Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino
 
 
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Riflessione elaborata dalla sezione ticinese del Gruppo ATTAC economia 

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Materiale su Attac presente nel nostro sito.


ATTAC: Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini

 

Alla fine del 1997 l’Asia orientale è di fronte ad una delle sue più drammatiche crisi. La deregolamentazione del settore finanziario e la liberalizzazione dei movimenti di capitale hanno vincolato il futuro economico di questa regione agli interessi degli investitori internazionali. Dapprima l’attività creditizia, insieme al debito estero, si gonfiano olre misura producendo il miracolo asiatico. Poi quando la fiducia dei mercati finanziari internazionali rispetto al pagamento del debito crolla, i capitali esteri fuggono al sicuro trasformando il miracolo in dannazione.

Nel 1998, all’indomani della crisi asiatica, Ignacio Ramonat lancia un appello dalle pagine di Le Monde Diplomatique, invitando la società civile a reagire contro lo strapotere della finanza internazionale. In Francia si costitusce ATTAC, Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini, che il 3 giugno 1998 approva la piattaforma del movimento internazionale di ATTAC. In essa vengono sanciti il primato della democrazia e dell’autonomia politica rispetto agli interessi economici del commercio e della finanza internazionale. La piattaforma rivendica la necessità di strumenti e forme di controllo nazionali ed internazionali per uno sviluppo socialmente responsabile che soppianti la logica prettamente speculativa delle imprese transnazionali e dei mercati finanziari.

Da allora ATTAC si batte contro i paradisi fiscali, contro lo strapotere delle corporations, della finanza internazionale e delle organizzazioni sovranazionali che lo promuovono (OMC, BM e FMI), contro la mercificazione generalizzata delle attività umane e dei beni pubblici e per l’annullamento del debito dei paesi in via di sviluppo.

 

Contro le politiche di liberalizzazione e
privatizzazione indiscriminata
 

La deregolamentazione e la liberalizzazione dei mercati e la privatizzazione delle aziende pubbliche hanno accellerato ed esteso la mondializzazione dell’attività produttiva, la pervasività del commercio e l’egemonia della finanza internazionale.

L’ideologia neoliberista, che afferma la supremazia del mercato nella dislocazione ottimale delle attività produttive, esige la liberalizzazione del commercio. Essa viene puntualmente avvallata dagli stati nazione con gli Accordi Generali sulle Tariffe Doganali e sul Commercio, che abbattono le imposizioni doganali e aprono i mercati agli investimenti stranieri.

In nome della presunta “democraticità” dei mercati nel ripartire le risorse disponibili nell’interesse generale, si procede a partire dagli anni 70 alla privatizzazione di numerosi settori dell’economia.

Queste politiche di liberalizzazione e privatizzazione si iscrivono in un contesto generale di deregolamentazione, in cui si afferma che lo stato non deve intralciare l’attività economica con norme e regolamenti dannosi o, nel migliore dei casi superflui.

A dispetto delle più elementari nozioni di economia alcuni monopoli pubblici vengono privatizzati. L’efficienza del mercato fornisce l’alibi per lo smantellamento dei servizi pubblici e dello stato sociale. Non si tratta di snellire la burocrazia ma soltanto di eliminare i servizi che aiutano i più bisognosi (mezzi di trasporto di massa, salute pubblica) ma che i più abbienti si rifiutano di pagare.

D’altra parte la religione del libero mercato e del meno stato viene spesso maggiormente proclamata che praticata. I paesi industrializzati continuano a sovvenzionare lautamente i servizi produttivi e le industrie che ritengono strategici per il loro sviluppo. In un mercato che si globalizza la prerogativa di ogni stato coincide con la creazione di quei vantaggi competitivi che garantiscano alla propria economia la supremazia economica (o in alcuni casi soltanto la spopravvivenza) nel grande mercato unico che si sta costituendo. I paesi del Nord non cesserranno di sovvenzionare l’industria energetica e quella dell’alta tecnologia (soprattutto quella militare), ed erigeranno barriere protettive a difesa del settore agricolo domestico.

Gli obiettivi nefasti della retorica neolibersista sono evidenti: propugnando l’eliminazione delle barriere doganali al commercio e praticando la politica delle sovvenzioni i paesi industrializzati mirano a garantirsi l’egemonia economica sul resto del mondo: soltanto i paesi ricchi del Nord dispongono dei mezzi economici necessari per garantire il successo economico alle proprie industrie.

 

Contro le organizzazioni sovranazionali
(OMC, FMI e BM)
 

La liberalizzazione dei movimenti di capitale e del mercato nazionale dei beni, iniziano con l’Accordo Generale sulle Tariffe Doganali e sul Commercio del 1947. All’interno di questi accordi si creano le premesse per l’istituzione di un’organizzazione sovranazionale volta a promuovere il commercio internazionale; nel 1995 si costituisce l’organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Le organizzazioni non governative, ecologiste ed ambientaliste a cui l’OMC aveva promesso l’inclusione negli accordi di norme a tutela dei diritti del lavoro e dell’ambiente presto si accorgeranno di essere state beffate. Gli stati nazionali stessi dovranno ammettere di avere ceduto la possibilità di decidere democraticamente ed autonomamente le loro politiche ad un’organizzazione occulta, priva di responsabilità di fronte ai cittadini, che subordina la protezione dell’ambiente, la salute pubblica, l’equità sociale e la stessa democrazia agli interessi delle imprese globali. Dalla nascita dell’OMC, tutte le leggi nazionali prese in esame dalla sua commissione hanno costituito barriere illegittime al commercio. Gli stati coinvolti sono stati costretti a modificarle o a pagare degli indennizzi ai paesi danneggiati.

Le norme dell’OMC vietano il trattamento differenziato dei beni a seconda del modo in cui vengono prodotti o raccolti e impediscono l’adozione di ogni tipo di provvedimento potenzialmente discriminante nei confronti del commercio internazionale. Le conseguenze sono devastanti: gli standard americani sulla nocività dei combustibili fossili vengono giudicati illegali perché impediscono le importazioni della benzina venezuelana, maggiormente tossica; i tonni pescati con tecniche che sterminano i delfini non devono essere discriminati rispetto a quelli della pesca rispettosa delle altre specie ittiche; l’Unione Europea (UE), che rifiuta d’importare carne di manzo con residui di ormoni della crescita, è costretta ad indennizzare 115 mio di US$ agli USA; ancora l’UE, minacciata dagli USA per conto di Chiquita, deve rinunciare al trattamento preferenziale rivolto ai piccoli stati caraibici esportatori di banane, riducendoli alla fame; sempre l’UE, che propone di bandire entro il 2004 i prodotti elettronici contenenti metalli pesanti nocivi e ad obbligare che i produttori si facciano carico dei costi di smaltimento degli apparecchi dismessi, è minacciata dagli USA di un ricorso all’OMC.

Con l’approvazione dell’accordo sulla proprietà intellettuale relativa al commercio, che consente alle multinazionali la brevettazione delle medicine e dei prodotti agricoli tradizionali, si autorizza di fatto la biopirateria: i coltivatori indiani sono costretti a pagare una tassa sulla coltivazione del loro riso, il Basmati, e le multinazionali del transgenico si affrettano a brevettare le stesse semenze che da secoli appartengono alla tecnica agricola delle popolazioni indigene.

Gli esempi, che sono innumerevoli, dimostrano senza eccezioni, che l’OMC ha provocato un’abbattimento degli standard ambientali, del livello di sicurezza e salute pubblica, ha minato l’equità e la democrazia, e compromesso le chance di sviluppo dei paesi del Sud del mondo. Ma c’è di più. Il potere salvifico del commercio internazionale, che i fautori dell’OMC non hanno esitato a propagandare nei paesi in via di sviluppo, ne ha soltanto accresciuto la povertà.

Nel rapporto del 2001 della Banca Mondiale (BM)[1] non vi è più alcuna traccia dell’entusiasmo col quale si era proclamato il libero commercio come unica fonte possibile di sviluppo. Vi si nota invece il tentativo subdolo di contrabbandare le contraddizioni della globalizzazione, e in sostanza il suo fallimento, rispetto alla riduzione della povertà e delle diseguaglianze tra i popoli, nel territorio delle responsabilità dei singoli stati.

All’indomani della crisi finanziaria asiatica, il direttore e capo economista della Banca Mondiale, Joseph E. Stieglitz, rassegna le dimissioni. Poco più tardi anche Ravi Kanbur, l’economista incaricato della stesura del rapporto sullo sviluppo, viene messo alla porta a causa dei profondi dissensi relativi ad aspetti importanti del rapporto. Stieglitz denuncia che le politiche di liberalizzazione del commercio e dei mercati dei capitali (imposte dalla BM, dall’OMC e dal Fondo Monetario Internazionale) hanno contribuito alla degradazione di numerose economie dei paesi in via di sviluppo, esponendole alle incertezze dei mercati internazionali.

 

Contro l’imperativo della competitività industriale che provoca lo smantellamento dello stato sociale

Nel mondo globalizzato gli stati nazione che hanno scelleratamente ceduto la loro autonomia politica al FMI, all’OMC e alla BM, si arrovvellano nell’elaborazione di politiche economiche  volte  all’ossessionante conquista della competitività nazionale. Le conseguenze sono drammatiche. Si assiste gradualmente allo smantellamento dello stato previdenziale, della sicurezza e della giustizia sociale, della solidarietà tra gli uomini e le generazioni. Nel 1993, al fine di stimolare la competitività nazionale, Germania e Olanda abbandonano le politiche del pieno impiego, diminuiscono la spesa pubblica per la sicurezza (indennità di disoccupazione, assicurazione malattia,...) e la giustizia sociale (fondi per la lotta alla povertà, per la promozione professionale,...), introducono agevolazioni fiscali per le imprese e abbattono le entrate nazionali abbassando le aliquote fiscali sui redditi, limitano il ruolo dei sindacati ed allentano le regolamentazioni volte alla tutela dell’ambiente. In Giappone e nel Sudest Asiatico l’edificazione dello stato previdenziale si arresta. In America Latina sono le politiche di “riaggiustamento strutturale” imposte dal FMI e dalla BM, come condizione necessaria per la concessione dei crediti, ad impedire lo sviluppo dello stato sociale. Nel Sud del mondo si diffondono la schiavitù e il lavoro minorile, nel migliore dei casi lo sfruttamento della manodopera adulta, che servono a mantenere alti i margini di guadagno delle industrie del Nord, a garantire la redditività degli investimenti.

Le aziende procedono a fusioni ed acquisizioni non per migliorare l’efficienza produttiva, ma al fine di sbarazzarsi della concorrenza ed acquisire fette di mercato: acquistano brevetti per impedire la produzione di beni sostitutivi concorrenziali, mappano il patrimonio genetico degli organismi viventi per commercializzare la natura. La competitività, non più funzionale allo sviluppo economico e alla produzione, diventa l’ideologia dominante della nostra società, l’arma strategica per il raggiungimento di posizioni mono/oligopolistiche.

 

Contro l’ideologia liberista che conduce alla guerra

La mondializzazione ha trasformato la concorrenza in uno strumento offensivo di egemonia industriale. La concorrenza spinta all’eccesso esaspera l’ostilità economica e mina la solidità della democrazia. In questo contesto di belligeranza economica si inserisce l’appoggio USA al tentato golpe venezuelano. La politica energetica venezuelana (l’aumento delle tasse sui diritti d’estrazione petrolifera e la riduzione delle esportazioni di greggio verso gli USA ) esige un intervento correttivo perchè danneggia gli interessi Statunitensi. Con un colpo di stato si ristabilirebbe la supremazia del benessere Occidentale nei confronti delle velleitarie rivendicazioni del popolo venezuelano.

Il salto, non solo linguistico, dalla guerra economica alla guerra militare è breve. E’ guerra in Afghanistan, è guerra in Colombia, sarà guerra in Iraq. L’obiettivo è evidente: si rimescolano gli equilibri geopolitici, ci si assicura l’approvvigionamento delle materie prime, si installano governi fantocci che saranno definiti democratici qualora perseguiranno gli interessi economici delle corporations occidentali.

Ma se l’intervento in Iraq si fa attendere le uniche ragioni risiedono nella discussa opportunità di un intervento armato con durata e ripercussioni incerte: se è vero che un’approvvigionamento energetico sicuro, consistente ed economico costituisce una risorsa essenziale per la crescita economica, è altrettanto vero che la globalizzazione economica necessita di un clima politico internazionale favorevole agli scambi, alla mobilità delle risorse e dei prodotti, che la guerra in Iraq potrebbe ulteriormente compromettere.

 

Il fallimento occidentale

La fame e la povertà nel mondo non possono più essere circoscritte nella casistica degli “effetti collaterali”. Il modello liberista si sgretola nelle sue fondamenta, fallisce anche in Occidente. Negli USA la deregolamentazione del mercato dell’energia genera l’oscuramento della California, quella dei mercati finanziari il collasso della borsa. La bolla speculativa, alimentata dalla complicità delle banche d’investimento e delle società di revisione e dalla deregolamentazione dilagante, si gonfia; poi scoppia. I fallimenti eccellenti si susseguono.

Il potere salvifico degli investimenti privati sembra svanito. Perfino gli USA rispolverano le politiche di spesa pubblica a sostegno dell’economia, introducono misure protezionistiche di limitazione al commercio (tariffe sull’importazione di acciaio europeo) e regolamentano ulteriormente i mercati finanziari (inasprendo i provvedimenti per i reati finanziari con pene detentive).

 

Cosa succede in Svizzera

In Svizzera nella seconda metà degli anni 80 le pressioni padronali producono una serie di alleggerimenti dell’imposta federale diretta che negli anni 90, all’affacciarsi della crisi, provocano un cospicuo aumento del deficit. La crescita del debito pubblico serve da pretesto per la privatizzazione del servizio pubblico, l’ulteriore contenimento della spesa pubblica e una maggiore pressione fiscale sui salariati. Nel 95 viene introdotta l’imposta indiretta sul valore aggiunto, che, tassando i consumi invece dei redditi è antisociale: il carico fiscale sulle spalle delle persone economicamente svantaggiate aumenta in termini relativi. Nel 97-98 l’economia è in ripresa e lo stato registra un surplus. Ritorna di moda l’alleggerimento fiscale che giustifica la riduzione delle rendite AVS e AI (300 mio), dei contributi disoccupazione (180 mio), dei sussidi alla formazione (30 mio) e delle sovvenzioni federali ai cantoni (500 mio), ecc., per un totale di 2 mia di franchi. Nel 2000 viene abolita parzialmente la tassa sul diritto di negoziazione in borsa (220 mio) e nel 2001, con la modifica dell’imposizione sul reddito delle famiglie, si concede un regalo indiscriminato di 4 mia di franchi. Con il “freno all’indebitamento”, che vincola la spesa pubblica alle entrate dello Stato, si automatizza lo smantellamento dello stato previdenziale: basterà promuovere la diminuzione ulteriore del carico fiscale per provocare l’annullamento delle prestazioni sociali e dei servizi. Nel nostro cantone il dipartimento delle finanze produce formule aritmetiche anziché elaborare politiche per il rilancio economico.

 

Liberismo: un bilancio fallimentare

Il libero mercato non è in grado di governare la globalizzazione: non nell’interesse generale collettivo. Il Sud del mondo muore tra i proclami dei paesi ricchi, le risorse naturali vengono depredate e i disastri ecologici minano il futuro delle specie viventi, quella umana compresa. Il liberismo fallisce perchè gli interessi di coloro che mirano alla massimizzazione del profitto non possono coincidere con quelli di coloro che aspirano ad una globalizzazione armoniosa delle attività umane.

 

Per un altro mondo possibile e necessario

Da qualche anno, in particolare dalle manifestazioni contro l’OMC di Seattle, un ampio movimento è apparso sulla scena politica. Lavoratori del Nord e del Sud, militanti di associazioni non governative, contadini, giovani e donne si mobilitano in tutti i paesi contro le politiche neoliberiste e le loro conseguenze a livello ambientale e sociale. ATTAC è parte integrante di questo movimento e cerca, da una parte, di stimolare l’azione e la resistenza di cittadini e cittadine e, dall’altra, di ampliare la riflessione e l’analisi sulle possibili alternative a questo sistema economico e sociale.

ATTAC sostiene che sia fondamentale definire altre forme di organizzazione economica, sociale ed umana. La concorrenza non risolve nè i problemi legati alle disuguaglianze socio-economiche, nè quelli legati alla depauperazione delle risorse naturali e all’inquinamento dell’ambiente. E’ necessario promuovere forme economiche di cooperazione e spingere il mondo verso una crescita che sia socialmente ed ecologicamente responsabile e che privilegi la democrazia alla prevaricazione e alla guerra. Con questa prospettiva e questa idea ATTAC partecipa a quello che viene chiamato “movimento dei movimenti”, che si pone l’obiettivo di costruire “un altro mondo possibile e necessario”. Un mondo dove l’economia sia al servizio dei bisogni e delle esigenze della maggioranza della popolazione e non risponda unicamente agli interessi dei pochi che detengono la ricchezza. Un mondo dove i cittadini e le cittadine possano realmente decidere, in un sistema di democrazia dal basso, in che modo allocare le risorse e dividere poi la ricchezza prodotta. Soltanto stabilendo degli obiettivi comuni si può pervenire alla giustizia sociale, all’efficienza economica, alla preservazione dell’ambiente, della democrazia e della pace.

 



[1] Istituzione che ha come missione la riduzione della povertà.



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