Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino
 

Segnaliamo

Serge Latouche: «Obiettore di crescita», presidente di Ligne d'horizon, professore emerito dell'Università Paris - Sud. Autore, tra I'altro, di: Giustizia senza limiti. La sfida dell'etica in un'economia globalizzata, Bollati Boringhieri, 2003; La fine del sogno occidentale. Saggio sull'americanizzazione del mondo, Eleuthera, 2002.

Articolo apparso su LE MONDE diplomatique/ il manifesto - novembre 2003

Assurdità del produttivismo e degli sprechi
Per una società della decrescita

Parola d'ordine sia dei governi di sinistra che di quelli di destra, obiettivo dichiarato dalla maggior parte dei movimenti altromondisti, la crescita costituisce una trappola? Basata sull'accumulazione di ricchezze, essa è distruttrice della natura e generatrice d'ineguaglianze sociali. «Durevole» o «sostenibile», rimane una divoratrice del benessere. È dunque alla decrescita che bisogna lavorare: a una società fondata sulla qualità piuttosto che sulla quantità, sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione, a un'umanità liberata dall'economicismo che abbia come obiettivo la giustizia sociale. 

di Serge Latouche

«Sarebbe senz'altro una bella soddisfazione poter mangiare alimenti sani, vivere in un ambiente equilibrato e meno rumoroso, non subire più i condizionamenti del traffico ecc.»

Jacques Ellul (1) 

Il 14 FEBBRAIO 2002, a Silver Spring, davanti ai responsabili americani della meteorologia, Gorge W. Bush ha dichiarato: «La crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema» (2). Ma di fondo, questa posizione «pro-crescita» è condivisa dalla sinistra, compresi anche molti «altromondisti» che nella crescita vedono la soluzione del problema sociale, attraverso la creazione di posti di lavoro e una più equa ripartizione dei redditi. 

Un esempio è quello di Fabrice Nicolino, già cronista ecologico del settimanale parigino Politis, vicino al movimento altromondista, recentemente uscito dalla rivista a causa di un conflitto interno ... sulla riforma delle pensioni. Il dibattito seguito a quest' episodio è rivelatore del disagio in seno alla sinistra (3). Secondo il parere di un lettore, il conflitto è nato perche qualcuno «ha osato contrapporsi a una sorta di pensiero unico, comune a quasi tutta la classe politica francese, per la quale la nostra felicità deve per forza passare per l'aumento della crescita, della produttività, del potere d' acquisto e quindi dei consumi (4)». 

Dopo alcuni decenni di sprechi frenetici, siamo entrati a quanto pare in un' area di perturbazioni, sia in senso proprio che figurato. Lo sconvolgimento climatico avanza di pari passo con le guerre del petrolio, cui seguiranno quelle per l' acqua (5), ma non solo. Si temono pandemie, e corriamo inoltre il rischio della scomparsa di specie vegetali e animali essenziali in seguito alle prevedibili catastrofi biogenetiche. 

In queste condizioni, la società della crescita non è né sostenibile, né auspicabile. È dunque urgente pensare a una società della «decrescita», se possibile serena e conviviale. 

La società della crescita si può definire come una società dominata da un'economia improntata, per l' appunto, al principio della crescita, dal quale tende a lasciarsi fagocitare. La crescita fine a se stessa diventa così l'obiettivo primario della vita, se non addirittura il solo. Ma una società di questo tipo non può essere sostenibile, in quanto si scontra con i limiti della biosfera. Se si assume come indice dell'impatto ambientale del nostro stile di vita l'«impronta» ecologica, misurata in termini di superficie terrestre, i risultati che emergono sono insostenibili, tanto dal punto di vista dell'equità dei diritti di prelievo sulla natura quanto da quello della capacità di rigenerazione della biosfera. Un cittadino degli Stati uniti sfrutta in media 9,6 ettari di superficie terrestre, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. Siamo lontanissimi dall'uguaglianza planetaria, e più ancora da una civiltà sostenibile, per la quale non potremmo sfruttare più di 1,4 ettari a testa - e per di più con il presupposto che la popolazione rimanga al livello attuale. Per conciliare i due imperativi contraddittori della crescita e del rispetto per l' ambiente, gli esperti pensano di aver trovato la pozione magica nell'ecoefficienza: un concetto cruciale, che rappresenta in verità l'unica base seria dello «sviluppo sostenibile» .Si tratta di ridurre progressivamente l'impatto ecologico e l'incidenza del prelievo di risorse naturali, per raggiungere un livello compatibile con la capacità di carico accertata del pianeta (7). Indubbiamente, l'efficienza ecologica è notevolmente migliorata; ma poiché la corsa forsennata alla crescita non si ferma, il degrado globale del pianeta continua ad aggravarsi. Se da un lato l'impatto ambientale per unità di merci prodotte è diminuito, questo risultato è sistematicamente azzerato dall'aumento quantitativo della produzione: un fenomeno cui si è dato il nome di «effetto rimbalzo». E vero che la «nuova economia» è relativamente più immateriale (o meno materiale); ma essa non viene a sostituire, bensì a completare l'economia tradizionale. E tutti gli indici dimostrano che a conti fatti il prelievo continua ad aumentare (8). 

Infine, ci vuole proprio la fede incrollabile degli economisti ortodossi per pensare che la scienza del futuro possa essere in grado di risolvere tutti i problemi, e per ritenere illimitate le possibilità di sostituire la natura con l'artificio. 

Secondo Ivan Illich, la fine programmata della società della crescita non sarebbe necessariamente un male. «C' è una buona notizia: la rinuncia al nostro modello di vita non è affatto il sacrificio di qualcosa di intrinsecamente buono, per timore di incorrere nei suoi effetti collaterali nocivi- un po’, come quando ci si astiene da una pietanza squisita per evitare i rischi che potrebbe comportare. Di fatto, quella pietanza è pessima di per sé, e avremmo tutto da guadagnare facendone a meno: vivere diversamente per vivere meglio». (9) 

La società della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: perché incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie; perché dispensa un benessere largamente illusorio, e perché non offre un tipo di vita conviviale neppure ai «benestanti»: è un' «antisocietà» malata della propria ricchezza. 

Il miglioramento del tenore di vita di cui crede di beneficiare la maggioranza degli abitanti dei paesi del Nord si rivela sempre più un'illusione. Indubbiamente, molti possono spendere di più per acquistare beni e servizi mercantili, ma dimenticano di calcolare una serie di costi aggiuntivi che assumono forme diverse, non sempre monetizzabili, legate al degrado, non quantificabile ma subìto, della qualità della vita (aria, acqua, ambiente): spese di «compensazione» e di riparazione (farmaci, trasporti, intrattenimento) imposte dalla vita moderna, o determinate alI'aumento dei prezzi di generi divenuti rari (l'acqua in bottiglie, l'energia, il verde...). 

HERMAN DALY ha compilato un indice sintetico, il «Genuine Progress Indicator» (Gpi) che rettifica il Prodotto interno lordo tenendo conto dei costi dovuti all'inquinamento e al degrado ambientale. A partire dal 1970, per gli Stati uniti l' indice del «progresso genuino» è stagnante, o addirittura in regresso, mentre quello del Prodotto interno lordo continua registrare aumenti (10). E un peccato che in Francia nessuno ancora si sia preso la briga di fare un calcolo del genere. Con tutta probabilità i risultati sarebbero analoghi. Difatti, mentre si cresce da un lato, dall' altro si accentuano le perdite. In altri termini, in queste condizioni la crescita è un mito, persino al- l'interno dell'immaginario dell'economia del benessere, se non della società dei consumi! 

Ma tutto questo purtroppo non basta a farci scendere dal bolide che ci sta portando diritti contro un muro, per cambiare decisamente rotta. Intendiamoci bene: la decrescita è una necessità, non un ideale in sé. E non può certo essere l'unico obiettivo di una società del dopo-sviluppo, o di un altro mondo possibile. Si tratta di fare di necessità virtù, e di concepire la decrescita per le società del Nord come un fine che ha i suoi vantaggi (11). Adottare la parola d'ordine della decrescita vuoI dire innanzitutto abbandonare l'obiettivo insensato di una crescita fine a sé stessa. Ma attenzione: il significato di decrescita non è quello di crescita negativa, espressione antinomica e assurda che letteralmente è un po’ , come dire: «avanzare retrocedendo»; e che riflette in pieno il dominio del concetto di crescita nell'immaginario. La difficoltà di tradurre «decrescita» in inglese è rivelatrice di questo predominio mentale dell'economicismo, e simmetrica alla difficoltà di esprimere i concetti di crescita o sviluppo (e quindi ovviamente anche di decrescita) nelle lingue africane. 

Come è noto, basta un rallentamento della crescita per allarmare le nostre società con la minaccia della disoccupazione e dell'abbandono dei programmi sociali, culturali e di tutela ambientale, che assicurano un minimo di qualità della vita. Possiamo immaginare gli effetti catastrofici di un tasso di crescita negativo! Così come una società fondata sul lavoro non può sussistere senza lavoro, non vi può essere nulla di peggio di una società della crescita senza crescita. Ecco perché la sinistra istituzionale è condannata al social-Iiberismo, fintanto che non osa affrontare la decolonizzazione dell' immaginario. La decrescita è concepibile solo nell' ambito di una «società della decrescita», i cui contorni devono essere delineati. 

Un primo passo per una politica della decrescita potrebbe essere quello di ridurre, se non sopprimere, l'impatto ambientale di attività tutt'altro che soddisfacenti. Si tratterebbe ad esempio di ridimensionare l'enorme mole degli spostamenti di uomini e merci sul pianeta, con tutte le loro conseguenze negative: si potrebbe parlare di una «rilocalizzazione» dell'economia. Non meno importante è ridimensionare la pubblicità più invadente e rumorosa, e contrastare la prassi di accelerare artificialmente l'obsolescenza dei manufatti e la diffusione di prodotti usa e getta, la cui sola giustificazione è quella di far girare sempre più vorticosamente la megamacchina infernale. Tutto ciò rappresenta, nel campo dei consumi materiali, una notevole riserva per la decrescita. 

Intesa in questo modo, una società della decrescita non comporta necessariamente un regresso sul piano del benessere. Fin dal 1848 Karl Marx riteneva che i. tempi fossero maturi per la rivoluzione sociale; c' erano già le condizioni per il passaggio alla società comunista dell'abbondanza. L'incredibile sovrapproduzione dei cotonifici e di altre manifatture gli sembrava più che sufficiente, una volta abolito il monopolio del capitale, per garantire alla popolazione (o quanto meno a quella occidentale) l'alimentazione, l'alloggio e il vestiario. Eppure la «ricchezza» materiale era incomparabilmente inferiore a quella di oggi. Non c'erano macchine né aerei, non esisteva la plastica, e neppure le lavatrici, i frigoriferi, i computer, le biotecnologie, i pesticidi, i fertilizzanti chimici o l'energia atomica! Nonostante gli inauditi effetti dell'industrializzazione, i bisogni erano ancora modesti e il loro soddisfacimento era possibile. La felicità, o almeno la sua base materiale, sembrava a portata di mano. 

Per concepire e realizzare una società di decrescita serena dovremo uscire letteralmente dall'economia. O in altri termini, rimettere in discussione il dominio dell'economia su tutti gli altri ambiti della vita, nella teoria come nella pratica, ma soprattutto nelle nostre menti. Una condizione necessaria è la drastica riduzione dell'orario di lavoro imposto, per assicurare a tutti un impiego soddisfacente. Fin dal 1981 Jacques Ellul, che è stato uno dei primi pensatori di una società della decrescita, aveva fissato per l'orario di lavoro l'obiettivo di un massimo di due ore al giorno (12). Ispirandosi alla Carta «Consumi e stile di vita» proposta dal Forum delle organizzazioni non governative (Ong) di Rio, tutto questo si potrebbe sintetizzare in un «programma delle 6 R»: Rivalutare, Ristrutturare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Questi sei obiettivi interdipendenti avvieranno un circolo virtuoso di decrescita serena, conviviale e sostenibile. Si potrebbero aggiungere varie altre R a quelle elencate: rieducare, riconvertire, ridefinire, rimodellare, ripensare ecc.; e naturalmente «rilocalizzare». Ma tutte queste «R» sono già più o meno incluse nelle prime sei. 

Si vede subito quali sono i valori prioritari da anteporre a quelli oggi dominanti: l'altruismo dovrebbe prevalere sull'egoismo, la cooperazione sulla competizione sfrenata, il piacere dello svago sull'ossessione del lavoro, l'importanza della vita sociale sul consumo illimitato, il gusto del lavoro bello e ben fatto sull'efficientismo produttivista, il ragionevole sul razionale, e così via. Il problema è che i valori attualmente dominanti sono sistemici, in quanto suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare. Certo, la scelta di un'etica personale diversa, come quella della semplicità volontaria, può incidere, sull'attuale tendenza e minare alla base I'immaginario del sistema. Ma senza una sua radicale contestazione, il cambiamento. rischia di rimanere limitato. 

Un programma troppo vasto e utopistico? E fino a che punto la transizione potrebbe avvenire senza una rivoluzione violenta ? O più esattamente, la necessaria rivoluzione mentale è possibile senza violenza sociale? Un drastico ridimensionamento dei processi che comportano danni ambientali, cioè della produzione di valori di scambio incorporati in supporti materiali fisici, non comporta necessariamente una limitazione della produzione di valori d'uso per mezzo di prodotti immateriali. Per questi ultimi si potrebbe conservare, almeno in parte, una forma mercantile. 

Tuttavia, se il mercato e il profitto possono sussistere come incentivi, non devono più costituire il fondamento del sistema. Si potrebbero concepire misure progressive da adottare in una serie di tappe. Ma è impossibile dire se saranno accettate passivamente dagli attuali «privilegiati» che ne sarebbero colpiti, così come dalle stesse vittime del sistema, dal quale sono mentalmente e fisicamente drogate. Comunque, più di quanto possano fare tutti i nostri argomenti, l'inquietante canicola dell'estate 2003, in particolare nell'Europa sud-occidentale, sta a dimostrare la necessità di una società della decrescita. Per l'indispensabile decolonizzazione dell'immaginario potremo largamente contare, negli anni a venire, sulla pedagogia delle catastrofi.

(1) Colloquio con Jacques Ellul, Patrick Chastenet, La table ronde, ParigI, 1994, p. 342

(2) Le Monde,16 febbraio 2002

(3) Fabrice Nicolino, «Retraite ou déroute?", Politis, 8 maggio 2003. La crisi è stata provocata di fatto da alcune frasi discutibili di Fabrice Nicolino, quali «1estival di schiamazzi corporativistici» (intendendo i moti sociali) o «il signore che insiste per andare in pensione a 50 anni - ma che diamine, guida i treni! Lavora in miniera, è Germinal!" 

(4) Politis, 12 giugno 2003 

(5) Vandana Shiva, La guerra dell'acqua, Feltrinelli, 2003. 

(6) Gianfranco Bologna (a cura di), Italia capace di futuro. .Wwf-Emi, Bologna, 2001, pp. 86-88

(7) The Business Case for Sustainable Development. Docurnento del World Business Council for Sustainable Development per Johannesburg. 

(8) Mauro Bonaiuti, Nicholas Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Verso un 'altra economia ecologicamente sostenibile, BolIalti Boringhieri, Torino, 2003. in particolare, pp. 38-40.

(9) Jean-Pierre Dupuy, «Ivan Illich ou la bonne nouvelle», Le Monde, 27 dicembre 2002.

(10) C. Cobb, T. Halstead, J. Rowe, «The Genuine Progress Indicator: Summary of Data and metodology, Redefining Progress», 1995, e degli stessi autori: «If the Gdp is Up, Why is America Down?", in Atlantic Monthly, N° 276, San Francisco, ottobre 1995.

(11) Nel caso delle società del Sud quest'obiettivo non è veramente all'ordine del giorno, nel senso che pur essendo influenzate dall'ideologia della crescita, il più delle volte non sono «società della crescita», in senso proprio.

(12) Si veda «Changer de révolution», citato da Jean - Luc Porquet in Ellul, l'homme qui avait(presque) tout prévu, Le cherche midi, 2003, pp. 212/213. 

(Traduzione di E.H .) 


Altro materiale:

Institut d'études économiques et sociales pour la décroissance soutenable

La buona notizia di Ivan Illich
Il dopo-sviluppo e la decrescita come necessità della società conviviale
di Serge Latouche pubblicato anche in Carmilla (leggi)

CAMPAGNA PER LA DECRESCITA
I primi 10 consigli per entrare nella resistenza con la decrescita

Manifesto per una Rete sul Dopo-Sviluppo


Intervista a Serge Latouche
L'Occidente, l'economia occidentale e liberista, la loro presunta supremazia universalistica rappresentano costruzioni immaginarie e totalizzanti che piegano, con le armi più diverse (economiche, culturali, politiche, belliche...), i destini e le volontà. La globalizzazione mercantile si fonda su una "morale" economica priva di etica (se non quella del mercato) che gioca su disparità e ingiustizie: il fine giustifica i mezzi? quale fine? quali mezzi? "economia giusta" o "società giusta"? Se tutto ciò che struttura l'immaginario economico resta al suo posto - la credenza nel progresso, il dominio della natura, il culto della razionalità - le ineguaglianze e le ingiustizie si perpetuano; come decolonizzare l'immaginario? Quale altra mondializzazione? ovvero quale altro tipo di società è possibile, entro quali logiche, con quali strumenti?

Sono queste alcune delle domande che Paola Bonora rivolgerà all'economista e antropologo Serge Latouche, professore di Scienze Economiche all'Università di Paris-Sud. Esponente di riferimento del movimento new-global mondiale.

(Arcoiris TV, guarda e ascolta l'intervista – ADSL)


Serge Latouche: PIL negativo e decrescita, siamo sulla buona strada?
Con Serge Latouche dibattono Bruno Bonsignore e Giovanna Gemelli. Lo studioso francese propone una sfida contro il "pensiero unico" della produzione illimitata sintetizzabile nel concetto di "decrescita". Un allarme per un futuro della specie umana minacciata dal pericolo di estinzione a causa dell'iper consumo delle risorse della Terra.

(Arcoiris TV, guarda e ascolta– ADSL) Incontro registrato presso la Casa della Cultura di Milano il 23 giugno 2005

filmati collegati


La TSI con Micromacro ha proposto un incontro con Maurizio Pallante e Christian Marazzi per parlare della decrescita (giovedì 13 aprile). Guarda la trasmissione Crescere meno per crescere meglio

Gli articoli di Serge Latouche pubblicati su Carta (leggi)

http://www.decrescita.it/

Latouche a greenreport: «Vi spiego la decrescita» Intervista al filosofo francese: «Una crescita infinita è incompatibile con un mondo finito. In politica di questi temi si può parlare solo a sinistra, perché sono un po´ sovversivi...» di Luciano De Majo (leggi)* - aprile 2006

Al crescere del PIL non cresce il benessere delle persone. Da questa evidenza, ancora difficile da accettare per molti di noi, si costruisce l'insieme di teorie legate alla "decrescita".

Maurizio Pallante (esperto di politica energetica) e Mauro Bonaiuti (professore di Economia presso l'Università di Modena e Reggio Emilia) figure centrali della riflessione italiana sul tema della “decrescita”, descrivono inizialmente la contemporaneità del nostro sistema economico-produttivo e il fallimento del mito dello sviluppo crescente, lasciando all'intensa fase di dibattito col pubblico la riflessione sulle soluzioni di decrescita auspicabili.

Ha moderato la serata Silvia Marcuz - formatrice del progetto "Cambieresti?"

(Arcoiris TV, guarda e ascoltaADSL)*

Con un articolo di Fabrizio Giovenale è iniziato su Liberazione un dibattito sulla decrescita. Per quanto siamo riusciti a scovare nella rete ne diamo conto (non siamo sicuri che le date siano tutte corrette – sono gradite segnalazioni e aggiunte).


17 giugno 2005, Fabrizio Giovenale, Liberazione, Consumare di più è la soluzione? No, consumare è la causa del male - Polemica col banchiereTrichet (Bce) (leggi)


26 giugno 2005, Luigi Cavallaro, Liberazione, Ma il calo dei consumi è la soluzione giusta? (leggi)


28 giugno 2005, Paolo Cacciari, Liberazione, A proposito di prodotto interno lordo e recessione. Consumi, e se dimostrassimo che senza si può e si sta anche meglio? (leggi)


3 luglio 2005, Gianni Ventola Danese, Liberazione, Obiettivo decrescita. Il decalogo è questo Una crescita infinita in un mondo finito è impossibile. Ma soprattutto sarebbe un grosso guaio (leggi)


7 luglio 2005, Andrea Ricci, Liberazione, Da un nuovo produttore un nuovo consumatore (leggi)


8 luglio 2005, Elvio Dal Bosco, Liberazione, Una nuova politica che punti a ricerca, ambiente e a consumi "giudiziosi" (leggi)


13 luglio 2005, Carla Ravaioli, Liberazione, Produzione e consumi non sono solo una questione di sviluppo e Pil - La radice prima della crisi ecologica planetaria: una crescita produttiva illimitata in un mondo che illimitato non è (leggi).


26 luglio 2005, Liberazione, Andrea Ricci, Crescita o decrescita, confrontiamoci veramente su cosa significano e cosa rappresentano Il dibattito aperto da Liberazione non è tra "economisti", attenti solo alla moneta e al profitto, e "ambientalisti", difensori dell'uomo e della natura (leggi)


27 luglio 2005, Liberazione, Pierluigi Sullo, Sono finiti i tempi dell'equazione "l'amico del mio nemico è mio nemico" (leggi)


2 agosto 2005, Giuseppe Prestipino, Liberazione, A proposito del dibattito su crescita compatibile e decrescita, Sono ambientalista perché comunista e fiducioso nel futuro (leggi). Pubblicato anche nel Forum di socialpress (leggi)


4 agosto 2005, Cristina Tafani, Liberazione, La polemica Rosso - Verde e alcune idee di un grande economista. Sul conflitto tra ambiente e sviluppo provate a rileggervi Claudio Napoleoni (leggi)


5 agosto 2005, Giorgio Nebbia, Liberazione, Studiate la biologia Il dibattito su crescita e decrescita: un consiglio a governanti e sociologi (leggi)

CRESCITA/DECRESCITA di Giorgio Nebbia CNS-Ecologia Politica, nn. 1-2, gennaio-giugno 2004 (leggi formato pdf)


7 agosto 2005, Carla Ravaioli, Liberazione, Il pianeta Terra ha una quantità finita Non possiedo ricette, poniamoci domande. La parola "decrescita" ha una sua funzione sanamente provocatoria (leggi)


10 agosto 2005, Fabrizio Giovenale, Liberazione Ridurre i consumi è l'unico modo per non dare ragione alla dittatura del mercato
Risposta all'intervento di Andrea Ricci: liberare la natura non è un di più rispetto alla trasformazione economica e sociale, è il problema a monte. E non è possibile fermarci alla dimensione italiana, né europea o occidentale (
leggi)

10 ottobre 2005, Serge Latouche, Ma la decrescita è di destra o di sinistra?, Articolo pubblicato contemporaneamente da Carta e da Liberazione. (leggi)

LE MONDE diplomatique/ il manifesto - dicembre 2002

Una contraddizione irrisolvibile
Jean-Marie Harribey

Il concetto di sviluppo sostenibile è diventato ormai un specie di riferimento obbligato per i responsabili politici e le istituzioni internazionali. In realtà questo concetto è giunto al momento giusto per aiutare le classi dirigenti a recuperare una legittimità compromessa dall'esplosione delle disuguaglianze e dai disastri ecologici dello sviluppo degli ultimi vent'anni.
È un concetto che si fonda su una ambiguità naturale, se non su una insormontabile contraddizione. Secondo i suoi promoto

(clicca per andare alla pagina completa)

Clémentin, Cheynet: La decrescita sostenibile

(4 Giugno 2004 - www.zmag.org)

"La contestazione della crescita economica è un fondamento dell'ecologia politica. Non può esserci crescita infinita su di un pianeta finito. Dal momento che disturbava troppo, perché in radicale rottura con il nostro sviluppo attuale, questa critica fu ben presto abbandonata a vantaggio di concetti più flessibili, come lo 'sviluppo durevole'."

CARTA,  settimanale dei cantieri sociali, 28 febbraio-6 marzo 2002, anno IV, n.8

LE PROVOCAZIONI DI MONSIEUR LATOUCHE
UTILI A UN MOVIMENTO UN PO' LENTO

di Pierluigi Sullo


"BISOGNA USCIRE non solo dalla mondializzazione ma anche dallo sviluppo, rompendo il giogo della dittatura dell'economia". Ecco un'affermazione che fa rizzare i capelli in testa ad ogni testa di sinistra che sia rimasta ancorata all'equazione che dice: sviluppo uguale progresso. Diciamo la verità: il "movimento dei movimenti", in Italia, soffre a causa di una crescita disarmonica: il suo "corpo" è grande e grosso, la sua "testa" poco esercitata e molto tradizionale. E con "corpo" e "testa" non si vuole alludere, come da tradizione, alla "base" e al "vertice", che sono problemi del passato, ma alla capacità di elaborazione e innovazione culturale, al guardare oltre gli schemi mentali del secolo scorso [si tratti di "marxismo" o di altro], alle opportunità di evadere da "agende", "scadenze", "documenti politici" d'occasione e discorsi da assemblea. Il che significa, anche, che i molti studiosi, docenti, intellettuali, artisti, gente delle professioni che si sente attratta dai forum sociali o altri luoghi del movimento, non trova posto, nel turbinio di assemblee e manifestazioni. È un bel problema.

Serge Latouche è un tipo bizzarro, all'apparenza. Intanto, quando ti incontra ti bacia tre volte, come i russi, anche se le sue frequentazioni e i suoi studi sono prevalentemente africani. Ma, soprattutto, Latouche, come si può facilmente ricavare dall'intervista di Jason Nardi [di Unimondo] che pubblichiamo qui a fianco, è uno che non conosce la diplomazia. E che, per colmo, scrive e dice cose molto scandalose, come la frase che citavamo all'inizio. Nei suoi libri [il celebre "I naufraghi dello sviluppo", edito in Italia da Bollati Boringhieri e che ogni "portoalegrino" dovrebbe leggere] e nelle conferenze che tiene instancabilmente in giro per la Francia e l'Italia. A proposito dell'abbandonare gli schemi mentali novecenteschi, Latouche è un campione.

Tutta la sua opera è, forse, riassumibile in questo: che l'attitudine occidentale, che considera la natura, gli animali e la stessa umanità come uno "strumento" da utilizzare per produrre qualcosa, per esempio un profitto, e che ha trovato il suo compimento nel capitalismo, e tanto più nella sua forma liberista attuale, è un vicolo cieco. E che, al contrario, è indispensabile e urgente "decolonizzare l'immaginario", cioè cancellare questa attitudine utilitaristica, a favore di un modo della vita sociale in cui l'economia sia ridotta al suo grado zero: quello della riproduzione della vita. Ciò che significa, letteralmente, mettersi in grado di ri-produrla anche nel futuro più lontano. E che, dunque, il Mercato si riduca, abbandonando la sua autonomia dogmatica, al mercato, cioè a una relazione di scambio non necessariamente mediata dal denaro. Perciò Latouche è uno tra i maggiori conoscitori dell'"economia informale" africana, nonché studioso di quelle forme di scambio che in Italia si chiamano "banche del tempo" e, in Francia, Sel [Systèmes d'exchange libres].

Ed è da questo punto di vista che Latouche guarda, come nell'intervista, al Forum sociale mondiale di Porto Alegre, lamentandone l'eccessiva "occidentalità" ["L'occidentalizzazione del mondo" è un altro dei suoi libri]. Perché, sostiene, non ci sarà uscita dal liberismo, o dal capitalismo, senza rifiuto di quello sviluppo che, invece che progresso civile, provoca irrimediabile distruzione dell'ambiente naturale e umano.

Si può aderire a questo modo di vedere le cose, si può criticarlo. Ma non si può, come buona parte del movimento, nel suo dibattito, fa, ignorarlo. E infatti una parte almeno non lo ignora affatto. All'importante "colloquio internazionale" che Latouche ha promosso, a Parigi, a fine febbraio, partecipano, tra persone di molte nazionalità, gli italiani Tonino Perna, Francesco Gesualdi, Maurizio Meloni: persone variamente legate, non per caso, alle reti del commercio equo e di Lilliput. 


Anche il Forum sociale mondiale va "de-occidentalizzato", perché, se si vuole essere contro la globalizzazione liberista, bisogna anche essere contro la sua radice: lo sviluppo

Intervista a Serge Latouche raccolta da Jason Nardi

INCONTRIAMO SERGE LATOUCHE il giorno prima della chiusura del Forum di Porto Alegre. Sorriso sornione, bastone e basco francese, cammina a braccetto con Wolfgang Sachs, studioso ambientalista tedesco, tra la folla coloratissima che gira in tutte le direzioni all'interno della Puc, la Pontificia Università Cattolica. Il rumore è assordante [ci sono anche gli "arancioni" buddisti che cantano sulla musica di sottofondo e le grida di manifestanti assortiti che occupano l'intera scalinata di accesso], per cui ci rifugiamo in una saletta vetrata vicino al centro stampa. Mentre Latouche parla, fuori c'è il "movimento".

Il secondo Forum sociale mondiale di Porto Alegre ha mostrato l'esplodere di presenze e iniziative oltre ogni ottimistica previsione. È segno della maturazione dei movimenti mondiali? Quali sono le tue impressioni? 

L'esplosione è evidente e molto soddisfacente, perché questo vuol dire che molte persone hanno deciso di contestare la mondializzazione liberale. L'obiettivo di questo Forum è quello di fare delle proposte costruttive, dunque si tratta di fare un programma. 

Ma ci sono due questioni. La prima è che credo sia difficile fare un programma in 50 mila persone, con 700 laboratori e decine di seminari e conferenze. È evidente che gli organizzatori hanno già steso un programma e deciso prima del Forum che cosa debba venir fuori, e questo è un forte limite. Abbiamo anche parlato di sviluppo e sottosviluppo, c'è un consenso contro la mondializzazione liberale, c'è una crescente coscienza delle ineguaglianze, della povertà, della distruzione ambientale, ecc. causate dalla globalizzazione, ma nelle discussioni sembra che pochi ricordino che anche prima della globalizzazione, che è un processo recente, lo "sviluppo" ha causato gravi ineguaglianze e povertà diffusa. Dunque, si pensa che la soluzione per battere la globalizzazione sia di tornare allo sviluppo dei paesi impoveriti, quando invece dovremmo fare una severa analisi critica del concetto stesso di sviluppo, e anche di quello che chiamano "sviluppo sostenibile", per rimettere in questione le ragioni profonde della mondializzazione liberale e non per sostituirla con una globalizzazione un po' meno selvaggia.

La seconda questione è la rappresentanza a questo Forum: ci sono degli occidentali d'Occidente, più un numero di invitati da altri paesi, come qualche africano occidentalizzato per rappresentare l'Africa. E poi abbiamo visto alcuni indigeni vestiti come indiani con le piume, e sembra che siano qui semplicemente per "fare l'indigeno". 

Dunque, secondo te, il problema della rappresentanza non è stato risolto e l'effetto moltiplicatore è limitato ai movimenti "occidentalizzati".

È normale - in fondo si tratta di una critica occidentale al sistema occidentale. Ma, in un certo senso, i "veri" contestatori sono i fondamentalisti islamici, che non sono qui e non hanno qui nessun rappresentante, un miliardo di persone che non sono rappresentate… e non è un loro problema, ma un nostro problema. Questa naturalmente non è una critica ma, sottolineo un limite; o meglio, è una critica perché bisogna essere coscienti che non stiamo rappresentando tutto il mondo, ma gli occidentali in America, Europa, e qualche altro paese.

Ci sono però dei movimenti sudamericani molto avanzati e non europei, come i Sem Terra, che hanno fatto un'analisi politica molto precisa e tracciato delle linee d'azione che coinvolgono direttamente le comunità di base.

Si è vero, e sono particolarmente vivaci e propositivi. Ma ci sono anche i vecchi movimenti comunisti come i trotskisti, i maosti, i guevaristi, che sono una caratteristica molto latinoamericana. Questo fenomeno non esiste quasi più in Europa, ma qui è ancora vivo e non aiuta il nuovo movimento. 

Naomi Klein, nel suo intervento, ha affermato che bisogna smettere di usare la parola "società civile" e utilizzare invece "disobbedienza civile", segnalando con ciò una chiamata all'azione e la fine della "pazienza" dei movimenti sociali: questa sarebbe la novità. Sei d'accordo?

Sì, sono d'accordo, e metterei comunque sempre "società civile" tra virgolette, e ancor più "società civile mondiale". Spesso gli avversari, ossia i rappresentanti della Banca mondiale, del Fmi, della Wto, ecc., dicono: "Queste persone o questi gruppi pretendono di rappresentare la società civile ma non rappresentano nessuno, non sono stati eletti". Noi non pretendiamo niente di tutto ciò, e una cosa è certa: non abbiamo il potere. Se si è potuto dire che siamo la "società civile" è nella misura in cui, di fronte al potere mondiale rappresentato dalle istituzioni finanziarie, ci sono dei movimenti che sono l'emanazione della società civile, delle organizzazioni non governative. Chi contesta il potere non ha necessariamente bisogno di legittimazione. Chi detiene il potere, sì.

Davanti alla dittatura del mercato, al totalitarismo di questo sistema economico mondiale, occorre trovare forme di contestazione che possiamo chiamare disobbedienza civile.

Queste forme di contestazione possono essere non violente e legali, e allo stesso tempo considerate "disobbedienza"?

Alcune volte bisogna uscire fuori dalla legalità, quando questa è profondamente ingiusta e illegittima, perché una cosa è la legalità, un'altra la legittimità. Per esempio, il comportamento di José Bové durante il Forum dello scorso anno, quando ha distrutto parte di una coltivazione geneticamente modificata, è illegale, ma le piante transgeniche ci sono imposte in maniera illegittima, e dunque si trattava di contestare la loro legalità. È vero che non bisogna fare giustizia per conto proprio [ed è stato condannato per questo], ma penso che Bovè abbia avuto ragione di farlo perché è stato violentemente non violento… Bisogna andare fino al limite estremo della contestazione, perché una contestazione troppo rispettosa finisce per non essere una contestazione… bisogna dimostrare una certa forza nella resistenza. Quindi quest'idea di disobbedienza civile è valida ma bisogna capire esattamente e concretamente cosa si può fare e con quali mezzi.

LE MONDE  diplomatique/ il manifesto - Maggio 2001

I miraggi dell'occidentalizzazione del mondo
Sviluppo, una parola da cancellare
Serge Latouche

Presentato come la soluzione ai problemi del Sud, lo sviluppo spesso è solo un altro aspetto dell'occidentalizzazione del mondo. Che sia «durevole», «sostenibile», o «endogeno», si inserisce sempre, in modo più o meno violento, nella logica devastatrice dell'accumulazione capitalistica, promuovendo disuguaglianze e distruzione dell'ambiente e delle culture. Eppure, è possibile immaginare soluzioni alternative, che tengano conto della varietà del mondo e delle varie forme di economia non di mercato sperimentate in diverse zone della terra.


Lo «sviluppo» è simile ad una stella morta di cui ancora percepiamo la luce, anche se si è spenta da tempo, e per sempre.
Gilbert Rist

Poco più di trent'anni fa nasceva una speranza. Una speranza tanto grande per i popoli del terzo mondo quanto lo era stato il socialismo per i proletari dei paesi occidentali. Una speranza, forse, dalle origini e dai presupposti più ambigui, perché l'avevano stimolata i bianchi prima di abbandonare quei paesi che pure avevano duramente colonizzato. Ma, alla fine, i ...
(clicca per andare alla pagine completa)


Un ossimoro rampante: sviluppo sostenibile
Intervista a
Serge Latouche 
a cura di
Nadia Scardeoni


In un frangente così delicato, quale è il momento storico che noi tutti stiamo vivendo, oppressi dal debito mostruoso che ci vincola a produrre istericamente qualsiasi genere di risanamento o equiparazione , allettati da un quotidiano "trallicchere e ballacchere" a possedere qualsiasi cosa , pena l'estinzione della gioia di vivere , vogliamo provare a mettere un punto a capo su un concetto usato ed abusato : lo sviluppo sostenibile

Abbiamo chiesto a Serge Latouche di fare un breve percorso critico sul termine e avviare così la stesura di un glossario che a poco a poco ci restituisca alla realtà e alla dignità dei significati.

Autore di numerosi saggi che articolano il suo pensiero di economista e filosofo dai titoli incalzanti quali : L'occidentalizzazione del mondo, La megamacchina, L'economia svelata, Il pianeta uniforme, studioso dell' Africa o meglio dell' "Altra Africa", così come ha intitolato il suo libro più recente, Latouche non ha alcuna esitazione...
(clicca per andare alla pagine completa)

Serge Latouche: opere

1940  Nasce a Vannes.


1989  L'occidentalizzazione del mondo, Bollati Boringhieri 


1991  Le Planète des naufragés. Essai sur l'après-développement, La Découverte, Paris

Il pianeta dei naufraghi, Bollati Boringhieri, 1993
La proposta per un'alternativa allo sviluppo basata sulla subordinazione dell'economia alla società, del primato dei rapporti tra gli uomini sulla produzione e sul consumo delle cose.


1995  I profeti sconfessati. Lo sviluppo e la deculturazione, La Meridiana 
La megamacchina. Ragione tecnoscientifica, ragione economica e mito del progresso, Bollati Boringhieri
Nelle organizzazioni di massa l'uomo diventa l'ingranaggio di una meccanica complessa che raggiunge una potenza quasi assoluta: una "megamacchina" appunto. Il dominio della realtà tecnoscientifica ed economica danno alla mega- macchina contemporanea un'ampiezza inedita e inusitata nella storia degli uomini. Di questo parla il volume, pubblicato simultaneamente in francese e in italiano. Gli effetti distruttivi del legame sociale e dell'ambiente pro- dotti dalla megamacchina e dal suo apparato tecnoscientifico sono ampiamente illustrati e denunciati, insieme con le illusioni del progresso. Latouche però nega la fatalità del totalitarismo tecnico.


1996  Misère de la mondialisation, Marseille 
Miseria della mondializzazione, Strategia della lumaca, Roma, 1997


1997  Il pianeta uniforme. Significato, portata e limiti dell'occidentalizzazione del mondo, Paravia, Torino


1998  L'autre Afrique. Entre don et marché, Albin Michel, Paris
L'altra Africa. Tra dono e mercato, Bollati Boringhieri, 2000


2000  Il mondo ridotto a mercato, Editore Lavoro
L'economia capitalistica è per sua natura mondiale. La transnazionalizzazione delle imprese e dei mercati, favorita anche dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione, lo ha reso evidente rafforzando il processo di globalizzazione dell'economia. In questo volume Latouche prende in esame le conseguenze del processo di globalizzazione sulle istituzioni politiche, in particolare sullo Stato-nazione, sulla politica, sull'ambiente e sulla cultura, evidenziando le colpe della mondializzazione e del "pensiero unico", mostro generato dal liberalismo, nemico dell'illuminismo e del welfare.


2000  La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri
Di fronte al rischio cui è costantemente esposta la nostra civiltà, a causa della proliferazione tecnologica e scientifica, l'autore si chiede se il comportamento razionale dell'uomo moderno che manipola la natura oltre ogni limite, sia veramente ragionevole. Chi conosce il pensiero dell'autore non può avere dubbi sul tenore della risposta; ma nuova è l'argomentazione che, rifacendosi alla tradizione greca, realizza un ritorno dalle rive oceaniche della grande avventura della modernità a quelle del Mediterraneo che di tale tradizione non solo è la culla ma anche la sede tuttora vitale.


2001  L'invenzione dell'economia, Arianna Editrice, Casalecchio


2002  Il pensiero creativo contro l'economia dell'assurdo, EMI
La fine del sogno occidentale. Saggio sull'americanizzazione del mondo
, Eleuthera


2003  Justice sans limites. Le défi de l'éthique dans une économie mondialisée, Arthème Fayard, Paris, 2003
Giustizia senza limiti. La sfida dell'etica in una economia globalizzata, Bollati Boringhieri
Nelle prime due parti del libro Serge Latouche mette a confronto l'apologetica della società di mercato realizzata dalla scienza economica con l'ingiustizia del mondo che evidentemente svuota di contenuto ogni pretesa morale dell'economia. In quanto condividono il medesimo immaginario economico liberismo e marxismo sono oggetto della stessa critica radicale, che si estende alla degenerazione dello stato sociale di matrice socialdemocratica. Nella terza parte del libro Latouche abbozza i tratti di quel che potrebbe significare una società giusta nel contesto di un mondo devastato dall'economia, insieme unificato e diviso dal mercato. 

Vai alla pagina principale