Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino
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Mondo - Segnaliamo| I commenti di Sandro Guzzi-Heeb |
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I commenti di Sandro Guzzi-Heeb, storico, università di Losanna |
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Il fucile e la libertà Le discussioni attuali a proposito dell’iniziativa sulle armi sono un nuovo interessante esempio di come una versione falsificata ed edulcorata della storia nazionale sia usata a fini politici e ideologici. Certo, le armi sono indissolubilmente legate ai nostri simboli nazionali: e Guglielmo Tell che, secondo la leggenda, con la sua balestra uccise il perfido Gessler, non sarebbe probabilmente diventato un eroe se avesse dovuto passare a prendere l’arma all’arsenale. A lungo il possesso di armi è stato considerato un privilegio degli uomini liberi ed ha dunque assunto un alto valore simbolico. In effetti l’elemento militare è stato da sempre profondamente legato alla cultura politica svizzera. Un viaggiatore alsaziano scriveva attorno al 1640: “La gioventù è ben esercitata nel maneggio delle armi, e nessuno raggiunge l’età di 12 anni senza saper tirare con un moschetto. D’altronde, ciascuno è abbondantemente fornito di armi in casa sua, tanto che qualunque capofamiglia può mobilitare due o tre uomini per una campagna”. Ma il possesso delle armi, nella realtà, non ha mai garantito la libertà: durante lunghi secoli, anzi, esso non ha impedito il progressivo asservimento della maggioranza della popolazione. Fra il 1500 e il 1798, il potere nei cantoni svizzeri si è infatti sempre più concentrato in ristrette oligarchie, mentre per la maggioranza della popolazione – contadini, artigiani, giornalieri, donne – i diritti venivano progressivamente limitati. Ciò è più evidente nei cantoni urbani, dove l’aristocrazia cittadina dominava incontrastata sulle campagne; ma tendenze simili si imposero largamente anche nei cantoni alpini, perfino nella Svizzera primitiva, considerata la culla originaria delle libertà elvetiche. Senza parlare dei paesi soggetti, come l’attuale Ticino, ma anche l’Argovia, il Vaud e altri estesi territori dell’attuale Confederazione, dove di diritti politici non si parlava nemmeno. Questo processo di assoggettamento delle popolazioni rurali non fu possibile senza forti resistenze: in effetti la storia svizzera è costellata di rivolte, proteste, contestazioni e conflitti civili, con largo uso di spade, coltelli e fucili. Ma tali moti in difesa delle ‘libertà’ locali furono, quasi senza eccezione, repressi dai cantoni sovrani proprio con l’aiuto dei sudditi – naturalmente presi da altre regioni – e delle loro armi. Quando nel 1755 i leventinesi, allora soggetti a Uri, provarono ad opporsi a nuove misure decretate dal cantone sovrano, la protesta fu repressa con l’ausilio di truppe di vari cantoni della Svizzera centrale, che mobilitarono i loro sudditi in armi. Nella mitologia svizzera, le armi estratte dagli armadi o dalle soffitte sono state una garanzia dell’indipendenza svizzera: in realtà dal Medio Evo in poi esse non sono più state impiegate in difesa del territorio elvetico, se si eccettua un poco convinto e maldestro tentativo dei bernesi contro le truppe francesi nel 1798. In compenso esse sono servite a migliaia di mercenari per guadagnarsi il pane all’estero – spesso combattendo contro altri mercenari svizzeri – per spararsi o scannarsi a vicenda all’interno della Confederazione, come nei vari conflitti fra cattolici e protestanti. Nella prima metà dell’Ottocento le armi furono impiegate da liberali e radicali, è vero, per imporre idee democratiche e un allargamento della partecipazione popolare: ma furono impiegate egualmente dai loro avversari per opporsi a tali innovazioni. I conflitti sfociarono nel 1847 nell’ultima aperta guerra civile svizzera, la Guerra del Sonderbund, che diede origine allo Stato federale attuale. Insomma: le armi e la libertà non hanno sempre avuto un rapporto armonico. Anzi: perlopiù si sono trovate in stridente conflitto. Quello delle armi e del loro possesso è d’altro canto stato uno degli argomenti di peso per la limitazione della democrazia, ad esempio nella lotta contro la concessione del diritto di voto alle donne. Nel 1957 il Consiglio federale argomentava che il diritto di voto era indissolubilmente correlato all’obbligo di difesa nazionale; e già allora andava a pescare copiosamente nel pozzo oscuro nella gloriosa storia nazionale per sostenere che ciò corrispondeva ad un’antica tradizione e che “ciò si manifestava già nell’antica Landsgemeinde”, nella quale solo il cittadino armato poteva decidere. L’esercito svizzero, nella sua forma attuale, non fu creato che nella seconda metà dell’Ottocento, e fortunatamente non è mai stato chiamato a combattere sul terreno contro un nemico esterno. Da cinque secoli, dunque, il mitico uomo elvetico armato non ha più dovuto difendere praticamente il suo territorio o se l’ha tentato, come nel 1798 e negli anni seguenti, non c’è riuscito. Che durante la seconda guerra mondiale siano stati i moschetti tenuti in casa a far paura ai panzer di Hitler, è decisamente poco credibile. Nel frattempo le armi tirate fuori dall’armadio sono state usate quasi esclusivamente per sparare ad altri svizzeri o svizzere. Tra l’altro, come noto, le armi militari sono state utilizzate per innumerevoli fatti di sangue che hanno fatto numerose vittime, spesso donne e bambini. Vari studi dimostrano che l’accesso rapido ad un’arma facilita tali tragedie, che spesso risultano da una momentanea perdita di controllo. E anche se tali studi lasciassero spazio al dubbio: vale la pena di rischiare altre vite umane per una tradizione – quella dell’arma in difesa della libertà – che è indubbiamente suggestiva, ma che è realtà solo nella testa di alcune persone? (La Regione, 27 febbraio 2009) Le donne del Presidente Ultimamente sembra sia tornato il silenzio sui rapporti più o meno galanti di Silvio Berlusconi con donne di vario tipo ed età. Ma una domanda interessante resta. Se il capo del governo è ancora tanto popolare, è indubbiamente anche perché buona parte dell’elettorato femminile lo sostiene. Ma come mai, dopo separazioni, corteggiamenti semi-pubblici, voci di rapporti con minorenni, con prostitute? E dopo innumerevoli apprezzamenti di dubbio gusto, se non offensivi, sulle donne? Le donne italiane sono dunque troppo poco emancipate per opporsi ad un regime tanto spudoratamente maschilista? E le donne cattoliche hanno dimenticato i valori della fedeltà e della famiglia? Penso che dietro tutto questo si nasconda un’eredità storica profonda ed interessante. Ultimamente mi è capitato di seguire, in un albergo di Milano, una delle tante trasmissioni di informazione-intrattenimento propinate il mattino, condotte da una coppia di giornalisti, donna e uomo. L’uomo, naturalmente, con il ruolo principale, a commentare le notizie più importanti; la donna a fargli da spalla, occupandosi piuttosto di notizie rosa e piazzando qua e là qualche battuta o qualche commento personale. Così, ad un certo punto la moderatrice dice al collega: “Ma sai che ti sta bene il maglione girocollo sotto la giacca? Ti dà un’aria sexy…” E il giornalista, dapprima un po’ impacciato, a promettere, naturalmente, che metterà più spesso il maglione girocollo. Mi è sembrato un po’ il simbolo di quello che potrebbe essere visto come il contratto sessuale nel segno del berlusconismo: l’uomo in prima linea, col ruolo pubblico di primo piano, ma la donna in retrovia che gli sussurra quello che deve fare per essere sexy, o per essere veramente uomo. Il tutto in un quadro mediatico che, come sappiamo, punta fortemente e senza ritegno sull’esibizione di corpi e sessualità femminili, spesso accanto a uomini incravattati. Naturalmente la spettacolarizzazione e mediatizzazione della sessualità, soprattutto attraverso la generosa esibizione di corpi femminili, non è un fenomeno limitato all’Italia: ma è nella vicina penisola che il legame fra ruoli sessuali, media e messaggi politici è diventato particolarmente stretto, assumendo un’importanza specifica nella vita pubblica. Non è, in sé, una novità. È noto che una forte accentuazione dei ruoli e degli attributi sessuali è da secoli un carattere tipico delle società del sud europeo. Un sistema sociale “patriarcale” che, tradizionalmente, implica una messa in rilievo della potenza sessuale maschile, un forte controllo delle donne della loro sessualità, ma anche una certa idealizzazione della bellezza e della sensualità femminile. Un sistema ambiguo, per la verità, in quanto ad un livello più nascosto, ma psicologicamente esistenziale, la virilità, la dignità e perfino l’onore dell’uomo dipendono fortemente dalle donne: dalla loro accettazione, dalla loro fedeltà e sottomissione formale.
Il divieto della costruzione di minareti, accettato da una chiara maggioranza in votazione popolare, è stato definito, a giusto titolo, una decisione storica: non solo perché mette in crisi l’immagine di un paese democratico e tollerante, ma anche perché essa contribuisce a cambiare il nostro rapporto con gli stranieri e con il mondo esterno in generale. In realtà stiamo assistendo ad un’evoluzione storica profonda, che ci ha colti largamente impreparati. Non è un caso che la decisione sui minareti sia ceduta in un periodo di trasformazioni profonde, in cui i rapporti della Confederazione con il mondo esterno stanno cambiando rapidamente. Nuovi nemici Ne avevamo avuto le prime avvisaglie negli anni ’90, con gli attacchi delle organizzazioni ebraiche e dei loro alleati contro le banche svizzere. Ma ciò non era nulla in confronto a quanto ci sta capitando da un paio d’anni, durante i quali i nemici non hanno fatto che moltiplicarsi: dalla Germania di Peer Steinbrück, all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) con la sua lista grigia dei supposti paradisi fiscali; dall’autorità fiscale americana ai vari governanti europei, come Nicolas Sarkozy e Gordon Brown, gli attacchi contro la piazza finanziaria svizzera sembrano ormai essere di moda. E come se non bastasse, ecco nuove minacce all’orizzonte: Gheddafi, con i suoi ostaggi, e Giulio Tremonti con lo scudo fiscale. La Svizzera, lo possiamo già dire, non ne è uscita bene: il suo presidente, per sua stessa ammissione, ha ormai perso la faccia, e la piazza finanziaria buona parte del suo quasi proverbiale segreto bancario. Nell’affrontare i nuovi problemi, i politici elvetici si accorgono di ritrovarsi sempre più isolati. Come se non bastasse, ci stiamo creando noi stessi nuovi nemici: come noto, il sì massiccio all’iniziativa sui minareti ha suscitato reazioni critiche un po’ in tutto il mondo, ma soprattutto – evidentemente – nei paesi islamici. Tanto che ministri e diplomatici elvetici stanno volando per il mondo nel tentativo di calmare le acque e limitare i danni. Nuovi fronti Ma anche in altri settori, i sintomi di un rapporto diverso, più aggressivo, sono percepibili, come nella polemica più rude contro i frontalieri, sia in Ticino che nel canton Ginevra. E nuovi fronti potrebbero aprirsi: i partiti di governo stanno facendo a gara a lanciare proposte di divieti a destra e sinistra, sperando di riguadagnarsi il favore popolare, ma rischiando anche di moltiplicare le ostilità e gli avversari. Il recente voto sui minareti segna una novità di rilievo: nonostante il susseguirsi regolare di iniziative e proposte rivolte contro gli stranieri dagli anni ‘70 in poi, i partiti della maggioranza e i circoli economici erano riusciti fino ad oggi ad evitare, anche se a volte in extremis, risultati che mettessero in pericolo l’immagine della Confederazione e i buoni rapporti con i partners economici. Nell’ultima votazione, ciò non è stato possibile. Perché? I motivi sono complessi, e l’errore di valutazione nei sondaggi ha certamente avuto un ruolo, indebolendo la mobilizzazione contro l’iniziativa ed incoraggiando un voto di protesta. Ma ciò non spiega un sì tanto massiccio: credo che in sottofondo abbia agito l’insicurezza per il mutare del ruolo delle frontiere. La libera circolazione Non è solo l’aspetto quantitativo ad essere nuovo. In effetti, l’immigrazione dall’UE non è più percepibile solo nei rami tradizionali, nelle occupazioni poco qualificate, ma ormai in tutti i settori dell’economia: dal turismo al settore sanitario, dall’industria alle banche. La concorrenza diventa quindi sensibile per donne e uomini di tutti i ceti, per medici e ingegneri come per infermieri e impiegati. Nella prospettiva dello storico, è questa la vera novità: e credo che sia questo fenomeno, dalle conseguenze ancora in parte imprevedibili, ad aver provocato timori e insicurezze diffuse, che si sono manifestate nel voto sui minareti. Il voto massiccio per l’iniziativa nel Ticino, da tempo chiaramente contrario alla libera circolazione, mi sembra confermare il legame con l’immigrazione europea e i timori relativi. La piazza finanziaria Ogni discussione sul seguito da dare al divieto dei minareti non può prescindere da questa nuova situazione. Prima di reagire in modo inconsulto con misure e nuovi divieti di facciata contro i musulmani, è indispensabile considerare i cambiamenti reali in corso: in questo senso una discussione aperta sulle conseguenze della libera circolazione sarà inevitabile, anche per non lasciare il campo libero alla destra – che ha già occupato il terreno – e ad argomenti populistici.
Non abbiamo seri problemi religiosi? Non è grave: basta inventarne uno. È il metodo seguito dall’iniziativa per il divieto dei minareti, che evoca un ‘pericolo’ dell’islam per la Svizzera, finora inesistente. Il metodo ha numerosi precedenti storici. C’è però una complicazione: in tal modo il problema rischiamo di crearcelo davvero. Da circa cento anni in Svizzera non abbiamo più seri problemi religiosi; e ciò non è scontato, se si pensa che per secoli i conflitti fra cattolici e protestanti hanno lacerato la Confederazione e hanno rischiato seriamente di farla affondare. Ma ciò non fa l’affare della destra xenofoba, che per crescere ha bisogno di nemici, meglio se cattivi e pericolosi. Ecco quindi l’iniziativa sui minareti, che ventilando il pericolo di un’islamizzazione della Svizzera, con chissà quali fatali conseguenze, fa grandi sforzi per creare una minaccia ad hoc. Il calcolo è fin troppo semplice: sfruttare la paura e i facili riflessi xenofobi per tradurli in capitale politico e quindi in potere spicciolo. Il problema è che tale metodo, evocando un nemico oggi inesistente, rischia di crearlo per davvero. L’estremismo islamico non ha fino ad oggi avuto motivi seri di prendersela con la Svizzera. Se l’iniziativa fosse accettata, potrebbe ora averne uno. Come molti osservatori hanno notato, il clima di repressione e discriminazione religiosa dei musulmani non può che polarizzare una situazione oggi tranquilla, indebolendo le forze moderate e favorendo i radicali fra gli adepti dell’islam. Paradossalmente anche tale possibile escalation andrebbe poi a vantaggio della destra xenofoba – e fa probabilmente parte del suo calcolo politico: immaginiamo che da qualche parte trapeli poi, in ambienti islamistici, qualche vago piano o anche solo qualche idea isolata di atto ostile alla Svizzera o ad alcuni svizzeri. Ecco che gli incendiari religiosi, promotori dell’iniziativa, avrebbero trovato lo spauracchio ideale, che non esiterebbero a sfruttare fino in fondo, magari con qualcuno dei loro manifesti, noti per la loro finezza e per il loro gusto sopraffino. Il procedimento ricorda tristi esempi storici. Verso la fine del Medioevo, fra le montagne del Vallese, del Vaud e della Savoia, vari giudici, chierici e notabili cominciarono ad affermare che la cristianità era minacciata da una setta di adepti del demonio, che attaccavano i buoni credenti con atti di magia e stregoneria. Ecclesiastici e intellettuali studiarono seriamente il problema, fiorirono i trattati di demonologia e le opere contro le streghe, e per un paio di secoli la minaccia diabolica della stregoneria terrorizzò le popolazioni europee. A tutto vantaggio di una schiera di principi, burocrati, giudici, ecclesiastici, inquisitori e sofisti che, predicando il pericolo e accendendo i roghi, si assicurarono potere, influenza e brillanti carriere. Può sembrare strano a noi contemporanei, ma va notato che la stregoneria era in origine soprattutto un problema religioso e che l’accusa più grave contro streghe e stregoni era quella di eresia. Non siamo a questo punto, chiaramente, ma è bene ricordare che le più feroci persecuzioni della nostra storia hanno avuto uno sfondo religioso. Attizzare l’odio religioso, costruendo pericoli e nemici, rischia di fomentare meccanismi incontrollabili, con tragiche conseguenze. Ce lo ricorda anche un certo Adolf Hitler ,il quale, pure lui, ha costruito il suo sistema repressivo e distruttore sulla demonizzazione ad hoc di una minoranza religiosa. Ma se la storia può inquietare, i militanti anti-minareto sono pronti a cambiare anche quella. È interessante che uno dei metodi di una frangia dell’Udc consiste proprio nella disinformazione e nella confusione storica: così il consigliere nazionale Oskar Freysinger si è ultimamente permesso di paragonare il ‘pericolo’ dell’islam a quello del nazionalsocialismo; come se la destra alla quale appartiene, che spesso e volentieri flirta con ambienti brunastri e razzisti, fosse un campione di antifascismo e di difesa delle minoranze oppresse. Freysinger, Schlüer e altri promotori dell’iniziativa, di calibro simile, sono quelli che fanno, sul terreno, il lavoro ‘sporco’. Credo che più a monte, nel trattare la delicata questione religiosa, ci sia anche una responsabilità indiretta di ecclesiastici, giornalisti e intellettuali che in modi e forme diverse trattano superficialmente il tema dell’islam. Non penso tanto a scrittori quali Oriana Fallaci, che hanno criticato apertamente e violentemente la religione islamica: ciò fa in qualche modo parte del confronto democratico di opinioni. Ma penso soprattutto alle allusioni nebulose di coloro che evocano uno ‘scontro delle civilizzazioni’, ad alcune ambiguità del papa nel suo discorso sull’islam, ma anche a storici e intellettuali che hanno più o meno finemente disquisito sulle ‘radici cristiane’ dell’Europa – suggerendo indirettamente l’estraneità di altre tradizioni. Insinuazioni, allusioni che fomentano indirettamente un clima di diffidenza e ostilità, senza spiegare né prendere apertamente posizione. La religione è però un tema delicato, che richiede grande chiarezza e grande apertura. E, se possibile, ampie conoscenze.
(La
Regione, 20 giugno 2009 “Identità. Il termine è molto in voga e questo è un cattivo segno” – scriveva lo storico Jean-François Bergier all’inizio degli anni ‘90; un giudizio che sta inaspettatamente tornando d’attualità. Sembra in effetti che il tema dell’identità stia riemergendo prepotentemente: in Ticino un interessante volume edito da Coscienza svizzera, curato da Oscar Mazzoleni e Remigio Ratti, tenta di rilanciare un dibattito identitario, che nel nostro cantone ha una lunga tradizione. Contemporaneamente nella Svizzera occidentale i media stanno facendo notevoli sforzi per riesumare l’idea-zombie di un’identità romanda, senza peraltro riuscire a spiegare che cosa essa sia. Questo dibattito ha dei lati positivi, nel senso che punta lo sguardo sulle trasformazioni recenti nel rapporto fra istituzioni, territorio e popolazioni, cercando di coglierne le conseguenze per il futuro. Dal punto di vista della Svizzera italiana, uno dei meriti del volume di Coscienza svizzera, sopra citato, è di aver dato voce ad osservatori esterni, invitati a commentare la problematica identitaria nella nostra regione, arricchendola così di aspetti nuovi. Tuttavia la riesumazione del concetto di identità, come detto, non è un buon segno per almeno due motivi: perché il termine di identità è sfuggente e quindi inefficace nella prospettiva di un’analisi dei problemi reali e perché il dibattito relativo rischia così di distogliere l’attenzione da temi più concreti e urgenti. Come ricorda lo storico Georg Kreis nel volume sopra citato, la richiesta d’identità è un tipico sintomo di incertezza: è chi è incerto di sé e del proprio destino a porre la domanda identitaria, e non a caso in Ticino questo interrogativo si è posto con intensità del tutto particolare, assumendo a tratti toni di vera e propria ossessione. Nella pratica l’intensità del dibattito è stata influenzata dall’esigenza di definirsi rispetto alla maggioranza svizzero-tedesca, di fronte alla quale abbiamo coltivato fino ad oggi sentimenti ambigui, frammisti a una forma di complesso d’inferiorità. Ma cosa vuol dire “identità” se riferita ad un popolo, ad un territorio? È – come scriveva anni fa Remigio Ratti – un concetto UFO (nel senso di oggetto volante non identificato): nella pratica esso non permette analisi incisive di problemi circoscritti, e quindi soluzioni politiche concrete. Parlando di identità – e il volume di Coscienza svizzera ne è una testimonianza – ognuno intende, in pratica, realtà diverse: dai problemi culturali di una minoranza linguistica, all’identificazione con lo stato o col territorio, dalle riflessioni – e a volte elucubrazioni – di un’élite locale sulle particolarità della Svizzera italiana o dei ticinesi – secondo il caso – al riconoscersi semi-cosciente di una maggioranza in alcuni valori comuni, come la neutralità, l’esercito, il segreto bancario… Ma in realtà si tratta di fenomeni parecchio differenti, che andrebbero descritti e affrontati più incisivamente con strumenti più precisi. Affidandosi al concetto di identità si rischia di addentrarsi, senza adeguati strumenti di navigazione, in una densa nebbia intellettuale, che impedisce di definire chiaramente i problemi. Un esempio, che mi sembra significativo: se qualcosa come un’identità ticinese esiste, la maggiore minaccia incombente su di essa consiste nella scomparsa prevedibile dei ticinesi stessi, dovuta alla natalità troppo bassa nel cantone – tra le più basse in Europa. Ma di questo nodo centrale, nel dibattito identitario praticamente non si parla; nel recente volume di Coscienza svizzera il tema non è sfiorato, se non marginalmente. In effetti è inutile cercare i rimedi sul piano dell’identità: essi vanno individuati nel campo della politica sociale e famigliare. Ma proprio per tale ragione è preferibile dire pane al pane, e affrontare il problema sul suo terreno proprio. Il corollario di tale problematica demografica è l’integrazione della popolazione straniera, venuta a colmare le lacune legate alla nostra debolezza riproduttiva. Come coltivare qualcosa che somigli ad un’identità culturale e linguistica locale, se non vi si fa partecipare la popolazione straniera residente? Ma anche su questo punto, le proposte concrete e praticabili non abbondano. Identità? No, meglio specificità Per tali motivi, credo che sia venuta l’ora di archiviare la problematica dell’identità come essa è stata posta nei decenni passati; per adottare invece il concetto di specificità ed affrontare in modo più concreto e sistematico il tema delle peculiarità storiche e strutturali del Ticino e analizzare le loro conseguenze. Quali sono le caratteristiche che distinguono il cantone da altre regioni e gli conferiscono un’‘identità’ unica, nel senso di un profilo originale e specifico? La definizione di obiettivi politici concreti per il Ticino o per la Svizzera italiana non può passare che attraverso la presa d’atto di tali specificità. In questa ottica mi sembra che per questa regione si pongano vari problemi specifici: specifici non nel senso che essi si pongono solo per la nostra regione, ma nel senso che per la Svizzera italiana essi presentano un’attualità e una rilevanza particolari. La crisi demografica e famigliare e l’integrazione degli stranieri, cui accennavo sopra, costituiscono alcuni esempi, ma se ne possono indicare alcuni altri, di cui nel dibattito identitario non si è parlato molto: 1. La debole legittimazione dello stato: storicamente lo stato in Ticino è stato imposto dall’esterno – sostanzialmente da Napoleone, all’inizio dell’Ottocento; la sua accettazione è stata più lenta e la sua legittimazione rimane a tutt’oggi più fragile che in altre zone svizzere. Come sviluppare, dunque, progetti politici basati su un ampio consenso, senza annegarli nelle consuete beghe di partito o di campanile? 2. Il clientelismo. Si tratta in larga misura di un’altra specificità ticinese, legata alla debolezza dello stato, di cui si parla molto “a microfoni spenti” – per così dire – ma sorprendentemente poco in sede ufficiale. Un fenomeno rilevante, evidentemente, nell’ottica dell’efficacia delle istituzioni e della società in generale. 3. Le conseguenze delle evoluzioni politiche e sociali recenti in Italia: dal Berlusconismo dilagante a fenomeni di degenerazione sociale di tipo mafioso o criminale. Quali saranno le conseguenze – in parte inevitabili – per il Ticino e la Svizzera italiana? È chiaro che la lista non è esaustiva: ma essa indica in modo più preciso le specificità storiche della regione e i problemi che esse pongono o porranno in futuro. Ma tutto questo servirà a salvaguardare una nostra identità? Non lo sappiamo, poiché in realtà non sappiamo di quale identità stiamo parlando. Da un punto di vista politico, però, l’obiettivo da perseguire non è tanto il rafforzamento di una fantomatica identità ticinese – o svizzero-italiana – ma la promozione di una vitalità sociale e culturale della regione e dei suoi abitanti. Se tale vitalità esiste, le identità verranno e si svilupperanno poi da sole.
(La
Regione, 14 aprile 2009 A quanto pare abbiamo improvvisamente perso la nostra veste candida: d’un tratto la Svizzera si trova su una lista grigia dei paradisi fiscali sulla via della redenzione. Media e politici sembrano ancora sbigottiti, incerti se arrabbiarsi per essere messi pubblicamente all’indice o se rallegrarsi per non essere, in fin dei conti, finiti sulla temuta lista nera. Ma come è successo? Non eravamo, ancora qualche mese fa, il paese dei “buoni uffici” diplomatici, della Croce rossa e della convenzione di Ginevra? Chi poteva, allora, pensar male di noi?
Dare la colpa al governo, accusato di
passività, di incapacità di reazione o di tradimento, è
diventato da qualche settimana uno sport a buon mercato e
politicamente gratificante. Ma diciamoci la verità: sulla questione del segreto bancario, il governo non poteva in realtà agire molto diversamente da come ha agito – o reagito: la grande maggioranza della classe politica, dei circoli economici e anche dei media ha fondamentalmente condiviso quella che potremmo definire come la “strategia del quadrato svizzero”, cioè la stessa posizione immobilista e attendista che la Confederazione ha adottato di fronte a vari altri dossier scottanti e che ci ha condotti in varie gravi crisi. La classe dirigente e le banche hanno sostanzialmente ripetuto lo schema – a posteriori catastrofico – adottato negli anni ’90 sul dossier dei fondi ebraici in giacenza, e più in generale sul ruolo della Confederazione durante la seconda guerra mondiale. Uno schema piuttosto semplice: negare il problema, chiudersi a riccio contro gli attacchi esterni, ripetere ritualmente le stesse frasi – ad esempio: sul segreto bancario non si tratta – se possibile tentare il contropiede prendendo di mira gli avversari più antipatici – Peer Steinbrück oggi, Ed Fagan e Al d’Amato negli anni ’90. E aspettare. Storicamente non è un atteggiamento nuovo per la Svizzera: ricorda da vicino quello dei cantoni della vecchia Confederazione alla vigilia della caduta dell’Ancien Régime e dell’offensiva fatale delle truppe rivoluzionarie francesi, nel 1798. Anche allora, nonostante la rivoluzione in Francia, le guerre e il sovvertimento dell’ordine internazionale, i cantoni si rifugiarono in un immobilismo ostinato e ottuso, chiudendosi di fronte a qualsiasi riforma – fino ad essere travolti dalla marea. Certo la confederazione ha conosciuto, nel suo passato, fasi molto più dinamiche: ma a diverse riprese essa è caduta nella tentazione dell’immobilismo, della chiusura. Non è, credo, solo una questione di lucidità politica dei governi: il problema è che classe dirigente e gran parte della popolazione sono rimaste vittime dell’immagine che si sono date del proprio paese e della sua storia. Per scomodare una formula un po’ trita: sono state vittime del mito del “Sonderfall”. Vittime, cioè, dell’immagine secondo cui la Confederazione svizzera sarebbe un “caso particolare” (“Sonderfall”, appunto), la sua storia sarebbe unica e non comparabile alle altre. Democrazia (più o meno diretta), federalismo, pluralismo, rispetto per le minoranze sono i grandi valori che si sono generalmente iscritti su tale spaziosa etichetta: ma spesso vi si sono mescolati altri ingredienti, di nobiltà meno comprovata, come neutralità armata, segreto bancario e via dicendo. Agli occhi degli storici, il fatto che la Svizzera rappresenti un caso particolare è senz’altro vero: ma quale nazione non è un caso particolare? Consideriamo solo i nostri vicini: forse che l’Italia, con l’impero romano alle spalle, il papato, gli splendori medievali e rinascimentali, ma anche il fascismo… non è un caso speciale? O la Francia, con il centralismo alla Luigi XIV e la grande rivoluzione? O la Germania di Bismarck e di Hitler? O forse il miniprincipato del Liechtenstein? È chiaro che storicamente ogni paese, ogni stato è un “Sonderfall”: il problema reale è dunque quello dei valori che attraverso una tale etichetta si vogliono veicolare. E qui tocchiamo il punto dolente: poiché se il mito ha da una parte tenuto alto il rispetto di certi valori democratici, dall’altra è servito a più riprese a rimuovere dalla coscienza collettiva fatti e aspetti scomodi della nostra storia, a negare realtà evidenti, ad attaccarsi testardamente a privilegi razionalmente poco difendibili – come la gesuitica distinzione fra frode ed evasione fiscale. È stata anche l’illusione di essere speciali – e in qualche modo migliori degli altri – che ci ha impedito di accorgerci in tempo dei cambiamenti storici in atto, o di capire che essi ci concernevano direttamente. Qualche esempio? Ci siamo da sempre autoproclamati campioni mondiali della democrazia, ma fino al 1971 ne abbiamo escluso le donne, venendo a formare un isolato anacronistico e misogino in Europa occidentale. Abbiamo fatto a lungo dell’esercito e della neutralità armata un mito assoluto, intoccabile, fin che la votazione sull’abolizione dell’esercito e la caduta del muro di Berlino non hanno precipitato le forze armate in una crisi di identità da cui non si sono ancora pienamente riprese. Ci siamo poi autoconvinti di aver resistito in blocco al nazionalsocialismo, fino a quando Alphonse d’Amato e le organizzazioni ebraiche non ci hanno costretto ad aprire gli occhi e a rifare dolorosamente i conti con la nostra storia. Oggi, con il segreto bancario, è un altro pezzo di Sonderfall che cade rovinosamente, e non sappiamo ancora cosa troveremo fra le macerie. Ma ne restano altri, di frammenti, che possono diventare in modo simile problemi: il ruolo e le attività delle banche svizzere, ad esempio, già gravemente messo alla prova dagli eventi recenti. Ma anche un’altra nostra grande particolarità potrebbe diventare un ostacolo: il federalismo. O meglio l’interpretazione odierna del federalismo, compresa la sovranità fiscale dei cantoni e le pratiche problematiche di ribassi à la carte per i ricchi contribuenti stranieri. Vogliamo tornare a formare il quadrato svizzero? L’esperienza mostra, credo, che se si vuole difendere l’autonomia dei cantoni e dei comuni, è meglio pensare per tempo alle riforme necessarie. Prima di essere nuovamente travolti e dover firmare capitolazioni incondizionate davanti a roboanti – anche se simboliche – cavallerie straniere.
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