Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino

Alpi in guerra 1939 - 1945 - Effetti civili e militari della guerra sulle montagne ( 2004)

L'Istituto di Storia delle Alpi è un istituto dell'Università della Svizzera italiana e dell'Associazione Internazionale per la Storia delle Alpi che promuove la ricerca e la comunicazione tra tutte le persone e istituzioni interessate alla storia dello spazio alpino europeo.
Tra i Progetti di ricerca figura:
La memoria delle Alpi - Progetto Interreg III - A Italia - Svizzera. Capofila svizzero (Cantoni Ticino e Vallese)
Direzione: Nelly Valsangiacomo, Università di Friborgo - Istituto di Storia delle Alpi (ISAlp), Lugano

L'obiettivo del progetto è la creazione di una rete museale transfrontaliera dedicata al territorio alpino, alla sua cultura, alla sua storia. Esso si propone di sviluppare le dimensioni geografiche, etnografiche e storiche attraverso un approccio "trasversale", che intrecci e approfondisca i diversi temi che le caratterizzano alla luce delle relazioni transfrontaliere per come si sono configurate nelle varie epoche.
La sezione storico/etnografica è incentrata sulla costituzione di "Centri di documentazione sulla cultura materiale nelle aree alpine", a supporto dei musei etnografici e di realtà analoghe diffuse nei territori interessati.
La sezione storica della rete museale - intitolata "I sentieri della libertà" - è dedicata al periodo della persecuzione antiebraica, della II guerra mondiale e della Resistenza, 1938-1945, in quanto periodo denso di memorie di grande valore morale e educativo ed in grado di trasmettere un forte messaggio di identità: le Alpi da territorio di frontiera e di guerra a luogo di salvezza e di solidarietà, terreno di lotta comune per la dignità dell'uomo e per la libertà, da confine di divisioni e di conflitti fra popoli "nemici", o presunti tali, a riferimento e simbolo della nuova unità europea.

Contributo apparso su Ticino 7, maggio 2004, N. 19

La memoria delle Alpi
di Luca Saltini, con una intervista a Nelly Valsangiacomo

Il ricordo è una piuma leggera, un'immagine fragile sospesa nell'anima dell'uomo. Ad ogni respiro, viene sospinta più lontano, si nasconde tra le cortine del tempo, assumendo ai nostri occhi forme diverse da quella originaria. Nella memoria, la vita confonde le sue tracce e tutto, del passato, può diventare materia di sogno, argomento di leggenda. Lo sguardo su quanto è già accaduto scivola su ombre lunghe, sotto le quali palpitano emozioni personali molto diverse tra loro, non interessate a raccontare quanto è veramente successo, ma spinte a fissare soltanto le tracce lasciate su un individuo dagli eventi trascorsi. Questa soggettività non può essere accettata dalla storia, che è disciplina scientifica, agitata dal bisogno di verità documentabile, dall'ansia di conoscere con certezza i drammi e le speranze delle generazioni umane susseguitesi negli anni. Memoria e ricerca storiografica sembrano dunque arroccarsi su due torri contrapposte, eppure scrutano entrambe la grande pianura del passato e costituiscono fondamentali strumenti per tentare di comprenderlo. Quale è dunque il loro rapporto? La domanda si fa oggi sempre più pressante. In un mondo dilaniato da forti tensioni sociali e culturali, ricco di contraddizioni che continuiamo a subire, e anche ad alimentare con un comportamento inconsapevole, l'esigenza dì capire il perché di quanto accade diventa un dovere morale. Questa risposta si può trovare soltanto nel passato, frugando con pazienza e onestà tra le pieghe del tempo. Gli eventi traumatici del XX secolo hanno aperto ferite ancora non del tutto rimarginate, traumi nascosti, ma pronti a manifestarsi con violenza se sollecitati nel modo giusto. Due guerre mondiali, i totalitarismi, i genocidi armeno; ebraico, sovietico, le invasioni, l'occupazione dì territori da parte di eserciti stranieri, la lotta partigiana hanno lasciato un'eredità di ricordi spezzati. Nonostante il trascorrere delle generazioni, permangono pregiudizi tra popolazioni vicine, indifferenza, oblio, che affondano i loro ganci nel passato, impedendo ad esso di allontanarsi. Storia e memoria devono dunque riconciliarsi per approdare ad un giudizio complessivo, capace di superare ogni preconcetto. Questa esigenza è sollecitata oggi anche dagli sforzi per l'integrazione europea che inserisce i diversi paesi in un contesto più ampio di quello nazionale e necessita di una coscienza comune fondata su tutto quanto unisce i nostri popoli, capace di guardare oltre le divisioni manifestatesi in precedenza. Dobbiamo per questo guarire il nostro passato, comprendendolo veramente in un senso globale, in modo da conciliare la realtà dei fatti, la verità documentabile, con i ricordi personali, nostri o riportati dai testimoni del tempo.

Storia e memoria sI possono dunque unire? Sono capaci di camminare insieme nella ricerca delle risposte necessarie, indagando una realtà articolata e preziosissima, dove le vicende di milioni di uomini, le loro sofferenze, le loro speranze, i loro valori hanno creato un bene che va oltre ciascuno di essi e costituisce un patrimonio al quale tutti dobbiamo attingere? Possono i loro diversi strumenti essere impiegati per guarire davvero il nostro passato? Secondo un gruppo internazionale di studiosi la risposta è affermativa: questa strada è praticabile e, anzi, deve essere percorsa al più presto.

Nel 2002, ha preso avvio un progetto di ricerca denominato La memoria delle Alpi, nell'ambito del quale è stata attuata una collaborazione tra Italia, Francia e Svizzera, con l'intento di compiere un'indagine comune e comparativa dell'arco alpino occidentale nel periodo della seconda guerra mondiale. Capofila nazionale per il nostro paese è l'Istituto di Storia della Alpi dell'Università della Svizzera Italiana, responsabile di un comitato scientifico di cui fanno parte lo storico Jean François Bergier e il geografo Ruggero Crivelli. Il Cantone Ticino costituisce un fondamentale nodo di indagine all'interno del progetto, affidato al lavoro dei ricercatori Christian Luchessa e Francesca Pozzoli. Coordinatrice del progetto per la Svizzera è Nelly Valsangiacomo, storica dell'Università di Friborgo.

D.ssa Valsangiacomo, quali sono gli obbiettivi del progetto? 
Il nostro lavoro mira a creare una rete di musei transfrontaliera dedicata al territorio alpino, alla sua cultura e alla sua storia. Intendiamo indagare le dimensioni geografiche, etnografiche e storiche attraverso un approccio interdisciplinare che sappia intrecciare i diversi aspetti delle vicende passate, alla luce delle relazioni intercorse tra le regioni di confine. Fino a qualche tempo fa, i ricercatori studiavano le Alpi scegliendo quella fetta di montagne che apparteneva alla propria nazione. In questo modo, si sono sviluppate tante storie separate di una realtà, quella delle Alpi, la quale deve invece essere considerata come un tutto unico. Le dinamiche esistenti in queste regioni, le tradizioni, i legami tra le popolazioni di confine sono più forti delle nazionali e danno vita a un mondo coeso. Addirittura, la frontiera, prima di costituire un elemento di divisione, diventa un forte polo di attrazione, intorno al quale si sviluppano relazioni capaci di mantenersi vitali anche in epoche drammatiche come quelle delle guerre. Per questo vogliamo sviluppare una maggiore conoscenza delle varie realtà alpine attraverso il lavoro comune di ricercatori che provengono da Italia, Francia e Svizzera.

Lo studio della realtà alpina può guarire la memoria del passato? 
Certamente non può bastare da solo, ma consente di compiere dei passi fondamentali in questa direzione. Se prendiamo in considerazione la regione alpina nel periodo della seconda guerra mondiale, vediamo come le popolazioni italiane, francesi e svizzere ne serbino immagini diverse. Gli italiani hanno vissuto il dramma di un paese sconfitto, i francesi di uno vincitore, gli svizzeri di uno neutrale. Il Ticino, essendo inserito geograficamente nel cuore della Lombardia, con le frontiere facilmente accessibili e, per di più, avendo la stessa lingua del paese confinante, è stato massicciamente coinvolto nella lotta antifascista prima e nell'afflusso di profughi poi. Nella memoria ufficiale, si è presentata la Svizzera come un paese accogliente; il nostro Cantone è stato mostrato da alcuni studi come sensibile alle necessità umanitarie e incondizionatamente aperto a chi fuggiva dalla guerra. Tuttavia, la memoria di molti ticinesi si scontra con questa immagine, perché si ricordano i respinti o gli accessi negati. Per molti italiani il ricordo è quello di una porta chiusa o della vita difficile all'interno dei campi di internamento. L'indagine storica ed interdisciplinare consente di chinarsi su queste esperienze, osservarle da punti di vista diversi, valutandone i vari aspetti fino a restituire un'immagine più articolata di quanto avvenne. La memoria dei testimoni collima finalmente con questa visione e viene liberata da eventuali risentimenti o pregiudizi perché inserita in un quadro costruito tenendo conto dei punti di vista di tutti. In questo senso la memoria può guarire.

Come lavorate per raggiungere questo obbiettivo? 
Nel primo anno e mezzo abbiamo effettuato una raccolta sistematica d I materiale, non soltanto di tipo cartaceo, reperito in biblioteche ed archivi, ma anche audiovisivo, sia d'epoca, sia raccogliendo interviste ai testimoni ancora viventi. Riguardo a questo aspetto la RTSI è parte del progetto. Nel progetto complessivo tra Svizzera, Italia e Francia, abbiamo scelto sei diversi temi su cui sviluppare il lavoro: le Alpi, la persecuzione degli ebrei, la seconda guerra mondiale, la resistenza, i rapporti con gli alleati, la nascita dell'idea d'Europa. Ogni regione ha poi maggiormente sviluppato la ricerca su alcuni aspetti. Terminata questa prima fase, ne abbiamo iniziato una seconda che mira a diffondere questo materiale a tutti i livelli, non soltanto quello scientifico.

Può approfondire questo aspetto?
Certo. Con un convegno all'Università della Svizzera Italiana, ad ottobre, presenteremo i nostri risultati agli addetti ai lavori ma il nostro interesse va innanzitutto alle popolazioni delle regioni alpine, alle scuole e anche ai turisti ai quali potremo rivolgerci nel corso del 2005 con una serie di iniziative. Nel Ticino abbiamo individuato quattro zone particolarmente adatte per questo scopo: la città di Lugano, il museo onsernonese di Loco, quello delle Centovalli di Intragna e quello del Malcantone di Curio. A Lugano esistono, infatti, molti luoghi che hanno avuto un ruolo importante all'epoca del conflitto. Si pensa di preparare una guida della città durante la guerra, creando dei percorsi attraverso i nodi più significativi, indicando gli spazi dove sono avvenuti episodi notevoli o i palazzi dove si incontravano i partigiani o dove stavano i rifugiati. Lugano diventerà in questo modo un museo diffuso. A Loco, Intragna e Curio, invece, sono state allestite delle mostre. La prima è dedicata al «percorso delle idee», ossia a come certi concetti, quali il federalismo, siano stati discussi e diffusi durante il periodo bellico. Il tema è di grande attualità e consentirà agli insegnati di affrontare da un nuovo punto di vista lo studio della civica. La seconda mostra si occupa del ruolo assunto dal Ticino come zona franca, luogo cioè di importanti incontri tra diplomatici o partigiani. Infine, la terza guarda ai campi di internamento e ai lavori compiuti dai rifugiati; ad esempio, la collaborazione alla bonifica del Piano di Magadino. Si tratta di questioni legate direttamente alla conoscenza del territorio, eppure oggi quasi dimenticate. Queste mostre hanno come cuore i musei, ma presentano itinerari estesi alle zone circostanti. Il materiale raccolto dai ricercatori verrà riversato su CD Rom e reso accessibile anche su un sito internet, per consentire a tutti di usufruirne. Stiamo inoltre collaborando con degli insegnanti per creare percorsi e schede didattiche da usare nelle scuole. 

Come giudica questa esperienza? 
Sono davvero contenta. Nonostante le difficoltà nella collaborazione di studiosi di paesi diversi, i fondi scarsi di cui dispone la Svizzera non beneficiando degli stanziamenti europei, siamo riusciti ad affrontare la storia di una regione come quella alpina occidentale in modo globale, integrando memoria e ricerca storiografica. Inoltre, le scelte di lavoro hanno consentito di rendere accessibile al grande pubblico i nostri risultati. Questi ultimi e le reti che si sono create tra gli studiosi italiani, francesi e svizzeri incoraggiano a proseguire su questa strada, la quale appare davvero feconda. 

 

Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea

a cura di Gianni Perona - Barbara Berruti
ALPI IN GUERRA 1939 - 1945
Effetti civili e militari della guerra sulle montagne
Blu Edizioni

2004
pp. 212
formato 17x24
brossura

10.00 €


Indice

ALPES EN GUERRE / ALPI IN GUERRA 1939 - 1945

Carte
1. Le alpi occidentali nel 1940
2.Giugno/ottobre 1944: l’incompiuta liberazione della Alpi
3. Aprile 1945: il fronte
4. I principali gruppi di resistenza di fronte alla repressione tedesca
5. Le fortificazioni alpine dal XVIII al XX secolo

Le società alpine alla fine degli anni Trenta
In Francia
Anne Marie Granet Abisset, Jean Claude Duclos
In Svizzera
Simon Roth
In Italia: le società del versante italiano dell’arco alpino occidentale durante la Resistenza
Caterina Simonetta Imarisio, Fernanda Gregoli

Le potenze in campo
Le Alpi come posta in gioco
Gianni Perona
Geopolitica delle Alpi occidentali durante la Seconda Guerra mondiale (1939-1945)
Jean William Dereymez
Il “ridotto alpino”
Simon Roth
Le fortificazioni
Dario Gariglio

Alpi e Alpini in guerra
Occupazioni e scontri militari
Jean-Louis Panicacci
Gli alpini: una grande famiglia delle Alpi
Alberto Turinetti di Priero
Il fronte alpino: 1944-1945
Alberto Turinetti di Priero

Resistenze rifugi e frontiere
Nelle Alpi francesi
Jean-Marie Guillon
La Svizzera e la sua politica di asilo dal 1938 al 1945
Cristian Luchessa
La Svizzera: terra d’asilo e di diffusione di idee
Nelly Valsangiacomo
I campi d’internamento in Svizzera (1939-1945)
David Michielan
Torino capitale subalpina della Resistenza
Claudio Dellavalle

Persecuzioni e repressioni
La memoria delle Alpi
Alberto Cavaglion
Persecuzioni, repressione, bombardamenti, danneggiamenti
Jean-Louis Panicacci
Repressioni e distruzioni
Bruno Maida

Frontiere e spartizioni. Memorie, luoghi della memoria e vuoti di memoria
Scrivere la storia della memoria alpina della Seconda guerra mondiale: qualche proposta
Gil Emprin, Philippe Barrière
Memoria, luoghi di memoria e buchi di memoria
Christian Luchessa
La questione valdostana nelle trattative franco-italiane (1943-1948)
Paolo Momigliano Levi
La memoria di pietra della Resistenza – La memoria della guerra
Barbara Berruti e Bruno Maida

 


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