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La solitudine del
riformista di
Federico Caffè
Il riformista è ben consapevole
d'essere costantemente deriso da chi prospetta future
palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai
contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula
che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un
magico effetto di richiamo.
La
derisione è giustificata, in quanto il riformista, in
fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente
distrugge. E' agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il
sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che
tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo
di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»).
Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia
nell'ambito di un «sistema», di cui non intende
essere né l'apologeta, né il becchino; ma, nei
limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad
apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili
nell'immediato e non desiderabili in vacuo. Egli
preferisce il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il
gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata
trasformazione radicale del «sistema».
Il
riformista è anche consapevole che alla derisione di chi
lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine,
uno che pesta l'acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi
pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né
mai, in quanto a tutto provvede l'operare spontaneo del mercato,
posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di
preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone
letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici
abbia l'ostilità a ogni intervento mirante a creare
istituzioni che possano migliorare le cose.
Persino
Quintino Sella, allorché propose al Parlamento italiano
l'istituzione delle Casse di risparmio postali, incontrò
l'opposizione di chi ritenne il provvedimento come
pregiudizievole alla libera iniziativa di consapevoli cittadini
che, per capacità proprie, avrebbero continuato a dar vita
a un movimento associazionistico nel campo del credito. Venne
obiettato al Sella che «vi sono due modi di amare la
libertà; (...) Vi è il modo nostro; amarla di vero
affetto, per sé, per il bene che genera e permette ai
nostri concittadini, considerarla, studiarla, renderla quanto più
si possa benefica; (...) Vi è poi un altro modo; e
consiste nel professare a parole un amore sviscerato verso la
libertà, e domandarle un abbraccio per poterla comodamente
strozzare».(1)
Più
che essere colpito dagli strali del retoricume neoliberista
(sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore
malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l'incapacità
di fuoriuscire dal «sistema». Egli è tuttavia,
troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le
matrici, per poter rinunciare a quella che è la sua
vocazione intellettuale. In questa non rientra, per naturale
contraddizione, il fatto di dover occuparsi di palingenesi
immaginarie. Sollecitato in vari modi a farlo, il riformista ha
finito col rendersi conto che si pretendeva da lui qualcosa di
simile a quello che si chiede a un pappagallo tenuto in gabbia,
dal quale, con la guida di una bacchetta, si cerca di ottenere
che scelga, con il suo becco, uno dei variopinti manifestini che
si trovano in un apposito ripiano della gabbia.
Spaventato
da questa implicita trasformazione in intellettuale
pappagallesco, il riformista si rincuora prendendo un libro che
gli è caro e rileggendone alcune righe famose:
«Sono
sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai
esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee.
Non però immediatamente. (...) giacché nel campo
della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali
le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o
trent'anni di età, cosicché le idee che funzionari
di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli
avvenimenti correnti non è probabile che siano le più
recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi
costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male».(2)
1)
F.Ferrara, Discorsi e documenti parlamentari (1867-1875), in
Opere complete, vol. 9 (a cura di F.Caffè, Istituto
grafico tiberino, Roma, 1972, pp. 307 sg).
2)
J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and
Money Macmillan, London 1936; trad.
it. Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale, Utet
Alcuni rimandi nella rete:
Federico Caffè, La solitudine del
riformista, Bollati Boringhieri (leggi)
Opere di Federico Caffè pubblicati
da Franco Angeli (leggi)
Attorno a Federico:
Vivere
con 2 dollari al giorno: Presentato a Roma, dagli
allievi di Federico Caffè, il Rapporto su povertà,
diseguaglianze e globalizzazione. Con qualche nuova idea per
reagire (Paolo Andruccioli, "il manifesto" del 16
Aprile 2004) (leggi)
Tavola rotonda:
Quale economia per quali beni comuni? Del ruolo
delle reti locali sui territori per una nuova economia
relazionale hanno discusso Bruno Amoroso, professore di economia
a Roskilde, Enzo Scandurra, dell’università La
Sapienza di Roma e Alberto Castagnola, economista della rete
Lilliput. La discussione prende spunto dal libro di
Bruno Amoroso “La
stanza Rossa” uscito da Città aperta
edizioni, su Federico Caffè. La tavola rotonda è
presieduta da Velia di Pietra, della rete
sociale Monti. Segue un dibattito con il pubblico.
Vedi
il filmato (Arcoiris TV, guarda
e ascolta gli interventi
– ADSL).
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Dal
sito: www.chilhavisto.rai.it
E'
l'alba del 15 aprile 1987: l'economista Federico Caffè
esce dalla sua casa al 42 di via Cadlolo in zona Monte Mario, a
Roma, lasciando sul comodino i documenti e gli occhiali che usa
per leggere. Da questo momento se ne perde ogni traccia. Dalle
ricerche delle forze dell'ordine, dei suoi studenti e degli
amici, non emerge il più piccolo indizio: Caffè è
svanito nel nulla. Pescarese di origine, nato nel 1914, Caffè
è per trent'anni docente di Politica economica e
finanziaria alla facoltà di Economia e Commercio
dell'Università "La Sapienza" di Roma.
Consulente di spicco dell'Ufficio Studi di Bankitalia,
antifascista storico e difensore keynesiano dello stato sociale,
nel dopoguerra ricopre i ruoli di Segretario particolare e di
Capo di Gabinetto di Meuccio Ruini, Ministro della Ricostruzione
del governo Parri.
Ma
un susseguirsi di disgrazie stravolge i suoi ultimi anni: la
morte della madre e quella della tata che lo aveva cresciuto, la
scomparsa dei colleghi Ezio Tarantelli, assassinato dalle Br
nell'85, e Fausto Vicarelli, morto in un incidente stradale, e
quella del suo studente Franco Franciosi, stroncato da un tumore.
Dolori, questi, che Caffè riesce a sopportare con l'aiuto
dell'insegnamento e dei suoi allievi. Ma quando l'età gli
impone di lasciare la cattedra, cade in un profondo sconforto.
Agli amici confessa di non riuscire a scrivere e di avere amnesie
sempre più frequenti: "Io non sono un uomo -dice-
sono una testa. Se quella arrugginisce, di me non resta più
niente".
Che
fine ha fatto Federico Caffè? Secondo alcuni si è
suicidato, secondo altri si è ritirato nella solitudine di
un convento. Ma in ogni caso rimane un dubbio. Negli ultimi mesi
Caffè non mangiava quasi più ed era molto debole:
difficilmente avrebbe potuto allontanarsi da solo. Quella mattina
di aprile, qualcuno potrebbe averlo accompagnato in un luogo
isolato in cui compiere l'estremo gesto, o in cui trovare
rifugio. Del resto, per fuggire a quell'esistenza divenuta
insopportabile, Caffè aveva chiesto aiuto, senza
ottenerlo, ad alcuni suoi allievi. Forse, alla fine, altri hanno
accettato. Ermanno Rea, autore del libro "L'ultima
lezione" sulla vita e sulla scomparsa di Caffè,
in una recente intervista a "la Repubblica" si dice
convinto che qualcuno sappia e non voglia parlare. Ma aggiunge:
"Poco importa se sia finito suicida o in un convento: resta
solo la natura oscura ch'egli ha voluto imprimere al suo
distacco".
A
Torino, quattro giorni prima della sua scomparsa, muore Primo
Levi: Caffè ne rimane sconvolto, ma critica il modo,
plateale e straziante, in cui lo scrittore si è tolto la
vita. Si può pensare, quindi, che se avesse voluto morire
Caffè lo avrebbe fatto in solitudine.
Il
film di Fabio Rosi, “L’Ultima lezione” (leggi)
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Attualità
di Federico Caffè di
Nerio Nesi, pubblicato sul mensile Aprile
mensile
(Quotidiano per la Sinistra), 26 giugno 2007 (ndr i grassetti
sono nostri)
Chi
era in realtà Federico Caffè? Un liberale? La sua
battaglia più dura fu contro il mercato finanziario. E'
memorabile la sua definizione della borsa, che considera "un
gioco spregiudicato che opera sistematicamente a danno di
categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un
quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la
ricorrente decurtazione e il pratico spossessamento dei loro
peculi".
Sono
passati 20 anni da quella notte fra il 14 e il 15 aprile del
1987, quando Federico Caffè uscì silenziosamente
dalla sua casa e si dissolse nel nulla. L'avevo
conosciuto, anni prima, a Roma, in casa di Edoardo Volterra,
insieme a Riccardo Lombardi, al quale era legato da una profonda
comunanza di idee e di valori. Ho
pensato spesso quale potesse essere il legame fra uomini così
diversi per interessi culturali e storia personale, e sono giunto
alla conclusione che questo legame era soprattutto il rigore
civile e morale verso se stessi e verso gli altri. Quando
Lombardi morì, nel 1984, Caffè scrisse di lui:
"...era un indispensabile punto di riferimento al quale si
era portati a rivolgersi nel succedersi delle illusioni e delle
delusioni, che hanno contraddistinto la vita del nostro
Paese". In
queste due parole io sento la stessa malinconia che aveva
contraddistinto l'ultima parte della vita di Riccardo Lombardi,
quella "solitudine del riformista" che fece scrivere
amaramente a Caffè "l'odierna voga del ritorno al
mercato costituisce, in definitiva, una pavida fuga dalle
responsabilità". Ma
questa malinconia non deve essere scambiata né in Federico
Caffè né in Riccardo Lombardi, in rinuncia, perché
" la fiducia che le idee finiscono per prevalere sugli
interessi costituiti non può essere abbandonata da chi ne
abbia fatto il fondamento della propria visione della vita". E'
questo il messaggio più bello che ci ha lasciato Federico
Caffè.
Vent'anni
dopo, la lettura dei suoi scritti induce ad alcune domande. Chi
era in realtà Federico Caffè? Un liberale? Se si
riflette sul pensiero liberale nella concezione dei suoi due
massimi esponenti italiani, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, si
sarebbe portati a rispondere positivamente a questa
domanda. Benedetto
Croce nella "Storia d'Europa nel secolo decimonono",
così definiva gli utopisti: "Utopisti furono
quelli che si dettero a credere che la questione sociale o ‘la
questione della Storia' sarebbe stata bella e risoluta con
l'innalzare gli espedienti economici liberistici a principi
assoluti, a legge della umana convivenza, ripromettendosi da ciò
la pacificazione di tutti i contrasti, l'appianamento di tutte le
difficoltà, la felicità umana; il che non si poteva
pensare se non ponendo, in ultima analisi, la legge della storia
al di là della storia". Luigi
Einaudi nelle sue "Lezioni di politica sociale" così
definisce il mercato: "il meccanismo del mercato è un
impassibile strumento economico, il quale ignora la giustizia, la
morale, la carità, tutti i valori umani. Sul mercato si
soddisfano domande, non bisogni". Si
può considerare Caffè un liberale progressita? Si,
se si pensa a Franklin Delano Roosevelt, che nel 1933 inviò
al Congresso degli Stati Uniti un messaggio per accompagnare due
disegni di legge che assunsero una importanza storica: il Public
Utilities Company Act (che era la base istituzionale per la lotta
contro i gruppi elettrico-finanziari) e la creazione della
Tennesse Valley Authority. "Contro
le concentrazioni di ricchezza e di potere economico che le
holding hanno creato nel campo dei servizi pubblici",
scriveva il Presidente Roosevelt, "una regolamentazione ha
poche possibilità di successo".
Ma
Federico Caffè scrisse, per un lungo periodo, solo su un
quotidiano comunista, “il manifesto”. Perché
lo fece? Per mantenere una assoluta indipendenza di giudizio, io
credo. Egli era contro il mercato fine a se stesso, contro cioè
quella dottrina del "laissez faire" che affida alla
cosiddetta "mano invisibile" il governo del mondo. Ma
la sua battaglia più dura fu contro il mercato
finanziario. E' memorabile la sua definizione della borsa, che
egli considera "un gioco spregiudicato che opera
sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute
di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto,
consente e legittima la ricorrente decurtazione e il pratico
spossessamento dei loro peculi". Ma
egli fu anche un uomo delle grandi istituzioni dello Stato, alla
cui funzione credette fermamente. E' noto, a questo proposito, il
suo legame con la Banca d'Italia. Ho
ritrovato recentemente un significativo ricordo di Carlo Azeglio
Ciampi: "Negli anni settanta tutto il volume della Relazione
Annuale veniva letto e discusso ad alta voce due volte. La prima
volta il dattiloscritto veniva letto pagina per pagina in aprile.
La seconda volta veniva letto in bozze da un gruppo fisso che
comprendeva Carli, Baffi e uno dei due vice-direttori generali,
il Capo Servizio Studi e di volta in volta i capi degli uffici
interessati. Oltre a costoro, era sempre presente, seduto in
silenzio, Federico Caffè. I suoi interventi erano i più
misurati. Caffè era della idea che le osservazioni più
gravi si dovevano fare sempre e soltanto a quattrocchi, mai in
pubblico. La presenza di Caffè era utilissima, perché
spesso gli animi si scaldavano, e quando c'erano contrasti o
critiche, contraddizioni molto forti, mentre noi discutevamo,
Caffè con la sua matitina vergava sul margine delle bozze
la soluzione che accontentava tutti. Era un forte elemento di
moderazione, anche linguistica, proprio lui che veniva
considerato "di sinistra". Allora
chi era Federico Caffè? Egli
si definisce un riformista, e anche da questa definizione nasce
la gratitudine che gli dobbiamo, perché la parola
riformista si presta oggi a pericolosi equivoci. Non
è quindi inutile ripetere quella definizione che è
diventata ormai famosa: "il riformista è convinto
di operare nella storia, ossia nell'ambito di un sistema di cui
non intende essere né l'apologeta, né il becchino;
ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente
sollecito di apportare tutti quei miglioramenti che siano
concretabili nell'immediato e non desiderabili in vacuo. Egli
preferisce il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il
gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata
trasformazione radicale del sistema". Per
Caffè, d'altra parte, utopia non era affatto una brutta
parola:"per uno scienziato quel che gli altri definiscono
utopia è solo anticipazione di esiti che debbono superare
le resistenze del presente". Queste
parole sono più che mai attuali, in un momento nel quale
noi, uomini e donne della Sinistra, abbiamo idee diverse e
confuse, perché ci aiutano a riflettere su noi stessi, per
ritrovare, speriamo, dall'insegnamento di questi Maestri, la
"diritta via", che abbiamo smarrito.
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