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«La globalizzazione e i suoi oppositori»: intervista a Joseph Stiglitz, premio nobel per l'economia e alcune osservazioni sul suo recente libro-denuncia
 
il manifesto, 5 ottobre 2002

Il mondo alla fine del Fondo

intervista a Joseph Stiglitz 

a cura di ROBERTA CARLINI E STEFANIA CHINZARI


I fondamentalisti del mercato, visti da vicino. Intervista con Joseph Stiglitz, premio Nobel, ex-Banca mondiale. Esce per Einaudi il suo libro-denuncia contro i talebani del liberismo: «La globalizzazione e i suoi oppositori», una mappa dei disastri del Fondo monetario

I
Ciò che è buono per Wall street è buono per il mondo». Questo sembra essere il motto del Fondo monetario internazionale, che aggiorna il più famoso detto di Charles E. Wilson a proposito degli interessi della General Motors e quelli degli Stati uniti. Allora, gli interessi di una multinazionale dell'auto al posto di quelli del popolo americano (Wilson era stato presidente della Gm prima di essere Segretario alla Difesa Usa); oggi, l'imposizione degli interessi della comunità finanziaria nelle istituzioni di governo dell'economia mondiale, anche in quella Banca mondiale nel cui ingresso campeggia la scritta «Il nostro sogno è un mondo senza povertà». La denuncia non viene dai radicali di The Nation né da un marxista europeo, ma da Joseph E. Stiglitz, economista americano post-keynesiano, già consigliere di Clinton alla Casa bianca, vicepresidente e chief economist della Banca mondiale dal `97 al 2000, premio Nobel per l'economia nel 2001. Autore del libro-scandalo dell'anno, «Globalization and its discontents», appena uscito in Italia con il titolo «La globalizzazione e i suoi oppositori» (Einaudi, € 19): tutto quel che non va nella globalizzazione e tutti i fallimenti delle istituzioni del «Washington consensus» (Fondo monetario, Banca mondiale e Tesoro americano). Fallimenti visti molto, molto da vicino, da quel professore clintoniano colpito ed emozionato come uno scolaretto al suo primo ingresso nell'atrio marmoreo e luccicante della Banca mondiale e da quella scritta delle origini, tanto diversa dal motto di Wilson.

Il suo giudizio è molto netto: le istituzioni di Bretton Woods, e in particolare il Fmi, hanno cambiato missione. Dovevano stabilizzare i mercati e rimediare ai loro fallimenti, sono diventate strumenti di quello che lei chiama il «fondamentalismo di mercato». Lei è stato in una di queste istituzioni - la Banca mondiale - per tre anni. Quando è scattata l'ora X? C'è stato un episodio scatenante della sua critica all'operato del Fmi?

Sì, è stata la vicenda dell'Etiopia. Un paese con i fondamentali economici a posto: niente inflazione, crescita al 5%, un governo impegnato nell'aiutare i poveri, niente deficit di bilancio, insomma un paese che faceva tutto quel che doveva: eppure il Fondo sospese il programma. Lì è stato molto chiaro che si aveva a che fare con qualcos'altro, non con la preoccupazione per le condizioni reali di quel paese. Le motivazioni economiche della sospensione dell'assistenza erano davvero pessime. In quel caso fui totalmente sostenuto dalla Banca mondiale, e abbiamo lavorato duramente per spostare le posizioni del Fmi. Guardi, a volte le cose si presentano più grigie, più sfumate: il paese non è perfetto, il giudizio è più incerto; ma nel caso dell'Etiopia non c'era niente di grigio, era tutto chiaro. Allora, stava accadendo qualcos'altro: o era sbagliata l'economia, o la politica.

Non solo errori, lei dice. E nel libro denuncia la prevalenza degli interessi dei creditori e della comunità finanziaria occidentale.

C'è un mix di diverse questioni. Ci sono stati sicuramente errori economici molto gravi. E' successo in Indonesia, dove hanno fatto chiudere 16 banche: quello è stato di sicuro un errore, non è stata ideologia ma stupidità pura. E' stato un errore tecnico il fatto che hanno sottostimato l'estensione della crisi nel sud est asiatico. Ma l'insistenza nel non ricorrere alle procedure del fallimento e nello scegliere invece il salvataggio, proprio nel caso asiatico, nasconde anche un forte interesse. Quando si è trattato di decidere sulla strategia migliore, non hanno messo l'accento su cosa sarebbe stato meglio per la Thailandia, la Corea, l'Indonesia, ma hanno pensato di più a cosa sarebbe stato meglio per salvaguardare le probabilità che i creditori venissero ripagati.

A proposito dello scontro tra interessi finanziari e interesse delle popolazioni locali: Lula, il candidato anti-Fmi, potrebbe vincere le elezioni in Brasile. Cosa gli augura e cosa gli consiglia?

Spero che la comunità internazionale rispetti la scelta della gente fatta con elezioni democratiche e collabori con il Brasile, sostenga le politiche che lui farà, le quali rifletteranno il modo di vedere di una gran parte dell'elettorato brasiliano. Quel che è interessante del Brasile è che sulla maggior parte della politica economica c'è accordo tra i candidati e i consiglieri economici; hanno una democrazia viva e una forte discussione sulla politica economica. Le sfide del Brasile sono molto forti: ci sono stati progressi significativi negli ultimi anni, ma non hanno ridotto la povertà e l'ineguaglianza.

E' la prima volta che una critica profonda alle politiche del Fmi viene da un insider, da «dentro il recinto». Come è stato accolto dall'establishment e dal mondo accademico?

Dalla Banca mondiale c'è stato un vasto sostegno, perché molti economisti lì dentro condividevano la mia stessa frustrazione nei rapporti con il Fmi. Anche nella comunità accademica ho avuto un ampio supporto, ad esempio da gente come John Williamson, che è uno degli inventori della formula del «consenso di Washington». Persino membri della comunità finanziaria - che metto sotto accusa nel libro - hanno apprezzato quanto ho scritto.

Questo è abbastanza sorprendente.

Beh, si tratta comunque di persone che hanno una testa pensante. Gente come George Soros può aver tirato fuori un sacco di soldi dal sistema, ma comunque riconosce i fallimenti del sistema. Quanto alle critiche: qualche accademico mi ha accusato di aver semplificato troppo, cosa normale quando si vuole raggiungere una cerchia di lettori vasta. E io penso che è meglio semplificare una teoria complicata che dà una migliore descrizione del mondo che semplificare una cattiva descrizione del mondo quale quella fornita dalle teorie del «consenso di Washington». Molte delle questioni che ho sollevato, come quella della liberalizzazione del mercato dei capitali, le avevo già scritte 5 o 6 anni fa. Oggi molti economisti si dicono d'accordo con me, ad esempio circa il ruolo delle istituzioni nel controllare i flussi finanziari.

Questo fa pensare che le cose possano cambiare...

Si e no. Un esempio è la discussione recente sul fallimento. Nella crisi dell'est asiatico io avevo sostenuto un maggior ricorso alle procedure di fallimento, con il Fmi fortemente contrario. Ora invece ne parlano molto apertamente, il che è positivo. D'altro lato ancora non capiscono che non puoi avere un procedimento fallimentare nel quale un creditore centrale - il Fmi - è anche il giudice del fallimento. Non hanno ancora affrontato gli aspetti democratici fondamentali della questione. E poi ci sono gli aspetti politici, con gli Stati uniti che spesso bloccano con il loro veto possibili soluzioni positive.

Lei chiede «una globalizzazione dal volto umano». L'augurio è che la formula abbia più successo di quella del «socialismo dal volto umano». Ma può dirci in sintesi in cosa consiste «il volto umano»?

La globalizzazione può avere molti aspetti positivi: la globalizzazione della democrazia, dei diritti umani; della società civile, della conoscenza. In paesi come quelli dell'Asia orientale stanno volgendo la globalizzazione a loro vantaggio: hanno una crescita orientata all'export ma non la liberalizzazione dei mercati dei capitali; mantenendo una loro impronta, un loro controllo, sono riusciti non solo a crescere ma anche a ridurre la povertà, rafforzando - anzi creando - democrazie. In molti posti la globalizzazione rappresenta uno stimolo alla diversità culturale. Ma purtroppo in tantissimi posti non è andata così. E non solo per colpa del Fmi. Certo io parlo soprattutto del Fmi, delle vicende nelle quali sono stato coinvolto, ma anche del Wto, credo che il suo funzionamento sia la questione all'ordine del giorno oggi. Parlando più in generale: la globalizzazione richiede che la gente lavori insieme. Richiede azione collettiva globale. Dunque è totalmente incompatibile con l'attuale unilateralismo americano. A livello internazionale la democrazia non vuole dire votare per un presidente del mondo, ma avere un'attitudine di base democratica. E l'elemento essenziale per farlo è dare la voce: quando si prendono delle decisioni che hanno conseguenze sulla vita della gente, occorre che le loro opinioni in qualche modo vengano ascoltate. Il voto è un modo per farlo, ma non è il solo. Il problema è che l'amministrazione Bush ha un approccio alla globalizzazione fondamentalmente non democratico, unilaterale.

E' possibile che, dopo l'11 settembre e la crisi del capitalismo americano, nell'amministrazione e nella finanza Usa si veda la guerra permanente come via d'uscita alla crisi?

No, non penso. Il terrorismo è un problema, dobbiamo fare tutto quello che possiamo per tenerlo a freno, ma occorre andare alle radici del problema, ossia provare a fare qualcosa contro la povertà, la disperazione, tutto ciò che nutre il terrorismo. No, non credo che ci sia un grande sostegno alla guerra come via d'uscita dalla crisi. Credo che ci sia una crescente preoccupazione sul fatto che nella lotta al terrorismo mondiale stiamo compromettendo i nostri diritti civili, ci stiamo dirigendo verso un governo sempre più segreto, così minando i fondamenti della nostra democrazia.

Come giudica la crisi di fiducia aperta dal caso Enron? E' vero che è «l'11 settembre» dei mercati?

Il caso Enron mostra la debolezza fondamentale del fondamentalismo di mercato. Mostra che il mercato in sé ha problemi di ogni tipo, che riguardano tutti. Mostra che i mercati non sono autoregolati, hanno bisogno dei governi. E se questo succede in un'economia con le istituzioni più avanzate, lunga esperienza, un livello medio di trasparenza, buone informazioni, problemi ancora maggiori possono sorgere in situazioni più svantaggiate. Non è l'11 settembre, se non nel fatto che è una sveglia. Non che sia la prima: si sapeva che la deregulation non funzionava, ma il Fmi l'ha applicata comunque a tutto il mondo. E' difficile imparare qualcosa dalle esperienze, soprattutto quando prevalgono ideologie e interessi particolari.

In conclusione, il suo libro è ottimista o pessimista?

E' un libro fondamentalmente ottimista. Io sono uno che crede nel potere della democrazia, della discussione, della trasparenza. Uno dei motivi della situazione in cui siamo è che il Fmi e la globalizzazione non sono stati sottoposti a nessun tipo di verifica democratica. Tutto è stato trattato come un problema tecnico, per esperti. Adesso è cresciuto l'interesse pubblico e anche la contestazione e la pressione per un cambiamento.

 

il manifesto, 9 Novembre 2002

Gli Stati uniti hanno toccato il Fondo

di LUIGI CAVALLARO


Affermazioni coraggiose e reticenze convivono nell'ultimo libro di Joseph E. Stiglitz, «La globalizzazione e i suoi oppositori», analisi del ruolo svolto dalle istituzioni economiche internazionali negli ultimi vent'anni

«Vi è un indecifrabile assassinio nelle pagine iniziali, una lenta discussione nelle intermedie, una soluzione nelle ultime. Poi, risolto ormai l'enigma, v'è un paragrafo vasto e retrospettivo che contiene questa frase: `Tutti credettero che l'incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale'. Questa frase lascia capire che la soluzione è erronea. Il lettore, inquieto, rivede i capitoli sospetti e scopre un'altra soluzione, la vera». Si potrebbe compendiare in queste parole di Jorge Luis Borges (tratte da una delle sue celebri Finzioni, intitolata all'Esame dell'opera di Herbert Quain) l'essenza de La globalizzazione e i suoi oppositori di Joseph E. Stiglitz (Einaudi, pp. 274, euro 19). Libro importante, certo, e coraggioso, per la vibrata denunzia che vi è contenuta delle malefatte compiute negli ultimi vent'anni dalle principali istituzioni economiche internazionali (Fondo monetario in testa), denunzia che ha esposto l'autore - premio Nobel per l'economia nel 2001 - ad una vera e propria campagna denigratoria, orchestrata dai principali custodi dell'ortodossia economica e dai loro media; eppure, al contempo, libro (volutamente?) «reticente», che rischia di spingere i suoi lettori verso una soluzione «sbagliata» dei problemi che vi sono discussi.

Ma andiamo con ordine. A oltre mezzo secolo dalla sua fondazione, esordisce Stiglitz, è chiaro a tutti che il Fondo monetario internazionale ha fallito la sua missione. Edificato sul presupposto di ispirazione keynesiana che, per raggiungere la stabilità economica, fosse necessaria un'azione collettiva a livello globale, esso, a partire dagli anni `80, ha mutato completamente la propria filosofia d'intervento, sostituendo all'obiettivo di concedere fondi ai paesi afflitti da problemi di contrazione economica quello di premere indiscriminatamente per la liberalizzazione dei loro mercati finanziari, che invece di contribuire all'espansione delle sottostanti economie reali ha finito con l'ucciderle.

Esemplari i casi del Sud-Est asiatico e, ancor più, della Russia e delle altre economie che, agli inizi degli anni `90, hanno intrapreso il cammino à rebours verso il sistema capitalistico, le cui vicende Stiglitz ricostruisce minutamente nel corpo centrale del libro: per tutti, la conseguenza dell'essersi affidati alle ricette dell'Fmi è stata uno spaventoso aumento della povertà e, per sovrappiù, del caos sociale e politico. «L'Fmi - scrive Stiglitz - ha commesso errori in tutti i campi in cui ha operato: sviluppo, gestione delle crisi e transizione delle economie nazionali dal comunismo al capitalismo. I programmi di adeguamento strutturale non hanno recato benefici neppure a quei paesi che [...] si sono sottoposti alle sue limitazioni; in molti paesi, l'eccessiva austerità ha soffocato la crescita». Quei pochi che, come la Cina, sono sfuggiti alle più dure conseguenze delle gravissime crisi valutarie che, in guisa di domino, si sono abbattute su tutte le monete del Sud del mondo (ultima, ma solo in ordine di tempo, quella che ha prostrato l'Argentina, per anni considerata allievo modello dell'Fmi), lo devono, anzi, al fatto che hanno consapevolmente disatteso le direttive dell'istituto, praticando sagge politiche di controllo delle importazioni ed esportazioni e, soprattutto, resistendo alle sirene che cantavano le meraviglie della liberalizzazione dei mercati finanziari.

Giunto sulla soglia del capitolo conclusivo, il lettore si è, così, convinto che José Bovè e i black blocs hanno ragione, che la colpa dell'immiserimento del Sud ricade sulla globalizzazione e sulle istituzioni che, assurdamente, pretendono di controllarla e che l'unico rimedio è il loro smantellamento e il ritorno alle origini degli scambi intracomunitari, autentico presidio delle tradizioni locali contro il falso universalismo («a una dimensione», diceva Marcuse) della merce. Anche perché, venti pagine prima, Stiglitz ha affidato la sua detection ad un topos della letteratura gialla: il doppio gioco, che qui diventa l'«agenda parallela» dell'Fmi, o meglio dei suoi reggitori, i quali, fingendo di occuparsi dei problemi dei paesi più poveri del mondo, curano invece gli interessi della comunità finanziaria internazionale avente sede in Wall Street, venendone poi lautamente ricompensati con la concessione di prestigiosi (e remuneratissimi) incarichi.

È dunque con grande meraviglia che, intrapresa la lettura dell'ultimo capitolo, il lettore si sente dire da Stiglitz che abbandonare la globalizzazione «non è fattibile, né auspicabile» e addirittura che le istituzioni pubbliche internazionali aspramente criticate nelle pagine precedenti «sono necessarie». Ma insomma - vien fatto di chiedersi - com'è possibile pensare che l'Fmi o la Banca Mondiale o la Wto, così prone alle esigenze degli interessi finanziari localizzati negli Usa, funzionino diversamente da come hanno fatto finora? Non è meglio sbarazzarsene?

Inquietato da queste domande, il lettore ritorna sui suoi passi, riapre il volume e lo scorre velocemente fino a pagina 47, dove rilegge un lungo periodo: «Se avessero seguito il consiglio dell'Fmi, gli Stati Uniti non avrebbero registrato il grande boom dell'economia degli anni Novanta - un'espansione che non soltanto ha portato a una prosperità senza precedenti, ma ha consentito al paese di invertire la tendenza del suo ingente deficit fiscale e di registrare un'eccedenza apprezzabile. La minore disoccupazione ha avuto profonde conseguenze sociali [...]. Milioni di persone che erano state escluse dal mondo del lavoro rientrarono nel ciclo produttivo, riducendo la povertà e il ruolo dell'assistenza pubblica a livelli senza precedenti. [...] Il basso tasso di disoccupazione stimolò le persone a rischiare e ad accettare posti di lavoro anche non stabili, e proprio questa disponibilità a rischiare è stato un ingrediente essenziale per il successo dell'America nella cosiddetta new economy». Un momento, si chiede adesso il lettore: ma perché mai il ministro del Tesoro di codesto paese di Bengodi avrebbe dovuto esercitare così forti pressioni sull'Fmi (e sulla stessa Banca Mondiale) perché inducesse i paesi del Sud a liberalizzare prezzi e mercati finanziari? Che gliene importava?

Sempre più inquieto, egli va, allora, a rivedere la performance dell'economia americana durante «il grande boom degli anni Novanta» e si accorge che la «piena occupazione» è stata raggiunta solo grazie all'impennata del numero dei working poors; che quest'ultimo è stato indotto dal taglio delle prestazioni sociali; che la loro diminuzione ha comportato l'allargarsi della forbice distributiva che, a sua volta, ha innescato la corsa ai rendimenti finanziari della speculazione borsistica; che sono stati questi ultimi, insieme all'esplosione del credito al consumo, a sostenere la domanda interna e che, di conseguenza, l'avanzo del bilancio pubblico ha avuto come contropartita la formazione di un gigantesco debito estero. Quindi, seguendo un suggerimento di Augusto Graziani e Marcello de Cecco, il nostro lettore dà un'occhiata all'evoluzione dei rapporti di cambio fra il dollaro e le altre valute mondiali e constata che, dall'aprile 1995, la moneta statunitense, a seguito della stretta monetaria messa a segno dalla Federal Reserve per drenare i capitali necessari a mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti, avvia un movimento ascendente che, rapidamente, la porta ad apprezzarsi significativamente rispetto al marco e allo yen. Per quei paesi del Sud che avevano vincolato la loro valuta al dollaro, la conseguenza è una (indesiderata) rivalutazione delle proprie monete e un deciso peggioramento delle loro attitudini esportatrici, sulle quali avevano fondato il pregresso ciclo di sviluppo. Cresce, allora, nei loro confronti l'attesa di una svalutazione generalizzata che, quando finalmente si verifica, porta all'esplosione del peso del loro debito estero. Iniziano i crolli di borsa e i fallimenti a catena, innanzi ai quali l'Fmi ripete ossessivamente la stessa ricetta: se volete sostegno, dovete alzare i tassi d'interesse, abbattere le tutele sociali, diminuire i salari, comprimere la domanda interna (dunque le importazioni) e ripristinare l'avanzo commerciale per pagare i creditori esteri, in larga parte - manco a dirlo - americani.

Si vede allora chiaramente come gli Stati Uniti abbiano utilizzato la leva della politica monetaria per esportare all'estero le contraddizioni del proprio «miracolo economico»: bassi tassi d'interesse quando occorreva rilanciare gl'investimenti e, soprattutto, stabilizzare un mercato finanziario ormai «troppo» liberalizzato; alti tassi d'interesse quando serviva richiamare credito per finanziare lo squilibrio della bilancia commerciale. Il resto, ai loro occhi, non conta: fiat America, pereat mundus. E se la politica monetaria non è sufficiente, basta qualche guerra qua e là per far capire che il dollaro non tollera altre monete di riserva, marchi, euro o yen che vogliano chiamarsi.

Il lettore ripercorre adesso il libro di Stiglitz e tutto gli pare più chiaro. Capisce perché il presidente Clinton si sia mostrato così fiducioso e imperturbabile di fronte alla richiesta dei funzionari dell'Fmi di liberalizzare i mercati finanziari asiatici, nonostante il baht tailandese fosse già crollato e i leaders dei paesi asiatici considerassero i capitali vaganti come la fonte dei loro guai. Si rende conto del motivo per cui il Tesoro americano abbia agito di conserva con l'Fmi per impedire la realizzazione della proposta giapponese di creare un fondo monetario asiatico che finanziasse le azioni di stimolo necessarie per la regione, e - ancora - della pressione dell'amministrazione Clinton sulla Banca Mondiale affinché, in piena crisi del rublo, fossero concessi altri prestiti alla Russia, onde proteggere le banche americane dai rischi connessi alla fortissima esposizione creditoria. Di più, capisce in che senso l'abbandono della globalizzazione non sia «fattibile, né auspicabile» e perché le istituzioni economiche internazionali siano necessarie, i veri problemi essendo quelli dei tempi in cui debbono essere attuate le politiche di (relativa) apertura o chiusura dei mercati e di quali mercati debbano essere liberalizzati o meno e, soprattutto, di costruire degli efficaci contropoteri (statuali e sociali) per evitare che l'Fmi, la Banca Mondiale o la Wto vengano asserviti agli interessi dell'imperialismo americano.

Gli resta - forte - il dubbio che la «reticenza» di Stiglitz possa essere dovuta al fatto che egli, prima di ricoprire nel 1997 la carica di chief economist e senior vice president della Banca Mondiale, è stato presidente del Council of Economic Advisors del Presidente Clinton e, dunque, direttamente responsabile delle scelte di politica economica all'insegna delle quali si compì il (cosiddetto) boom della (cosiddetta) new economy, che dell'assassinio delle economie del Sud del mondo emerge ora come il vero colpevole. E, più in generale, gli resta l'impressione che si sia persa un'occasione: non capita tutti i giorni che un economista di fama mondiale scriva un libro contro l'establishment. Dagli scantinati della memoria, si riaffaccia un titolo: Le conseguenze economiche della pace, di J.M. Keynes. Ma quello era un genio, Stiglitz - con il dovuto rispetto - è solo un economista di talento.

 

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