| Recensione
di Orazio Martinetti pubblicata sul Giornale
del Popolo
di venerdì 30 aprile 2004
Un denso saggio di Ferdinando Crespi
sul Ticino irredento
Gli aduliani dalle vette alla polvere
Un giovane storico milanese, Ferdinando
Crespi, ha ricostruito l’intera vicenda dell’«Adula» , l’«organo svizzero di cultura italiana» fondato nel 1912 e soppresso
d’imperio nel 1935: una stagione ricca di dibattiti e di accesi scontri
intellettuali.
di Orazio Martinetti
Per anni dell’ « Adula » si è preferito non parlare. In ogni caso le
ricostruzioni tendevano ad arrestarsi sulla soglia del filo- fascismo,
sempre più evidente a partire dal 1922, l’anno della marcia su Roma.
Interessava soprattutto la prima fase, giudicata feconda e stimolante,
anche perché le implicazioni politiche – la simpatia per il Regno
d’Italia – rimanevano sullo sfondo, lontane. Parecchi quindi gli
studi, nati in ambito universitario soprattutto negli anni ’ 70, da
Silvano Gilardoni a Paola Bernardi- Snozzi, da Mauro Cerutti e Pierre
Codiroli, da Giovanni Bonalumi a Marzio Rigonalli. Ancora oggi, chi
intendesse mettersi sulle tracce della « personalità ticinese » per
vedere come si è costituita lungo i decenni, deve per forza tornare a
questa epoca, dalla fondazione della società « Dante Alighieri » (
1909) alle successive lacerazioni provocate dalla guerra. Come mai, ci si
può chiedere, il dibattito esplose durante la « belle époque » e non
prima, nel corso del tormentato processo di formazione della giovane
repubblica? Una prima spiegazione va ricercata nel dato socio- economico.
L’avvento della ferrovia apre una prima grande falla nella barriera
alpina, favorendo una progressiva, come allora si disse, « colonizzazione
del paese ad opera dell’elemento tedesco » . I nuovi venuti occupano i
posti migliori, fondano scuole e giornali in lingua tedesca, danno vita a
club esclusivi. Di qui la reazione, di cui si fa araldo Francesco Chiesa.
Una seconda spiegazione è data dall’emergere di una classe
intellettuale più sensibile e consapevole del proprio ruolo. Pian piano
anche il piccolo, angusto e pettegolo Ticino si apre alle correnti
culturali europee. Si percepisce subito che lo screzio linguistico è
soltanto la spia di un disagio più profondo, sottocutaneo, che attraversa
l’economia, la politica, le tradizioni, la mentalità; insomma, il
« volto italico » del paese. « L’Adula » di Rosetta Colombi e Teresa
Bontempi si pone subito come avanguardia battagliera di questo ampio
movimento, alimentato anche da umori e risentimenti. Sulle sue pagine
scrivono il citato Chiesa, lo storico Eligio Pometta, il glottologo Carlo
Salvioni; dall’Italia arrivano articoli firmati da Giuseppe Prezzolini.
Il gruppo solleva problemi reali, non ubbie esistenziali, che toccano i
nervi scoperti della friabile italianità del cantone. L’italiano
innanzitutto; bistrattato, storpiato, offeso; ma poi anche il passato, le
tradizioni, i programmi d’insegnamento, la religione, l’architettura
rurale, l’emigrazione, lo spirito repubblicano, l’appartenenza alla
Confederazione.
Questo vasto dibattito linguisticoculturale comincia a perder colpi con
l’avvento del dannunzianesimo prima e del fascismo poi. Per le
redattrici dell’ « Adula » diventa sempre più difficile separare
politica e cultura, italianità da una parte e propaganda culturale
fascista dall’altra. E difatti il periodico negli anni ’ 20 cade nella
trappola dell’irredentismo. Ma ora sul proscenio si fanno avanti altri
personaggi: non più Chiesa ( che nel frattempo si è defilato), né
Salvioni ( scomparso nel 1920, dopo aver perso due figli sul Carso), ma
figure equivoche come Emilio Colombi, Aurelio Garobbio, Nino Rezzonico,
Dante Severin. Nel 1935 – dopo una serie infinita di perquisizioni,
sospensioni, arresti – Giuseppe Motta stronca l’avventura editoriale.
Per ricostruire fatti, relazioni e reazioni, Crespi ha perlustrato tutti
gli archivi disponibili, italiani e svizzeri, da Roma a Berna. Ne è
uscito un denso studio che permette di ritornare con animo sereno su una
stagione del Novecento tragica quanto vivace, movimentata quanto venefica.
Ticino irredento,
Cooperazione
N. 27, 30 giugno 2004
di Marco Marcacci Non
convince del tutto il saggio dello storico Francesco Crespi sul Ticino «italiano»
durante gli anni del fascismo.
L'autore di Ticino irredento (ed.
FrancoAngeli), Ferdinando Crespi, si propone di illustrare l'itinerario e
le motivazioni degli irredentisti, accordando loro ampiamente la parola
attraverso i documenti. Le vicende del periodico l'Adula, nato nel 1912
per difendere la cultura italiana del Ticino, negletta dalla
Confederazione e minacciata dal rischio d'intedeschimento, servono da fil
rouge alla ricostruzione storica. Dalle battaglie culturali in nome
dell'italianità, l'Adula passò poi al fiancheggiamento dell'irredentismo
politico, che uno sparuto gruppo cercò di suscitare nella Svizzera
italiana. Per propugnare l'aggregazione del Ticino alla nazione italiana,
si fece dapprima leva sulle comuni radici culturali e sugli interessi
economici; poi, per giustificare mire espansionistiche anche sui Grigioni
e sul Vallese, si ricorse a teorie geopolitiche sui confini naturali e
all'ideologia della «romanità».
Nella Svizzera italiana l'adesione a livello popolare fu davvero nulla, ma
gli irredentisti ebbero appoggi politici e logistici importanti in
ambienti fascisti italiani. L'autore ci restituisce la storia dettagliata
di queste vicende, proponendo spesso l'interpretazione piú favorevole
possibile ai protagonisti di matrice irredentista. Lo fa insistendo sul
pericolo di germanizzazione, sull'emarginazione economica della Svizzera
italiana, sul provincialismo ipertrofico del Ticino, e inserendo la
vicenda in una piú ampia questione europea delle frontiere nazionali. Un
Ticino politicamente italiano anziché svizzero deve essere visto come una
delle ipotesi storiche possibili, conclude l'autore, affermando altresí
che l'irredentismo sbagliò perché perse. Personalmente, mi sembra invece
che perse perché sbagliò totalmente l'analisi dei disagi espressi dalla
minoranza italofona della Svizzera, le cui richieste di autonomia politica
e di maggiore considerazione erano estranee a un nazionalismo
fascisteggiante, che alla quasi totalità dei ticinesi sembrò piú che
altro prevaricatore e fanfarone.
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Ferdinando Crespi
TICINO IRREDENTO
La frontiera contesa. Dalla battaglia culturale dell'"Adula" ai piani
d'invasione,
Franco Angeli editore
Collana: Storia/studi e ricerche, fondata da Marino Berengo e Franco Della
Peruta, diretta da Carlo Capra e Franco Della Peruta, pp. 304,
aprile 2004,
€ 25,00
Indice
Introduzione
1. «L' Adula». Perché?
1. Dalla nascita dell'«Adula» alla Grande
Guerra: i contrasti tra italianità e spirito elvetico
2. Diplomazie sotto pressione: dai Giovani
Ticinesi alla Questione Ticinese
3. Il complesso dopoguerra e le tensioni
italo-svizzere
4. La difficile situazione economica del Ticino
2. Dalla marcia su Roma
all'«Almanacco»
1. La percezione dei fatti italiani in Svizzera
2. Bellinzona chiama Berna: le Rivendicazioni
ticinesi
3. Stampa e diplomazia
4. Bellinzona chiama Roma: per il fascismo,
contro i «rinnegati»
5. I primi screzi in redazione: promoveantur
ut amoveantur
3. Dall'«Almanacco»
alla marcia su Bellinzona
1. I contenuti, le reazioni, gli appoggi
2. Il nuovo corso aduliano
3. La crisi economica
4. Le questioni politiche
5. Nazismo svizzero e fascismo ticinese
4.
Verso la conclusione
1. Il Comitato irredentista
2. Teresa Bontempi e l'«organo di coltura»
3. L 'internazionalizzazione della questione
ticinese
4. Un nuovo scenario politico ticinese?
5. L 'intervento federale, la chiusura dell'«Adula»,
l'eredità degli irredentisti
Indice
dei nomi
L'autore
Ferdinando
Crespi (Milano, 1972), laurea in storia contemporanea sui rapporti tra Italia e
Svizzera, allievo dell'lspi, è libero ricercatore e archivista presso università,
enti, istituti, musei italiani e svizzeri. Capo ufficio stampa di una casa
editrice, collabora con svariati editori e scrive interventi storico-letterari e
di attualità per numerose riviste e giornali italiani e svizzeri. Ha ottenuto
la menzione particolare al premio Migros Ticino per una ricerca inedita su temi
dell'irredentismo italo-svizzero.
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Intervista
di Francesco Mannoni allo storico Ferdinando Crespi pubblicata sul quotidiano
"La Provincia", domenica 25 aprile 2004
STORIA - A 200 anni dalla nascita
del cantone, un giovane studioso analizza un aspetto poco noto della sua
storia
Il sogno irredentista del TICINO
Il periodico "Àdula" e la battaglia per la divesa dll'«italianità»
di Francesco Mannoni
In occasione del bicentenario della nascita del
cantone svizzero-italiano, un giovane studioso milanese, Ferdinando
Crespi, ha ricostruito con rigore i retroscena dell'irredentismo
italo-svizzero, in un saggio, di imminente pubblicazione, di grande
respiro: Ticino irredento.
Dalla frontiera contesa alla battaglia culturale dell'Adula, il
battagliero periodico. che promuoveva l'ideologIa e l'azIone, emerge una
pagina di storia in parte sconosciuta, ricca di quel patos che stratifica
nel tempo le ragioni inalienabili della democrazia e della libertà.
Chiediamo a Crespi quale fu il vero ruolo dell'
Adula nel contrasto tra italianità e spirito elvetico, e come lo alimentò?
«Quello dell'Àdula - spiega - fu senz'altro un ruolo da protagonista. Il
periodico ticinese nacque per una serie di circostanze fortuite, tutte
riconducibili ai contrasti storici tra l'identità nazionale svizzera e la
specificità cantonale. Nacque nell'estate del 1912, e concluse le
pubblicazioni nell'estate del 1935, sempre, per certi versi, per caso, ma
la sua esistenza fu alimentata da oggettive necessità contrastanti:
l'Adula fu il tentativo organico di difendere le caratteristiche più
profonde delle terre ticinesi prima, della Svizzera italiana poi
(Grigioni e Vallese compresi), caratteristiche date da una prevalenza
cattolica, rurale, periferica e di derivazione etnica lombarda, insubrica,
italiana, latina in genere».
Che cosa intendeva difendere l'attività dell'Àdula?
Ciò che il periodico mirava a difendere, era il sostrato profondo di una
zona di confine la cui linea di demarcazione settentrionale, così
riteneva, stava scomparendo a discapito di quella meridionale con
l'Italia, che era e doveva rimanere trasparente - non religiosa, non
culturale, non linguistica, né geografica. L'osmosi con il resto della
Confederazione era percepita dal periodico, e certo non dalla sua sola
redazione, come forzato, come contro natura: i ticinesi erano lombardi, e
i poli d'attrazione dovevano essere le ampie pianure padane, i laghi
lombardi, il Duomo di Milano, Dante, non certo il mito di Guglielmo Tell,
Uri, Svitto, il diritto germanico. Unico intento, molteplici obiettivi:
polemica anti-federale, difesa territoriale e risveglio della coscienza
popolare; anche perché, questo è innegabile, gli svizzeri interni
residenti nel Ticino erano sempre più numerosi, ricchi e in certo modo
protetti da Berna. Allora si diceva "intedeschimento”.
Il giornale di Bellinzona, che per più di
vent'anni operò in difesa dell'identità italiana, ticinese e svizzera,
perché chiuse le sue pubblicazioni? A causa dell'arresto degli adulani?
Che cosa era venuto a mancare al suo assetto da combattimento?
Il giornale chiuse i battenti nell'estate del 1935, quando le autorità
svizzere arrestarono i protagonisti della battaglia per i presunti sottesi
irredentisti della loro attività. Occorre dire che quello
dell'irredentismo fu uno spettro agitato dalle autorità elvetiche sin
dalla nascita del giornale per sancirne la chiusura. Non si può parlare
di persecuzione antiaduliana, ma certo a Berna non andarono troppo per il
sottile nella vicenda. Non a caso, il linguaggio dell'Àdula si fece nel
tempo più duro, polemico e aspro nei confronti delle istituzioni
svizzere; non a caso, il sottotitolo del periodico mutò nel tempo: da
organo svizzero di cultura italiana, a organo ticinese di cultura
italiana. Poi divenne organo retico - ticinese di cultura italiana. Il
giornale dell'italianità, insomma, era alla costante ricerca di una
propria fisionomia, in contrasto con le attese e le esigenze della
capitale. Dopo una guerra politica e burocratica durata oltre vent'anni,
un conflitto talvolta ai limiti della legittimità e della legalità, a
Palazzo federale furono ben contenti di porre la parola "fine"
all'avventura - perché di questo si trattò - del periodico.
C'erano state evoluzioni di tipo politico nella
linea del giornale?
Il periodico, malgrado i propositi iniziali, non riuscì a diventare
l'espressione più vera e sincera della coscienza ticinese, avvicinandosi
sempre più, e poi appiattendosi, alle posizioni fasciste: affascinati
dalla propaganda dal regime, diversi collaboratori filtrarono molto di ciò
che stava accadendo attraverso la lente fascista che tutto oscurava,
ingrandiva e deformava a piacimento. L'equivoco che si consumò nella
redazione aduliana fu di non comprendere l'ostilità che certe
provocazioni e continue lamentele suscitavano tra la gran parte della
popolazione cantonale, per lo più lontane dall'idea fascista e dal suo
concetto fortemente politico d'italianità. E dalla sua violenza.
Il caso, che assunse proporzioni internazionali
intrecciando strettamente cultura e politica, in che modo coinvolse
personaggi del calibro di Prezzolini, D' Annunzio e altri?
La questione aduliana rientra in un ampio reticolo di questioni europee a
quel tempo aperte e in discussione. Quando il giornale esce per la prima
volta, l'Europa è in gran fermento: i quattro grandi imperi si scambiano
colpi di fioretto lungo i confini del vecchio continente. Poi scoppia la
guerra, e guardiamo la cartina geografica: Impero germanico, Francia,
Regno d'Italia e Impero austro-ungarico sono in guerra. In mezzo a questa
polveriera c'è la Svizzera, abitata da popolazione francese, italiana e,
sopratutto, tedesca. Gli irredentlsmi, le rivendicazioni territoriali e le
spinte autonomiste sono parte integrante dei motivi che portano al
conflitto. La Svizzera viene percorsa orizzontalmente e verticalmente da
queste ondate, e il popolo distribuisce le proprie simpatie ai
belligeranti. Per evitare un avvicinamento eccessivo all'Italia, Berna fa
occupare militarmente il cantone e si sovrappone in molte occasioni alle
autorità locali: la situazione è sorprendente, da una parte le simpatie
e gli applausi alle stazioni ferroviarie al passaggio dei feriti italiani,
le armi dell'esercito svizzero dall'altra, esercito che impartiva ordini e
garantiva ordine in tedesco. La guerra finisce, e i territori attorno alla
Confederazione e agli ex belligeranti diventano pedine di scambio,
aumentando il fermento dei movimenti separatisti. Prezzolini è un po' il
nume tutelare dell'Àdula, nel primo decennio di vita del giornale, dà
consigli, dedica articoli da articoli da La Voce, ispira interventi, porta
in Italia i contenuti ideali, spirituali e culturali dell'Adula. Il
testimone è idealmente raccolto, pur per breve tempo, dal Vate.
In che modo operò D' Annunzio?
D'Annunzio manda un proclama altisonante al popolo ticinese proprio da
Fiume appena redenta. La sottile linea divisoria tra spinte e
rivendicazioni autonomiste locali e venature irredentiste s'incrina e si
sfuma: ne nasce un putiferio. E questo impressiona Mussolini, il suo
giornale, il suo entourage, tanto da portare la questione ticinese in
Parlamento prima, a Palazzo Chigi poi fino a Salò.
Chi furono i protagonisti dell'irredentismo italo
svizzero e come e perché maturò questa posizione politica?
Scarterei la direttrice dell'Àdula, italianista sin nelle ossa, ma
perplessa sul discorso propagandistico e militare. La condirettrice, Rosa
Colombi, fu certamente più accesa, e partecipò a molte iniziative
provocatorie filo-irredentiste. E sposò Piero Parini, nazionalista,
fascista, potentissimo funzionario del regime. Potrei citare nomi legati
al fascismo comasco, varesino, valtellinese, tanto per stare lungo il
confine conteso. Per tagliar corto, tra i vari, direi che il vero
riferimento dell'irredentismo fu Aurelio Garobbio, ticinese di nascita ma
milanese di adozione. Lui fu il regista di tutta la propaganda
anticonfederale da metà anni Trenta alla fine del conflitto, in continua
fuga dalle SS, che tentarono di deportarlo, per via della sua visione
antitedesca: Grande studioso di geopolitica, strategia, cultura e
letteratura, fu il trait d'union tra i circoli irredentisti svizzeri,
maltesi, corsi. Fu confidente personale di Mussolini sino a pochi giorni
dai fatti di Giulino di Mezzegra, tanto da elaborare di persona con lui le
ultimissime strategie di difesa, siamo al 1945, in Valtellina: chiuderla
dal Fuentes verso nord, aprirsi un varco allo Stelvio, ridare vigore alle
postazioni di Oga. Pensare che lì dietro, dietro le "Termopili
italiane", c'era la Svizzera, la cui neutralità, tanto criticata,
risultò fondamentale per questo piano. Che mai avvenne.
Chi studiò i piani d'invasione? Cosa
prevedevano?
L'Italia, con la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran
Bretagna, elaborò, il 10 giugno 1940, il Piano Vercellino, stilato sulle
direttive del generale Roatta, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito: si
prevedeva l'attacco alla Svizzera di cinque divisioni nelle direttrici dei
passi alpini nel saliente ticinese, presumendo tra l'altro una resistenza
puramente formale del governo e dell'esercito elvetico. Due mesi dopo, il
12 agosto, dopo l'attacco del Regno alla Francia, fu elaborato un nuovo
piano, il Piano Tannenbaum, d'invasione simultanea da nord (Germania) e da
sud che prevedeva una soluzione radicale (spartizione della Svizzera alla
Catena Mediana, patrocinata da Garobbio) e una minima (una salita italiana
fino allo spartiacque alpino - in conformità con le correnti irredentiste
più moderate -, il mantenimento della Svizzera alla quale sarebbe andata
l’alta Savoia e alla quale, però, sarebbero state levate alcune
enclaves a favore della Germani e della Francia).
Il Nuovo Ordine Europeo si fondava su motivazioni di carattere strategico,
qual era l'attraversamento del territorio; territoriali: attrazione di
popolazioni etnicamente compatibili; militari: utilizzo di uomini ed
economie locali per il consolidamento del Neue Ordnung. La preparazione di
questi disegni passava per due momenti: il primo consisteva in una
massiccia propaganda, nell'allestimento di una solida rete di spionaggio,
nell'affermazione di ragioni profonde culturali di omogeneità, nella
preparazione di documentazione letteraria e scientifica ad hoc. Il secondo
momento, più vicino alI'invasione, si preparava con l'infiltrazione di
uomini di fiducia nei gangli di alcuni apparati strategici
politico-istituzionali e sostenendo la formazione di organizzazioni
politiche favorevoli e compiacenti a direttive imposte (fasci locali e,
ancor più, fronti nazisti nella Svizzera tedesca). I presupposti c'erano
tutti.
Se vogliamo, il percorso verso queste soluzioni è lineare: c'è una
battaglia culturale negli anni Dieci e Venti; questa poi si tinge di
colore politico, nero, e garantisce ampia eco e protezione. La Svizzera
non può tollerare che uno Stato intervenga nella, gestione degli
equilibri interni: la Svizzera è una, sola e indivisibile, e chi pone in
discussione quest'accezione, va censurato. Le scaramucce culturali e
politiche si estremizzano, il linguaggio diventa più esplicito, violento,
irriverente all'interno di un quadro continentale in progressiva
ebollizione. Alcuni italianisti tra i più accesi si creano una visione
d'insieme nuova rispetto al recente passato, e sono soprattutto i giovani,
tradizionalmente spavaldi e corteggiatissimi dalla propaganda fascista.
Questi si allontanano dal giornale, perché comprendono che la battaglia
culturale diventa sterile: saranno le armi, a breve, a decretare quale
modello avrà la meglio. Il percorso è limpido, e neppure campato per
aria: il senso c'è, di là dai giudizi e i commenti.
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