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(La
Regione, 29 maggio 2010)
Fermi all’imperativo
utopistico del ‘sidevecrescere’
di Silvano Toppi
È scoppiata un’utopia. L’utopia è quella in cui tutti abbiamo
creduto e continuiamo a credere: la crescita economica senza
limiti, la sola che può garantirci salvezza. È capitato ciò che
doveva capitare ed ora ci troviamo, e non solo a livello
europeo, dove l’avvenimento fa più rumore, con il tentativo di
dover ricuperare vecchie parole che si ritenevano ingombranti
(come interesse comune, solidarietà, sobrietà, etica) oppure con
una quadratura del cerchio da risolvere ma con scarsa speranza
di soluzione, a meno di lasciare sul terreno numerose vittime,
molte innocenti o ingannate.
La quadratura del cerchio esiste e diventa terrificante poiché
contrappone due concetti antinomici, contraddittori, nonostante
gli sforzi dei politici per combinarli e tenerli assieme.
Da un lato crescita e ancora più crescita per togliersi
finalmente dalla caverna della crisi, dal buio della incertezza,
della sfiducia, dell’indebitamento mostruoso in cui sono finiti
gli stati
per evitare i fallimenti di banche,
assicurazioni, industrie o di altri stati che hanno gonfiato in
maniera fraudolenta la propria crescita, con l’appoggio di approfittevoli istituti finanziari, e ora navigano in una
disperata crisi di insolvenza.
D’altro lato austerità e rigorosa austerità, con tagli alle
spese pubbliche, ai trasferimenti sociali, ai salari, alle
pensioni, per ridurre l’indebitamento pubblico sul quale si è
pure riversato l’indebitamento privato (v. salvataggi vari,
incentivi alla produzione, lavoro temporaneo, assistenza).
Non ci vuole molta scienza economica o illuminazione particolare
per capire il cortocircuito in cui si è finiti. In estrema
sintesi: interventi improrogabili di sostegno o di garanzia per
evitare il peggio; aggravamento dell’onere del debito pubblico
per gli inevitabili premi-rischio che chiedono i fornitori di
capitali; ulteriore difficoltà di riaggiustamento; esigenza di
ancora maggiore rigore nei bilanci senza più nessuna via di
scampo; tagli economicamente e socialmente devastanti nella
spesa pubblica per gli immancabili gravi effetti negativi
(riduzione della domanda, forti conflitti sociali, aumento della
povertà, violenza).
C’è da chiedersi se la realtà non stia per imporci quanto non
abbiamo mai voluto né credere né accettare e cioè: anche la
crescita ha dei limiti e non può reggersi all’infinito né sulla
creazione artificiosa dei bisogni che induce fatalmente
all’indebitamento né sulla supremazia dell’aspetto finanziario,
gonfiatore di ricchezza virtuale, di nuove bolle speculative, di
violenza potenziale che può scatenarsi nelle più svariate forme,
dall’inflazione alla prossima crisi monetaria o globale.
Nonostante tutto, rimaniamo comunque fermi all’imperativo
utopistico del “si deve crescere”. Come, fin dove è possibile, a
spese di chi, a quali costi ambientali? Sono domande a cui
l’economia non risponde perché ritiene che non siano di sua
pertinenza. Tacciono perlopiù anche le voci dei politici che
agli imperativi dell’economia si devono piegare.
Forse ci si sta però accorgendo che “economia” non è più solo
commercio, industria, banche troppo forti che non possono
fallire, finanza soverchiante. È soprattutto forma mentis,
mentalità diffusa, modo di sentire, stato d’animo, categoria
dello spirito del nostro tempo.
Perché questo è diventato l’imperativo categorico della
crescita. Proprio per questo, di fronte alla contraddizione che
si impone e che si generalizza, persino in Svizzera, succede una
sorta di paralisi del pensiero, aumenta l’ansia data dal
possibile ritorno a un ridimensionamento, alla sobrietà, domina
un senso di inquietudine.
Se lo scoppio di quell’utopia, che ha parentela stretta con
l’assurdo, in cambio di soldi che finisce per togliere dalle
nostre tasche desse l’opportunità di riflettere sul ritmo
balordo che hanno assunto la nostra esistenza, le nostre
esigenze, il lavorare (quando è possibile) solo per poter
spendere e consumare, la sistematica distruzione della dignità
dell’uomo prima ancora dell’ambiente; ecco, se servisse a tutto
questo, potrebbe essere perlomeno accettata come cosa buona e
giusta per raddrizzare la qualità del nostro modo di vedere la
vita e il mondo.
(La
Regione, 14 aprile 2010)
La storia che si ripete
di Silvano Toppi
Un consiglio che si potrebbe dare a tutti i politici (e in
particolar modo a quelli liberali-radicali) ma forse anche a
tutti i ticinesi, è la lettura di “Tra timbri e bigatti” di
Patrizia Candolfi e Daniele Pedrazzini, edito, encomiabilmente,
dal Museo del Malcantone. Contiene le memorie autobiografiche di
Oreste Gallacchi, notaio e contadino a Breno, tra la seconda
metà dell’Ottocento e la prima del Novecento e altri scritti dei
figli Brenno e Sparta. D’accordo, la storia non è maestra di
vita. O per ignoranza, perché non la si conosce o non si vuol
conoscerla perché ritenuta improduttiva (come nelle attuali
facoltà di economia). O perché ogni generazione si prende il
diritto di fare errori e di rifare quelli precedenti.
Si dice del resto che non si danno mai vicende e circostanze
identiche, anche per sostenere che il passato non ha alcuna
speciale autorità rispetto al presente. Fosse anche vero (ma non
lo è) non è comunque inutile conoscere o voler sapere che cosa è
avvenuto nel passato.
In questi tempi insipienti può essere di grande giovamento.
Perché quindi togliere dagli armadi della storia quel
personaggio malcantonese, che cosa può indicarci nella realtà
politico-economica attuale? Chi legge le sue memorie, persino le
polemiche in cui è tirato dentro o il testamento politico
raccolto dal figlio Brenno (altro grande personaggio che emerge
dal libro), rimane colpito proprio per la storia che si ripete,
con caratteristiche analoghe, ma soprattutto perché si avverte,
quasi fisicamente, quanto si è perduto del senso morale.
Alla storia che si ripete è inevitabile pensarci quando si
capita sulla vicenda di un prete pedofilo, già condannato a
Bergamo e Novi Ligure, finito a Breno e Fescoggia. Oreste,
documentato, non vuol suscitare uno scandalo ma quando deve
constatare che né l’autorità ecclesiastica né il Dipartimento
dell’educazione, che le era allora soggiacente, non vogliono
intervenire, denuncia su “Il Dovere” la vicenda (“avete il lupo
in casa”). Ne nasce una polemica a non più finire con il
giornale “Il Credente cattolico”, difensore dell’istituzione più
che della verità. Con la coda di una denuncia penale contro
Oreste. “Ho fatto tre volte istanza perché si tenesse il
processo ma inutilmente”. La sua intenzione (più di un secolo
fa!) era che fosse la giustizia civile a intervenire e non la
“giustizia clericale” a nascondere. (Il prete dovette comunque
essere allontanato nell’America del Sud dove finì assassinato).
Una sorta di santo laico
A quanto si è perduto del senso morale e politico è pure
spontaneo pensare perché si ha di fronte un uomo senza
cedimenti, una sorta di santo laico, che la storia offre
raramente, ma, soprattutto, perché arriva inevitabile il
confronto con l’attualità sul modo di essere politico e politico
liberale oppure la “ri- cerca della morale perduta” (per
riprendere il titolo di un intelligente libro di Eugenio
Scalfari). Quel partito liberale, senza altri aggettivi o
florilegi, che “deve sapere interpretare e soddisfare le
aspirazioni del popolo campagnuolo e del ceto operaio”
(testamento politico) rivela altre radici profonde ed altri
orientamenti, probabilmente da riscoprire per essere autentici.
Quel condannare “tutto ciò che è volgare e demagogico,
sostenendo la necessità di lavorare per l’elevazione morale,
economica e civile di tutto il popolo…” non è una delle solite
frasi vendute da un politico (qui oltretutto sul letto di morte,
non alla televisione). Oreste G. ne ha però fatto l’azione della
sua vita operando, benché notaio, come contadino e bachicultore,
realizzando bonifiche, creando cooperative, consorzi, caseifici,
persino un fondo per le spese di matrimonio senza fare debiti. E
una biblioteca circolante, ha creato, per farne “elemento
dinamico di cultura”. Ferocemente attaccata dai soliti
oscurantisti cattolici perché non contemplava opere di religione
e offriva romanzi immorali di Dumas o Hugo e la malvagia e
depravante Mandragola di Machiavelli. E qui altra violenta
polemica de “Il Credente” (“una biblioteca che n’arrossirebbe un
Etiope”). E pensare che Oreste G. la domenica leggeva il Vangelo
ai suoi figli (“inculcai loro le massime sublimi di Cristo, più
grande come uomo”). La cultura fa sempre paura, anche oggi, e si
trova sempre un pretesto per denigrarla. Cambiano gli accidenti
(ha minor forza l’oscurantismo religioso, più potenza quello
economico) ma rimane la sostanza.
La spinta ad operare per il bene comune
Leggendo gli scritti di Oreste G. (e anche del figlio Brenno) e
percorrendone l’operosa vita si può ricavare il principio base
della sua morale politica: la libertà è un bene ma la tua
libertà si deve arrestare laddove rechi danno alla libertà
altrui. A questo aspetto che vieta un comportamento reprimevole
nei confronti dei propri simili, si accompagna l’aspetto
positivo, non un divieto ma una pulsione a fare. Nasce così la
spinta ad operare per il bene comune. La solidarietà verso i più
deboli, bisognosi, sofferenti. Che non è compassione ma
principalmente sollecitudine verso la comunità di appartenenza,
la regione, la nazione, verso le iniziative e le norme che
tutelano la vita sociale e i rapporti che ne derivano.
Oreste G. ci insegna che il politico che opera per il bene
comune dal punto di vista “politico” e con gli strumenti della
politica, sta all’interno del sentimento morale. Potremmo
aggiungere, attualizzando: se usa invece la politica come
strumento per accrescere il proprio egoismo o utile individuale,
partitico, familiare, esce dalla morale e opera contro di essa.
Per questo si dice che il politico dovrebbe avere “spirito di
servizio”. Ed è quello che ha animato per tutta la vita Oreste
G. e che ci fa dire: quanto bisogno di Oreste Gallacchi abbiamo
oggi!
(La
Regione, 14 aprile 2010)
Ma noi dove eravamo e
cosa facevamo?
di Silvano Toppi
Il senso di responsabilità è ormai diventato un
concetto-fisarmonica. Ognuno se lo suona poi a modo suo, con
variazioni molteplici, solitamente scaricando su altri.
Se non fosse così non staremmo ancora chiedendoci se ci sia
stato davvero qualche responsabile nella dilapidazione
miliardaria della principale banca del paese, scaricata appunto
in maniera varia sulla Confederazione, con tutto ciò che ne è
seguito in figuracce per autorità e istituzioni. Non staremmo
ponendoci grossi interrogativi sul rinvio di una commissione
d’inchiesta parlamentare, con qualche lecito sospetto dopo tutto
il tempo che è trascorso dalla vicenda, ingloriosa per la stessa
politica. Non staremmo ora trastullandoci o scommettendo sul
responso degli azionisti della grande banca con l’interrogativo
divenuto nazionale: scaricheranno o non scaricheranno i
dirigenti dei tempi del disastro? Intendendo, per scaricati:
prosciolti, perdonati, assolti, moralmente sbiancati.
La verità è che non si vuol minimamente affrontare lo “stato
della questione”. Che è racchiuso in una domanda che nessuno,
tra gli azionisti, i politici, le stesse autorità di
sorveglianza vecchie e nuove, riesce oggi a porsi. Forse anche
perché si è ritornati a fare e rivedere utili. E la domanda è la
seguente: dov’eravamo e che cosa facevamo quando i dirigenti di
Ubs sembravano i nuovi re Mida che trasformavano in oro tutto
ciò che toccavano, sfornavano rendimenti da sogno, presentavano
ogni volta utili stratosferici tali da inorgoglirsi di fronte a
tutto il mondo per i loro primati, distribuivano dividendi
gloriosi, si assegnavano bonus da uomini eterni, si vantavano di
agire in piena trasparenza e comandavano e si
autoregolamentavano in maniera tale da ridicolizzare ogni
velleità di controllo o di intervento esterno (v. Commissione
delle banche)?
Erano da nessuna parte. O erano in attesa alla cassa. O, meglio,
erano dalla parte dell’‘‘amore per il denaro” (come direbbe il
celebre Keynes), della mitizzazione della “performance” o del
rischio a tutto vapore per ottenere la resa più elevata
possibile nel brevissimo termine. Dalla parte della complicità
nell’‘‘éthique technicienne” (come direbbe la filosofa francese
Anne Salmon) che con l’etica ha poco a che fare ma serve a far
credere di avere l’etica incorporata, a giustificare ogni
performance che dia alto profitto, a crearsi un’immagine
all’esterno (“siamo sempre seri e prudenti”, diceva Ospel in un
suo discorso alla vigilia del crac), a tenere lontani i
controlli esterni e i dubbi politici, a esaltare
l’autoregolamentazione, il segreto come difesa della persona e
minchionatura del fisco.
Che cosa serve a ricordare tutto questo? Serve a dire che se non
si parte da tutto questo, che è il vero stato della questione,
la storia si ripeterà. Come prima, peggio di prima.
L’autonomia dell’economia è un’illusione, come la sua capacità
ad autoregolarsi o ad avere l’etica incorporata. A maggior
ragione per un settore dell’economia, quello bancario o
finanziario. Ed è proprio perché il bilanciere si è inclinato
troppo su questa illusione che siamo arrivati ad un’inversione
completa dei valori, al disastro e alla rottura che abbiamo
subito. Ora, tutto sembra ripartito come se niente fosse
capitato: gli speculatori speculano più di prima; i trader si
sono rigonfiati a dismisura; le banche guadagnano montagne di
soldi; i loro dirigenti si accaparrano bonus, indifferenti ai
malumori dell’opinione pubblica o alle remore dei politici; la
volatilità delle Borse e quindi del rischio è da frenesia; gli
“hedge funds” lasciano la City per arrivare a Ginevra, dove si
pagano meno imposte, facendo incavolare Londra che minaccia
altre ritorsioni contro la Svizzera. Insomma, è già in atto,
imposto dal sistema in cui viviamo, il ritorno a rendimenti
finanziari anormalmente sempre più elevati. Esso contribuirà
ancora al deprezzamento del futuro, all’impazienza del presente
e persino al disincanto del lavoro. Non è quindi da ciò che
capita o non capita all’assemblea degli azionisti dell’Ubs che
ci si può attendere una svolta. “Scaricare” potrebbe
significare: nessun responsabile, tutti indifferentemente
responsabili. Non scaricare, indicare un capro espiatorio che fa
sempre comodo.
(La
Regione, 9 marzo 2010)
Ci sono opinioni
politicamente scorrette
di Silvano Toppi
Ci sono opinioni politicamente scorrette. Anche nella nostra
repubblica.
Dire, ad esempio, che le imposte non vanno diminuite ma
piuttosto aumentate. Si rischia la fucilazione. Tanto più che se
c’è un modo certo per guadagnarsi l’elettorato o gli ambienti
economici, lo si trova proprio nella promessa di sgravi fiscali.
Dire ancora, ad esempio, che non è il maggior valore
attribuito ad un finanziere che ci salva ma quelli prodotti da
una maestra dell’infanzia o da un’infermiera d’ospedale. Si
rischia, soprattutto in terra nostra, dove abbondano banche,
uffici fiduciari e qualche finanziere d’alto bordo, di essere
presi per matti. L’unica via che rimane allora, per osare
scorrettezze e sparigliare le carte di luoghi comuni venduti
come assiomi, è quella di pescare in casa d’altri e trarre
qualche considerazione.
Il tema-cocktail dell’imposizione fiscale, degli sgravi
fiscali, della tassa globale, dei condoni fiscali o della
concorrenza fiscale è all’ordine del giorno un po’ ovunque. Sarà
congenito alla politica creativa ma, bisogna pur dirlo, appare,
con asfissiante monotonia, come l’unica idea o il magico
abracadabra che si riesce a esprimere per rimettere in sesto la
baracca. Non ci si preoccupa d’altro. Ad esempio, delle enormi e
crescenti discrepanze di reddito o della disoccupazione
strutturale.
Guardiamo quindi alla Germania, ma in modo diverso da
quello che la Svizzera ha fatto sinora. Il nuovo governo ha
subito annunciato una vasta riforma fiscale che prevede
alleggerimenti d’imposta per 24 miliardi. La quale stenta però a
decollare. Una approfondita inchiesta svolta su questa proposta
nel quadro del Deutschland-Trend (v. www.infratest-dimap) rileva
che una consistente maggioranza di cittadini tedeschi (58 per
cento, contro il 38 per cento) è contraria ad una riduzione
delle imposte. Con una motivazione precisa: perché si rischia di
aumentare ancora il debito pubblico.
Dall’inchiesta emergono fatti singolari: gli stessi
sostenitori dell’attuale coalizione governativa (centro-destra)
sono in maggioranza contrari; i cittadini con redditi medi e
superiori sono molto più contrari (69 per cento) dei cittadini
con redditi inferiori ai 1500 euro mensili, che avrebbero poco o
niente da guadagnarci. Esito quasi incredibile, politicamente
scorretto. Esito forse inimmaginabile in casa nostra (anche se
due nostre votazioni sugli sgravi lasciano qualche dubbio).
Contano però le considerazioni, rilevate dall’istituto che ha
svolto l’indagine. Una inaspettata maturazione civica: il
problema è sempre meno quello della riduzione delle imposte o
della concorrenza fiscale ed è sempre più quello
dell’impoverimento dello Stato, delle collettività territoriali,
dell’equilibrio rigoroso tra ventilati sgravi fiscali,
possibilità di investimenti nelle infrastrutture pubbliche,
nella formazione e nella ricerca e livello dell’indebitamento.
Un inimmaginabile realismo, poi: la crisi è tutt’altro che
superata (lo pensa il 64 per cento dei tedeschi); bisogna quindi
dare priorità assoluta a un sistema di ridistribuzione e di
spese pubbliche più che mai essenziale e al “patto per il
lavoro”, bisogna garantire protezione e coesione sociali perché
là sta la democrazia. Sembra rovesciarsi persino l’assioma che è
necessario creare nuovamente ricchezza per poter distribuire. Si
ritiene invece che occorre usare la ricchezza esistente se si
vuol crearne dell’altra e salvare l’uomo.
Un altro studio condotto in Gran Bretagna dalla geniale
New Economic Foundation (v.
www.neweconomics.org),
basato sulla metodologia del “Social Return on Investment” (in
parole povere: quale ristorno sociale, e non solo di reddito
economico, posso avere da un investimento), sarà molto inglese
ma è illuminante per diversi aspetti. Si capovolgono i criteri
con cui valutiamo i nostri apporti alla società, che non possono
essere solo di crescita economica, di guadagno o redditività, ma
di essere-bene sociale, umano, ambientale. Si dimostra, in tal
modo, che una determinata attività può aggiungere nella comunità
un valore che è di gran lunga superiore a quello solitamente
ridotto al “quanto vali” in guadagno, stipendio, bonus.
Esemplifichiamo, sintetizzando. Nella analisi britannica i
finanzieri della City risultano distruttori e non creatori di
ricchezze: per ogni euro che creano ne distruggono sette. I
peggiori sono comunque i consulenti fiscali (e, nel bilancio
politico-sociale, la nostra storia recente lo conferma), quelli
che permettono a privati e società di evitare imposte,
sottraendo alla comunità risorse essenziali: distruggono infatti
47 volte più ricchezze di quante ne creano. Le maestre
dell’infanzia (formazione) o le infermiere d’ospedale (salute) o
chi si occupa del riciclaggio (ambiente) generano invece
ricchezza circa dieci volte superiore rispetto alle retribuzioni
che sono loro concesse. È ovvio, anche questo è un metodo
politicamente scorretto, soprattutto quando si continuano a
privilegiare le speculazioni dei finanzieri e i bonus dei
manager.
Dovrebbe comunque indurre a rispettare di più docenti,
personale medico, netturbini. O, come fa la brava consigliera
Widmer-Schlumpf, a ritenere ormai ipocrita la distinzione tra
evasione e frode fiscale. Opinione sino all’altro ieri
politicamente scorretta.
(La
Regione, 6 febbraio 2010)
Incatenati
all’immobilismo
di Silvano Toppi
Due
atteggiamenti, tipicamente ticinesi, rischiano sempre di
incatenarci all’immobilismo.
Il primo consiste
nell’arrotolarsi nelle conseguenze, affogandoci magari nelle
statistiche, senza quasi mai risalire alle cause.
Il secondo consiste nel ritenere
che la cultura, intesa come modo di pensare, di sentire, di
progettare e di agire dentro la comunità, sia fatto secondario,
più intralcio che leva, comunque sempre subordinato alla pretesa
razionalità e al calcolo dell’economia imperante.
Con il primo atteggiamento ci si
avvita su se stessi, senza mai né uscire né perlomeno illuminare
il tunnel in cui ci si trova.
Prevalgono allora le fughe per
la tangente che vanno dalle amnistie o dalle benevolenze fiscali
in varia salsa ma sempre eterne (è dal 1946 che battiamo questi
chiodi!), alle malevolenze di Berna che non ci ascolta e non ci
aiuta sino agli ottanta chilometri all’ora meteorologici.
Il secondo atteggiamento è, per
certi versi, ancora più grave perché assai ingannevole: si
ritiene infatti di arricchirsi mentre in realtà ci si
isterilisce e impoverisce. Proprio perché viene meno ciò che
diceva un grande economista ch’era dapprima un umanista: la
cultura è la forza umana che scopre le vere esigenze, non quelle
fittizie, di un mutamento e ne dà coscienza. Vorrei
esemplificare.
Si è parlato molto negli scorsi
giorni di turismo ticinese, delle sue difficoltà e della sua
discesa statistica, delle strutture iperboliche, dell’importanza
della conoscenza territoriale e dell’operatività locali, delle
tasse e dei finanziamenti concessi (che è pure un eterno chiodo
pressoché esclusivo), della propaganda per attirare clienti.
Mancano comunque sempre due
serie analisi. Quella sulle cause che generano la crisi (sembra
che si sia perlomeno capito che non possono essere solo il tempo
meteorologico e la galleria autostradale del Gottardo). E su
questo punto Daniele Besomi ha ragioni da vendere ma,
rappresentando nel metodo un approccio “scientifico”, non credo
goda di grandi ascolti. Quella, poi, del tipo di cultura
turistica che riusciamo ad offrire. Ai tempi il giovane Solari,
non senza incontrare forti resistenze, ne era molto preoccupato.
Ora un po’ meno. “Possiamo offrire”, perché l’esame della
decadenza turistica non dovrebbe ignorare, per trarne lezione,
l’enorme svalutazione che c’è stata negli ultimi trent’anni del
territorio, del paesaggio, delle città, dello stesso abito
mentale dei ticinesi sia nella cultura di accoglienza del
forestiero sia nella innovazione non pacchiana e fracassona
delle strutture di accoglienza. Non sono mai state fatte scelte
precise, anche discriminatorie, e ci si è sempre illusi su un
turismo acchiappatutti ma che scontenta tutti. Se si mutano
peggiorandoli quei parametri essenziali, il turista si chiederà
sempre più per quale scopo o per quale “differenza” dovrà
arrivare e fermarsi nel Ticino. (Per visitare i supermercati
anche di domenica, per frequentare le discoteche o i casinò, per
potersi recare più facilmente a Milano e dintorni, come
ritengono alcuni?).
Ronny Bianchi è un ottimo
economista, con idee e analisi originali, sovente espresse su
questo stesso giornale. Un suo intervento radiofonico proprio
sul turismo (nella rubrica “Plusvalore”) merita qualche
attenzione. Dice in sostanza: il turismo crea un valore aggiunto
per persona occupata nel settore assai basso (60 mila franchi)
mentre il settore bancario ne crea quasi cinque volte tanto.
Insomma, per ogni posto di
lavoro perso nel settore bancario bisognerebbe crearne 4, 5 in
quello turistico per compensare le cose. Tutto sembra ridotto ad
una questione di calcolo di redditività o di importanza o meno
nella formazione del mitico pil (prodotto interno lordo)
cantonale. Si ignora però un valore aggiunto del turismo, mai
calcolato, come avviene per l’agricoltura, che dovrebbe essere
la salvaguardia del paesaggio o di una cultura di protezione
dell’ambiente.
Forse anche da questa estraneità
del calcolo economico dipende il dispregio che si è avuto di un
patrimonio che è nostro, unico ed essenziale, che si è sprecato,
abbruttito o svenduto per trenta soldi (v. acque, territorio).
Anche perché si è mancato l’unico appuntamento culturalecreativo
del secolo scorso. La legge urbanistica.
Ronny Bianchi propone quindi il
seguente interrogativo: perché invece di sostenere la promozione
turistica non finanziare una campagna di marketing per il
settore bancario nei paesi arabi? Bella trovata. Sarà forse
provocatoria ma merita qualche rilievo, anche un po’ divertito,
proprio in merito al discorso sulle cause e la cultura. Quanto
alle cause c’è dunque la tentazione di sostituire l’Italia con
Abu Dabi, il Tremonti fracercotto con lo sceicco Jadallah Azzuz
at Tahli (nome fittizio) più danaroso, l’instabile con il
volatile. Si potrebbe anche fare e qualche banchiere e più di un
fiduciario luganesi ci hanno già pensato con viaggi e vacanze
appropriati. Si rientra però nella solita patologica velleità
imprenditoriale ticinese, simile a quella che negli anni Ottanta
prospettava nel cantone una nuova Silicon Valley californiana.
Con gli arabi che sono però finanziariamente molto più mobili
degli evasori di prossimità italiani. Ci troveremmo presto da
capo. Quale particolare qualità di servizio offrirebbe Lugano a
clienti arabi rispetto alle banche ginevrine che hanno già
adottato da tempo le regole della sharia che non sono quelle dei
cavalieri e commendatori italiani? Bisognerebbe cominciare a
formare degli specialisti nel “gharar”, nel “maisir”, nel “mourabaha”,
che è cosa un po’ diversa sia degli scudi tremontiani sia delle
nostre concezioni economiche e più determinante del segreto
bancario.
E forse ci si dimentica pure che
le principali banche islamiche, nonostante la crisi e forse per
le regole severe che si applicano, sono riuscite da sole ad
aumentare del 66 per cento i propri attivi. Meglio delle nostre.
Sarebbe doveroso chiedersi, perché è fatto di cultura, come
approderebbero gli arabi in un cantone che ha espresso la più
alta percentuale di no ai minareti e, lo si voglia o no,
all’Islam. Ma forse c’è da ritenere che se dovessero correre i
capitali islamici non si troverebbe difficoltà a cambiare i
piani regolatori, a far proliferare anche i minareti. E far
emergere il “vero” Ticino. Rispetto all’uso pressoché esclusivo
che si è fatto dei capitali italiani, ci sarebbe solo un
mutamento di tipologia edilizia.
Quanto a dire, insomma, che se
non si cambia la testa, culturalmente più che economicamente,
c’è poco da sperare. Un risorgimento può cominciare solo da se
stessi.
(La
Regione, 5 gennaio 2010)
La finanza, l’etica e la
morale di Alice
di Silvano Toppi
“Forse non c’è nessuna morale”, s’azzardò a osservare Alice.
“Che, che, bambina!”, disse la duchessa, “in tutto c’è una
morale, basta trovarla” (da “Alice nel paese delle meraviglie”).
Il 2009, dopo il cataclisma della crisi finanziaria, doveva
essere l’anno della morale. Della “moral rentry”, si diceva,
ovviamente in inglese. O, meglio, si preferiva dire del ritorno
dell’etica. Forse perché la morale obbliga (non fare, non
commettere, non rubare) mentre l’etica si limita a raccomandare
(sarebbe meglio evitare che…). Il quotidiano che è anche la
bibbia della finanza scriveva nel gennaio del 2009: “Gli
scandali finanziari che hanno infarcito la crisi economica
pongono urgentemente la questione dell’etica in economia e nel
capitalismo finanziario”. Tutti i capi di Stato, separatamente o
nelle varie riunioni G8, G15, G20, rifacevano il verso: senza
una maggiore etica, che significa maggiori regole al mercato,
non si esce dalla follia. Una volta tanto di apparente concerto
giunsero ad impegnarsi per ripensare il sistema di rimunerazione
dei finanzieri e, stabiliti gli elenchi neri, grigi o bianchi,
ad abolire i paradisi fiscali, gli uni ritenuti il motore e gli
altri il rifugio della speculazione devastatrice. Colui che fu
il manitù del sistema, l’ex-governatore della Banca centrale
americana, Alan Greenspan, pronunciò un solenne mea culpa che
lasciò tutti di marmo (“Ho fatto un errore madornale contando
solo sull’interesse privato”). Persino il nostro Merz,
presidente della Confederazione, ad inizio anno, prima che lo
cogliessero altre disavventure, sostenne che la Svizzera doveva
tornare alle sue virtù tradizionali, cominciando dalla sobrietà,
prudenza, solidarietà. È vero, si cominciò con la solidarietà a
una banca, ma era giocoforza.
Alla fine del 2009 che cosa è rimasto di quella fiammata
morale-etica? Molta cenere e pochi tizzoni. C’è chi qualcosa ha
dovuto fare con processi, multe ingenti, il carcere: è capitato
negli Stati Uniti e, caso singolare, anche per le banche
svizzere, assolte in patria.
Chi sta generando in questi giorni promesse di fuga verso lidi
più accoglienti e meno punitivi, come capita per i traders della
City londinese colpiti pesantemente da nuove imposizioni fiscali
volute dal governo. La Svizzera, hanno subito detto alcuni
politici e banchieri, sarebbe pronta ad accoglierli, rafforzando
così la sua concorrenza finanziaria con la loro esperienza, da
noi non imponibile. C’è chi, costretto a batter cassa, è andato
a cercarsi con gran fracasso la morale fiscale fuori casa, come
capita all’Italia. Chi si era invece fatto vessillifero
dell’etica su piano internazionale, come il presidente francese,
ha tirato i remi in barca. C’è poi chi, come la Svizzera, ha
semplicemente rinunciato a intervenire o giustificandosi con la
carenza del proprio diritto (o per “timidezza incomprensibile di
fronte al disastro“, come hanno dichiarato due ex-procuratori
pubblici, Bertossa e Marty) oppure per furberia politica che
continua a ritenere la deregolamentazione l’unica possibilità di
ritorno al trionfo del mercato e della piazza finanziaria.
In realtà, tra un anno che doveva essere quello del ritorno
all’etica e un anno che si presenta con all’orizzonte la
fatamorgana della crescita, sono tornate a prevalere le due
tendenze che hanno portato a quella grave crisi economica che fu
marcata come follia economica. La prima è la logica
dell’accumulazione che è data di per sé illimitata, anzi
sterminata. Quindi una logica impossibile, illogica, folle, che
è alla base non solo dei disastri finanziari ma anche di quelli
ambientali, molto più gravi. La seconda è quella del mercato che
economicizza l’etica. Pretende cioè di averla già incorporata in
se stesso, di non aver bisogno di regole, di sapersi
autoregolamentare. Riuscendo, come capita in Svizzera, a piegare
la politica, il diritto, a rendere impotenti i tribunali penali
e civili, indifesi risparmiatori e investitori. Come prima,
insomma. Ma forse anche in questo, come dice la storia di Alice,
c’è una morale, basta trovarla.
(La
Regione, 28
novembre 2009
Cortoterminismo sindrome pandemica e angosciante
di Silvano
Toppi
A pensarci bene, c’è una pandemia
che ci complica la vita e ce la rende invivibile. È la sindrome
divenuta pandemia del ‘cortoterminismo’. Il cortoterminismo è il
comportamento o la mania di pretendere che ogni scelta o azione
economica si risolva in tempi brevi e dimostri di essere
immediatamente redditizia, monetizzabile. Economicamente
l’istituzione cortoterminista più rappresentativa è la Borsa. Si
è persino inventato l’indice VIX, che sa di rimedio contro il
raffreddore ma che significa Volatily Index, e segnala la
volatilità, gli sbalzi incredibili delle quotazioni borsistiche.
Volatilità che è un non-senso o un disvalore. Perché se la Borsa
ha la funzione di raccogliere risparmio per poter promuovere con
l’investimento delle attività economiche, non può essere ridotta
a una bisca dove si scommette su titoli per un mese, una
settimana, un giorno, un’ora. (Se ne è persino accorto colui che
passa come il migliore investitore americano del XX secolo,
Warren Buffet, che ha proposto un’imposizione al cento per cento
delle plusvalenze a meno di un anno per ridare senso alla
Borsa).
Una delle conseguenze più
avvertibili e angosciose di questo atteggiamento si riversa
sulle nostre pensioni le quali, benché dovrebbero essere
impostate sulla lunga scadenza, continuano a subire revisioni e
variazioni legislative di rese minime e di tassi di conversione
o a farci subire terrorismi di copertura o di rendite decurtate.
Proprio a causa della sindrome cortoterminista.
Politicamente quella sindrome
si apparenta invece al semplicismo e al decisionismo. Tiene in
auge quei politici o quei movimenti che semplificano o
banalizzano tutto, eruttano interventi a getto continuo per
marcare presenza, invocano iniziative e soluzioni da un’ora
all’altra, passano in tal modo per decisionisti. Una vittima
certa di questa malattia è sicuramente la democrazia la quale
non può semplificare autoritariamente, non può ignorare la
complessità della società, richiede tempi più lunghi. Sotto
l’attacco del cortoterminismo rischia di diventare sempre meno
credibile.
Il cortoterminismo tocca però soprattutto un ganglio
vitale per la società, la sua evoluzione, il suo futuro. Lo
rilevava recentemente in un suo mirabile intervento alla
Biblioteca cantonale di Lugano una delle nostre giovani
intelligenze (ce ne sono, ce ne sono!), Fabio Merlini, filosofo
e direttore dell’Istituto universitario federale per la
formazione. Merlini usa proprio l’espressione “equivoca
compromissione della conoscenza nei meccanismi della produzione
del valore economico, quando non meramente borsistico”.
Critica quindi quella che definisce “una sotterranea
conflittualità tra saperi orientati ai vantaggi di business e
saperi orientati alla verità”.
È chiaro che se inseriamo questo discorso sul senso della
ricerca, varrà solo quella ricerca che ha resa immediata, a
breve termine, e sarà scartata o accantonata quella di base che
chiede invece tempi lunghi e non può neppure garantire risultati
certi. Ma è proprio in questo modo che ci si chiude allo
sviluppo. Sviluppo della conoscenza e umano. Sviluppo culturale,
se si può ancora osare l’uso di questa espressione.
Sviluppi che, mancando,
finiranno per diventare un fatto tragico, a media scadenza, per
assenza di creazione (ora confusa con l’innovazione che genera
consumo) e di vitalità dell’essere e non dell’apparenza. Persino
per la stessa economia la quale, andata già in crisi per l’irrazionale
e sterminato cortoterminismo e la correlata esaltazione della
‘performance’ istituzionalizzata con i bonus, sta ripetendo,
sempre con il beneplacito degli organismi governativi, gli
stessi identici mascroscopici errori.
(La
Regione, 7
novembre 2009
Quelle affermazioni di peso di Paolo
Bernasconi
di Silvano
Toppi
Paolo Bernasconi quando parla di finanza o di delitti finanziari
è autorevole. Per la sua esperienza di ex-procuratore, perché è
materia del suo insegnamento universitario, perché è esperto
internazionale riconosciuto, perché ha avuto modo di esercitare
la sua professione di avvocato penalista in varie vicende
bancarie. Quel che dice conta.
In un’intervista
concessa al quotidiano romando “LeTemps” (martedì 3 novembre)
Paolo Bernasconi, nel bel mezzo del cancan tremontiano che
scuote Ticino e Berna con alti lai e desideri di vendetta, fa
due affermazioni che scombussolano assai.
La prima è che la
Svizzera ha violato, in maniera sistematica e organizzata, il
trattato sull’imposta alla fonte con l’Unione europea, entrato
in vigore nel 2005. Essa avrebbe versato solo il 5 per cento del
dovuto. Infatti, per permettere ai loro clienti di sfuggire
all’imposta alla fonte, le banche hanno creato migliaia di
società offshore in paesi come Panama e l’Amministrazione
federale delle contribuzioni ha lasciato fare.
La seconda affermazione è che
il Ticino, che ha approfittato come il resto della Svizzera del
non rispetto del trattato sull’imposta alla fonte, quando c’è un
problema si rivolge a Berna.
Era scontato che le banche
svizzere, costrette a quell’imposta per salvare il segreto ed
evitare lo scambio di informazioni fiscali, avrebbero cercato
subito una furbastra via di fuga. È anche il loro mestiere.
Era pure scontato che il
Dipartimento federale delle finanze, autorità di esecuzione e di
vigilanza, smentisse e rifiutasse subito quelle (pericolose)
accuse. La Commissione europea non ha mai fatto un rimbrotto
alla Svizzera, si replica. È vero, ma non è un appiglio che
tiene.
Più credibili sono i calcoli
fatti in casa propria da diversi paesi europei: le somme loro
versate, confrontate ai patrimoni trafugati e scoperti in
Svizzera, sfuggiti al loro fisco, appaiono quasi
provocatoriamente miseri, non si può negarlo. Ci sono quindi più
motivi per prestar fede a Paolo Bernasconi che al ministero
delle Finanze. Era pure scontato che il Ticino andasse in
pellegrinaggio a Berna, l’eterna vituperata e invocata Berna,
poiché ha una concezione della politica (ciò che forse
sottintendeva Bernasconi) che appartiene più al clamore e alle
contingenze che non al rigore e alla serietà progettuale o
strategica. Ciò che, soprattutto in questo momento, fa molto
imitazione di costumi italiani che non affermazione di una
propria personalità. (Che è tutt’altra cosa dell’identità, altra
fuga per la tangente. È grave, non manca di rilevare Bernasconi,
che “i partiti storici di destra sono saliti su questo treno
invece di fermarlo”).
Il buon senso antico, pensando
alle critiche di Paolo Bernasconi, potrebbe subito farci
concludere con due proverbi, pure scontati: chi è causa del suo
mal pianga se stesso o tanto va la gatta al lardo… Ma, a ben
pensarci, il problema diventa molto più grave di quel che si
pensa. E non solo per il caso italiano.
Una via d’uscita presentata
ancora nei passati giorni come unica salvezza del segreto
bancario, sia da consiglieri federali, sia da Urs Roth,
direttore dell’Associazione svizzera dei banchieri, sia da
Konrad Hummler , presidente dell’Associazione dei banchieri
privati svizzeri, sia da importanti direttori di banca ticinesi,
è proprio quella del prelevamento di un’imposta alla fonte sui
redditi dei patrimoni stranieri collocati in Svizzera. Si
potrebbe anche maggiorare, riversando così più milioni ai paesi
da cui partono quei capitali, accontentandoli. Insomma,
stabilire una sorta di imposta liberatoria sull’assieme dei
redditi da capitale (interessi, dividendi ma anche plusvalenze)
da versare direttamente al paese di domicilio del contribuente,
ottenendo finalmente la pace fiscale.
Dopo quanto ha detto Paolo
Bernasconi, indubbiamente ascoltato all’estero, c’è da chiedersi
quanto possa essere ancora credibile questa via d’uscita. Tutti
hanno la prova di una scappatoia, di una non-risposta, di una
misura troppo facilmente manovrabile da chi dovrebbe eseguirla.
Non è però solo una questione di soldi. In realtà, è il fatto di
considerare la Svizzera e il suo sistema un ostacolo
inaccettabile alla loro autonomia fiscale e alla loro libertà di
applicare l’eguaglianza dinanzi all’imposta, che fa dei nostri
vicini degli avversari sempre più accaniti contro le nostre
innegabili nicchie fiscali.
Per un’ovvia considerazione:
che un loro contribuente possa nascondere in una banca una parte
dei redditi non dichiarati, che non solo una persona fisica ma
anche una società possa trasferire nelle filiali, in una
holding, una società di domicilio, una gran parte dei suoi utili
senza che si possa avere delle informazioni dalla Svizzera, non
sono alcuni milioni ma centinaia di miliardi che sfuggono al
loro fisco.
E con i tempi che corrono! È
certo che non ci daranno mai pace o che, come si conviene in
questi giorni in una grande adunanza di esperti allo storico
castello di Coppet, presso Ginevra: il segreto bancario rimarrà
ancora la madre di tutte le battaglie.
(La
Regione, 27 luglio 2009
Meno imposte più
crescita, principio da smitizzare
di Silvano
Toppi
Anche il Ticino è stato
contagiato, a varie riprese, dalla voga semiscientifica e molto
populista dell’abbattimento delle imposte. Semiscientifica
perché si riesce a sostenere, con grafici entrati ormai nella
storia (v. la famosa curva di Laffer) che l’onere fiscale giunto
a un certo livello soffoca l’economia oppure che la riduzione
fiscale porta automaticamente ad un aumento della domanda e
degli investimenti e quindi alla crescita economica. Ma non
interamente scientifica perché si è anche dimostrato che
l’equazione meno imposte uguale più crescita non è una legge e
tanto meno una verità. Il più delle volte ha solo favorito una
maggiore concentrazione della ricchezza e un enorme
indebitamento dello Stato (esempio illuminante gli Stati Uniti).
Voga populista, poi, perché è il tema su cui si sono imbarcati
negli ultimi anni in gare spasmodiche movimenti politici o
partiti in scarsezza di idee: non c’è niente che renda di più
elettoralmente della promessa di ridurre le imposte.
Ora, c’è un fatto strano che
emerge di questi tempi: tra le conseguenze dell’attuale crisi di
cui si parla poco o niente ci sono anche i disastri provocati da
quella voga politica. A dire il vero nel Ticino ce ne siamo
accorti con qualche anticipo, per evidenza innegabile. Anche se
si può dubitare che la lezione sia servita.
Poiché copiamo spesso
dall’esterno, bisognerebbe vedere che cosa è successo ai nostri
modelli. La rivoluzione antimposte con i famosi grafici
dimostrativi e con tutta la retorica antistatalista è giunta
anch’essa dall’America e più particolarmente dalla California,
lo stato che si ritiene “fabbrica tendenze”.
L’evento che diede la sterzata
avvenne una trentina di anni fa, con la “proposition 13” che
congelò in perpetuità le tasse sugli immobili e tenne a
battesimo il movimento “no tax” che riuscì a imporre un veto
permanente a qualsiasi aumento di tasse e fu precursore dell’era
neoliberista che portò Reagan alla Casa Bianca. Quelle leggi e
quel movimento hanno avuto effetti devastanti sulla capacità
delle amministrazioni pubbliche di finanziare i servizi pubblici
e diedero avvio allo smantellamento dello stato sociale,
ritenuto nemico dell’economia in quanto si nutre d’imposta. Si
diede vita a quel “ballot box budgeting” (bilancio… per scheda
elettorale) che si è innestato anche dalle nostre parti, come
unica proposta politica possibile. Oggi ci si interroga,
sbalorditi, su come uno stato da 38 milioni di abitanti, con
un’economia da 2 trilioni di dollari all’anno, l’ottava al mondo
per prodotto interno lordo, non abbia più soldi per garantire
l’anno scolastico che deve infatti accorciarsi, deve licenziare
cinquemila insegnanti, tagliare l’assistenza sanitaria, togliere
ogni aiuto anche alle famiglie che guadagnano meno di 12 mila
dollari all’anno, chiedere persino prestiti per spegnere gli
incendi (perché insidiano le ville dei ricchi) e trovarsi su una
voragine deficitaria tale da doversi consolare con la formula
“too big to fail”, siamo troppo grandi per fallire.
In questi giorni è uscito un
interessante rapporto sulla fiscalità nell’Unione Europea (Taxation
trends in the EU, Eurostat 2009). Se ne deduce che anche in
Europa la moda ha fatto strage. Dal 2000 in poi i tassi massimi
di imposizione dei redditi delle persone e delle società sono
assai decurtati. Ci sono dettagli significativi. Nonostante il
tipo di economia sviluppatosi o di finanza baldanzosa impostosi,
la principale fonte di entrate fiscali è rimasta, per quasi la
metà, il lavoro, mentre le imposte sul capitale rappresentano
appena il 23 per cento del totale e tendono invece ad estendersi
quelle sui consumi. Oppresso, insomma, il lavoro ma non il
capitale, certamente con la giustificazione che questi crea
l’altro.
L’annotazione di attualità è
però un’altra: i paesi che risultano i maggiori abbattitori di
imposte sugli utili, con lo scopo di attrarre investimenti e
imprese, sono quelli che oggi si ritrovano con un disastro
economico-finanziario e con conseguenze sociali gravissime. E
non parliamo della Lettonia, dall’imposizione fiscale zero sugli
utili in nome di una crescita economica senza limiti, rimasta
senza un soldo in cassa e costretta ad amputare radicalmente
pensioni, salari, indennità di disoccupazione (salita al 17 per
cento). Parliamo piuttosto dell’Irlanda, spesso citata a modello
negli ambienti economici svizzeri e persino ticinesi e nei
nostri media perché cresceva a ritmi vertiginosi grazie al tasso
di imposizione sugli utili più basso d’Europa.
Tanto disastrata che il suo
primo ministro è costretto a dover dire di essere di fronte a
una sfida per la vita stessa della nazione (“We are now facing
the challenge of this nation's life”) .
Non è che con queste storie,
emerse in modo drammatico da un modello che ha generato
l’attuale crisi, si voglia ora gridare “Viva l’imposta”.
Riabilitarla sì. E sarà comunque inevitabile con gli attuali
indebitamenti salvataggio o anticrisi. Rendersi conto che
dell’imposta, proporzionale alla ricchezza, non si può fare a
meno, pena il degrado di tutta la società.
Quelle storie dovrebbero
servire a smitizzare certi principi dati per assiomatici (meno
imposte, più crescita), a interrogarci non solo sui bilanci
dello stato ma sui bilanci della intera società in cui si vive
(quale crescita?), a indurci a valutare da cittadini
responsabili che l’imposta non è solo un onere individuale, un
orrore contabile, una priorità assoluta di concorrenza di
mercato.
Essa è uno strumento essenziale
per raggiungere il bene comune, per mantenere il servizio
pubblico, per far crescere assieme una comunità. Senso civico
impopolare contro mercantilismo? Mettiamola così. Oggi si
constata comunque dove si va a finire quando si azzera il primo
e si esalta il secondo.
(La
Regione, 27 aprile 2009
L’intolleranza e
le radici
di Silvano
Toppi
Ci si dice
e ci si ripete: l’Occidente deve ritrovare le sue radici. Già,
ma quali radici? Ci si sbriga rispondendo: quelle cristiane.
Sull’onda di quanto va predicando il papa, anche negli ultimi
interventi urbi et orbi, tornano spesso parole dannate,
crittogame fatali per quelle radici occidentali: nichilismo, la
distruzione; relativismo, il gioco a somma zero; materialismo,
la negazione della spiritualità; scientismo, la scienza su ogni
sentimento o fede. Si aggiunge ancora: sarebbe tanto più
pericolosa la perdita di quelle radici in un momento in cui
l’Occidente deve dare il suo contributo essenziale nella
definizione di regole comuni tra i popoli.
Qui sembra
apparire il classico “lupus in fabula” o la riserva mentale che
in quel diplomatico contributo ci sia di fatto la volontà di
ridurre tutti a nostra immagine e somiglianza. Non è un sospetto
infondato, come dimostrano la storia anche recente o i vari
anatemi.
Non so
quanto quelle parole dannate allarmino le persone comuni. So
però quanto stiano allarmandole l’economicismo, che è pure
parola che si apparenta ed è un derivato perverso delle famose
radici occidentali.
Noi occidentali ci vantiamo,
rispetto agli altri, di avere un pensiero concettuale,
speculativo, logico. Quello giusto, insomma. Concetto è però una
parola che viene dal latino, “cum-capio”, che significa prendo,
afferro. (È singolare che pure il tedesco ha “Begriff”, da “greifen”,
afferrare). Sembra che già in questa presunzione si sveli la
vera natura di una radice occidentale che è quella di chi non sa
pensare se non prendendo, afferrando, accumulando. Ciò che è
sempre prevalso, anche nelle istituzioni ecclesiali. Ciò che ha
dato origine e fondamento, secondo eminenti studiosi, a
un’economia predatrice, esportata dovunque, persino con il
cristianesimo. Qualcuno ha scritto che se togliamo la parola Dio
dal Medioevo non capiremo più niente, né di arte, di
letteratura, di inferno, paradiso e purgatorio e neppure di
morale, di politica, di potere papale o imperiale. Ed è vero. Se
invece togliessimo quella parola dalla nostra epoca, questa si
lascerebbe comprendere benissimo. Molto meno se togliessimo le
parole Denaro, Mercato o Borsa. Dio, insomma, fa sempre meno
mondo, timore, obbedienza. È nichilismo, ammonisce il papa
citando il diabolico Nietzsche. Dio ci ha però lasciato
l’eredità tipica delle religioni monoteiste che si chiama
intolleranza, conseguenza inevitabile di chi crede di possedere
la verità assoluta e salvifica. Lo si voglia o no è un’altra
radice bene inaffiata anche dalla religione occidentale e sta
alimentando integralismi, anche dalle nostre parti. Radice che
viene rivendicata come essenziale ma che non induce mai a
interrogarci: e gli altri, tutti quelli fuori, esclusi, chi
sono? Interrogativo impossibile proprio perché non si applica la
relatività. Che vuol dire, religioso o non religioso, mantenere
un universo di scelte e di varietà d’atteggiamenti e di punti di
vista.
Lo stesso
tipo di intolleranza e di integralismo ha messo forti radici
anche nella religione economica, che ha riempito il vuoto
dell’altra religione e che ci ha portati dove siamo. La verità
assoluta è diventata la crescita infinita, che non può tollerare
limiti, né di consumo né di profitto. L’unica lettura sacra sono
diventate le cantilene quotidiane dei corsi borsistici o le
divinazioni ballerine del pil (prodotto interno lordo). Chi è
dentro è dentro, e chi è fuori peggio per lui.
Ho regalato
l’ultimo libro (Il pane di ieri), di Enzo Bianchi, il monaco
della Comunità di Bose, a quattro amici. Vi ho trovato descritte
con grande semplicità e amore le radici della nostra cultura
contadina e un sincero e aperto spirito cristiano. Uno di questi
amici mi ha fatto sapere che quel libro era invece dileggiato da
alcuni integralisti nostrani che si ritengono i depositari della
verità cristiana. So che anche la rubrica religiosa Strada
regina è criticata perché interpella i monaci di Bose. L’errore
di questi monaci dev’essere quello di usare parole positive come
“communitas” e “polis” invece delle altre dannate parole che
rovinano la religione. Comunità e città terrena implicano
condivisione, solidarietà, ricerca del bene comune. Implicano
pure una concezione dello Stato come istituzione preposta al
bene comune e un’etica che non può rimanere individuale, non può
essere separata dalla politica comunitaria. È una essenziale
radice greca dimenticata. Scriveva infatti Aristotele: “Le
stesse cose sono le migliori e per l’individuo e per la comunità
e sono queste che il legislatore deve infondere nell’animo degli
uomini”. Oggi capita, in maniera esasperata, che la politica per
decidere guarda o si fa serva dell’economia, subordinandole il
bene dell’uomo e della comunità. Per cui ci si può chiedere non
solo se il potere decisionale alla ricerca del bene comune è
ancora una competenza della politica ma se la politica non sia
stata ridotta a tecnica amministrativa del potere, senza
prospettiva storica. È ciò che capita anche alla religione
quando è ridotta a giuridismo o codice canonico.
(La
Regione, 1 aprile 2009
L’imbroglio
dei grandi vertici finanziari
di
Silvano Toppi
C’è
qualcosa da sperare dai grandi vertici finanziari? Si sostiene:
non è più possibile tornare come prima, bisogna cambiare. Prima
come? Il mercato, unico giudice con sempre meno regole. La
ricerca spasmodica del guadagno immediato, a brevissimo termine
e della fuga dalla fiscalità o del disprezzo dello Stato. La
competitività che giustifica ogni sopruso e che avendo come
obiettivo il minor costo, pone in secondo ordine il mondo del
lavoro, comprime i salari, genera l’insicurezza, il precariato,
il facile licenziamento “strutturale”, le delocalizzazioni nei
paesi senza regole e con bassi salari. La verità assoluta e
incontrovertibile che l’economia può solo espandersi,
moltiplicando i consumi e i profitti. I consumi si moltiplicano
creando e gonfiando i bisogni, anche fasulli, mangiando i salari
o favorendo l’indebitamento delle famiglie. I profitti si
ingigantiscono senza fine non solo per i ricavi (la differenza
tra costi di produzione e prezzo di vendita) quanto piuttosto
facendo leva sul credito a costo quasi zero e reinvestendo gli
stessi profitti con alchimie finanziarie astruse e senza limiti.
Alchimie escogitate da banche e affini, non nell’economia reale
ma nella produzione di … prodotti finanziari, nella
speculazione. Non è più possibile tornare come prima.
Sembrerebbe logico dopo quanto è capitato. È ritornato solo lo
Stato, necessità estrema. Per tutto il resto si sta facendo
tutto quanto è possibile per rabberciare ancora ciò che c’era
prima. Due sono stati gli orientamenti pressoché esclusivi per
tentare di uscire dalla crisi, adottati anche in Svizzera (l’uno
per catastrofe, l’altro per mimetismo). Dapprima ci si è
preoccupati di salvare le banche, gli istituti finanziari, il
sistema finanziario scassato, addossando allo Stato e quindi ai
contribuenti quelli che sono stati definiti i rifiuti, i “titoli
tossici”. In altre parole, tutte le magagne dal capitalismo
finanziario o quegli “attivi” che hanno giocato a gonfiarsi a
vicenda oltre ogni misura, con scarso o nessun rapporto con la
realtà economica. Un’inflazione borsistica o paraborsistica
autoalimentatasi con follia. C’è da chiedersi, ora, quale valore
di mercato potranno ottenere un giorno quei titoli tossici,
scorporati dalle banche e accantonati ricorrendo a indebitamenti
miliardari da parte degli Stati o delle Banche centrali. È assai
difficile se non impossibile immaginare che i 68 miliardi di
franchi di salvataggio dell’Ubs saranno un giorno ricuperabili,
almeno pari pari, senza gli interessi. Avranno certamente una
lunga permanenza ed effetto tra gli oneri federali e cantonali
di bilancio pubblico. Finiranno sicuramente in aumento
dell’inflazione. In seconda battuta ci si è preoccupati di
salvare settori scoppiati e in grave crisi (l’automobile) o
promovendo labili sostegni dei redditi (sgravi fiscali,
incentivi sociali) per mantenere lavoro e consumo. Interventi a
spizzico e di scarsa entità quantitativa e qualitativa in
Svizzera, rispetto agli altri paesi, essenzialmente impostati
sul breve termine (settore delle infrastrutture, delle
costruzioni) poco invece sul lungo termine (ricerca, energie
alternative, innovazione, formazione). Anche perché si continua
a credere, contro il buon senso, che la crisi è solo
congiunturale (temporanea) e non di un intero sistema. Quindi,
attrezzi tutto sommato vecchi, insufficienti. Molte parole,
scarsa volontà politica di procedere. Nemmeno sul filo della
logica delle misure invocate subito dopo lo sconquasso
finanziario. Ad esempio, tanto per citarne alcune, ovvie: minori
possibilità di credito per la speculazione, imponendo alle
banche costi elevati quando i loro crediti si indirizzano più su
attori finanziari rischiosi e pericolosi (es. hedge funds,
derivati, strutturati) che non sull’economia reale; un miglior
controllo delle banche, pretendendo un rapporto più elevato tra
i fondi propri e le operazioni di credito, impedendo il gioco
perverso ed opaco delle operazioni fuori-bilancio; attaccare
seriamente tutti i paradisi fiscali che non solo sono “il vero
cancro del sistema finanziario internazionale” (dissero ministri
americani, francesi, tedeschi) ma sono soprattutto l’assenza di
regole e il prosciugamento di risorse fiscali per gli Stati;
inquadrare finalmente le retribuzioni di tutti i manager;
riformare le agenzie di rating, i cui conflitti di interesse con
banche e affini sono emersi in maniera spettacolosa (le agenzie
di rating sono quelle tre o quattro società specializzate e
riconosciute che danno una valutazione sul grado di salute, di
rischio, di inadempienza di imprese, banche, Stati ecc. e hanno
finito spesso per ingannare tutti). Pensiamo solo alla Svizzera.
Ci si è preoccupati esclusivamente della difesa del segreto
bancario, dovendo comunque cedere qualcosa, e della paventata
iscrizione nella lista nera dei paradisi fiscali. Niente sulla
maggior sorveglianza sulle banche, nemmeno su quella salvata
dallo Stato. Niente su esigenze più severe sui fondi propri
delle banche. Niente sulla serietà, sulla maggior efficacia, sul
potenziamento di persone e di mezzi di controllo e d’analisi o
sul palese conflitto di interessi, per l’organo di vigilanza
della piazza finanziaria, l’ex-Commissione per le banche o la
Finma attuale (Autorità di sorveglianza sui mercati finanziari).
Politica esattamente contraria a quella auspicabile, com’è il
caso per l’Ordinanza sull’uso dei fondi delle Casse pensioni,
entrata in vigore lo scorso primo gennaio, in cui si propugna un
aumento degli investimenti nei fondi speculativi (hedge funds,
derivati ecc.). Avversità, a differenza di altri stati, nella
limitazione delle retribuzioni dei manager . Si può credere che
niente sarà come prima?
(La
Regione, 18 dicembre 2008)
Reazioni
vuote, come il vento
di
Silvano Toppi
C'è anche una “ fatale
futilità del fatto”, dice un famoso poeta. Quelle tre effe
iniziali e ripetitive suggeriscono aria o sgonfiamento. Vale
anche per l'economia di questi tempi. Arrivano reazioni vuote
come il vento che le porta o bislacche come il tempo che le
produce. Eccone tre esempi.
1. Corre una illuminante barzelletta nelle facoltà di economia.
Ci si chiede: come chiamereste l'economia se essa non
utilizzasse le sue ipotesi, i suoi modelli da premio Nobel, le
sue scatolette matematiche? La risposta: la chiameremmo
contabilità. Semplice e terribile. Perché? Complicatino ma lo si
può ridurre in termini accessibili. C'entra, come sempre, una
trovata diventata dogma, con l'immancabile termine inglese: fair
value (valore equo?). È uno dei cardini della contabilità
all'origine dei molti nefasti che stiamo subendo e una bestia
nera per i politici che non sanno da che parte prenderla. Per
dirla in breve: noi contiamo il valore di un prodotto con il suo
costo storico, cioè con quanto l'abbiamo pagato all'inizio, in
quel momento. Quando venderemo effettivamente quel prodotto
sapremo se abbiamo guadagnato o se abbiamo perso. Si è detto:
certo, è ovvio e prudente, però maledettamente statico. Appare
allora a valanga la trovatina. Che attribuisce ogni primato al
mercato. Si scrive cioè subito in bilancio il valore che detta
il mercato, quello borsistico. Poiché non tutte le attività
economiche sono quotate in Borsa, o si inventano dei modelli che
funzionano come un mercato virtuale o si finge che il mercato ci
sia. Che cosa succede, di fatto? Se il valore di mercato sale o
si fa salire, si possono gonfiare a dismisura i bilanci,
attraendo nuovi capitali e investimenti, rilanciando
continuamente a spirale la spinta verso l'alto. Ma se il
mercato, vero o fittizio, cede? Allora è il cataclisma. Persino
le perdite stimate diventano vere e tutto sprofonda, travolgendo
anche i valori reali. È quello che è successo. Con le banche
costrette a svalutare una montagna di titoli valutati
arbitrariamente, tanto da generare l'idea che non si riuscirà
mai a vedere il fondo dei loro bilanci. Conclusione ovvia? Se
non si modificano i criteri utilizzati per i bilanci, se non si
impongo regole precise per contabilità non ingannevoli e
fittizie, torneremo presto alla tentazione creativa e suicida.
Sembra però (v. Svizzera) che ci sia stato solo un accidente
capitato ad una banca, per colpa di qualche manager, che il
sistema non c'entra, che proprio non è il caso di mettere il
naso nella contabilità altrui (salvo a toglierne i titoli
tossici a spese dello Stato). La si chiama libertà.
2. Non so quanto possa essere sincera e duratura la
dichiarazione del primo ministro francese Fillon secondo la
quale la Svizzera non è un paradiso fiscale. Prendiamola per
buona. Ci sono comunque state con l'arrivo della crisi due forti
reazioni generalizzate che hanno raggiunto il massimo
dell'ipocrisia: l'una era una condanna senza mezzi termini dei
paradisi fiscali, strumenti della speculazione più abietta,
“trous noirs” (Fillon dixit) del sistema finanziario mondiale,
concausa della crisi; la seconda era quella di indicare la
Svizzera come il più infingardo paradiso fiscale (v. ministri
delle finanze tedesco e del bilancio francese). La Svizzera si è
difesa male. Soprattutto con la risposta tragicomica di trovare
nelle isole Cayman la soluzione dei titoli tossici di Ubs. Dove
sta il massimo dell'ipocrisia? Sta nel fatto che in verità
nessuno vuole porre un termine ai paradisi fiscali. Parigi
potrebbe cominciare con Andorra (di cui il presidente francese,
con il vescovo catalano di Urgell, è principe) o con Monaco, la
Gran Bretagna con le isole anglonormande o i Caraibi, l'Unione
europea con il Lussemburgo, il Belgio, l'Austria, gli Stati
Uniti non opponendosi a un negoziato globale nell'ambito dell'Ocse.
Se la Svizzera chiedesse una volta tanto, con coraggio, una
prova della verità, dimostrerebbe perlomeno quanto vento ci sia
in tutto questo. Conclusione: i deprecati paradisi fiscali
fioriranno meglio di prima.
3. È andata male con la Borsa a causa della crisi finanziaria,
le casse pensioni hanno perso, per il momento, 60 miliardi di
franchi. Per il prossimo anno, su pressioni di assicurazioni e
banche, si è quindi abbassato di tre quarti di punto, al 2 per
cento, il tasso di rendimento minimo sui fondi del Secondo
pilastro. Ma c'è di più. In piena crisi finanziaria il Consiglio
federale decide di aumentare la proporzione (15 per cento) di
investimenti autorizzati nei famosi “hedge funds” (fondi
speculativi, in cattiva postura) e di ridurre invece il tetto
possibile per l'investimento immobiliare (dal 55 al 30 per
cento) e per i prestiti ipotecari (dal 75 al 50 per cento).
Quindi, in sostanza: il governo federale spinge le casse ad
assumere più rischi e a ridurre invece gli impegni più sicuri e
tutto sommato più stabili e rimunerativi sul lungo termine nel
settore immobiliare (media 4 per cento, contro il 2 per cento
preteso). Se si vuol stare alle regole bernesi, alcune casse
pensioni dovrebbero vendere degli immobili e investire nei fondi
speculativi. Il contrario di ciò che ci si poteva attendere. A
chi giova? Superfluo rispondere. Non dimentichiamoci però che
gli ambienti interessati occupano sette degli undici posti del
comitato che ha formulato le proposte alla commissione federale
della previdenza professionale. Come se il ciclone finanziario
non ci fosse stato. Grande fiducia.
(La
Regione, 21 ottobre 2008)
La fiducia
dilapidata senza una seria contropartita
di Silvano Toppi
Dapprima, confrontati al disastro di pratiche che si
apparentavano ad una vera e propria delinquenza finanziaria, si
è imposta la parola etica. Tutti i capi di stato a ripetere: “ci
vuole più etica”. Per dimostrare ch’erano presenti e con la
gente. Come l’etica possa essere “più etica” e non
semplicemente etica nessuno l’ha detto. Guai comunque ad usare
la parola giusta, troppo impegnativa: morale.
Poi, esterrefatti per le Borse che non reagivano alle profusioni
di centinaia di miliardi di dollari, si è insistito sulla parola
regolamentazione. Era il momento, dopo decenni di sfrenatezza
facilitata al massimo dagli Stati, rivedere le carte, stabilire
un minimo di norme e finirla una volta tanto con la famosa “
corporate governance”, rivelatasi l’inganno micidiale degli
ultimi vent’anni, venduto sempre come “trasparenza” e rivelatosi
come opacità assoluta.
Tanto che nessuno sa ancora dirci come è potuto capitare e
quando finirà.
L’inganno, copiato dagli Usa, che ha sbattuto fuori
dall’economia-finanza le regole, il diritto, la politica, lo
Stato, un minimo di finalità umana e di responsabilità nei
confronti della società, sempre in nome del denaro, del massimo
profitto, della competitività. Con la pretesa di non aver
bisogno di nessuno, di autoregolamentarsi, di darsi i propri
codici etici. In Svizzera ce ne saranno un centinaio, partendo
dalla Borsa di Zurigo passando per le banche zavorrate da
Singapore e giù giù sino a qualche gruppo in mani russe o arabe.
Ora ecco che emerge finalmente la parola magica, come la
bacchetta della Fatina: fiducia. Tutto si fa, anche
l’inimmaginabile nella storia di questo paese e l’impossibile
sino all’altro ieri sulla bocca dei nostri governanti, per
ripiantare la fiducia. Meglio: riportare la fiducia, a suon di
decine di miliardi, verso una grande banca senza la quale
crollerebbe tutta l’Elvetia, quella del “ Dominus providebit”
sul cinque franchi. E vada quindi per la fiducia. Anche questa
presentataci senza alternativa, persino come un “optional” della
democrazia: o si accetta senza discussioni o ci pentiremo e ne
soffriremo tutti.
Qualche appunto, oltre a quelli già espressi su questo giornale,
va però fatto.
Innanzitutto, è vero, qualcuno scriveva, già un secolo fa: si
può, a forza di fiducia, mettere qualcuno nell’impossibilità di
ingannarci (Joubert). Crediamoci. Ciò che meraviglia nella
profusione miliardaria del Consiglio federale, che è poi quella
forzata dei contribuenti, è che la fiducia la si dilapida con la
mancanza di una seria contropartita o perlomeno di una promessa.
Non alludo a quella, come alcuni hanno subito avanzato,
dell’eliminazione dei superstipendi e dei bonus degli arroganti
manager o di una migliore e più seria attivazione della
Commissione delle banche, che dovrebbe essere un requisito
minimo e logico. Alludo a quel tanto che basterebbe per far
capire che c’è un sistema marcio, lasciato marcire, che bisogna
apprestarsi ad eliminare. Ad esempio: la volontà di mandare
all’aria i paradisi fiscali, istituzioni dell’opacità,
dell’immoralità fiscale, della corruzione, con un serio
controllo sui movimenti di capitale (almeno il presidente
Sarkozy l’ha detto e ribadito e Obama vi ha fatto cenno); non
tollerare nessuna operazione bancaria fuori bilancio; rapporti
credito-fondi propri strettamente e rigorosamente imposti e
verificati; regole e limiti incisivi per i mercati dei prodotti
derivati o strutturati; fine dei privilegi fiscali alle banche e
(come dice Susan George) del socialismo per i ricchi che
privatizza i profitti e fa pagare le perdite ai contribuenti.
In secondo luogo, quando si procede con manovre del genere
bisogna pur dirci quali potranno essere le conseguenze. Non nel
senso, come si è subito detto, che Confederazione e contribuenti
non perderanno niente, anzi è un rischio calcolato che potrebbe
anche portarci soldi in cassa quando le azioni dell’Ubs
torneranno a salire. A parte il fatto che è difficile crederci
perché non si capisce come mai il Consiglio federale sia così
furbo, tanto più quando voleva disfarsi delle azioni Swisscom
perché rendevano troppo. Piuttosto nel senso che quei meccanismi
economici in cui giura sempre nelle sue politiche monetarie la
Banca Nazionale, ci indicano con quasi certezza almeno due
sbocchi. O c’è un’imbevuta tale di crediti spariti in chi sa
quali voagini che ci sarà seria difficoltà a trovare ancora
crediti, soprattutto per le piccole e medie imprese (sta già
capitando) e il costo del denaro aumenterà notevolmente. Oppure,
con le valanghe di immissioni di miliardi di franchi, ci sarà a
un certo momento una sproporzione tale tra moneta in
circolazione e realtà economica, che l’inflazione galopperà come
un cavallo del West e allora saranno seri dolori. Nell’una e
nell’altra ipotesi esploderanno prezzi, ipoteche, affitti,
disoccupazione, bilanci pubblici (costi degli interessi).
Tertium non datur. C’è qualcuno che osa esporsi e assicurarci
che non capiterà?
In terzo luogo, un’ultima annotazione che alcuni definiranno
demagogica ma che non è trascurabile. Si corre alla salvezza di
una banca in nome della salvezza dell’economia nazionale e della
piazza finanziaria. La solidità di una nazione non può stare
solo in una banca. Saremmo ben conci. Se si proponesse un
analogo intervento per soccorrere il risparmio su cui è
costruito invece buona parte del futuro del paese, quello dell’AVS
o delle Casse pensioni, che hanno pure subito perdite enormi, il
Consiglio federale o i politici sarebbero altrettanto solerti e
giustificazionisti? Qui sembra che la fiducia della stragrande
maggioranza della popolazione non conti: tutt’al più, su
suggerimento di banche e assicurazioni, si cambia il tasso di
conversione perché la Borsa è crollata. Ma ci si dica almeno
quanto abbiamo perso, almeno per riporre altrove la nostra
fiducia.
(La
Regione, 16 settembre 2008)
Conti dello
Stato, le contraddizioni che continuano da tempo
di Silvano Toppi
Arrovellarsi con i conti dello Stato e dei comuni è l’acme della
politica cantonale. Con una ghirlanda di contraddizioni che
continua da tempo. L’equilibrio, a rigor di logica, si può
ottenere solo in due modi: o diminuendo le spese o aumentando le
entrate. L’arrovellamento è che non si può fare né l’una né
l’altra cosa. Lo stato si vede addossati sempre più compiti e
problemi. Non perché lo si voglia. Anzi, da quasi un trentennio
il principio imperante è proprio quello del meno Stato e dello
Stato debole. È il tipo stesso di società e di economia che ci
siamo tirati addosso che lo impone. Parlare poi di maggiori
entrate significa proporre maggiori imposte o maggiori tributi.
Discorso ritenuto folle tanto che da oltre un ventennio partiti
o movimenti vari tentano di costruire la loro fortuna sul
ritornello “meno imposte” e sulle promesse estasianti di forti
“sgravi fiscali”, chi per i ricchi, chi per i meno abbienti.
Hanno ovviamente più successo quelli che vengon giù duro, senza
tanti distinguo e con molte gibigianne sugli sperperi
eliminabili.
C’è però anche
l’immancabile giustificazione scientifica degli ambienti
economici: meno imposte significa più attrattività economica,
meno fughe, più crescita. E così il conto torna. Che poi torni
davvero è sempre terreno di battaglia statistica e contabile.
Troppi fatti dimostrano il contrario.
Un vizio di fondo della
politica cantonale è quello di pestare sempre nello stesso
mortaio. Sia fingendo di ignorare le contraddizioni più che
evidenti, sia non rendendosi conto con maggior razionalità delle
evoluzioni in atto dovute ad un’economia che abbiamo adottato o
che ci è imposta, sia preferendo l’apparenza alla sostanza. Se
alziamo la testa dal mortaio e ci guardiamo attorno potremmo
notare che le contraddizioni (o i paradossi) ticinesi abbondano
pure nei paesi che ci hanno propinato l’ideologia e l’economia
dominanti e nei paesi europei che ci circondano.
Questo vorrà pur dire
qualcosa: o che un modo di pensare e di impostare le cose è
ormai consumato e inutilizzabile oppure che bisogna rendersi
conto di una realtà che non permette più il gioco dei
bussolotti.
Facciamo alcuni esempi,
attuali. Gli Stati Uniti, grandi ideatori del meno Stato e dello
sgravio continuo delle imposte, sempre a favore dei possidenti,
stanno crescendo nella diseguaglianza, stanno affogando nei
debiti pubblici e privati ed è ormai una corsa continua del
governo federale a salvare a suon di miliardi questo o quel
gigante finanziario sull’orlo della bancarotta o, contro ogni
regola di mercato da loro propagandata, a pensare persino a una
quasi nazionalizzazione di General Motors e Ford, vicine al
fallimento. La resa dei conti dovrà pur venire e non può essere
che un aggravio d’imposta (e il candidato Obama l’ha ammesso,
forse suicidandosi). Il presidente Sarkozy per essere eletto
promise tagli fiscali stratosferici; ora, impantanato nei
bilanci, chiede un maggior onere sui redditi fondiari e sui
redditi da capitale perché deve ricuperare qualche miliardo. La
cancelliera Merkel ha dovuto ricorrere all’aumento dell’imposta
sul valore aggiunto. Il Giappone l’ha raddoppiata. Berlusconi
vince le elezioni in Italia promettendo di togliere l’imposta
sugli immobili, vitale per i comuni. Lo fa ma poi ci si accorge
che in tal modo si mettono a nudo gli enti locali. Allora, per
non smentirsi, si inventa “l’autonomia impositiva per i comuni”.
Se non è zuppa è pan bagnato: i sindaci saranno costretti a
ricorrere a maggiori tributi comunali. La Gran Bretagna è pure
impastoiata e deve azzardare una maggiore tassazione dei ricchi
non residenti. I paesi baltici, esperti in dumping fiscale,
ammettono ora che stanno strangolandosi socialmente ma
soprattutto economicamente se perseguono su quella via.
Come si spiega questo
forzato ritorno dell’imposta? Proprio “per la contraddizion che
nol consente”. Chi osserva tutti i dati delle organizzazioni
internazionali, dell’Europa, della Svizzera e del Ticino e chi
ha un minimo di senso politico non può non accorgersi di tre
fatti fondamentali e convergenti.
Primo, continua a
crescere in maniera inesorabile la parte dell’economia
non-mercantile nell’economia monetaria. In altre parole è
cresciuta quell’economia che richiede investimenti e spese
rilevanti e non è merce di scambio, non è subito monetizzabile,
non ha una redditività immediata, ed è proprio per questo motivo
gestita in buona parte dall’ente pubblico (v. educazione,
formazione professionale, salute, giustizia, sicurezza fisica o
alimentare, protezione dell’ambiente e dei consumatori,
infrastrutture stradali ecc).
Secondo, a quell’economia
non-mercantile, che in termini di valore è ormai quasi pari
all’altra, nessuno può né vuole rinunciare per il semplice
motivo che è consustanziale allo sviluppo dell’economia
mercantile (o del capitalismo) e soprattutto perché quest’ultima
diventa sempre più complessa e fragile e genera costi assai
elevati (si pensi solo a quanto costa l’economia comune in
sicurezza, giustizia, salute, formazione, ambiente). Terzo,
perché l’economia non-mercantile, la sola a poter permettere
futuro, conoscenza, qualità, bisogna pagarsela. Con un problema
che è pure non monetizzabile ma civile: l’economia
non-mercantile è per sua natura fortemente territorializzata,
implica una volontà di vivere assieme, un sentimento di comunità
di destino. Ed è ciò che si dimentica, con l’individualismo, il
campanilismo, la demagogia da bottega elettorale.
(La
Regione, 4 agosto 2008) Inflazione
e salari. La logica illogica di Silvano
Toppi
Ci
sarà mai una volta buona per i salariati? Sembrerebbe
di no. Se l’economia è in crescita ed aumentano i
profitti, i salari non devono ringalluzzirsi: salterebbero
competitività ed esportazioni, si incrementerebbe la
delocalizzazione là dove i salari sono più
bassi e meno regolati, si rischierebbe la disoccupazione.
Se l’economia rallenta, a maggior ragione bisogna tenere al
palo i salariati, altrimenti si scatena un
moltiplicatore di costi che peggiorerebbe la situazione. Se
poi su tutto questo si innesta per motivi vari anche
l’inflazione (l’aumento dei prezzi generalizzato),
una lievitazione dei salari sarebbe un disastro poiché si
avviterebbe una spirale micidiale: prezzi alti - salari più
elevati - prezzi ancora più alti e sicura recessione. Gli
ultimi dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica
e alcune reazioni che li hanno già preceduti (come quelle
provenienti dalla Banca Nazionale, dal Segretariato per
l’economia, dalle associazioni del padronato) confermano
queste interpretazioni. C’è la situazione
attuale, dapprima. I salari convenuti tra le parti sociali
quest’anno sono aumentati in media, là dove ci
sono contratti collettivi che li reggono, del 2,2 per cento.
I salari minimi sono invece stati incrementati dell’1,8 per
cento. Ci sono differenze settore per settore: aumentano
meno i salari nel settore secondario (industria
metallurgica, abbigliamento ecc.), aumentano di più nel
settore terziario (telecomunicazioni, amministrazioni,
commercio all’ingrosso ecc.). C’è però
stato un tasso di inflazione (un rincaro dei prezzi)
molto più elevato, del 3,1 per cento. Per la prima volta
da 15 anni si è superata la soglia del 3 per cento. Ha
ovviamente giocato da fattore trainante il prezzo del
petrolio e delle materie prime e alimentari, ma non solo. Se
ne deduce che l’inflazione sta mangiando i salari. Che gli
aumenti salariali concessi non coprono gli aumenti dei prezzi
avvenuti. Il salario reale (la differenza tra il salario
nominale percepito e il tasso di inflazione) sta liquefandosi.
Insomma, perdente è il potere d’acquisto del nostro
portamonete. Occorrono sempre più soldi per comperare
quello che comperavamo prima. Questo dato di fatto non è
però una novità dovuta alle contingenze attuali.
Chi osserva le cifre degli ultimi quindici anni, si
accorgerà che è la settima volta che questo
fenomeno della perdita del salario reale o della perdita del
potere d’acquisto dei salariati si manifesta. Un anno su
due si perde potere d’acquisto. Ciò che conferma,
implicitamente, che con crescita o decrescita raramente è
la volta buona per i salariati. A rigor di logica economica
dovrebbe succedere il contrario: se il potere d’acquisto,
invece di diminuire, dovesse aumentare, aumenterebbe anche
la domanda di beni e servizi e quindi girerebbe meglio e più
attivamente tutta l’economia. Infatti, la prima cosa
che si osserva nelle analisi congiunturali è proprio la
crescita o meno del consumo delle economie domestiche che
rappresentano circa il 60 per cento della domanda globale.
Sembra poi irragionevole e soprattutto ingiusto che le
vicende della finanza o della congiuntura non siano sopportate
dai profitti, dagli ingenti accumuli ottenuti negli anni
grassi. Un membro della direzione della Banca nazionale
ci dice invece che se i sindacati, nel prossimo autunno,
esigeranno ed otterranno salari più alti per
compensare il rincaro, sarà il disastro economico.
Spiega comunque che i prezzi alimentari e del petrolio
corrispondono ad una reale perdita di reddito per la Svizzera e
aggiunge: “Qualcuno deve sopportare questa diminuzione
delle entrate: una parte andrà a carico dei
margini dei produttori, l’altra dei salari reali”.
E quindi avverte: “Se ci sarà un aumento dei salari
la Banca nazionale sarà costretta a dare un giro di vite
alla politica monetaria e ad alzare i tassi di interesse”.
Perché? Perché aumentare i salari significa
dare ulteriore spinta alla domanda, ciò che muoverebbe
i prezzi ancora più in alto. È un’altra
logica. Che nasconde troppe illogicità. Primo,
perché non si riesce a capire come mai i salariati
siano obbligatoriamente chiamati al sacrificio quando
le cose vanno male e quasi mai con pieno diritto alla festa
quando le cose vanno bene. Forse perché è più
facile controllare i salari che non i margini di profitto,
magari investiti a miliardi nei subprime americani. Forse
perché l’inflazione, che colpisce anche la
Cayenne della moglie del manager, non genera un freno alla
domanda equivalente a quella generata dal minor potere
d’acquisto di una famiglia media di salariati.
Secondo, perché un adeguamento dei salari al
carovita non si traduce in una maggiore domanda ma
unicamente nella possibilità di una compensazione di
salario per arrivare alla fine del mese. Terzo, perché
ci si dovrà pur spiegare come mai l’aumento del
costo del denaro (dei tassi di interesse) ormai
prospettato non generi inflazione (immaginiamoci gli affitti, gli
oneri per il forte indebitamento delle economie domestiche o
degli enti pubblici, la generosa pratica del diffuso leasing) e
non accentui la stagnazione. E quindi ancora minor
reddito per la Svizzera.
(La
Regione, 18 luglio 2008) Quando
ci si rifugia solo nella speculazione in corner di
Silvano Toppi
“Corner”,
termine calcistico, spesso ansia dell’ultima
opportunità o dell’ultimo pericolo da un angolo
estremo del campo. Il “corner” si gioca anche
nell’economia e nella finanza, soprattutto in questo
momento. Ma è altra cosa. Dall’inglese “to
corner” che significa accaparrare, fare incetta,
monopolizzare. È la causa dei molti mali che stanno
attaccando il nostro portamonete. Il procedimento è
molto semplice: si acquistano centinaia di migliaia di
tonnellate di un bene, si stoccano, si fanno scorte da qualche
parte, si crea l’apparenza della scarsità, si
fanno lievitare i prezzi. Non è un’invenzione
recente: già il commerciante- filosofo-
matematico greco Taleto (625 a. C.) l’aveva applicata per
l’olio d’oliva in tutta la regione di Mileto
accumulando fortune. Oggi la si applica per un altro olio,
il bene che fa più notizia perché crea la nostra
mobilità. Ma come è emerso in maniera
impressionante con il fondo speculativo Red Kite, il
più importante del mondo, specializzato nei
metalli vale anche per il rame, l’alluminio, il
nickel. Solo per l’alluminio quel fondo plurimiliardario
è riuscito a monopolizzare il 90 per cento delle
scorte mondiali e per il rame è all’origine del
corso primato di 8.884 dollari nell’aprile di quest’anno,
una moltiplicazione per quattro in poco tempo. Ci guadagnano
quindi “i pochi che dispongono di capitali ingenti
e delle risorse tecniche per operare su questi mercati”
( v. Ronny Bianchi su questo giornale). Ci perdono tutti gli
altri. Ci sono economisti, uditi anche alla radio e alla
televisione, che minimizzano sia la speculazione da “corner”
sia l’incidenza inflazionistica che diminuisce il
nostro potere d’acquisto. Tutto dipenderebbe da uno
squilibrio momentaneo dell’offerta che non riesce a
seguire la domanda, accresciuta dall’arrivo di nuovi
pretendenti. Inguaribili dogmatici, con il mito della
crescita senza fine. Smentiti persino da un’inchiesta
parlamentare americana, riportata dal ‘ Wall Street
Journal’, la bibbia della finanza, secondo la quale la
speculazione sul petrolio rappresenta il 71 per cento degli
scambi totali. Si dovrebbe dedurne che soltanto il 29 per
cento degli scambi avvengono per una copertura reale, per
l’economia reale. È vero che l’errore
grave che si può commettere e che si manifesta come
reazione dei consumatori (automobilisti, autotrasportatori,
ecc.) o come atteggiamento di alcuni politici, è di
rifugiarsi solo nella speculazione (in “corner”,
si potrebbe dire), che è un fenomeno innegabile ma
collaterale, per spiegare ogni cosa, per non affrontare le cause
della situazione, per non dover ammettere una realtà
che capovolge i comodi parametri cui eravamo abituati. La
speculazione è data semplicemente dal dominio o dal
sopravvento dell’economia finanziaria sull’economia
reale. La prima riesce a muovere migliaia di miliardi di dollari
appropriandosi dell’oro nero e a rivenderlo quando gli
utilizzatori finali si adeguano ai prezzi più elevati.
Logicamente, l’impennata dei prezzi potrà smorzarsi
ed essere interrotta solo da una recessione che sfiancherà
la capacità dei consumatori ad assorbirne il continuo
aumento oppure se l’azione di sostituzione del
petrolio otterrà finalmente qualche effetto. Si sa però
che la prima è dura a manifestarsi: i maggiori
costi della benzina o del diesel modificano lentamente il consumo
e si preferirà risparmiare su qualche altra categoria di
spesa familiare. Il processo di sostituzione del petrolio è
stato disatteso a lungo proprio per il suo prezzo assai basso. Se
si vuole quindi risalire alla causa speculativa non
rimarrebbe che imporre nuove regole per inquadrare
l’accesso degli investitori ai mercati petroliferi
o imporre dei depositi di garanzia molto elevati. Ma questo,
con la liberalizzazione e la deregolamentazione imperanti,
equivale al fischio della marmotta: tutti in fuga. E allora
si preferirà chiedere al solito vituperato Stato di
abbassare le imposte. E continueranno a goderne finanzieri e
petrolieri. L’energia abbondante e a basso prezzo ha
creato un’armata spensierata di schiavi energetici.
Venendo meno l’una e l’altro, non solo per ragioni
speculative ma per realtà incontrovertibili che impongono
la verità dei prezzi (costi d’estrazione, di
investimenti, d’ambiente, di salute), ci si rende
conto che bisognerà lavorare sempre di più per
poter spendere in altrettanta energia (più corrosione
“energetica” del potere d’acquisto).
Rifiutare di considerare questa realtà, chiedendo ad
esempio una riduzione dell’imposizione sui carburanti,
è un non-senso perché aggrava il problema. Ciò
che si può invece rimproverare allo Stato è di non
avere sufficientemente anticipato l’era del
dopo-petrolio. A parte il fatto che se dovessimo riempire solo a
metà il serbatoio delle nostre automobili faremmo già
scendere immediatamente la domanda e quindi il prezzo, forse si
può dire che è anche arrivato il tempo della
disintossicazione dei consumatori. Un aspetto positivo.
(La
Regione, 24 giugno 2008)
La
sindrome della tenaglia, ticinesi spaccasalari di
Silvano Toppi
Svizzeri con la sindrome della tenaglia.
Ticinesi presentati come bulgari spaccasalario. Diritti
del lavoro in ritirata. Sono tre aspetti di una stessa realtà
che emerge in questi giorni. Sindrome della tenaglia potremmo
definire quello stato morboso per cui la Svizzera si
trova spesso nella condizione dell’interesse e del
rifiuto, del dover accettare e del voler respingere. E non
sempre per motivi egoistici. Solitamente c’è
un referendum che toglie dalla morsa. Non elimina però la
sindrome che quasi sempre si ripropone. La libera circolazione
delle persone ne è un esempio. È un tema che
ritorna dopo essere già stato sottoposto ad una prima
votazione popolare (2005: estensione ai nuovi dieci Stati
dell’Ue, accettata con il 56 per cento dei voti).
L’estensione dell’accordo a Romania e
Bulgaria accentua i motivi di rifiuto di tre anni fa, ripropone i
dubbi e le cautele dei sindacati, esalta gli ambienti
economici che vedono nuovi mercati e nuovi affari. Se
si ritornerà a votare (ne sapremo di più il 5
luglio, dopo l’assemblea dell’Udc) avremo la solita
morsa. Accordo uguale minaccia alla stabilità sociale
della Svizzera oppure uguale contributo essenziale
all’economia nazionale? Paradossalmente il comun
denominatore dei due atteggiamenti è una sola parola:
catastrofe. Per la nazione per gli uni, per l’economia per
gli altri. In questa vicenda si inserisce un fatto
stravagante. Il bulgaro indesiderato o spaccasalario (una
volta era il famoso idraulico polacco) diventa il ticinese.
Il mondo cambia e si rimpicciolisce incredibilmente. Come
mai? La metamorfosi sarebbe provocata da un progetto di legge
federale sui mercati pubblici, promosso da Hans- Rudolf Merz, ora
in consultazione, in base al quale si vorrebbe introdurre il
principio del luogo d’origine per le imprese svizzere.
Che cosa significherebbe, in parole povere? C’è
chi, nella Svizzera interna, l’ha subito tradotto
in termini concreti: «significherebbe che un’impresa
ticinese potrebbe fatturare le prestazioni fornite
nella Svizzera tedesca o nella Svizzera romanda con le
proprie tariffe ticinesi inferiori del 15 per cento»
. Quindi: un vero e proprio dumping salariale interno praticato
dalle imprese del sud. Che potrebbe essere rivendicato anche
dalle imprese europee, sottoposte allo stesso principio del luogo
d’origine. Eccoti quindi il ticinese equiparato al
bulgaro o al romeno. Si ritorna ai tempi in cui i giornali
confederati scrivevano che il Ticino, per l’industria
dell’abbigliamento o delle scarpe, era diventato
la Hong Kong della Svizzera. E in parte era vero. Su
questi particolari aspetti non c’è però da
scherzare. La preoccupante tendenza è che, in nome del
mercato, anche quello degli uomini, i diritti del lavoro sono in
progressiva ritirata. Ci si dimentica, anche da parte dei
sindacati, che l’Europa sociale è tutta da trovare e
che la tendenza a anteporre il mercato ad ogni altro valore
è predominante. La Corte di Giustizia europea
detiene una parte essenziale del potere legislativo
dell’Unione. Due casi hanno fatto scalpore e
giurisprudenza e bisognerebbe tenerne conto: l’affare
Viking e l’affare Laval. Nel primo, una compagnia
finlandese di navigazione pose il suo ferry sotto bandiera
compiacente estone per sottrarsi alla convenzione collettiva
finlandese e pagare quindi molto meno i suoi lavoratori. Nel
secondo, una società di costruzioni lettone
occupava in Svezia salariati lettoni sottopagati rifiutando
di aderire alla convenzione collettiva svedese. La Corte,
cui sono stati sottoposti i casi, giudica ormai da tempo che
niente nel diritto interno deve sfuggire alle libertà
economiche di cui è garante. Si dichiara quindi
competente anche nel giudicare il diritto di sciopero dei
sindacati. Il decreto sul caso Viking sostiene che il
comportamento della società è legittimo mentre è
illegittima la lotta contro quel comportamento perché
viola la libertà fondamentale d’esercizio. Il
decreto Laval proibisce ai sindacati di agire contro le
imprese che rifiutano di applicare ai loro salariati
distaccati in un altro paese le convenzioni applicabili nel
proprio paese. Immaginiamoci se con gli stessi criteri si
fosse giudicato lo sciopero delle Officine di Bellinzona. Forse,
più che porre l’attenzione o sulle intrusioni
minacciose e delittuose di bulgari e rumeni o sui mercati da
conquistare, sui nuovi affari e sulla manodopera
disponibile per l’economia elvetica oppure anche sulle
imprese ticinesi pronte a fare dumping oltre Gottardo,
sarebbe meglio concentrarsi sui diritti del lavoro, sulla loro
attivazione, sul diritto di sciopero e di libertà
sindacale perni fondamentali delle vere democrazie, sul
rischio di blocco subdolo ma progressivo e spesso interessato di
tutti i meccanismi politici e sociali che sono gli unici
antidoti contro l’insicurezza e il ricorso alla
violenza. In questo caso potrebbe anche servire,
positivamente, la sindrome da tenaglia.
(La
Regione, 9 giugno
2008) Mercato
amorale e totalitario, è ora di aprire gli occhi di
Silvano Toppi
Sarebbe
interessante ed opportuno se con la stessa pompa magna con cui si
sono passati in rassegna fasti, nefasti e lasciti del ’68
si intraprendesse ora, con analogo impegno, un’analisi
critica della società attuale e di una sua
componente essenziale, l’economia. Purtroppo la
tendenza dominante è quella di insistere su alcune
conseguenze (violenze, corruzioni, minor crescita, prezzi,
inflazione, andamenti borsistici) o su alcune politiche
ormai paranoiche (sicurezza, sgravi fiscali, risparmismo,
antistato, liberalizzazioni e privatizzazioni) guardandosi
bene dall’attaccare le cause che generano una
situazione sempre più invivibile ed esplosiva e una
“politica” talmente grossolana e ripetitiva che
finisce per infastidire anche quel popolo che si vorrebbe
ammaliare con i semplicismi contabili. In questo contesto
che sa spesso di senso unico, di imposto o di rassegnato, è
emersa una contestazione (o perlomeno una resistenza) alla
quale si è dato poco risalto mentre ne meritava almeno
altrettanto delle meganalisi sulle contestazioni ed eredità
del ’ 68. Alludo alle prese di posizione corali di un
numero rilevantissimo di docenti universitari
d’economia, più di 200, da Ginevra, Berna, San
Gallo, Basilea (mancano stranamente i ticinesi), espresse in
un manifesto “per un’economia al servizio
dell’umano”. Vi si trova proprio quella critica
collettiva, sinora carente, che risale finalmente alle
cause, pur non mancando di rilevare le contraddizioni e
le nefaste conseguenze alla quali portano quelle cause. Già
l’attacco è lapidario e mette in questione i dogmi
che ci dominano e condizionano: “Attualmente i
meccanismi economici globali e nazionali si fondano
essenzialmente sulla credenza che un mercato ‘libero’,
cioè il più deregolamentato possibile, sia la
cosa migliore per soddisfare i bisogni umani. Il desiderio delle
imprese e degli investitori di massimizzare i loro profitti
sarebbe un principio regolatore sufficiente, senza che sia
necessaria una responsabilità sociale supplementare. In
questi ultimi mesi è stato chiaramente dimostrato che,
quando questa dottrina si trasforma in principio unico, non
solo risulta insufficiente ma decisamente pericolosa per gli
esseri umani e le società… Le crisi che ci
colpiscono attualmente, si tratti dell’ambiente, dei
crediti o degli alimenti, hanno tutte le stesse radici.
Esse costituiscono i sintomi di una crisi morale”. Ci
sono quindi due punti fondamentali che sono anche cause su
cui quella legione di economisti ritiene bisogna partire.
Primo: liberarsi da una sorta di totalitarismo di
mercato che ci determina e al quale ci siamo tutti
assoggettati, costretti a credere che non ci siano alternative o
che un intervento regolatore possa essere solo dannoso.
Secondo: non aver timore di dire che c’è una crisi
morale e che è solo sulla sua continua messa in luce,
indifferenti all’accusa- scappatoia di moralismo, che
bisogna operare (un’economia - si dice a un certo punto -
che induce i suoi attori “ad adottare comportamenti
rischiosi, amorali, criminali”). L'imprescindibilità
da questi due punti fondamentali è emersa proprio dalla
crisi dei “subprime”. Le perdite delle grandi
banche sono state in pratica nazionalizzate,
direttamente o indirettamente, anche in Svizzera, “per
impedire il crollo di tutto il sistema e dopo che i giganteschi
utili di queste stesse attività rischiose sono stati
privatizzati”. Ora, emblematicamente, aggiungiamo noi,
ci si preoccupa solo del superamento o meno della crisi dei
“subprime”, lasciando i danni a tutta la
società. Bisogna ridarsi delle regole “ma queste
regole hanno bisogno di un fondamento etico, devono scaturire da
principi ancorati nella comunità; quando questa base fa
difetto le regole presto o tardi sono raggirate o schivate”.
Negli ultimi anni abbiamo coperto ogni responsabilità
e giustificato spesso ogni scelta politica, da quella
fiscale a quella occupazionale a quella sanitaria, sulla
base di un altro dogma, la competitività. La
competitività, ci dicono quegli economisti, non
è un obiettivo in sé ma unicamente un mezzo per
promuovere il benessere di tutti. Quindi questo scopo esige
prima di tutto equità e giustizia sociale. “Una cultura economica nella quale l'egoismo soppianta la giustizia
finisce sempre per provocare profonde crisi”. Se da
un lato c'è un fermo invito alle istituzioni,
Confederazione e cantoni, affinché sappiano tornare a
una politica, sia nazionale sia internazionale, dove l’etica
e l’attenzione al servizio pubblico siano sempre
preminenti, d’altro lato non manca in questi
professori di economia una significativa autocritica al loro
insegnamento che non ha saputo trasmettere quei valori ch’essi
vogliono ripristinare. Forse si sono dimenticati anche loro che
l’economia è scaturita da una costola della
filosofia, l’etica. Ed è proprio perché è
stata ridotta e sterilizzata disumanamente a schemi e
modelli matematici per dominare anche il futuro che
l’economia si è impantanata nel presente,
persino con gli alimenti essenziali per l’uomo.
(La
Regione, 11 marzo 2008)
Sconquassi
recenti e futuri fra coerenza e responsabilità Lasciatemelo
dire: nutro qualche sospetto sull’unanimità nei
confronti delle sacrosante proteste degli operai delle FFS. La
storia ticinese mi legittima in questo sospetto: sono state
troppe le difese di facciata, inevitabili, sfociate poi in una
sorta di servilismo federale, venduto come doverosa solidarietà
nazionale o di affari conclusisi a due mani, onorati poi nei
consigli di amministrazione di gruppi nazionali. Pensiamo alla
storia delle uniche nostre ricchezze: le acque, il territorio, il
paesaggio. Lasciatemelo dire: nutro pure qualche dubbio sulla
sincerità o perlomeno sulla coerenza di qualche politico
che sfoggia la sua partecipazione alle proteste, magari in paletò
di cammello, ma che ne è altamente responsabile perché
ha scelto ed approvato la politica che ci porta alle attuali
conseguenze. O è ignorante o poco conseguente. Quale
politica? Quella che trovi nella sequenza di leggi e ordinanze
degli ultimi anni o quelle prossime venture ma ormai scontate.
Quelle sulle Telecomunicazioni, sulla Posta, sulle Ferrovie,
sull’Elettricità, sulla Radiotelevisione,
sull’Ambiente, sull’Agricoltura, sui nuovi criteri
che dovrebbero reggere la Politica regionale, tutte con un
denominatore ideologico comune. Purtroppo – è
ormai una costante della nostra società – ci vuole
sempre il botto, lo scoppio delle conseguenze, il rasentare la
catastrofe per farci rendere conto che si sta semplicemente
ossequiando impostazioni ideologico-politiche accettate come
verità assoluta, senza alternative possibili, unica via di
crescita e di salvezza imposta dalla nuova scienza e dai nuovi
modelli economici. Vale per gli sconquassi bancari recenti, che
non sono neppure i primi, come vale per le assurdità delle
Ffs, che non saranno le ultime. Hanno nomi ed espressioni noti
questi dogmi dell’attuale politica economica:
liberalizzazione, deregolamentazione, mercato vero dio e unica
giustizia, concorrenza ghigliottina, performance senza limiti
sino al rischio dell’autodistruzione (la masoperformance),
massima compressione dei costi del lavoro per onorare la
competitività, demolizione ipocrita e a scaglie del
servizio pubblico divenuto un non-senso economico,
privatizzazione anche delle Sa pubbliche (Ffs, Posta) attraverso
la sistematica adozione della mitica managerialità, sia
perché l’ente pubblico è incapace e
fiscalmente ingordo e non deve metterci il naso, sia perché
i manager sanno il fatto loro, non vanno disturbati, neppure
chiedendo dei loro bonus. Quanto noi cittadini abbiamo
accettato quelle premesse nelle votazioni o eleggendo quei
politici che ne erano sostenitori? È una domanda cui non
si dovrebbe sfuggire, soprattutto quando protestiamo. La realtà
è che si ridicolizza chi osa interessarsi o mettere in
discussione quei princìpi. Chi tenta di occuparsene è
ritenuto fuori dal tempo, vetero in ogni senso, accademico, senza
senno economico, irrazionale, statalista. Quando poi ci si
accorge e ci si lamenta per gli effetti dirompenti, le risposte
sono sempre pronte: la concorrenza non permette altro e la
riduzione dei costi non lasciano scampo, bisogna continuare a
ristrutturare; la liberalizzazione è incompleta, le regole
ancora troppe, la fiscalità eccessiva. Le promesse anche:
ci sarà una riduzione dei costi, ci sarà una
riduzione delle tariffe, ne guadagneranno i
cittadiniconsumatori. Campa cavallo, insomma. Oltre le
Ferrovie e quel che capita, oltre la Posta ormai avviata
all’eliminazione dell’ultimo rimasuglio di servizio
pubblico, altre due grosse operazioni da grosso botto ci
attendono. È bene avvertire. L’una è la
liberalizzazione del mercato dell’energia che ci porterà
a risultati che non sono neppure più una scommessa:
tariffe che con la “trasparenza” saranno superiori di
almeno il 20 per cento a quelle attuali (come insegna
l’esperienza europea); acquisizioni e fusioni che ci
ingloberanno negli oligopoli tedeschi o francesi già
dominanti e inghiottiranno fatalmente le varie Aet, Ofima, Ofibe,
Ail, Sopracenerina e, nonostante la vantata libertà di
scelta, il consumatore, non saprà mai quale elettricità
sta consumando e non si darà più un soldo alle
comunità locali. Fantasia? Parliamone tra qualche anno.
L’altra è l’indebolimento sistematico e in
atto della Radiotelevisione pubblica: per il canone che va già
paradossalmente a foraggiare la televisione privata-commerciale,
privandola di mezzi e soprattutto per lo svuotamento graduale
dell’unico vero principio che andrebbe difeso, quello
federalistico. Complice anche qui la insensibilità o le
altre mire dei politici ticinesi (si veda in proposito l’ultimo
numero de “L’Informatore”
dell’Ssm).
(La
Regione, 23 febbraio
2008) Moltiplicare
all’infinito il denaro col denaro
Ogni
epoca ha il suo vocabolario, le sue sigle, tutte radicate
nell’inglese, i suoi totem. Attorno ad essi ruotiamo, ci
moltiplichiamo o sprofondiamo. Vale anche per l’economia e
la finanza. Negli anni Sessanta contava la dimensione (cifra
d’affari, totale degli attivi). Negli anni Settanta la resa
contabile (utile netto, utile netto per azione). Negli anni
Ottanta la liquidità liberata e il patrimonio di
conoscenza e la potenzialità di innovazione (appaiono i
primi termini in inglese sulla bocca di tutti: cash flow, know-
how). Dalla metà degli anni Novanta dominano e
imperversano ormai un solo totem e una sola sigla. Sono quelli
tuttora venerati. Il totem, per dirla in termini semplici, è
la moltiplicazione all’infinito del denaro con il denaro.
In termini più concreti, l’ottenimento obbligatorio
della massima redditività dai capitali investiti. La sigla
magica è Roe (dall’inglese: return on equity) che
indica la misura più utilizzata negli ultimi anni per
definire il grado di redditività dei fondi propri o quanto
si riesce a ricavare dal proprio patrimonio. Complicatina,
ma non più di quel tanto. Ciò che conta è
che essa impone il giogo della “performance” al quale
tutti si sottomettono e con la quale tutti sono giudicati: guai,
ad esempio, ad andare sotto il 15 per cento o indietreggiare di
mezzo punto! Puoi produrre, avere una buona cifra d’affari,
realizzare utili, investire, non licenziare, ma non è
sufficiente: è solo il “roe” che si attende
ciò che conta. Si è estesa in tal modo l’epidemia
dell’investimento ossessionato dalla ricerca del più
alto e immediato rendimento, ricorrendo a tutte le tecniche,
trucchi, nascondigli e traslochi finanziari immaginabili. Se
questo è il clima che l’evoluzione ha creato e in
cui siamo inzuppati è relativamente facile capire ciò
che capita e ciò che capiterà con maggiore
frequenza. La vicenda tuttora in corso delle ipoteche americane o
dell’incredibile caso di ciò che è riuscito a
combinare in barba a tutti un insignificante operatore di una
grande banca francese su cui si concentra quasi esclusivamente
l’attenzione per le perdite in ballo, sono solo
epifenomeni, conseguenze e non cause. Anche se hanno come movente
fondamentale la stessa cupidigia illimitata e
incontrollata. Si tende piuttosto a sviare, a ridurre ad
accidente. Mentre è tutto il sistema che sta minando
l’economia, sin dentro le nostre tasche e sin oltre le
nostre pensioni. Un sistema imperniato essenzialmente sulla
produzione massima di profitti che non procurano né
investimenti redditizi né redditi consumabili (si pensi ai
miliardi spariti chi sa dove!) è perlomeno inquietante
perché poco favorevole all’economia in generale e
penalizzante per le stesse imprese. Un esempio di questi
giorni, che entra in questa logica perversa del sistema, è
illuminante. Si annunciano l’uno dopo l’altro da
parte di importanti gruppi, banche o imprese diversi programmi di
riacquisto delle proprie azioni. Ad esempio: 25 miliardi per
Nestlé, 10 per Novartis, 15 per Ubs, quasi 2 per Swiss Re,
2 e mezzo per Swiss Life, 750 milioni per Sonova, 275 per
Logitech, 150 per OC Oerlikon e si potrebbe continuare. Perché
si procede a questo riacquisto di azioni? Per l’obbligo di
aumentare il rendimento dei fondi propri, per far apparire più
performance (meno azioni, più valore per azione,
più dividendi), per impinguare di conseguenza i bonus dei
manager che passano come geni anche quando sono “cretini
cognitivi” (un premio Nobel dixit, a Davos). Ma tutto
questo cosa comporta? Che non si crea il valore con lo scopo di
migliorare l’apparato produttivo, che i margini di utile
sono destinati ai castelli di sabbia della finanza e non per
investire, fornire redditi consumabili, far partecipare i
lavoratori ai guadagni di produttività (anzi, per
mantenere quei margini si deve piuttosto comprimere la spesa
salariale). Si potranno quindi sfoggiare percentuali di
rendimento del 15 o del 70 per cento in un anno mentre l’economia
reale registra un 2 o 3 per cento di crescita. Dice il premio
Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, dopo Davos: “I
mercati (finanziari) possono fruttare bonus generosi per gli
amministratori delegati, ma non conducono, come se fossero
guidati da una mano invisibile, al benessere delle società.
Finché non arriveremo ad un equilibrio valido tra mercati
e governo (regole), il mondo continuerà a pagare un prezzo
alto”.
(La
Regione, 7 febbraio
2008) Cosa
significa tacciare un mass media di sinistra?
Si
è sempre a sinistra di qualcuno (“on est toujours à
gauche de quelqu’un”); lo diceva ai suoi
l’insospettabile De Gaulle, ironico e intelligente. Così
Blocher è più a sinistra di Le Pen. Bignasca più
a sinistra di Bossi. Il primo, nonostante se stesso, per una
cultura democratica di cui deve tener conto. Il secondo per una
sua particolare sensibilità sociale che gli permette di
viaggiare su doppio binario. Anche un organo di stampa (giornale,
radio, televisione) sarà quindi sempre a sinistra di un
altro organo di stampa. Quando un organo di stampa è
però tacciato o accusato di essere di sinistra, potrebbe
anche significare tre altre cose. O, attento e critico nei
confronti dell’ordine costituito, non subordinato o
cointeressato, fa bene il suo mestiere ma, per improprie
identificazioni, è assimilato alla sinistra. O,
evitando il giornalismo da astensione (c’è anche
quello!) pubblica notizie e fatti che rovinano la festa ai
manovratori di potere politico, economico, finanziario ed è
assai facile che sia accusato di sinistrismo se non di
comunismo. Oppure, in fine, semplicemente, ciò che dice
e pubblica non è quasi mai conforme alle mie idee o alle
mie attese e ( sottinteso: di me, uomo di destra o di centro o di
una certa sinistra o cattolico) posso quindi solo ritenere
pericolosamente deviante sulla sinistra tutta la sua
redazione. Dato questo quadro si dovrebbe concludere che ogni
organo di stampa o ogni giornalista qualificati di sinistra o più
a sinistra di qualcun altro, ricevono almeno indirettamente un
titolo di merito. È però correre un po’
troppo. La vera conclusione sta altrove. Sta nelle etichette
affibbiate, spesso per una sorta di mimetismo generalizzabile (
come capita per le Borse) o per finalità e interessi
personali, senza considerare né il dovere di un organo di
stampa e del giornalista, che si vorrebbero al proprio servizio o
conformi solo alle proprie idee, né il reale contenuto di
ciò che si offre, spesso persino vantandosi di non
conoscerlo. Forse un esempio, un poco estremo, può
raffigurare quanto si sta dicendo. Su un giornale cattolico, in
un articolo di fondo, si scrissero queste considerazioni: «
Ciò che ferisce agli occhi è che ai nostri tempi
non vi è solo concentrazione della ricchezza ma
l’accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica
padronanza dell’economia in mano a pochi e questi sovente
neppure proprietari ma solo depositari e amministratori del
capitale, di cui dispongono però a loro piacimento. Questo
potere diviene più che mai dispotico in quelli che tenendo
in pugno il denaro la fanno da padroni: sono i distributori del
sangue stesso di cui vive l’organismo economico e hanno in
mano l’anima dell’economia, nessuno contro la loro
volontà potrebbe nemmeno respirare » . L’articolista
fu accusato di cattomarxismo, di virulento e sanguifero
sinistrismo. Era un esperimento. Quelle parole le aveva scritte,
testuale testuale, PIO XI addirittura nella “ Quadragesimo
anno” ( 1931). Attualissime, tra l’altro. A
riproporle, senza citazione, l’accusa sarebbe ancora di
sinistrismo e catastrofismo. Questo per dire che il Ticino,
forse, appare sempre lì. C’è anche un
altro ragionamento “per absurdum” che si potrebbe
aggiungere. La Rtsi, si accusa, è di sinistra, benché
sia governata da persone che non sembrano uscite dalla sinistra.
Il paese sembra però andare fortemente a destra,
centro-destra. Quindi, delle tre, l’una: o la Rtsi ha
scarsa e nessuna presa sull’orientamento politico
dell’opinione pubblica; o non è vero che la Rtsi è
di sinistra ma è sostanzialmente di destra; o l’opinione
pubblica reagisce in modo opposto ai sobillamenti sinistroidi
della Rtsi. In quest’ultimo caso, se la sinistra fosse
strategicamente intelligente dovrebbe promuovere una Rtsi
totalitariamente di destra, aspettando i frutti tra qualche anno.
(Che l’abbia intuìto?)
(La
Regione, 14 gennaio
2008) Da
un anno all’altro, da che parte stiamo? Da un
anno all’altro ci portiamo appresso due eventi un poco
paradossali che sono anche due atteggiamenti politico- economici.
Hanno grande rilevanza, anche se in parte sottaciuta. Dapprima,
perché lasciano un segno di cui si dovrà tener
conto. Poi, perché scoprono contrasti svizzeri che un
minimo di logica politico - economica, se ancora esiste, finirà
per chiederci da che parte stiamo. Il primo evento è
finanziario. Non è però solo finanziario, è
anche ideologico. Siamo stati frastornati dalla tormenta dei
crediti ipotecari americani che da noi, seri e prudenti come
siamo, doveva appena sfiorarci (parola del consigliere federale
Merz). Poi ci è toccata, si è portata via miliardi,
rischia di mettere in difficoltà anche i bilanci degli
enti pubblici, comunali e cantonali. Sinora si è
affrontato solo marginalmente il discorso dei fondi delle casse
pensioni, investiti in fondi che non si sa che cosa contengono;
ci si dice che le perdite saranno minime (attorno al 2 per
cento). Ci sono però precedenti e motivi sufficienti
per non crederci. L’aspetto paradossale della vicenda è
un altro. Per far fronte alla situazione si è dovuto
ricorrere ai denari (i fondi sovrani) posseduti e amministrati da
uno o più stati esteri che diventano in tal modo
proprietari importanti di un settore chiave dell’economia
svizzera, la banca. Dunque, spossessato, svilito e destrutturato
per quasi un ventennio il nostro Stato confederale o cantonale
ingombrante e inefficiente, ecco che dalla porta di servizio o
dalla finestra entra come salvatore lo Stato degli altri. Oppure,
ecco che la Svizzera, sempre sulla grande difensiva soprattutto
con gli stranieri e contro l’Unione europea che le
sottraggono sovranità e indipendenza, deve trovare
addirittura nello Stato di Singapore, dell’Oman o nel regno
dell’Arabia Saudita o nella Russia di Putin il colpo di
mano per raddrizzarsi e per ricostruirsi un’immagine.
Scriveva recentemente Martin Wolf, editorialista del ‘Financial
Times’: «Ciò che è accaduto è
un’enorme sberla per la credibilità del modello
anglosassone di capitalismo finanziario». Proprio quello da
noi abbondantemente osannato e adottato e… sposato dallo
stesso Stato. Il cerchio si chiude. Forse bisognerebbe ripensare
alla funzione dello Stato o in quale contesto collocare la
Svizzera. Il secondo evento è sindacale. Ciò che
colpisce nell’anno appena terminato è l’ammissione
e persino l’autocompiacimento da parte dei due maggiori
cappelli sindacali, l’Unione sindacale e Travail-Suisse, di
avere ottenuto buoni risultati nelle negoziazioni salariali per
il 2008. Non si era più sentita una cosa del genere da
parecchi anni. Almeno in tutti quegli anni in cui il salario
reale (dedotta quindi l’inflazione) era sempre fermo al
palo o addirittura calante con il pretesto che,
aumentandolo, sarebbe venuta meno la competitività
internazionale e sarebbero quindi aumentate disoccupazione o
dislocazione verso altri paesi. Non è un evento da poco.
Sarà stata la determinazione sindacale, sarà stata
l’alta congiuntura? Vorremmo credere che, ripensando ad uno
dei valori che hanno comunque forgiato la Svizzera, si sia
ritornati sulla strada di una migliore considerazione del lavoro
dell’uomo. Alla base c’è però un altro
fenomeno, apparentemente paradossale. Il rapporto di forza tra
datori di lavoro e lavoratori sta oscillando verso i lavoratori
perché cresce notevolmente la scarsità di
manodopera qualificata, non solo in Svizzera ma in tutta Europa.
La previsione netta per la Svizzera, data dalle inchieste nelle
imprese, è di un +8 per cento. Anzi, si ammette che la
Svizzera, se non ci fosse stata l’apertura delle frontiere
o il libero accesso dei frontalieri, sarebbe già
ampiamente perdente. Anche perché, come ha dimostrato una
recente indagine, dieci persone qualificate che arrivano in
Svizzera creano almeno due posti di lavoro per persone non
qualificate locali o straniere. Dunque, a un certo momento
bisognerà pur decidersi da che parte stare, sia con i
salari sia con gli immigrati, per il bene della Svizzera.
Concorrenza
fiscale simbolo di libertà? Ascolta
il contributo di Silvano Toppi
(RTSI – Rete 2)
(La
Regione, 27 agosto
2007)
Indebitarsi per
crescere. Lo Stato no l’Economia sì?
di Silvano Toppi
Alle volte
ci comportiamo come quello che cercava l’asino mentre stava
cavalcandolo. Pensiamo alle vicissitudini economiche-finanziarie
di questi giorni, per niente terminate, nonostante qualche
respiro borsistico. L’inevitabile sequela di espressioni inglesi
(subprime, private equity, hedge fund, carry trade, spread
trading, agenzie di rating, credit crunch ecc.) serve a
nascondere la sostanza, come una passatoia di casa in cui
prolificano acari invisibili e voraci. Esperti di finanza e
intervistatori unidirezionali, cercano il responsabile, dicono
che è stato crac ma forse non è ancora crac, che i
“fondamentali” tengono anche se qualche scossone per l’economia
ci sarà, che le banche centrali sono state pronte e brave con le
loro successive colossali iniezioni di liquidità a contenere i
danni, che non tutti i mali vengono per nuocere perché un
ridimensionamento del credito allegro e creativo ci voleva.
Un economista da poco scomparso, malvisto perché cercava sempre
di ripulire le stalle di Augia dell’economia, ammoniva: «Se
vogliamo vedere le cose in un rapporto di causa ed effetto, la
causa è sempre l’economia, l’effetto è il mercato azionario, mai
viceversa» ( v. J. K. Galbraith ne “Il grande crollo”). La causa
è l’economia, tutti la cavalcano ma nessuno ne parla. L’economia
che abbiamo voluto, che sosteniamo e che continuiamo a difendere
nonostante i mostruosi paradossi che ci impone e ci fa scontare.
Due paradossi significativi.
Ci è stato detto e inculcato che il mercato, esteso ed esaltato
dalla mondializzazione, è l’unico giudice, si autoregola, non ha
bisogno di Stato, di interventi pubblici, di politica
correttrice. Fuori lo Stato, dunque, anche perché l’incapacità,
l’inefficienza, lo spreco, gli abusi e la corruzione sono
l’essenza dell’ente pubblico e della sua intromissione politica.
Lasciamolo quindi agire liberamente, questo mercato: è la
condizione della prosperità per tutti. Capita invece che la
massima incapacità, quella che ignora persino il rapporto tra
credito e debito, tra massa monetaria e realtà economica, tra
investimento e disfacimento, tra ricchezza reale e ricchezza
chimerica, la si trova moltiplicata all’infinito dall’altra
parte, quella dei facitori del mercato. Capita allora di
invocare e benedire l’intervento di un ente pubblico, come lo è
una Banca centrale, con iniezioni enormi di dollari, di euro e
di franchi (soldi nostri, pubblici) per “non far crollare tutto
il sistema”, anche se di fatto si vuole impedire di fallire a
banche o fondi o altre istituzioni di finanza allegra, che per
anni hanno pure speculato sulla coda del diavolo, accumulando
plusvalenze di miliardi, finite chi sa dove.
Quasi certamente prosciugate in parte dalle nostre casse
pensioni o dai nostri risparmi consegnati a fondi di
investimento vari (ed è la sorpresa che manca ancora ma
arriverà). Sorge persino il dubbio tra Commissioni europee,
presidenti di repubbliche, ministri finanziari che il mercato ha
agito forse troppo liberamente, senza quel minimo di regole e di
controlli che gli davano una bussola. E allora si riversa la
colpa sulle famose e potenti agenzie di rating (Moody’s,
Standard & Poor’s, Merril Lynch, Fitch) che hanno preso il posto
della politica, privatizzandola, elette a vestali del mercato
che dovevano indicare ciò che è rischioso ed evitabile, valutare
la solvibilità dei debitori e il livello di sicurezza dei
titoli. Non l’hanno fatto, anzi hanno persino favorito il
disastro, forse impegolate in conflitti di interesse con chi
dovevano controllare (ma non era già capitato?).
Ci è stato detto e condito in mille salse che l’indebitamento
pubblico è una calamità, la cancrena dell’economia, che
politicamente e socialmente siamo sempre vissuti al di sopra dei
nostri mezzi, che con le spese pubbliche stiamo imponendo alle
future generazioni un sacrificio ingiusto, che i tagli al
bilancio non sono mai sufficienti e sono un imperativo
categorico per diminuire le imposte e accrescere in tal modo la
competitività. Capita oggi di assistere, ammutoliti, a un
singolare trasferimento: dalla condanna dell’aborrito e
distruttivo indebitamento pubblico, che creava comunque servizi
pubblici, infrastrutture per tutti, solidarietà sociale, si è
passati all’esaltazione dell’indebitamento, purché privato,
fomentato da operatori e manipolatori finanziari insaziabili.
Per un arricchimento traballante, definito “bolla”, perché
scoppia alla prima resa dei conti, portando però l’economia
vicina al baratro. Anche perché un assioma dell’economia che
cavalchiamo ci dice che il sistema è stabile solo se si espande
continuamente: se ti fermi e non moltiplichi, con qualsiasi modo
e con qualsiasi ingegneria finanziaria, crolli. Per questo le
banche centrali devono pompare soldi, altrimenti crolla il
sistema. Continueranno a imprecare contro la pretesa di aumenti
salariali poiché generano inflazione e rovinano la competitività
ma pomperanno senza riserva centinaia di miliardi di soldi nel
mercato finanziario perché è proibito lasciare andare alla
malora i finanzieri creativi e le loro società, come
pretenderebbe invece la perfetta logica del dio mercato.
L’indebitamento e quindi il ricorso ai prestiti è così diventato
il principio costituzionale dell’economia privata, tanto che lo
vediamo crescere a dismisura anche nelle economie domestiche,
superando addirittura in media nei paesi faro della nuova
economia (Stati Uniti e Gran Bretagna) del 48 o del 28 per cento
il reddito disponibile familiare. Insomma, l’economia per poter
crescere deve indebitarsi, impadronendosi di un vecchio brevetto
ch’era ritenuto statale. Ed è da là che parte tutto.
(La
Regione,
18 maggio 2007)
I partiti, le idee e
il cittadino 'meticcio'
di Silvano Toppi
Destra, sinistra,
centro, partito, antipartito, movimento, democrazia, populismo,
ecologia, messi nel gran frullatore elettorale danno quel che
hanno dato, non solo nel Ticino, con strascichi di stupori,
meraviglie, interpretazioni, critiche e autocritiche.
Ci sembra però che tre fatti emergano ormai con sufficiente
chiarezza, sebbene in un vivaio di forti contraddizioni, ponendo
grossi interrogativi sulla “politica” che avremo, anche dopo le
elezioni federali d’autunno e cioè: la moltiplicazione di colui
che potremmo definire il cittadino-meticcio; il rovesciamento
delle identità partitiche; il tipo di rapporto che si stabilisce
con i valori (umani, democratici) e con il potere.
Il cittadino meticcio è chi ha origini diverse (liberali,
radicali, democristiane, socialiste) e si è autoprodotto un
pastone di idee, denunce o di possibili risposte a problemi che
lo attanagliano e cerca una casa che possa ospitare questo
miscuglio. Il suo voto non sarà più la manifestazione di
un’appartenenza (ideologica, familiare, tradizionale,
clientelare) ma l’espressione di una preferenza individuale.
Riescono ad attrarre meglio questi cittadini i partiti o
movimenti che possono permettersi di avere poche idee con forte
impatto emozionale sia perché si mettono in sincrono segnalando
realtà ritenute devastanti sia perché giurano controllo e
resistenza. Se poi si presenta anche la possibilità di non
doversi scegliere una casa (scheda non intestata), tanto meglio:
si manovrerà su singole persone.
Le poche idee con forte impatto ruotano ormai sempre attorno
agli stessi temi: prima noi e mai gli altri; ce la caviamo molto
bene da soli; stanno rubandoci il lavoro; c’è chi approfitta
della generosità delle nostre assicurazioni sociali. Sono idee
difensive e vincenti. Bisogna ammettere che non è possibile
costruirsi un futuro con queste idee ma anche i partiti
“classici” si lasciano tentare mascherandole con termini come
identità, sicurezza, integrazione, competitività, convincendo
molto meno.
Il rovesciamento delle identità partitiche emerge molto bene da
uno studio pubblicato recentemente dall’Ufficio federale di
statistica con dati sull’origine culturale e professionale della
clientela dei partiti.
L’Udc, primo partito svizzero, rimane ancorato alla sua origine
per l’ascendenza che continua ad avere sui contadini (71 per
cento dei contadini la votano ancora) ma per due terzi ha una
clientela che diremmo proletaria (35 per cento di operai non
qualificati, 31 per cento di operai qualificati), con scarsa
formazione e reddito debole, e per un altro terzo una clientela
di indipendenti che diremmo piuttosto liberale.
Il partito socialista, numero due, è singolarmente il contrario:
poco o niente proletario, molto socioculturale (insegnamento,
sociale, salute ecc.) con elettorato meglio formato e più
pagato. Gli operai non qualificati che votano a sinistra sono
una minoranza; appare però un quinto di clientela che fa parte
dei quadri superiori (manager) e che ci si immaginerebbe da
un’altra parte.
Il profilo dei Verdi assomiglia a quello dei socialisti: operano
però una scelta politica più precisa, più orientata ad un fine,
più efficace nell’attualità, non ancorata al potere e per questo
emergono.
I radicali rimangono il partito favorito dai dirigenti, dagli
indipendenti, dagli specialisti tecnici. Se però, stando alle
ultime elezioni federali, il 14 per cento dei radicali è passato
all’Udc e questa corrosione continua, c’è da chiedersi se sono
scappati a destra più i liberali duri degli ambienti economici o
più i lavoratori ai quali si era fatto credere che il partito si
occupava anche delle questioni sociali. Nell’uno o nell’altro
caso il partito paga la sua ambiguità, sempre più difficile da
vendere. Riesce invece a vendere ambiguità l’Udc ma con
argomenti che il partito radicale non può apertamente
permettersi senza scadere in serietà e credibilità.
Gli elettori del Pdc assomigliano molto a quelli del partito
radicale, con la differenza che gli operai non qualificati vi
sono meglio rappresentati. Anzi, tenuto conto della loro forza
elettorale, i democristiani riescono a fidelizzare meglio dei
socialisti i “ proletari”. Un po’ di cristianesimo-sociale
funziona ancora anche se il liberismo marciante assottiglia
sempre più le differenze con i radicali e non può essere solo la
famiglia l’elemento identitario vincente.
Il tipo di rapporto che si stabilisce con i valori e il potere è
un tema non nuovo ma che è ritornato significativamente nelle
ultime settimane soprattutto in casa socialista, con crisi e
dichiarazioni varie. Sembrerebbe che si sia imposto negli ultimi
anni una sorta di giudizio politico: la destra è fatta per
gestire in maniera responsabile ed efficace la realtà (vedi
bilanci, indebitamento, risparmi, fiscalità, crescita) mentre la
sinistra è fatta per correre lungo strade che inseguono più i
valori, le utopie. La sinistra non sa però fare i conti con la
realtà, con le condizioni della crescita economica, con il
principio che la ricchezza va prima creata e poi eventualmente
distribuita. Capita così, in poche parole, che mentre la destra
può anche permettersi il lusso di non chiarire il proprio
rapporto con i valori (umani, sociali ecc.), la sinistra non
riesce a chiarire il suo rapporto né con la realtà né tanto meno
con il potere. La sinistra finisce in una trappola che le crea
gli attuali grossi problemi: o tenta di rivaleggiare con la
destra dimostrandosi altrettanto buona amministratrice,
pragmatica, creandosi il complesso dell’affidabilità sino ad
arrivare ad una sorta di socialismo neoliberale che è il
principio della sua fine oppure si limita a combattere la
realtà, inaccettabile, con una sorta di moralismo inoffensivo.
Uscirne, essendo anche al potere, non è facile, come dimostrano
le recenti polemiche. Anche perché bisogna dare spazio alle idee
intelligenti ma in netta controtendenza rispetto ad una politica
dominante che ha eretto l’interesse come unico protagonista
della vita politica.
(La
Regione,
28 marzo 2006)
In politica serve un
ritorno alla ‘ cultura dell’aver vergogna’
di Silvano Toppi
Capita sempre più spesso di imbattersi in cittadini critici e
sfiduciati perché non riescono a capire come mai deviazioni
conclamate da ciò che essi ritengono una linea di onestà,
rettitudine, osservanza delle leggi, responsabilità collettiva,
non comportino subito ( in particolar modo per i politici)
conseguenze e sanzioni che dovrebbero essere logiche, opportune,
inevitabili.
Anzi, si meravigliano pure per il fatto che chi osa interrogarsi
su queste situazioni ( e ce ne sono state!) è alle volte
rampognato come moralista ( essere abietto e ipocrita) oppure
come rapace e vendicativo ( interessato al male altrui) o ancora
come ingenuo ( fesso che non conosce la realtà).
Alcuni hanno generalizzato questo stato di cose. Sull’onda
americana si dice ad esempio che la filosofia economica
attualmente imperante, tesa senza troppi scrupoli alla
competitività e al profitto o al “ prenda tutto il vincitore” (
the winner takes all ), è all’origine dell’annientamento di
quella che viene definita la “ cultura della vergogna” ( shame
culture ).
Cultura, forse rimasuglio di quella greca ( l’ostracismo: parola
ormai proscritta), che prevedeva, per chi si macchiava di
comportamenti scorretti, l’esclusione dall’ambiente
professionale, sociale, politico di appartenenza. Salvaguardia,
quindi, nonostante tutto, della società.
Oggi capita piuttosto che la deviazione dalla retta via è
recepita come bravura e opportunità, oppure che venga premiata
con buonuscite milionarie, con promozioni carrieristiche, con
riconferme elettoralistiche ( è l’aggregazione e autodifesa di
partito che funziona ancora), con procedure giudiziarie o
commissionali strade maestre della dimenticanza o della
prescrizione.
Il discorso che interessa il cittadino si colloca però ancora da
un’altra parte.
Sta sicuramente nell’opposizione ad una sorta di pretesa
autonomia della politica o nel desiderio di una concezione
migliore della politica.
Per autonomia della politica si intende un atteggiamento ( o una
situazione data dall’ambiente politico) per cui il partito
pretende il monopolio della politica e il politico non può
essere giudicato secondo le comuni norme dell’etica. Così, del
politico si possono permettere o ridimensionare o addossare ad
altri azioni che per un cittadino comune sarebbero subito
ritenute moralmente riprovevoli, giuridicamente illecite,
immediatamente sanzionabili. Nella migliore delle ipotesi entra
in vigore una sorta di “ teoria della deroga ”, arzigogolata in
mille modi, ma quasi sempre sulla base del pretesto che toccherà
all’elettore, nelle prossime elezioni, sanzionare l’operato del
politico. Ed è qui che solitamente si presentano sul proscenio
vari personaggi ( altri politici, giornalisti organici, amici
dei miei amici ecc.) che solitamente motivano la teoria in
questo modo: se non si accetta l’autonomia della politica non ci
saranno mai politici, avremo solo dei moralisti preconfezionati
e demolitori.
Quasi superfluo rilevare che tutto questo atteggiamento è un
fraintendimento grave dell’attività politica intesa come ricerca
del bene comune. Proprio per questo motivo si alzano le cortine
fumogene dell’accusa di moralismo, di intransigenza e di
strumentalizzazione ( termine immancabile). Se all’uso improprio
della politica si aggiunge una cultura incline più a
giustificare che a condannare, si crea però l’intruglio
esplosivo che può mettere in forse i diritti di cittadinanza, la
giustizia uguale per tutti, la democrazia, la stessa
governabilità.
La conclusione è che per avere una buona politica serve, più del
pareggio dei bilanci, una buona etica pubblica o, si potrebbe
anche dire in termini più concreti, un ritorno alla “ cultura
dell’aver vergogna ”.
Convinti che l’una o l’altra non possono accettare una pretesa
autonomia della politica ( dalla società, dall’etica) e tanto
meno una teoria della deroga senza svilire i principi di una
società democratica. Convinti che una comunità civile ha bisogno
dell’una o dell’altra perché la politica è un impegno per il
bene comune e bisogna farla vivere, non mortificarla.
(La
Regione, 16 gennaio
2004)
Ricchezza per chi? Il
problema di sempre
di Silvano Toppi
Quattro informazioni pervenuteci successivamente in questi
ultimi giorni hanno la stessa radice. Esse sono: l’aumento
notevole della povertà, con una situazione peggiorata ancora lo
scorso anno ( 850 mila persone sono ritenute povere secondo
l’indagine della Caritas); l’aumento delle persone che devono
ricorrere all’assistenza sociale ( 300 mila persone ne dipendono
attualmente secondo la Conferenza svizzera delle istituzioni
d’azione sociale); l’aumento delle persone finite
nell’Invalidità ( in un anno più di 21 mila); l’aumento della
disoccupazione ( si è raggiunto il più alto livello da sei anni
in qua).
La radice comune è ovviamente sociale e si ritorna quindi su un
discorso più volte fatto: politica sociale, bilanci statali,
riforma delle assicurazioni. La radice comune è però anche
economica. O, meglio, di un certo tipo di economia.
Le spiegazioni “ scientifiche” o amministrative o politiche che
si danno ai quattro fenomeni sono di diverso ordine: è la
flessione (o crisi) economica che genera tutto questo ma siamo
alla fine di un ciclo e ci riprenderemo presto; predominano
fattori stagionali (per la disoccupazione) e quindi episodici e
superabili; è fatale che la disoccupazione vada a infoltire le
schiere degli assistiti e degli invalidi; non è l’indebitamento
che crea la povertà ma piuttosto l’inverso; ci sono troppi abusi
e bisognerebbe intensificare i controlli, rendere più
restrittivi i diritti, porre come condizione ad ogni aiuto
sociale l’obbligo ad accettare qualsiasi lavoro. Un alto
esponente dell’economia in una recente conferenza stampa, un
partito in una presa di posizione degli scorsi giorni e le
intenzioni formulate da qualche uomo di governo nelle sue prime
dichiarazioni sembrano riportarci all’antica “ favola delle api”
di Bernard de Mandeville (1728): si farà la felicità dei
bisognosi rifiutando loro ogni assistenza. In termini più
moderni: si risolverà il problema dei bisognosi
responsabilizzandoli, oppure lasciate fare all’egoismo
concorrenziale degli uomini e tutto andrà per il meglio per la
nostra società e ognuno avrà la sua parte.
Questa è la filosofia che tende a dominare.
Ci sono però almeno due aspetti dei fenomeni ricordati
all’inizio che sembrano rimossi o sottovalutati: l’aspetto dei
costi e l’aspetto del reddito.
Quelle quattro situazioni di disagio sociale sono viste
unicamente dal lato dei costi sociali che generano. Da una parte
(da sinistra, si potrebbe dire) sostenendo che la spesa sociale
va mantenuta e ampliata come impegno di civiltà e solidarietà;
dall’altra (da destra) che la spesa sociale va ridimensionata
perché alimenta l’indebitamento dello stato e taglia le gambe
alla competitività, rendendo insostenibili il costo del lavoro e
il gravame del fisco.
La realtà dimenticata è che i costi sociali non piovono dal
cielo e non sono il prodotto di fannulloni, abusivi o stranieri.
Quei costi sono in massima parte generati dall’attuale tipo di
economia e poi rovesciati sulla collettività.
Sono i costi di ristrutturazioni, fusioni e acquisizioni, di
dislocazioni alla ricerca dei salari più bassi, di sistemi e
risultati manageriali folli e catastrofici, della competitività
imperniata sulla riduzione dei costi del lavoro e che pretende
la flessibilità del lavoro generando precarietà, l’accumularsi
delle mansioni, aumento dello stress, angoscia di fronte ai
molteplici cambiamenti e alla minaccia del licenziamento,
qualifiche ed esperienze subito obsolete; sono i costi dell’uso
dei proventi dell’economia reale, quella produttiva, per
paranoiche operazioni e speculazioni nell’economia finanziaria,
come ci indica il susseguirsi di numerosi casi che non si è
potuto nascondere; i costi del tentativo di sottrarre capitale
anche al lavoratorerisparmiatore spossessandolo e rendendogli
ancora più incerto e meno rassicurante il futuro (vedi casse
pensioni).
Il fatto paradossale, quindi, sta nel disgiungere i costi
sociali da quelli economici o nel pretendere che i primi non
abbiano nulla a che fare con l’economia la quale, se vuol
salvare crescita, ricchezza e competitività, deve considerarli
una perdita di cui non è responsabile e che non deve comunque
muovere la “politica” a richieste di partecipazione ai costi o a
una diversa redistribuzione della ricchezza creata in quel modo.
L’altro aspetto, quello del reddito, è ancora più problematico.
I dati che ci provengono dal Seco (il segretariato per
l’economia) servono a poco e non ci danno la conoscenza della
realtà di cui avremmo bisogno. Sembrano infatti perdersi in
dettagli per non indicarci due valori fondamentali: l’effettivo
stato del lavoro in Svizzera (che non è la percentuale
burocratica della disoccupazione) e l’entità, la suddivisione e
l’evoluzione per segmenti del reddito da lavoro. Arriveremmo
sicuramente alla conclusione (verificabile anche altrove) che
non sono tanto i fattori congiunturali o stagionali quanto lo
stesso tipo di economia e di crescita che non crea più lavoro
perché il principio dominante è di ridurre i costi e di tener
alti i profitti utilizzando sempre meno personale. In tal modo è
pure constatabile che negli ultimi anni c’è stato un rilevante
trasferimento dal reddito da lavoro verso altre forme di reddito
(rendite, profitti, vertiginose accumulazioni da parte dei
dirigenti ecc.) e che, conseguentemente, nella stratificazione
dei redditi risulta che quelli bassi hanno perso sempre più
quota, quelli medi sono immobilizzati o in calo mentre la parte
dei redditi alti è notevolmente cresciuta.
D’altronde se lo 0,005 per cento della popolazione (i famosi
trecento più ricchi) possiede una ricchezza che tutti i
lavoratori della Svizzera non riescono a produrre in un anno, ci
deve pur essere un motivo. C’è allora da chiedersi a che cosa
serve produrre di più e a minor costo se poi dall’altra parte la
domanda più consistente, quella delle economie domestiche,
finisce in una sempre minore disponibilità di reddito da lavoro
distribuito o con la prospettiva di un sempre minor reddito da
trasferimento sociale.
È quella “ contraddizione della nostra economia che sta
diventando insormontabile”, come ha scritto l’economista
americano Rifkin, e che stiamo vivendo.
Lo si voglia o no, per la stessa sopravvivenza di tutti, il
problema essenziale che si evita di affrontare è sempre quello
della distribuzione della ricchezza. Oppure quello che
descriveva in termini più efficaci un premio Nobel per
l’economia: se per disgrazia le pecore scompaiono, tutte
mangiate dai lupi, anche i lupi scompariranno a loro volta. |