Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino


Segnaliamo

Il 29 gennaio 1982, sull'inserto economico del manifesto, nella rubrica «note e letture» venne pubblicato quest’amaro e disperato intervento di Federico Caffè titolato «La solitudine del riformista». Lo segnaliamo certi di riproporre un utile elemento di riflessione.


il manifesto - 29 gennaio 1982

La solitudine del riformista
di Federico Caffè


Il riformista è ben consapevole d'essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.

La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. E' agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell'ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l'apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell'immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».

Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l'acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l'operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l'ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose.

Persino Quintino Sella, allorché propose al Parlamento italiano l'istituzione delle Casse di risparmio postali, incontrò l'opposizione di chi ritenne il provvedimento come pregiudizievole alla libera iniziativa di consapevoli cittadini che, per capacità proprie, avrebbero continuato a dar vita a un movimento associazionistico nel campo del credito. Venne obiettato al Sella che «vi sono due modi di amare la libertà; (...) Vi è il modo nostro; amarla di vero affetto, per sé, per il bene che genera e permette ai nostri concittadini, considerarla, studiarla, renderla quanto più si possa benefica; (...) Vi è poi un altro modo; e consiste nel professare a parole un amore sviscerato verso la libertà, e domandarle un abbraccio per poterla comodamente strozzare».(1)

Più che essere colpito dagli strali del retoricume neoliberista (sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l'incapacità di fuoriuscire dal «sistema». Egli è tuttavia, troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le matrici, per poter rinunciare a quella che è la sua vocazione intellettuale. In questa non rientra, per naturale contraddizione, il fatto di dover occuparsi di palingenesi immaginarie. Sollecitato in vari modi a farlo, il riformista ha finito col rendersi conto che si pretendeva da lui qualcosa di simile a quello che si chiede a un pappagallo tenuto in gabbia, dal quale, con la guida di una bacchetta, si cerca di ottenere che scelga, con il suo becco, uno dei variopinti manifestini che si trovano in un apposito ripiano della gabbia.

Spaventato da questa implicita trasformazione in intellettuale pappagallesco, il riformista si rincuora prendendo un libro che gli è caro e rileggendone alcune righe famose:

«Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente. (...) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent'anni di età, cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male».(2)


1) F.Ferrara, Discorsi e documenti parlamentari (1867-1875), in Opere complete, vol. 9 (a cura di F.Caffè, Istituto grafico tiberino, Roma, 1972, pp. 307 sg).

2) J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest, and Money Macmillan, London 1936; trad. it. Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale, Utet


Alcuni rimandi nella rete:

Federico Caffè, La solitudine del riformista, Bollati Boringhieri (leggi)

Opere di Federico Caffè pubblicati da Franco Angeli (leggi)


Attorno a Federico:

Vivere con 2 dollari al giorno: Presentato a Roma, dagli allievi di Federico Caffè, il Rapporto su povertà, diseguaglianze e globalizzazione. Con qualche nuova idea per reagire (Paolo Andruccioli, "il manifesto" del 16 Aprile 2004) (leggi)

Tavola rotonda: Quale economia per quali beni comuni?
Del ruolo delle reti locali sui territori per una nuova economia relazionale hanno discusso Bruno Amoroso, professore di economia a Roskilde, Enzo Scandurra, dell’università La Sapienza di Roma e Alberto Castagnola, economista della rete Lilliput. La discussione prende spunto dal libro di Bruno Amoroso “La stanza Rossa” uscito da Città aperta edizioni, su Federico Caffè.
La tavola rotonda è presieduta da Velia di Pietra, della rete sociale Monti. Segue un dibattito con il pubblico.
Vedi il filmato (Arcoiris TV, guarda e ascolta gli interventi – ADSL).


Dal sito: www.chilhavisto.rai.it


E' l'alba del 15 aprile 1987: l'economista Federico Caffè esce dalla sua casa al 42 di via Cadlolo in zona Monte Mario, a Roma, lasciando sul comodino i documenti e gli occhiali che usa per leggere. Da questo momento se ne perde ogni traccia. Dalle ricerche delle forze dell'ordine, dei suoi studenti e degli amici, non emerge il più piccolo indizio: Caffè è svanito nel nulla. Pescarese di origine, nato nel 1914, Caffè è per trent'anni docente di Politica economica e finanziaria alla facoltà di Economia e Commercio dell'Università "La Sapienza" di Roma. Consulente di spicco dell'Ufficio Studi di Bankitalia, antifascista storico e difensore keynesiano dello stato sociale, nel dopoguerra ricopre i ruoli di Segretario particolare e di Capo di Gabinetto di Meuccio Ruini, Ministro della Ricostruzione del governo Parri.

Ma un susseguirsi di disgrazie stravolge i suoi ultimi anni: la morte della madre e quella della tata che lo aveva cresciuto, la scomparsa dei colleghi Ezio Tarantelli, assassinato dalle Br nell'85, e Fausto Vicarelli, morto in un incidente stradale, e quella del suo studente Franco Franciosi, stroncato da un tumore. Dolori, questi, che Caffè riesce a sopportare con l'aiuto dell'insegnamento e dei suoi allievi. Ma quando l'età gli impone di lasciare la cattedra, cade in un profondo sconforto. Agli amici confessa di non riuscire a scrivere e di avere amnesie sempre più frequenti: "Io non sono un uomo -dice- sono una testa. Se quella arrugginisce, di me non resta più niente".

Che fine ha fatto Federico Caffè? Secondo alcuni si è suicidato, secondo altri si è ritirato nella solitudine di un convento. Ma in ogni caso rimane un dubbio. Negli ultimi mesi Caffè non mangiava quasi più ed era molto debole: difficilmente avrebbe potuto allontanarsi da solo. Quella mattina di aprile, qualcuno potrebbe averlo accompagnato in un luogo isolato in cui compiere l'estremo gesto, o in cui trovare rifugio. Del resto, per fuggire a quell'esistenza divenuta insopportabile, Caffè aveva chiesto aiuto, senza ottenerlo, ad alcuni suoi allievi. Forse, alla fine, altri hanno accettato. Ermanno Rea, autore del libro "L'ultima lezione" sulla vita e sulla scomparsa di Caffè, in una recente intervista a "la Repubblica" si dice convinto che qualcuno sappia e non voglia parlare. Ma aggiunge: "Poco importa se sia finito suicida o in un convento: resta solo la natura oscura ch'egli ha voluto imprimere al suo distacco".

A Torino, quattro giorni prima della sua scomparsa, muore Primo Levi: Caffè ne rimane sconvolto, ma critica il modo, plateale e straziante, in cui lo scrittore si è tolto la vita. Si può pensare, quindi, che se avesse voluto morire Caffè lo avrebbe fatto in solitudine.


Il film di Fabio Rosi, “L’Ultima lezione” (leggi)


Attualità di Federico Caffè
di Nerio Nesi, pubblicato sul mensile
Aprile mensile (Quotidiano per la Sinistra), 26 giugno 2007 (ndr i grassetti sono nostri)


Chi era in realtà Federico Caffè? Un liberale? La sua battaglia più dura fu contro il mercato finanziario. E' memorabile la sua definizione della borsa, che considera "un gioco spregiudicato che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione e il pratico spossessamento dei loro peculi".



Sono passati 20 anni da quella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1987, quando Federico Caffè uscì silenziosamente dalla sua casa e si dissolse nel nulla.
L'avevo conosciuto, anni prima, a Roma, in casa di Edoardo Volterra, insieme a Riccardo Lombardi, al quale era legato da una profonda comunanza di idee e di valori.
Ho pensato spesso quale potesse essere il legame fra uomini così diversi per interessi culturali e storia personale, e sono giunto alla conclusione che questo legame era soprattutto il rigore civile e morale verso se stessi e verso gli altri.
Quando Lombardi morì, nel 1984, Caffè scrisse di lui: "...era un indispensabile punto di riferimento al quale si era portati a rivolgersi nel succedersi delle illusioni e delle delusioni, che hanno contraddistinto la vita del nostro Paese".
In queste due parole io sento la stessa malinconia che aveva contraddistinto l'ultima parte della vita di Riccardo Lombardi, quella "solitudine del riformista" che fece scrivere amaramente a Caffè "l'odierna voga del ritorno al mercato costituisce, in definitiva, una pavida fuga dalle responsabilità".
Ma questa malinconia non deve essere scambiata né in Federico Caffè né in Riccardo Lombardi, in rinuncia, perché " la fiducia che le idee finiscono per prevalere sugli interessi costituiti non può essere abbandonata da chi ne abbia fatto il fondamento della propria visione della vita".
E' questo il messaggio più bello che ci ha lasciato Federico Caffè.



Vent'anni dopo, la lettura dei suoi scritti induce ad alcune domande. Chi era in realtà Federico Caffè? Un liberale? Se si riflette sul pensiero liberale nella concezione dei suoi due massimi esponenti italiani, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, si sarebbe portati a rispondere positivamente a questa domanda.
Benedetto Croce
nella "Storia d'Europa nel secolo decimonono", così definiva gli utopisti: "Utopisti furono quelli che si dettero a credere che la questione sociale o ‘la questione della Storia' sarebbe stata bella e risoluta con l'innalzare gli espedienti economici liberistici a principi assoluti, a legge della umana convivenza, ripromettendosi da ciò la pacificazione di tutti i contrasti, l'appianamento di tutte le difficoltà, la felicità umana; il che non si poteva pensare se non ponendo, in ultima analisi, la legge della storia al di là della storia".
Luigi Einaudi nelle sue "Lezioni di politica sociale" così definisce il mercato: "il meccanismo del mercato è un impassibile strumento economico, il quale ignora la giustizia, la morale, la carità, tutti i valori umani. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni".
Si può considerare Caffè un liberale progressita? Si, se si pensa a Franklin Delano Roosevelt, che nel 1933 inviò al Congresso degli Stati Uniti un messaggio per accompagnare due disegni di legge che assunsero una importanza storica: il Public Utilities Company Act (che era la base istituzionale per la lotta contro i gruppi elettrico-finanziari) e la creazione della Tennesse Valley Authority.
"Contro le concentrazioni di ricchezza e di potere economico che le holding hanno creato nel campo dei servizi pubblici", scriveva il Presidente Roosevelt, "una regolamentazione ha poche possibilità di successo".



Ma Federico Caffè scrisse, per un lungo periodo, solo su un quotidiano comunista, “il manifesto”. Perché lo fece? Per mantenere una assoluta indipendenza di giudizio, io credo. Egli era contro il mercato fine a se stesso, contro cioè quella dottrina del "laissez faire" che affida alla cosiddetta "mano invisibile" il governo del mondo.
Ma la sua battaglia più dura fu contro il mercato finanziario. E' memorabile la sua definizione della borsa, che egli considera "un gioco spregiudicato che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione e il pratico spossessamento dei loro peculi".
Ma egli fu anche un uomo delle grandi istituzioni dello Stato, alla cui funzione credette fermamente. E' noto, a questo proposito, il suo legame con la Banca d'Italia.
Ho ritrovato recentemente un significativo ricordo di Carlo Azeglio Ciampi: "Negli anni settanta tutto il volume della Relazione Annuale veniva letto e discusso ad alta voce due volte. La prima volta il dattiloscritto veniva letto pagina per pagina in aprile. La seconda volta veniva letto in bozze da un gruppo fisso che comprendeva Carli, Baffi e uno dei due vice-direttori generali, il Capo Servizio Studi e di volta in volta i capi degli uffici interessati. Oltre a costoro, era sempre presente, seduto in silenzio, Federico Caffè. I suoi interventi erano i più misurati. Caffè era della idea che le osservazioni più gravi si dovevano fare sempre e soltanto a quattrocchi, mai in pubblico. La presenza di Caffè era utilissima, perché spesso gli animi si scaldavano, e quando c'erano contrasti o critiche, contraddizioni molto forti, mentre noi discutevamo, Caffè con la sua matitina vergava sul margine delle bozze la soluzione che accontentava tutti. Era un forte elemento di moderazione, anche linguistica, proprio lui che veniva considerato "di sinistra".
Allora chi era Federico Caffè?
Egli si definisce un riformista, e anche da questa definizione nasce la gratitudine che gli dobbiamo, perché la parola riformista si presta oggi a pericolosi equivoci.
Non è quindi inutile ripetere quella definizione che è diventata ormai famosa: "il riformista è convinto di operare nella storia, ossia nell'ambito di un sistema di cui non intende essere né l'apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito di apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell'immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del sistema".
Per Caffè, d'altra parte, utopia non era affatto una brutta parola:"per uno scienziato quel che gli altri definiscono utopia è solo anticipazione di esiti che debbono superare le resistenze del presente".
Queste parole sono più che mai attuali, in un momento nel quale noi, uomini e donne della Sinistra, abbiamo idee diverse e confuse, perché ci aiutano a riflettere su noi stessi, per ritrovare, speriamo, dall'insegnamento di questi Maestri, la "diritta via", che abbiamo smarrito.



Torna all'indice degli articoli segnalati



Vai alla pagina principale