Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino
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Segnaliamo: dossier Coca-Cola |
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Il confronto non
ci fa paura. Malgrado esso sia sempre sbilanciato, da una parte
chi ha dalla sua la forza mediatica ed economica per presentare
le proprie tesi e i propri valori, dall'altra chi oltre a subire
la violenza fisica del potere (militare, economico e politico)
riesce con difficoltà a far circolare le semplici
informazioni riguardanti le difficili condizioni della propria
vita quotidiana, lavorativa, famigliare. Siamo generosi, lasciamo
l'inizio di questa prima pagina al potentato della nostra
informazione televisiva locale, liberale fino al midollo e
ciellino nell'anima, che sbeffeggia coloro i quali trovano
giusto, dignitoso e necessario, non sostenere chi si macchia di
crimini, con un semplice gesto civile e pacifico. Ci auguriamo che qualcosa/qualcuno si metta in moto ... questo è il nostro primo piccolo contributo. (22 novembre 2005) |
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Quando ci vuole, ci vuole. E così mercoledì sera ho brindato con Rivella (nostra quasi imbevibile bevanda nazionale) per festeggiare i rossocrociati a dispetto del Salmo svizzero fischiato e delle botte turche negli spogliatoi. Certe bibite sono un simbolo, come lo champagne a capodanno e il tè inglese delle cinque. C’è per esempio qualcosa di patetico, anzi di malsano, nel boicottaggio della Coca-Cola, che la sinistra torinese ha bandito quale bevanda sponsor dalle olimpiadi invernali e gli studenti di varie università italiane hanno abolito nei distributori degli atenei. La bruna bevanda con le bollicine sarebbe il bieco liquido di una multinazionale cattiva, che sfrutta lavoratori in Colombia ma, quel che è peggio, rappresenta il mito del Male americano. È Coca-Cola lo yankee sprezzante che a gamba larga si fa strada nel mondo a colpi di dollari, è Coca-Cola George W. Bush e con lui le bombe intelligenti, la CIA, l’imperialismo, l’embargo su Cuba, gli hamburger, l’obesità, la musica country con gli stivali di cuoio, lo strapotere del cinema americano, Dallas e Friends e gli antidarwinisti. E allora via la Coca-Cola, il ruttino dolce e liberatore lo si farà con Gatorade, grande sponsor dello sport italiano, senza sollevare proteste. Per fortuna Furio Colombo (snob liberal prestato al post-comunismo) sull’Unità ha ascoltato la propria cultura solida e ha scritto che il boicottaggio è un’enorme sciocchezza e che proprio la Coca-Cola fu la prima grande azienda americana a dar lavoro ai neri. La demonizzazione della Coca è un tormentone ciclico. Pensate che la storia cominciò nella Germania nazista quando Goering, temendo la frizzante bibita americana quale simbolo di democrazia multirazziale, la mise al bando e fece creare la risposta ariana, la bionda Fanta, che oggi ancora viene tranquillamente bevuta da destra a sinistra senza complessi di colpa. La Coca contiene un po’ di caffeina, è troppo dolce (ma c’è la Light e persino la Diet), è forse un po’ eccitante e magari non fa bene allo stomaco se bevuta a forti dosi (ma i pediatri la consigliano a cucchiaini contro la nausea dei piccoli…). È anche vero che la Coca-Cola ha invaso in modo aggressivo i mercati del mondo e il suo marchio è universale e vale miliardi. Non c’è duna del deserto o igloo dell’ Artico, bassofondo di favela o terrazza di Manhattan o Montmartre o pianoro dell’ Emmental che non abbiano l’ammiccamento biancorosso della Coca. Va bene, è un prodotto mondiale d’esportazione, una bibita globalizzata. Ma lo sono anche il caffè e il cacao che vengono dalle piantagioni del Sudamerica e il tè che viene dalla Cina e dall’ India. Che ne sappiamo noi dei lavoratori che raccolgono in Brasile i chicchi o le fave del caffè Lavazza e del cioccolato Nestlé? Ma, quel che è peggio, mi sembra polverosa e recidiva l’insistenza di chi continua a menarla con l’antiamericanismo viscerale, emotivo, di pancia e mai di testa, accecato dalle sbornie ideologiche non smaltite. L’ America, di cui l’ Europa è radice storica e culturale, è a sua volta una delle nostre radici di civiltà politica, dalla cultura liberale alle conquiste scientifiche, ai grandi confronti del 20mo secolo (dicono niente le spiagge insanguinate di Normandia e l’abbattimento pacifico del muro di Berlino?). Con tutte le prepotenze muscolari, le rozzezze culturali, i limiti, il profitto esasperato, gli eccessi del pragmatismo, gli Stati Uniti d’ America sono una grande nazione democratica dove i poteri sono sempre controbilanciati, verificati, cambiati. I presidenti non possono rimanere in carica più di 8 anni, la stampa è libera e vigilante, le alternanze politiche assicurate, le colpe processate. E accanto a certa ignoranza grezza e fondamentalista fioriscono anche una cultura vivace, libera e immaginosa, un senso religioso profondo (di popolo e non clericale), una saldezza etica. Non so se ci siano bibite speciali nella Corea del Nord e nel Vietnam militarizzati, nella Cina dal terribile inquinamento (dell’aria e dei diritti umani), nella Cuba che imprigiona gli oppositori, nelle dittature africane, nell’ Iran fondamentalista e paraterrorista, negli emirati assolutisti dove chi porta la croce al collo viene imprigionato, nel Sudan dove ogni giorno vengono massacrati dei cristiani. Se ci fosse una limonata rappresentativa di tutte quelle nefandezze, magari i no-global nostrani con la maglietta Lacôste la berrebbero senza batter ciglio. Anche se non mi piace, mi vien voglia di brindare con un bicchiere di Coca-Cola all’imperfetta libertà (ma libertà è) dell’ America. il manifesto - domenica, 20 novembre 2005 Tutto è
lecito con Coca-Cola Continuano a piovere denunce e
multe sulla Coca-Cola per comportamento antisindacale e
violazione delle leggi sulla concorrenza. Quanti vedono nelle
campagne di boicottaggio alla multinazionale di Atlanta solo una
miope forma di antiamericanismo, forse ignorano che Coke
raccoglie con una frequenza impressionante non solo accuse, ma
vere proprie condanne da ogni parte del pianeta, a cominciare
dagli Usa. Questa settimana è stata incolpata di
antisindacalismo da un gruppo di lavoratori turchi licenziati,
minacciati e aggrediti perché rivendicavano diritti
elementari e poi sanzionata dai giudici messicani per il modo in
cui manipola il mercato locale delle bibite. Nel primo caso, si è
rivolto direttamente ai tribunali americani Terry Collingsworth,
leader dell'International labor fund, l'organizzazione che
qualche anno fa denunciò la storia dei sindacalisti
colombiani uccisi dai gruppi paramilitari, assoldati da società
affiliate alla Coca-Cola. Collingsworth ha raccolto le
testimonianze di alcuni ex dipendenti dell'imbottigliatrice
turca, sempre controllata da Atlanta, addetti al trasporto. A
luglio centinaia di questi lavoratori avevano indetto una
manifestazione per rivendicare il diritto di associarsi e
chiedere condizioni migliori, ma anziché trattare i
dirigenti hanno preferito chiamare i reparti speciali della
polizia turca, la Cevik Kuveet. La dimostrazione pacifica è
stata presto repressa con brutalità e i poliziotti non
hanno esitato a caricare con manganelli e gas lacrimogeni,
arrestando oltre 90 persone, compresi i sindacalisti e gli
avvocati, ancora in carcere. Le rivendicazioni erano iniziate
dopo che l'azienda distributrice Trakya Nakliyat ve Ticaret aveva
licenziato cinque impiegati nella sede di Dudullu perché
cercavano di costituirsi in sindacato. A maggio sono stati
liquidati altri cinquanta lavoratori iscritti alla sigla degli
alimentaristi Disk nell'impianto di distribuzione di Yenidosna,
col pretesto delle scarse commesse da parte della Coca-Cola
Turchia. Ovviamente la direzione americana nega ogni
responsabilità, anzi rigira agli avvocati come
Collingsworth le accuse di persecuzione e di diffamazione,
scaricando sui fornitori e sui distributori locali ogni eventuale
colpa. Diversamente è andata a Città del Messico,
dove la multinazionale non ha potuto fare molto contro il
tribunale che l'ha appena condannata, insieme a imbottigliatori e
distributori, al pagamento di oltre 58 milioni di euro per la
violazione delle leggi nazionali. Il caso è partito dal
quartiere periferico di Iztapalapa, dove una piccola
commerciante, Even Chavez, ha denunciato alla Commissione
federale sulla concorrenza le pressioni che subiva da anni dai
distributori Coke. Minacciando di toglierle i frigoriferi dati in
comodato, varie attrezzature e anche l'insegna, questi tentavano
di imporre i prodotti americani vietandole di comprare e
rivendere ogni altra bibita, soprattutto quelle che stanno
crescendo nel mercato latinoamericano dei soft-drinks, come la
Big Cola di produzione peruviana. l’Unità, 11ottobre
2002 Boicotto (dal sito REBOC) La
REBOC non è chi cura questo sito. La REBOC sono tutti
quelli che in Italia vogliono impegnarsi in questa campagna per i
diritti umani. La REBOC sei anche tu. FIRMA
ON-LINE (apri)
Ecco alcuni indirizzi utili
COCA-COLA
Beverages SA COCA-COLA
SA THE
COCA-COLA COMPANY COCA-COLA
DE COLOMBIA, Inc. PANAMERICAN
BEVERAGES COMPANY Ltd. PANAMCO
Ltd. PANAMCO
COLOMBIA, Inc. P.c.
SINALTRAINAL - Bogotà COLOMBIA
Per non essere tacciati di antiamericanismo ... segnaliamo la dichiarazione finale del tribunale permanente dei popoli, caso Nestlè Colombia presentata a Berna in udienza pubblica sabato 29 ottobre 2005, elaborata in collaborazione con il combattivo sindacato Sinaltrainal Facciamo pulizia anche in casa nostra! |
marzo 2008 Coca-Cola: giù le mani da Bella Ciao (leggi) Ottobre 2007 Continuano le minacce e la repressione antisindacale negli stabilimenti della Coca Cola in Colombia. Sequestrato e torturato il figlio di un lavoratore - sindacalista della multinazionale americana (leggi il comunicato) Giugno
2007 William
Reymond, Coca
Cola, L'inchiesta proibita Festate
... calice amaro “Passata la festa gabbato lo santo” Coca
Cola: "Mai parlato di inchiesta",
ispezione o di commissione. L’accordo firmato a Novembre
era esplicito: Coca Cola acconsentiva alla visita di una
delegazione interistituzionale negli stabilimenti
dell’imbottigliatore colombiano. Come e quando lo
decideremo con Veltroni, è con lui che abbiamo firmato
l’accordo”. Tre mesi dopo, Nicola Raffa, responsabile
pubbliche relazioni per il Mediterraneo della company di Atlanta,
gela le speranze su un’inchiesta indipendente negli
stabilimenti colombiani al centro di ripetute denunce, di
violazione dei diritti umani e sindacali, da parte del sindacato
Sinaltrainal che ha promosso una campagna internazionale di
boicottaggio della nota bibita gassata. Con una lettera a Luigi
Nieri, assessore al Bilancio della Regione Lazio e Massimiliano
Smeriglio, Presidente del Municipio Roma XI, la multinazionale di
Atlanta ha così respinto al mittente la proposta di
composizione della commissione, elaborata con la Reboc (Rete
boicottaggio Coca Cola) che, secondo gli accordi, avrebbe dovuto
effettuare la visita entro il mese di marzo. Lugano, lunedì 30 gennaio 2006 ... Coca-Cola: no grazie! Numerose
e documentate le accuse locali e internazionali contro i
crimini della Coca-Cola
nei confronti dei propri
lavoratori in Colombia. Il mondo
civile e democratico protesta pacificamente e fermamente
contro questi soprusi e
richiede almeno l’apertura di una semplice inchiesta. A
Lugano
nel
tardo pomeriggio di lunedì 30 gennaio 2006 sfilerà
la fiaccola olimpica sponsorizzata dalla Coca-Cola. Come segno di
solidarietà ai lavoratori e come forma di pressione verso
pratiche intollerabili invitiamo tutti a partecipare
all’avvenimento sommergendo di fischi il passaggio di
questo simbolo purtroppo macchiato dal sangue dei lavoratori e
delle lavoratrici.
Approfondimenti: Spenta la fiaccola a Genova (leggi) ... dovevo fare il tedoforo, poi ho saputo di Coca Cola... (leggi) Coca – cola a Mendrisio l'8 dicembre 2005 (leggi) La notizia! 8 novembre 2005 Il divieto annunciato dal Municipio Roma XI (leggi) di attraversare il territorio municipale al tedoforo delle Olimpiadi perché sponsorizzato da Coca Cola ha ottenuto il risultato sperato: la Coca Cola "ha accettato l'istituzione di una delegazione mista e indipendente che porterà una rete di amministratori locali, sindacati, società civile e Cola Cola Company negli stabilimenti colombiani per verificarne le condizioni dei lavoratori (leggi). Espressa soddisfazione dal sindacato SINALTRAINAL (leggi)
Opportuno e necessario porre la medesima richiesta a Coca-Cola Svizzera COCA-COLA
Beverages SA
Indagine sulle accuse di omicidio e violenza negli impianti colombiani della Coca-Cola - Rapporto della Commissione di New York City che ha svolto un'inchiesta in Colombia dall'8 al 18 Gennaio 2004 (leggi) Leggi il rapporto indipendente sulla Coca-Cola, luglio 2005 (formato pdf) Scheda sintetica (volantino fronte e retro, formato pdf) elaborato da Reboc, Roma, luglio 2005 (leggi) Sinaltrainal Sindicato nacional de trafajadores de la industria de alimentos - Colombia Bolivia: pesanti accuse a Coca Cola Secondo
il neo eletto presidente boliviano Evo Morales la multinazionale
Coca-cola sosterrebbe il commercio di cocaina. “Una delle
maggiori cause della presenza yankee nel territorio andino - ha
detto il neo presidente - è il controllo della coca
attraverso l’impresa Coca-cola”. Morales ha affermato
che oggi il commercio di coca è illegale tra i paesi
andini ma non per l’impresa statunitense, che può
comprare la quantità che vuole in qualsiasi paese la
produca. Qualche giorno fa il vice-ministro della Difesa Sociale
boliviana, Ernesto Justiniano, ha fatto sapere che in passato
quell’ufficio aveva autorizzato l’esportazione di 150
tonnellate di foglia di coca negli Stati Uniti per la
fabbricazione della bibita gassata, fatto negato da un portavoce
della multinazionale. Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano tra gli ispiratori della campagna Sponsor Etici. “Nel 2002 il Sindaco (Veltroni ndr), su mia richiesta, prese pubblicamente l’impegno di non accettare la sponsorizzazione, la pubblicità e il contributo in denaro delle multinazionali sotto boicottaggio. Anche questa importante decisione del Municipio Roma XI va inserita in un percorso complessivo avviato in quel momento. E’ ora che questo percorso venga portato a compimento con la rapida approvazione del Regolamento sulle sponsorizzazioni, che, in base a notizie in mio possesso, è pronto ma giace in Consiglio Comunale in attesa di essere messo all’ordine del giorno”. La
lunga lista delle violazioni denunciate dal sindacato colombiano
Sinitral contro i lavoratori della Coca-Cola e di altri
importanti transnazionali del settore alimentare
Lavoratori
assassinati Lavoratori
sopravvissuti ad attentati e costretti a rifugiarsi
all’estero Lavoratori
gravemente minacciati e costretti a lasciare il posto di
lavoro Lavoratori
arrestati con l’accusa di terrorismo e sovversione,
torturati e successivamente liberati perché innocenti Sindacalisti
dell’impianto Coca Cola di Carepa (Urabá-Antioquia)
costretti a fuggire in altri dipartimenti della Colombia |
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il manifesto - martedì, 7 febbraio 2006 TERRATERRA |
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il manifesto - mercoledì, 25 gennaio 2006
COCA
COLA «A quel punto, non ci fu più sindacato né della Coca Cola, né di nessun'altra fabbrica. Era prevalsa la soluzione più radicale, finale. La fine del sindacato della Coca Cola era costata 8 dirigenti morti, due scomparsi e sei feriti... In Guatemala, ora che dicono sia tornata la democrazia, quei delitti sono ancora impuniti. In compenso si continua a bere la famosa bibita» Tutto iniziò con una
stoltezza. Ciò che venne dopo, gli scambi di persona, i
coltelli, le armi, i 27 morti, la rabbia, il terrore, i funerali
e le vendette, tutto derivò da quella stupidità.
L'insensatezza è pericolosa perché, se si insiste,
diventa malvagità. Questa è una storia lunga e
scabrosa e va raccontata sin dall'inizio, quando nessuno avrebbe
pensato che si sarebbe arrivati a tanto, per finire poi in nulla
o addirittura in oblio. |
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Nicaragua: Coca Cola e Parmalat in tribunale Le
rappresentanze sindacali all’interno delle fabbriche
Parmalat e Coca-Cola del Nicaragua hanno citato in Tribunale le
due aziende, denunciando la costante violazione ai diritti dei
lavoratori e lavoratrici. “Non è possibile - ha
detto Ricardo Robleto, Segretario generale della Federazione
Bevande e Tabacco - che in imprese come la Coca Cola continuino
una politica di repressione per impedire che i lavoratori si
iscrivano al sindacato. La Direzione dell'impresa ha convocato
più di dieci lavoratori per intimorirli e per far sí
che rinunciassero al sindacato cui sono iscritti”. Molto
simile è il caso della Parmalat, dove la repressione
contro la libertà sindacale è fortissima: negli
ultimi mesi sono stati licenziati 20 lavoratori, tra cui due
dirigenti sindacali.
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