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Contributo apparso su Solidarietà,
Anno 6, n.21, 1 dicembre 2005
Quando
in Ticino esisteva un movimento operaio ... di
Alessandro Frigeri
Movimento operaio = insieme delle
organizzazioni (sindacali, politiche, cooperative, assistenziali,
ricreative e culturali) che accolgono, rappresentano e promuovono
gli interessi dei lavoratori salariati. È la
laconica definizione del Dizionario di storia moderna e
contemporanea della Bruno Mondadori, ma ha il pregio della
chiarezza e della semplicità. Il movimento operaio è
(era) incarnato in quell’insieme di strutture – dalla
natura certo diversificata, ma tutte nate attorno alla figura del
lavoratore salariato – che sono andate configurando, nel
corso del XX secolo, un mondo parallelo a quello dominante.
Qualcuno ha parlato, in riferimento alle esperienze più
sviluppate, di una vera e propria “contro-società”.
Si è trattato di una rete di
organizzazioni, in alcuni frangenti storici e in alcune regioni
d’Europa particolarmente fitta, che orientava e scandiva la
vita del militante operaio e della sua famiglia in ogni ambito
della vita sociale. Un esempio, fra i tanti possibili: «Il
Partito operaio socialdemocratico tedesco conta nel 1914 1.085.905
aderenti. I suoi candidati alle elezioni legislative del 1912
hanno ottenuto più di 4.250.000 voti. I sindacati che esso
ha creato e che controlla contano oltre 2 milioni di iscritti
[...]. Intorno al partito i militanti hanno saputo tessere una
vasta rete di organizzazioni parallele che inquadrano, a vari
livelli, la quasi totalità dei salariati, e si estendono a
tutti i campi della vita sociale: associazione delle donne
socialiste, movimento giovanile, università popolari,
biblioteche e centri di lettura, organizzazioni ricreative, case
editrici, giornali [tra cui 90 quotidiani], riviste.»
(Pierre Broué, Rivoluzione in Germania). Come ebbe a dire
Ruth Fischer: «Il Partito socialdemocratico tedesco divenne
un modo di vivere. Fu molto di più di una macchina
politica: esso diede all'operaio tedesco dignità e rango in
un suo proprio mondo. L'operaio come individuo viveva nel suo
partito, il partito influenzava le abitudini quotidiane
dell'operaio. Le sue idee, le sue reazioni, i suoi atteggiamenti
risultavano dall'integrazione della sua persona in questa
collettività.» Non doveva
differire di molto la situazione che si poté vivere nella
Vienna socialdemocratica degli anni Venti, non molto diversa
probabilmente la dinamica instauratasi nel secondo dopoguerra in
alcune regioni “rosse”della Francia o, fino all’inizio
degli anni Ottanta, in Italia nelle zone governate dalle sinistre.
Sindacati, partiti, case del popolo, circoli ricreativi, società
sportive, scuole popolari, enti di mutuo aiuto: erano tutti canali
attraverso cui era possibile dare visibilità alla propria
appartenenza sociale, tradurla in solidarietà, sapere,
memoria, coscienza, addirittura in svago “politicamente
corretto”; potenti leve utili a costruire la propria
identità, la propria alterità nei confronti di una
società ostile che si voleva trasformare, superare,
abbattere. Questo era il movimento operaio.
Fatte
le debite proporzioni, anche in Svizzera, addirittura nel
“piccolo” Ticino, esisteva qualcosa di simile. Il
libro corale appena pubblicato dalla Fondazione
Pellegrini-Canevascini La Befana rossa rende conto di alcuni dei
tasselli che componevano il particolare puzzle del movimento
operaio ticinese, soffermandosi su aspetti particolari della vita
che si è andata costruendo nel nostro cantone attorno ai
sindacati, al partito socialista e, in misura minore, ad altre
formazioni politiche della sinistra. I lavori raccolti nel volume
si inseriscono in un filone storiografico ancora non
particolarmente sviluppato, in Svizzera come altrove: quello che
privilegia l’indagine attorno ai «luoghi e alle
pratiche della cosiddetta sociabilità operaia». «Il
punto di vista – ci ricorda la presentazione al volume di
Maurizio Antonioli – ci descrive gli sforzi che i movimenti
dei lavoratori dedicarono a “procurarsi i mezzi e i
materiali atti ad ottenere lo sviluppo”, il proprio sviluppo
umano e civile. Uno sviluppo che, basato sull’istruzione
morale, intellettuale e politica, si incardinava fortemente nel
binomio di cultura e svago, in cui il secondo era propedeutico
alla prima e, già di per sé, elemento centrale della
militanza politica.» Senza la pretese di esaurire
l’argomento, ma con il più modesto scopo di elaborare
degli «spunti utili per un progetto più omogeneo ed
esaustivo», il Gruppo di lavoro della Fondazione
Pellegrini/Canevasci- ni, assieme ad altri ricercatori, presenta
studi che ricostruiscono le vicende locali di eventi ed enti
particolari, quali la giornata del Primo Maggio, i convegni
socialisti tenutisi nel corso dei decenni al Monte Ceneri, le
pratiche memoriali della sinistra, le reti dell’associazionismo
sportivo, escursionistico e scoutistico “rosso”, le
Case del Popolo, le feste della sinistra degli ultimi
decenni. Emerge un quadro sconosciuto ai
più, in particolare alle generazioni più giovani. Si
scopre, ad esempio, che esistevano fino agli anni Sessanta in
Ticino i "Falchi rossi", versione di sinistra del
movimento fondato da Baden-Powell e che, grazie soprattutto a
loro, era possibile, per i figli dei militanti socialisti,
incontrare all’inizio di gennaio la Befana, non una
qualunque, ma quella “rossa”, che per il momento si
limitava a distribuire alcuni dolcetti, ma che domani avrebbe
portato benessere e sicurezza sociale per tutti. Si viene a
conoscenza della presenza negli anni Venti di una forte squadra
luganese di calcio, anch’essa “rossa” come
doveroso (i Giovani Calciatori Rossi). Si riscoprono le origini
fortemente politiche di organizzazioni escursionistiche ancora
oggi presenti, quali l’Unione Ticinese Operai Escursionisti
(UTOE) e gli Amici della Natura; si impara che a Claro, Chiasso e
Genestrerio sono sorte nel passato Case del Popolo legate al
movimento sindacale e socialista, ora scomparse, o che, sperduti
tra le nostre valli, vi sono lapidi, ceppi e affreschi che, frutto
di aspre lotte locali, commemorano simboli dell’anticlericalismo
come Giordano Bruno o eroi libertari come Francisco Ferrer. Il
“filo rosso” delle alterne fortune delle lotte e degli
ideali emancipatori segna anche la storia del movimento operaio in
Ticino; osservare quest’ultima sotto la particolare lente
delle scadenze simboliche e delle organizzazioni “collaterali”
è illuminante. Così il 1° Maggio, nato alla fine
dell’Ottocento come giornata di lotta e di rivendicazione,
ha rischiato anche in Ticino di assumere, con il passar del tempo,
i connotati della semplice festa; quella giornata fu investita,
anche alle nostre latitudini, prima dalla carica antiborghese
degli anni della rivoluzione russa, poi, ancora tra le due guerre,
dal nazionalismo che impregnò il socialismo riformista
della “pace del lavoro” e della “difesa
nazionale”; gli anni Sessanta e Settanta rilanceranno invece
il 1° Maggio sull’onda della Contestazione
sessantottina. E poi: quanti sanno che la Casa del Popolo di
Bellinzona, tutt’ora punto di riferimento della sinistra
ticinese, nacque sull’onda dello sciopero generale del 1918,
tassello particolare dell’ondata rivoluzionaria che
coinvolse l’intero continente alla fine del primo conflitto
mondiale? Interessante anche ripercorre,
grazie ad alcuni dei contributi presenti nel libro, la parabola
dell’associazionismo sportivo ed escursionistico ticinese di
stampo operaio, esemplificatrice di un percorso che ha segnato il
movimento operaio a livello internazionale. L’esperienza
ticinese fu, all’inizio del Novecento, egemonizzata
anch’essa dalla concezione del tempo libero come “lusso
borghese”, che portò il movimento socialista ad
assumere un atteggiamento critico e demonizzatore nei confronti di
gran parte delle pratiche ludiche; in seguito, le posizioni
mutarono radicalmente: ci si fece promotori di strutture atte a
«organizzare il tempo libero della classe operaia in ogni
suo aspetto», fino a raggiungere (talvolta a scimmiottare)
le più “moderne” politiche concernenti lo
svago, che caratterizzarono i partiti di massa europei.
Il
volume dato alle stampe dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini,
in conclusione, non è utile solo in quanto riuscito
contributo alla storia del movimento operaio ticinese. È
anche un prezioso riferimento per coloro che nel presente si
ostinano a proporsi di dare dignità a quella parte di
società che vive del lavoro salariato. Un
dibattito attraversa da almeno un decennio la parte più
viva della sinistra radicale nel mondo: dopo la caduta ingloriosa
dello stalinismo, quando parte consistente delle vecchie
organizzazioni della sinistra non si pongono più il compito
della trasformazione sociale, nel bel mezzo della disgregazione
sociale imposta dal neoliberismo, come ricomporre un tessuto di
solidarietà, una rete di relazioni, capace – come lo
fu, con tutti i suoi limiti, il movimento operaio novecentesco –
di dare forza e voce alle istanze provenienti dalle classi
subalterne? Come costruire un nuovo movimento operaio, visto il
venir meno di quello vecchio? La risposta non è nelle mani
di nessuno, la conoscenza di quello che fu il passato è
comunque premessa indispensabile per provare a cercarla.
Contributo apparso su "area",
settimanale di critica sociale, 9 dicembre 2005 ANNO VIII, N.
49
La
Befana rossa e l’incapacità di valorizzare i riti
di Anna
Biscossa
Negli
scorsi giorni è stata presentata una pubblicazione della
Fondazione Pellegrini-Canevascini, dal titolo “La Befana
rossa”, in cui viene raccontato e analizzato un tratto
minore della storia del movimento operaio in Ticino. Nel 13°
quaderno di Storia del movimento operaio ticinese infatti si
raccontano i luoghi, i modi, gli spazi simbolici del divertimento
e dell’aggregazione della classe operaia in Ticino, dalla
fine dell’‘800 ai giorni nostri. Nel libro, la
Befana rossa diventa simbolo di questa convivialità
solidale. Da un lato un simbolo molto concreto che per decenni ha
rappresentato, fino alla fine degli anni ’60, un
appuntamento importante e atteso per i più piccoli,
dall’altro un simbolo puramente ideale a cui si affidavano i
sogni e le speranze degli adulti per nuove conquiste sociali e
maggiore giustizia. E la Befana rossa era una faccenda di
giovani e di donne, i primi coccolati ma esclusi dalle decisioni
importanti del partito, le seconde né coccolate né,
tanto meno, rese partecipi di alcuna scelta politica. Al di là
di questo, la Befana rossa, così come la realizzazione
delle Case del Popolo o l’associazionismo del tempo libero o
le manifestazioni del 1° di maggio, sono state tutte
esperienze figlie di uno stesso sentimento di appartenenza, di
condivisione, di vicinanza che il movimento operaio, in Ticino
come altrove, ha saputo prima costruire faticosamente, poi
esprimere in maniera originale e poi concretizzare su diversi
fronti. Alla fine degli anni ‘60 tutto si è però
spento o è cambiato in modo profondo, alle radici. Le
cause sono molte. Gli autori ne hanno individuate alcune, forse
non del tutto esaustive. Indipendentemente da ciò, mi
sembra importante riflettere da un lato sulla nascita di queste
esperienze e manifestazioni, dall’altro sui simboli e sui
modi che gli sono stati propri. E le ragioni di questa
attenzione sono individuabili nel fatto che oggi è sempre
più evidente come i cambiamenti strutturali dell’economia,
del lavoro e della società stiano o meglio abbiano già
polverizzato in larga misura quei legami, quei rapporti, quei fili
di solidarietà che avevano saputo esprimere e costruire,
tra i lavoratori, queste particolari esperienze. Schematizzando
si può dire che a partire dalla fine dell’‘800
il movimento operaio aveva saputo costruire i luoghi fisici della
solidarietà (le case del popolo), i riti della solidarietà
(il corteo del 1° di maggio), il piacere condiviso della
solidarietà (Utoe o gli Amici della natura). Oggi
abbiamo perso il significato dei luoghi fisici della solidarietà,
ma anche dell’aggregazione nel mondo del lavoro, a volte
anche della famiglia. Oggi non siamo più capaci di dar
valore ai riti, forse perché abbiamo perso la fede, quasi
certamente la speranza. Oggi, infine, non cerchiamo più
l’occasione di trascorrere il tempo libero tra “compagni”
(e forse perché, anche in questo caso, non abbiamo più
molte speranze comuni). Sull’altro fronte però è
molto evidente la necessità di proporre e costruire
speranze. Di fronte alla povertà crescente, al malessere
sociale diffuso, all’incertezza e alla precarizzazione
imperanti, alla violenza sottile ma spesso presente o addirittura
alla guerra, c’è un grande bisogno di speranze e di
fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità propositive.
Troviamo il coraggio di credere ancora che è possibile
migliorare il mondo!
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martedi
6 dicembre 2005: alle 18.00 presso la Casa del Popolo a
Bellinzona verrà presentata l'ultima pubblicazione della
Fondazione Pellegrini Canevascini "La Befana Rossa.
Memoria, sociabilità e tempo libero nel movimento operaio
ticinese" invito
(pdf, 144KB)
LA
BEFANA ROSSA
Memoria,
sociabilità e tempo libero nel movimento operaio ticinese
a
cura di Marco Marcacci, con contributi di Danilo Baratti, Pasquale
Genasci, Silvano Gilardoni, Andrea Porrini, Gabriele Rossi, Renato
Simoni, Mario Scascighini, 2005, pp. 224 Prezzo: CHF 32
Edizioni
Pellegrini-Canevascini
Acquisto
Intervista apparsa su "area",
settimanale di critica sociale,
9 dicembre 2005 ANNO VIII, N. 49
Una
Befana in attesa di… Intervista
con Marco Marcacci, curatore del nuovo libro della
Fondazione Pellegrini-Canevascini di
Stefano Guerra
La storia del
movimento operaio – in Ticino, ovunque – non è
fatta solo di congressi sindacali e di partito, di comizi, di
lotte per le conquiste sociali dei lavoratori. Ce lo dice il libro
La Befana Rossa. Memoria, sociabilità e tempo libero nel
movimento operaio ticinese, edito dalla Fondazione
Pellegrini-Canevascini e presentato martedì alla stampa. Vi
si legge di Primo Maggio e Convegno del Ceneri, di Case del
Popolo, escursionismo e alpinismo operaio, sport e socialismo,
Amici della natura, Falchi Rossi, feste e festival. E della Befana
Rossa, anticipatrice di un’Epifania che avrebbe portato ai
lavoratori benessere, giustizia sociale, emancipazione e dignità.
Si tratta di pratiche e luoghi della “sociabilità
operaia ticinese”, un’insieme di attività
destinate ad incidere sulle mentalità e la vita quotidiana
attraverso rituali, feste, forme di divertimento e spazi simbolici
o di aggregazione. Un’insieme che è andato
disgregandosi nel corso degli ultimi decenni, ma che è pur
sempre serbatoio di memoria, e quindi punto di riferimento. «Di
fronte alle pressioni odierne che rimettono in discussione le
conquiste sociali dei lavoratori e dei cittadini (...) non sarebbe
fuori luogo il ritorno di una Befana Rossa che distribuisca
carbone, e magari anche qualche legnata (simbolica), agli
apprendisti stregoni e alle befanelle del neoliberismo, della
privatizzazione e dell’isteria risparmistica», ha
detto martedì alla Casa del Popolo di Bellinzona il
ricercatore e curatore del libro Marco Marcacci, che area ha
incontrato.
Marco Marcacci,
finalmente un libro sul movimento operaio che si può
leggere col cuore leggero... Sotto certi aspetti sì.
Perché tratta argomenti meno “pesanti” rispetto
sia a una storia essenzialmente politico-istituzionale del
movimento operaio e delle sue espressioni organizzative
principali, i sindacati e i partiti, sia a una storia delle
condizioni e delle conquiste socio-economiche degli operai. In
questo libro si parla tra l’altro di sport, colonie, circoli
associativi e feste, come appunto quella della “Befana
Rossa”.
Perché un
libro del genere? Negli ultimi decenni la storiografia del
movimento operaio – in Svizzera e altrove in Europa –
ha trattato questi argomenti, queste espressioni della vita
quotidiana, dell’attività culturale, dello stare
assieme: in poche parole della “sociabilità operaia”,
ovvero il modo in cui il movimento operaio si è costruito
un’identità collettiva. Si tratta più in
generale di un filone storiografico che si interessa a come un
movimento sociale o ideologico – soprattutto quando non è
un gruppo dominante, bensì escluso dalla cultura
“egemonica” e dall’esercizio del potere –
si dà una sua identità. Una lettura di questo tipo
del movimento operaio non era mai stata fatta finora in Ticino.
Abbiamo voluto colmare una lacuna.
Si tratta del
primo studio comprensivo, esaustivo, della “sociabilità
operaia” in Ticino? Sì. Posso sbagliarmi, ma
credo che un lavoro del genere non sia stato fatto in Ticino
nemmeno per altri gruppi o per altri movimenti ideologici. Per
quanto riguarda quelli di connotazione cattolica, ad esempio, sono
stati fatti degli studi su aspetti specifici (gli oratori, ecc.)
ma nessuno studio sistematico, comprensivo di questo fenomeno.
Inoltre, anche su aspetti specifici della sociabilità
operaia il libro porta delle novità. Non mi risulta ad
esempio che qualcuno avesse studiato il movimento scautistico dei
“Falchi rossi”, e nemmeno le Feste della Befana Rossa.
Come spiega il
fatto che questi aspetti siano stati relegati in secondo piano
dalla storiografia? Non ho una vera e propria risposta.
Un’ipotesi di spiegazione è che il movimento operaio,
socialista, ha cercato – riuscendovi – d’integrarsi
sempre più nei meccanismi e nelle istituzioni della società
liberale e democratica, partecipando alla gestione del potere e
ottenendo alcuni diritti. Il benessere che seguì la Seconda
guerra mondiale ha un po’ attenuato le contrapposizioni di
classe. Lo stesso movimento operaio a un certo punto non ha più
avuto l’interesse che aveva un tempo di dare peso a queste
forme di “controcultura” che lo presentavano come un
gruppo antagonista, per certi versi marginale e anche un po’
sottomesso. La volontà di integrazione ha in un certo senso
un po’ cancellato la memoria di queste sue espressioni di
sociabilità.
Non è
stata pure una certa vergogna “ideologica” ad impedire
la manifestazione di espressioni anche gioiose – e pertanto
considerate “sovrastrutturali”, superflue, magari
anche nocive – in ambienti solitamente molto seri, in
particolare quelli sindacali? Parlare di vergogna mi pare
esagerato. Però, facendo ricorso all’esperienza
personale, posso dire che la mia generazione – che ha
cominciato ad interessarsi di politica attorno al ‘68 –
effettivamente certe manifestazioni (come la festa della Befana
Rossa) le vedeva come una sorta di caduta di stile rispetto ai
grandi problemi ideologici e all’impegno politico per
affrontarli. Queste manifestazioni della sociabilità
operaia erano viste un po’ come un sintomo di
“provincializzazione” del movimento. Non mi spingerei
però ad affermare che si è voluto nasconderle.
Dopo questo
libro quali manifestazioni della “sociabilità”
operaia restano da studiare? Alcuni aspetti inclusi nel
progetto iniziale sono rimasti fuori. Si tratta soprattutto di
iniziative di carattere educativo e culturale del movimento
socialista. L’attività editoriale dei partiti e dei
sindacati ad esempio, oppure i circoli di lettura, le biblioteche,
il ruolo del movimento socialista all’interno della radio.
Come sta oggi la
sociabilità operaia in Ticino? La maggior parte
delle iniziative studiate nel libro è scomparsa. È
una constatazione: sono cambiati i tempi, è cambiata
(scomparsa?) la classe operaia, le condizioni di vita e della
militanza sono diverse, non solo in Ticino. Perdurano poche cose:
il 1° maggio, la giornata del Monte Ceneri e poco altro.
Altre, come il movimento sportivo operaio, hanno cominciato a
declinare dagli anni ‘50 parallelamente all’ampliamento
dell’offerta di attività sportive della nuova società
dei consumi.
Vede germogli di
una rinnovata sociabilità operaia in Ticino oggi? A
dire il vero no. Mi sembra che le attività di chi si
riconosce nel partito o nel sindacato siano ormai quasi
esclusivamente limitate e funzionali agli obiettivi elettorali,
politici o strettamente sindacali (vedi anche la rubrica “La
scopa della strega” nella stessa pagina). Non mi pare che
esse assumano questa dimensione simbolica, aggregativa, culturale
di cui parla il libro “La Befana Rossa”.
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