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Corriere del
Ticino, 11 novembre
2003
DIBATTITI
L’UNIVERSITÀ RINUNCIA AD
AVERE UNA PROPRIA PROGETTUALITÀ PER AFFIDARLA AI POTENZIALI
CANDIDATI?
Cattedre, concorsi e
ambigue strategie
Continua a far discutere il bando per la successione di Besomi
a Zurigo
Daniele Besomi
Lo scorso mese di maggio era stata
denunciata a più riprese su queste colonne la difficile
situazione delle cattedre di lingua e letteratura italiana in
Svizzera. Ne aveva offerto lo spunto la malcelata intenzione (
complice il pensionamento dei due titolari Ottavio Besomi e
Ottavio Lurati) di sopprimere quel genere d’insegnamento presso
il Politecnico di Zurigo e l’Università di Basilea. Nel
frattempo le cose si sono mosse almeno per Zurigo, con la
pubblicazione di un ambiguo bando di concorso per la successione
di Besomi che in ogni caso assai poco spazio lascia alla speranza
che l’indirizzo di italianistica possa trovare continuità.
Della specifica faccenda ha scritto sul nostro giornale lo stesso
Ottavio Besomi lo scorso 30 ottobre e Saverio Snider
nell’edizione di ieri. Convinti dell’opportunità di non
lasciar cadere l’argomento, che è degno di un dibattito ampio,
oggi pubblichiamo alcune riflessioni critiche dell’economista
Daniele Besomi, il quale allarga il discorso anche a certe modalità
generali dei concorsi universitari nel nostro Paese.
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Ambigue
strategie
Daniele Besomi
La pubblicazione del bando di concorso per
la cattedra che sostituirà quella di letteratura italiana al
Politecnico di Zurigo rivela al pubblico un serio problema nella
gestione di questa situazione (ma non solo) da parte delle nostre
autorità culturali.
Come ha sottolineato la Neue Zürcher
Zeitung con tono giustamente scandalizzato e preoccupato il 31
ottobre, tanto il presidente dell’USI quanto il rettore del
Politecnico in un’intervista trasmessa dalla RSI hanno più
volte evitato di rispondere, a domanda ripetuta, se la nuova
cattedra sarà ancora legata all’insegnamento della letteratura
italiana. In un’ulteriore dichiarazione rilasciata al Quotidiano
della TSI la sera del 31 ottobre, il Prof. Baggiolini riconosceva
infine che il bando di concorso è piuttosto vago, e non specifica
alcunché riguardo alla lingua italiana. La strategia, spiega il
Prof. Baggiolini, consiste nel partire da requisiti generici per
attirare un ampio numero di concorrenti, così da avere una base
più larga tra cui scegliere. Toccherà poi al (o ai)
rappresentanti dell’USI in seno alla Commissione giudicante
assicurare che la decisione finale rispetti gli interessi
ticinesi.
Apparentemente una strategia di tal
fatta sembra garantire una folta presenza di candidature
importanti. In realtà, essa è problematica da più punti di
vista. Quello più discusso recentemente riguarda la cultura
italiana. Un anno fa, gli organi di informazione ticinesi
riportavano le dichiarazioni trionfalistiche di Gabriele Gendotti
secondo cui l’intervento del suo Dipartimento aveva salvato la
Cattedra. Il bando attuale dimostra l’esatto contrario: la
Cattedra di lingua e letteratura italiana come originariamente
concepita è di fatto soppressa per essere sostituita da un
insegnamento non ancora dotato di un volto preciso, e la difesa
dell’italianità dipende interamente dal modo in cui la
Commissione indirizzerà le proprie scelte (e niente,
naturalmente, garantisce a priori che l’italianità la spunti).
E qui sta il secondo problema. Se
si ritenesse la cultura italiana una priorità, questa sarebbe
espressa in chiari termini nel bando di concorso. Il fatto che non
lo sia, rivela di per sé che questa è ormai diventata
un’opzione tra altre. L’associazione della cattedra zurighese
con l’USI si rivela pertanto essere esclusivamente una manovra
di facciata, che permette al Politecnico di poter affermare che la
cattedra non è stata sopressa, e alle autorità culturali
ticinesi di sostenere che tutto sommato qualcosa si è salvato
dallo scempio che ha visto falcidiare le cattedre umanistiche del
Poli (letteratura e linga tedesca, francese, romancia e inglese, e
quella di storia del Prof. Bergier). Il risultato
dell’operazione, peraltro, rischia di essere un altro
“professore con la valigia” (peraltro già sovrabbondanti
all’USI), che dovendosi sdoppiare finirebbe per non avere le
condizioni di formare una scuola né a Lugano né a Zurigo.
Ma non è solamente l’italiano a
non più essere una priorità: un bando generico, per definizione,
non indica alcuna linea precisa. La conclusione finale è tratta
selezionando tra le proposte dei candidati: in altri termini,
l’ente universitario rinuncia ad una propria progettualità
affidandola invece ai potenziali candidati. Come se, in una gara
di tiro al bersaglio, anziché proclamare vincitore chi colpisce
più vicino al centro, si lasciasse che i tiratori mirino dove
vogliono e si collocasse poi il bersaglio nel punto raggiunto dal
tiro ‘migliore’.
Da qui nasce il quarto e ben più
grave problema: come si decide qual è il tiro ‘migliore’? Il
fatto stesso che si possa concepire una stategia di questo genere
rivela che si intende lasciare alla Commissione giudicante dei
margini di manovra estremamente ampi: tanto ampi che niente
assicura che quello scientifico sia il criterio predominante di
scelta. Questioni di opportunità (qualunque esse siano)
potrebbero far propendere verso candidati meno qualificati che,
per qualsiasi ragione, piacciono maggiormente all’ente che
pubblica il concorso. La formazione della Commissione, poi,
permette di indirizzare a priori la scelta in un settore
ristretto: e questo proprio grazie al fatto che il bando è
formulato in modo apparentemente ampio! Non sto, naturalmente,
sostenendo che così è (o sarà), ma solo che questa modalità
rende concepibili manovre di questo genere: dubbio che un bando di
concorso accademico non dovrebbe neppur lontanamente lasciar
emergere.
L’USI non è nuova a una tale
procedura. La primavera scorsa la sua Fondazione per la Ricerca e
lo Sviluppo ha messo a concorso due posti di professore assistente
per la ricerca, in base ad un bando estrememente generico che
ammetteva la partecipazione per qualsiasi sottodisciplina
dell’economia e delle scienze della comunicazione. Tuttavia, al
momento della prima selezione di una decina di candidati, tra i
criteri di scelta figurava esplicitamente il campo specifico di
ricerca, di cui non si faceva menzione alcuna nel bando (e,
viceversa, altri criteri menzionati nel bando non sono stati
tenuti in considerazione). Ora, ciò ha significato da un lato che
candidati appartenenti ad aree di ricerca scartate a posteriori
dalla Commissione di preselezione hanno perso tempo per preparare
la documentazione e il progetto di ricerca (e non è un lavoro da
poco), quando avrebbero potuto farne a meno se avessero saputo che
il loro settore non sarebbe entrato in linea di conto. D’altro
canto, decidendo a posteriori (con la lista dei candidati
sottomano, completa delle loro qualifiche, pubblicazioni e
progetti) la Commissione ha avuto gli strumenti per contrapporre
all’importanza dei requisiti standard per l’ammissione a posti
universitari altri criteri non specificati ufficialmente. In
particolare, è sminuito il ruolo delle pubblicazioni scientifiche
su riviste di spessore internazionale o di libri presso editori
rinomati mondialmente per la loro serietà: criterio quest’ultimo
che poggia su verifiche esterne, poiché gli scritti destinati
alla pubblicazione in questi ambiti sono soggetti a verifica da
parte di due o più relatori incaricati dalle riviste o dagli
editori, con un grado di selettività tanto maggiore quanto più
importante è la sede dove si pubblica.
Questo
problema è molto serio. Una siffatta procedura introduce nei
concorsi universitari un grado di arbitrio che non dovrebbero
avere. Intendiamoci, i concorsi universitari, in Svizzera come
all’estero, non sono mai stati esempi di limpidezza: è naturale
che un Professore si adoperi, ponendo il proprio peso accademico
nelle appropriate commissioni, per garantire la continuità della
propria linea intellettuale attraverso la promozione dei suoi
allievi. Ma elevare l’arbitrio a strategia pubblica mi sembra
superare il limite. E sarebbe interessante conoscere se e in quale
misura l’autorità politica sia consapevole di questa scelta e
la avalli.
Una riflessione semplice e
pacata che nessuno può ignorare:
Il
debito pubblico cantonale in prospettiva
di
Daniele Besomi
Azione,
mercoledì 26 novembre 2003, Anno LXVI N. 48 |
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Azione,
mercoledì 22 ottobre 2003, Anno LXVI N. 43
S C I E N Z E E
C O N O M I C H E
La ricerca indipendente
è possibile
Il caso eccezionale di Daniele Besomi ne mette in evidenza i
meriti e i problemi
Angelo Rossi
Torna l’autunno e
ripartono i corsi universitari. Alla vigilia dell’inizio del
semestre invernale ci piovono in casa i cataloghi degli
editori specializzati, con le primizie editoriali.
Quest’anno, nel campo delle scienze economiche, si fa un
gran parlare dei tre volumi nei quali Daniele Besomi ha
raccolto i lavori e la corrispondenza nel periodo tra le due
guerre mondiali del grande economista Roy Harrod.
Il periodo studiato è quello della rivoluzione keynesiana di
cui Harrod, in un certo senso, con i suoi contributi sulla
dinamica dell’economia – conosciuto è in particolare il
principio dell’acceleratore o della domanda derivata – fu
uno degli epigoni*.
Se parliamo di questa pubblicazione, che ha già raccolto
molti consensi da questa parte e dall’altra dell’Atlantico
non è per commentare il suo contenuto, certamente più
interessante per gli addetti ai lavori che per la maggioranza
dei lettori di questo settimanale, ma per sottolineare
l’eccezionalità del lavoro condotto dal Besomi.
Perché eccezionale? Perché Besomi, che vive in Capriasca,
lavora al di fuori di ogni circuito o istituzione accademica,
nostrana o straniera, e si definisce, nel prospetto
pubblicitario inviatoci dall’editore, un ricercatore
indipendente in storia del pensiero economico, che conduce le
sue ricerche nella Svizzera di lingua italiana.
Quell’aggettivo « indipendente » Besomi lo inalbera con
fierezza e a giusta ragione: significa che nella sua ricerca
egli si lascia guidare unicamente dai suoi interessi
scientifici e non viene influenzato né da eventuali strategie
di ricerca di istituzioni universitarie vicine o lontane, né
dalle preoccupazioni, sempre più volte purtroppo verso il
ritorno di attenzione politica immediata, di istituzioni che
finanziano la ricerca, siano esse di portata regionale,
nazionale o internazionale.
Non è facile restare indipendente nel campo della ricerca ad
alto livello. Questo restar discosto dalle istituzioni
universitarie o da quelle che finanziano la ricerca comporta
grossi sacrifici perché rende difficili i contatti con i
colleghi che nelle università di tutto il mondo lavorano
nello stesso campo, frena per ragioni di costo la mobilità
nazionale e internazionale che è indispensabile per poter
continuare a far ricerca a questo livello e sempre per ragioni
di costo rende molto più aspro che nel caso del ricercatore
associato ad un'università lo sforzo che deve essere compiuto
per procurarsi la necessaria documentazione.
Un ricercatore indipendente che riesce, entro termini di tempo
accettabili, a portare a termine un progetto di questa portata
e a farsi accettare la pubblicazione da un editore
specializzato in una lingua che non è la sua, dà quindi
prova, al di là dei pregi intellettuali della sua opera, di
una capacità di lavoro e di una volontà che non possono
destare che ammirazione in chi, come il sottoscritto, ha
potuto svolgere le sue ricerche nel quadro e nell’agio
concesso dalle strutture universitarie. Onore quindi al
merito! E permettetemi ancora un commento. Di ricercatori
indipendenti di valore la Svizzera Italiana ne ha più
d’uno, non solo nel campo dell’economia, ma anche in
quello della filologia, della filosofia, della storia, della
geografia, delle scienze naturali, delle matematiche. Sono
tutte persone, in maggioranza tra i trenta e i
cinquant’anni, che compiono sacrifici incredibili per poter
continuare a curare i loro interessi di ricerca, spesso
contentandosi di occupazioni a tempo parziale con salari che
sono spesso appena al di sopra del minimo di sopravvivenza. Il
Cantone che finanzia tre istituzioni universitarie non presta
molta attenzione ai bisogni di questi ricercatori indipendenti
perché lo sviluppo delle istituzioni universitarie avviene in
ambiti che, di solito, sono lontani da quelli nei quali sono
attivi i ricercatori indipendenti. La commissione ticinese del
Fondo nazionale della ricerca fa quello che può, ma è
limitata nei suoi interventi dalle risorse di cui dispone
( che sono poche) come pure dal fatto che il Fondo nazionale
preferisce finanziare la formazione di giovani ricercatori che
un’attività di ricerca prolungata su più decenni. La
conseguenza di tutto ciò è che i ricercatori indipendenti
vivono in uno stato di assoluta precarietà.
In più di un caso sono stati costretti ad interrompere un
programma di ricerca di più anni, per potersi procurarsi lo
stretto necessario per vivere e hanno grosse difficoltà a
pubblicare i risultati dei loro lavori. Questo non dovrebbe
succedere in un Cantone che ha deciso di fare della ricerca ad
alto livello uno dei suoi obiettivi di sviluppo maggiori e nel
quale le fondazioni private che intendono sostenere la ricerca
spuntano come i funghi nella buona stagione.
* Daniele Besomi, curatore « The Collected Interwar Papers
and Correspondence of Roy Harrod » , 3 volumi, Edward Elgar
Publishing Ltd, Glensanda House, Montpellier Parade,
Cheltenham Glos.
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