchi di memoria
Christian Luchessa
La questione valdostana nelle trattative franco-italiane (1943-1948)
Paolo Momigliano Levi
La memoria di pietra della Resistenza – La memoria della guerra
Barbara Berruti e Bruno Maida
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