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Contributo
apparso su "area",
settimanale di critica sociale, 6 giugno 20023 ANNO VI, N. 23
“La guerra vista dal
Ticino”:
a Bellinzona le immagini scattate da
Christian Schiefer
Non
era un fotoreporter, Christian Schiefer. Amava piuttosto fotografare i
pescatori di Bissone o le contadine di Corticiasca. Eppure proprio a lui
si devono le immagini più significative della caduta del fascismo in
Italia, quelle dei corpi di Benito Mussolini e dell'amante Claretta
Petacci appesi per i piedi a piazzale Loreto. Il giorno era il 29 aprile
de11945. Quelle foto fecero immediatamente il giro del mondo e finirono
sulla prima pagina dei quotidiani americani del 1° maggio successivo. Ma
pochi allora sapevano e oggi ricordano che a scattarle fu proprio
quell'umile fotografo di Lugano. Che divenne reporter di guerra per pochi
giorni, quasi per caso. Ma che ci ha lasciato alcune fra le più
significative testimonianze fotografiche sulla seconda guerra mondiale in
Ticino.
Ed
è proprio "La guerra vista dal Ticino" il titolo di una bella
mostra in corso fino al 31 luglio a Palazzo Franscini a Bellinzona, sede
dell’Archivio di Stato e della Biblioteca cantonale. Vi si ripercorrono
gli anni dal '39 al '45 così come li immortalò Schiefer in Ticino. Si
tratta di una scelta di 102 immagini (tante quante l'età raggiunta dal
fotografo, che morì ne11998) selezionate dal giornalista Antonio Mariotti
e dal regista cinematografico Villi Hermann e proposte in un allestimento
intrigante e per certi versi spettacolare. Il fondo Schiefer, depositato
all’Archivio di Stato, comprende circa 9'300 immagini, ed un forte
impulso alla sua valorizzazione è venuto proprio da Hermann,che in queste
settimane sta terminando, dopo un lavoro di tre anni, un documentario
dedicato a Schiefer.
Dei
sei anni di guerra la mostra propone immagini di vita quotidiana, ma
decide di concentrarsi in particolare su due periodi: quello del grande
afflusso di rifugiati in Svizzera a seguito dell'armistizio
dell'8settembre 1943 fra gli americani e il governo Badoglio e quello
della Liberazione, dal 27 al29 aprile 1945, vissuti in viaggio (assai
avventuroso) fra Chiasso, Como e piazzale Loreto. Il primo periodo
Schiefer lo fotografò come soldato del "Servizio stampa e radio”
dell'esercito, il secondo come inviato della "Schweizer
Illustrierte”. Ma nella mostra bellinzonese c'è un terzo nucleo
tematico non meno significativo, quello costituito dai ritratti in formato
passaporto da inserire nel "libretto per rifugiati” dei profughi
ammessi in Svizzera: si tratta di una sorta di galleria dei salvati che si
contrappone a quella di coloro che, senza più un volto, furono respinti
alla frontiera svizzera per trovare molto spesso la morte in un campo di
concentramento.
La
mostra di Bellinzona è accompagnata da un catalogo ( edito da Giampiero
Casagrande) comprendente testi di Alberto Nessi e Adriano Bazzocco, oltre
che di Mariotti e Hermann. Domenica al museo di Lottigna verrà invece
inaugurata un 'altra mostra su Schiefer, questa forse più rappresentativa
dell'opera complessiva del fotografo: essa è dedicata esclusivamente alla
Vai di Blenio, ai paesaggi come alle case, alle genti come ai lavori
quotidiani, e comprende immagini realizzate fra il 1920 e il 1950.
Di
seguito, per gentile concessione dell'autore, proponiamo il contributo di
Villi Hermann al catalogo della mostra bellinzonese. Il regista in queste
settimane sta ultimando il suo nuovo lungometraggio, "Mussolini,
Churchill e cartoline», dedicato proprio al fotografo luganese. È un
testo che a partire dalle immagini realizzate da Schiefer ai rifugiati
giunti alla frontiera sud dà corpo al dramma di quelli che furono
respinti dalla Svizzera, come fu il caso del torinese Leonardo
Debenedetti: che ad Auschwitz conobbe Primo Levi.
-hgf-
Nelle
pieghe della storia
di Villi
Hermann - regista cinematografico
Ho
sempre creato i film secondo le mie esigenze personali e la mia coscienza.
Non ho mai realizzato un film di ordinazione, o perché era opportuno
farlo, o perché il soggetto era alla moda.
Ho
scoperto il fotoreporter Christian Schiefer durante le mie ricerche per il
videofilm "Luigi Einaudi. Diario dell'esilio svizzero". Le sue
fotografie e la sua vita semplice e modesta mi parlavano, mi toccavano.
Schiefer non ha mai fatto una mostra, non ha mai viaggiato, non si è mai
messo in primo piano, non ha mai cercato temi o soggetti esotici come
tanti altri fotografi dell'epoca.
E'
rimasto un testimone del suo territorio, che non era suo realmente, bensì
adottivo. Le sue fotografie documentano il suo periodo da fotoreporter,
negli anni '30-'50. Schiefer si reca nelle valli (con particolare emozione
ho scoperto che ha immortalato anche la mia casa materna nel Malcantone),
fotografa i cortei, le processioni, le fiere, ritrae i politici locali e
gli artisti, e aveva un flair per ciclismo e vela. Fotografava i morti in
casa, i matrimoni e le "vedute del Ticino", ma anche la guerra,
non quella lontana: ma la guerra vicina. Questa era la vita normale di un
fotografo della regione.
Mi
hanno colpito i circa 400 ritratti di rifugiati italiani, per la maggior
parte ebrei, fuggiti in Svizzera dopo l'8 settembre 1943, attraverso la
ramina nel Mendrisiotto; in Italia i cittadini ebrei sono minacciati,
vivono già in semiclandestinità, senza diritti e privati addirittura
delle loro biciclette. Dopo il mese di settembre, le camicie nere e le SS
cominciano ad arrestare tutti i cittadini "di razza non ariana",
come si usava dire nella follia di quel periodo, sotto la dittatura
mussoliniana. Questi ritratti, scattati da Christian Schiefer all'Hotel
Majestic e all'Hotel Ritschard di Lugano-Paradiso e che in parte servivano
per il "libretto di rifugiato", mi hanno intrigato. Erano di una
gran semplicità, leggermente inquadrati di sbilenco, e tutti i rifugiati
guardavano l'obiettivo, fissavano il fotoreporter.
Queste
fotografie hanno un grande valore storico. Si parla spesso dei rifugiati
in maniera storica, cartacea, distaccata, quasi astratta. S'intervistano i
rifugiati dell'epoca, ma sono tutti invecchiati di sessant'anni e la loro
memoria è ormai sfocata. Vi sono poche foto di quei rifugiati, con i loro
vestiti, il loro sguardo, i loro gesti, il loro aspetto dignitoso, ma
negli scatti di Schiefer vi sono centinaia di donne, bambini, uomini
anziani, padri di famiglia, studenti.
In
una lettera del Governo del 1943, indirizzata alla redazione per la quale
Schiefer fece un reportage sui rifugiati, si legge: "dass namentlich
(sottolineato) Bilder über die Flucht von Militär- und Zivilpersonen aus
dem Ausland in die Schweiz nicht gestattet sind", in Svizzera non si
poteva né voleva far vedere i rifugiati provenienti dall'estero. Ecco
dunque che queste fotografie assumono un valore straordinario, diventano
le cosiddette "verbotenen Bilder" di cui parla il rapporto
Bergier, sono testimonianze soppresse, rimosse, archiviate e in parte
nascoste. Studiando i ritratti dei tantissimi rifugiati nel Mendrisiotto,
mi sono venuti in mente gli assenti, le persone respinte alla frontiera.
Coloro che i fascisti arrestavano dopo che venivano cacciati dai nostri
funzionari e soldati. La famiglia Debenedetti parte da Torino. Vive già
seminascosta ad Asti,
poi arriva in treno nel Comasco e si fa portare dai contrabbandieri,
dietro pagamento, a Lanzo d'Intelvi; entra a Caprino, in Svizzera. I
genitori sono ammessi, poiché, come si diceva, sono vecchi. Anche la
figlia è ammessa, con il marito e tre bambini; ma Jolanda, l'altra
figlia, è respinta con il marito Leonardo e i due sono riportati alla
ramina con altre sedici persone. La suocera di Leonardo, una donna fragile
di cui Schiefer fece un ritratto, muore poco dopo in un ospedale in Ticino
e Jolanda e Leonardo Debenedetti vengono deportati ad Auschwitz. Purtroppo
non abbiamo nessuna fotografia che li ritrae nel breve lasso di tempo in
cui cercarono riparo in Svizzera.
Leonardo
Debenedetti viene descritto da suo amico torinese: "...non era bello,
era di una bruttezza affascinante, di cui era allegramente consapevole, e
che sfruttava come un attore comico sfrutterebbe una maschera. Aveva un
gran naso storto, grosse sopracciglia bionde a cespuglio, e fra l'uno e le
altre due occhi luminosi, celesti, mai melanconici, quasi infantili."
Sua moglie Jolanda viene subito assassinata ad Auschwitz, Leonardo
Debenedetti torna, è compagno di viaggio di Primo Levi, in un lungo esodo
"comico e tragico" descritto in "La tregua". Levi
scrive: "Avevo anche altre incombenze: aiutare Leonardo in
ambulatorio, naturalmente; e aiutare Leonardo nel controllo quotidiano dei
pidocchi. Quest'ultimo servizio era necessario in quei paesi e in quei
tempi, in cui il tifo petecchiale serpeggiava endemico e mortale".
Ai
nostri funzionari Leonardo Debenedetti dichiara di essere medico;
Beniamino Debenedetti (il padre) firma il verbale d'interrogatorio
menzionando che Leonardo e sua moglie furono respinti: "Leonard
refoulè de la frontière avec sa femme. C'est lui qui s'etait mis d'accord avec un guide qui
l'a conduit en moins de demi-heure à la frontière qu'il a passée sous
la protection metallique”. E dichiara che è stato Leonardo ad organizzare tutto con i
contrabbandieri.
In
un'intervista, l'ottantenne medico condotto Leonardo Debenedetti diceva:
"Gli svizzeri erano stati molto cattivi, erano stati molto cattivi;
io mi sono trovato in questa particolare, tremenda situazione: nella notte
- io avevo con me mia madre che, poverina, non stava bene, soffriva di
disturbi arteriosclerotici - e nella notte che abbiamo trascorso lì mia
madre ha avuto una trombosi".
Scrive
ancora Primo Levi, di passaggio in un campo russo, durante il suo lungo
rientro: "Fra le cose che avevo imparato in Auschwitz, una delle più
importanti era, che bisogna sempre evitare di esser
"qualunque".Tutte le vie sono,chiuse a chi appare inutile, tutte
sono aperte a chi esercita una funzione, anche la più insulsa. Perciò,
dopo essermi consigliato con Leonardo, mi presentai a Marja
e proposi i miei servizi come farmacista-poliglotta." Purtroppo ai
funzionari di Auschwitz non
ha
fatto impressione la professione di Leonardo Debenedetti, - ha lavorato
con picco e pala nel fango dei lager -, come non ha fatto impressione la
professione dichiarata da Leonardo ai funzionari svizzeri: fuori. Leonardo
Debenedetti dice che se avesse saputo della selezione fra
bambini,
anziani e malati in Svizzera, avrebbe anche potuto inventarsi una
malattia, visto che le conosceva tutte. Sua madre durante la fuga aveva
avuto una trombosi, allora il figlio segnalò il caso ai funzionari
svizzeri, e loro permisero di farla visitare da un medico."Già è
vero, è proprio una trombosi” e il medico la fece ricoverare in un
ospedale.
Leonardo vide allora
apparire un filo di speranza e si offerse di assistere la madre
nell'ospedale svizzero, dato che era medico e che conosceva bene la
malattia della madre. No, la madre sarebbe stata curata benissimo dagli
svizzeri, "sarà curata benissimo anche senza di voi" e Leonardo
dovette ritornare in Italia, "dovete partire e partirete",
ripeteva il funzionario. Il ritorno era in realtà un vagone di bestiame
per la Polonia.
"Prima di partire
dall'Italia avevo avuto dei contatti con degli Jugoslavi, i quali erano
perfettamente al corrente di cosa erano i campi di concentramento in
Germania e me li avevano descritti", racconta Leonardo Debenedetti.
Nel 1983, alla morte
dell'antifascista Leonardo Debenedetti, il suo amico Primo Levi ricordava
in un articolo apparso su La Stampa di Torino:
"Era ebreo, e per
fuggire alla cattura da parte dei tedeschi, nell'autunno di quell'anno
aveva tentato di sconfinare in Svizzera, insieme con un grosso nucleo di
parenti. Avevano tutti superato il confine, ma le guardie svizzere erano
state inflessibili: avevano accettato solo i vecchi, i bambini e i loro
genitori; tutti gli altri erano stati riaccompagnati alla frontiera
italiana: di fatto, nelle mani dei fascisti e dei tedeschi. Ci siamo
conosciuti nel campo di transito italiano di Fossoli, siamo stati
deportati insieme, e da allora non ci siamo più lasciati fino al ritorno
in Italia, nell'ottobre del 1945. All'ingresso nel Lager, sua moglie, che
era gentile, indifesa e pronta a difendere gli altri come lui, era stata
immediatamente uccisa. Lui aveva dichiarato la sua qualità di medico, ma
non conosceva il tedesco, e perciò aveva seguito il destino comune:
faticare nel fango e nella neve, spingere vagoni, impalare carbone, terra
e ghiaia. Era un lavoro massacrante per tutti, mortale per lui fisicamente
debole, poco allenato e non più giovane."
Leggendo queste righe di Primo Levi - che intitola
il ricordo del suo amico "Ricordo di un uomo buono"- mi vengono
i brividi, se penso che dei funzionari hanno deciso del destino di
Leonardo Debenedetti e di sua moglie, come magari di tanti altri
rifugiati, nascosti tra le pieghe della nostra storia. Ogni persona
ritratta dal fotografo ha una storia, magari non sempre visibile a prima
vista, ma che viene alla luce scavando nelle crepe della memoria, dove si
scoprono gli avvenimenti della nostra regione inseriti in un contesto
europeo, la sofferenza altrui. Il mio film "Mussolini, Churchill e
cartoline" è semplicemente uno scavo che tenta di recuperare alcune
di queste storie, regalateci dallo schietto obiettivo del fotoreporter di
Paradiso Christian Schiefer.
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Archivio
di Stato di Bellinzona
Nel 1994 l'Archivio
di Stato di Bellinzona acquisisce il fondo fotografico di Christian
Schiefer comprendente circa 1'500 fotografie stampate e 7'500 negativi,
una sessantina di lastre fotografiche, otto film 16mm in bianco e nero e
un centinaio di diapositive
L'archivio
fotografico di Christian
Schiefer purtroppo é andato in parte disperso.
Si invitano
i possessori di immagini scattate da Schiefer a segnalarle all'Archivio
di Stato del Cantone Ticino, al fine di poterle riprodurre per completare
il fondo depositato. Palazzo
Franscini
viale Stefano
Franscini, 30/A
CH 6500
Bellinzona
decs-asti@ti.ch |
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Nota biografica
Christian
Schiefer, fotografo (1896-1998)
(Tratto
da V.Hermann-A.Mariotti
(a cura di), La guerra vista dal Ticino 1939-1945
102 immagini del fotoreporter
Christian Schiefer, Giampiero Casagrande editore, Manno 2003)
Nasce a Davos, nel Canton Grigioni, il 23 agosto 1896 da
Andreas Johann Schiefer (falegname) e Maria Therese Schlogl, originari di St.
Leonhard in Passeier, in provincia di Bolzano. Ultimo di tre figli, dopo aver
frequentato le scuole a Davos, a partire dal 1911 segue un tirocinio presso il
fotografo Himmelsbach, poi lascia la Svizzera per seguire dei corsi di
perfezionamento a Vienna e Monaco. In seguito lavorerà in diverse città
svizzere: Aarau (da Wolfsgruber), Winterthur (da Jäggli), Schuls (da
Feuerstein).
Nel
1914 svolge la scuola reclute a Coira e durante la prima guerra mondiale viene
arruolato nel Reggimento 93, grigionese.
Nel
1918 lavora nello studio fotografico di Francis De Jongh a Losanna e da Philip
Link a Zurigo.
Il
1 luglio 1920 si stabilisce a Lugano-Paradiso, dove apre uno studio fotografico
in via San Salvatore 3, rilevando il negozio dal fotografo Erwin Hauser. Si
specializza nei ritratti in studio, in fotografie di
tipo
tecnico e in paesaggi, realizza prospetti per gli alberghi luganesi. Il 21
ottobre si sposa con Elisabeth Zimmerli che gli darà due figlie: Jolanda e
Madeleine Jaqueline.
Verso
la metà degli anni Venti inizia a pubblicare, come editore, cartoline postali,
mentre poco dopo diviene collaboratore della rivista Illustrazione ticinese e in
seguito anche di altre riviste e giornali del resto della Svizzera (Sport
Illustrierte, Schweizer Illustrierte, L'Illustré, Sie+Er, Zürcher Illustrierte
ecc.). In quegli stessi anni apre un nuovo studio fotografico-negozio in via
Cattori 6 a Lugano- Paradiso.
Nel
1937 viene pubblicata una guida della Pinacoteca Thyssen di Castagnola
illustrata con riproduzioni dei quadri da lui realizzate. Nel 1938, vince il
primo premio assoluto all'Esposizione Internazionale di fotografia organizzata
dalla SAIT e dall'Azienda Autonoma del Turismo di Campione d'Italia.
Tra
il 1939 e il 1945 svolge il servizio militare nella sezione “Abteilung Presse
und Funkspruch APF" (Servizio Stampa e Radio, Stab Gz.Br.9 e
Geb.Inf.Rgt.29) come fotoreporter.
Negli
anni Cinquanta lavora anche per le agenzie Photopress, ATP e Dukas.
Nel
1951 va perduto parte del suo archivio fotografico a causa dell'allagamento di
un locale dov'era stato depositato.
Nel
1965 trasferisce il suo negozio con studio fotografico in Riva Caccia a Lugano,
facendosi un nome anche come rivenditore di apparecchi e di materiale
cine-fotografico professionale tanto che tra i suoi clienti abituali potrà
annoverare Gianni Berengo Gardin, Mario De Biasi, Ugo Mulas e Giorgio Lotti.
Nel
1986, dopo 73 anni di attività, cede il suo negozio.
Nel
1987 alcune sue immagini vengono esposte al Museo cantonale d' Arte di Lugano
nell'ambito della mostra “Il Ticino e i suoi fotografi". Nel 1993 muore,
a 94 anni, la moglie Elisabeth.
Nel 1994 l'Archivio di Stato di Bellinzona acquisisce il
suo fondo, comprendente circa 1.500 fotografie stampate e 7.500 negativi, una
sessantina di lastre fotografiche, otto film 16mm in bianco e nero e un
centinaio di diapositive.
Nel
1995 si tiene una mostra alI'Arengario di Milano per i 50 anni degli avvenimenti
di Piazzale Loreto che comprende anche alcune sue fotografie.
Muore
a Lugano il 19 ottobre del 1998, all'età di 102 anni.
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