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I commenti di Silvano Toppi



(La Regione, 29 maggio 2010)
Fermi all’imperativo utopistico del ‘sidevecrescere’
di Silvano Toppi


È scoppiata un’utopia. L’utopia è quella in cui tutti abbiamo creduto e continuiamo a credere: la crescita economica senza limiti, la sola che può garantirci salvezza. È capitato ciò che doveva capitare ed ora ci troviamo, e non solo a livello europeo, dove l’avvenimento fa più rumore, con il tentativo di dover ricuperare vecchie parole che si ritenevano ingombranti (come interesse comune, solidarietà, sobrietà, etica) oppure con una quadratura del cerchio da risolvere ma con scarsa speranza di soluzione, a meno di lasciare sul terreno numerose vittime, molte innocenti o ingannate.

La quadratura del cerchio esiste e diventa terrificante poiché contrappone due concetti antinomici, contraddittori, nonostante gli sforzi dei politici per combinarli e tenerli assieme.
Da un lato crescita e ancora più crescita per togliersi finalmente dalla caverna della crisi, dal buio della incertezza, della sfiducia, dell’indebitamento mostruoso in cui sono finiti gli stati per evitare i fallimenti di banche, assicurazioni, industrie o di altri stati che hanno gonfiato in maniera fraudolenta la propria crescita, con l’appoggio di approfittevoli istituti finanziari, e ora navigano in una disperata crisi di insolvenza.
D’altro lato austerità e rigorosa austerità, con tagli alle spese pubbliche, ai trasferimenti sociali, ai salari, alle pensioni, per ridurre l’indebitamento pubblico sul quale si è pure riversato l’indebitamento privato (v. salvataggi vari, incentivi alla produzione, lavoro temporaneo, assistenza).

Non ci vuole molta scienza economica o illuminazione particolare per capire il cortocircuito in cui si è finiti. In estrema sintesi: interventi improrogabili di sostegno o di garanzia per evitare il peggio; aggravamento dell’onere del debito pubblico per gli inevitabili premi-rischio che chiedono i fornitori di capitali; ulteriore difficoltà di riaggiustamento; esigenza di ancora maggiore rigore nei bilanci senza più nessuna via di scampo; tagli economicamente e socialmente devastanti nella spesa pubblica per gli immancabili gravi effetti negativi (riduzione della domanda, forti conflitti sociali, aumento della povertà, violenza).

C’è da chiedersi se la realtà non stia per imporci quanto non abbiamo mai voluto né credere né accettare e cioè: anche la crescita ha dei limiti e non può reggersi all’infinito né sulla creazione artificiosa dei bisogni che induce fatalmente all’indebitamento né sulla supremazia dell’aspetto finanziario, gonfiatore di ricchezza virtuale, di nuove bolle speculative, di violenza potenziale che può scatenarsi nelle più svariate forme, dall’inflazione alla prossima crisi monetaria o globale.
Nonostante tutto, rimaniamo comunque fermi all’imperativo utopistico del “si deve crescere”. Come, fin dove è possibile, a spese di chi, a quali costi ambientali? Sono domande a cui l’economia non risponde perché ritiene che non siano di sua pertinenza. Tacciono perlopiù anche le voci dei politici che agli imperativi dell’economia si devono piegare.

Forse ci si sta però accorgendo che “economia” non è più solo commercio, industria, banche troppo forti che non possono fallire, finanza soverchiante. È soprattutto forma mentis, mentalità diffusa, modo di sentire, stato d’animo, categoria dello spirito del nostro tempo.
Perché questo è diventato l’imperativo categorico della crescita. Proprio per questo, di fronte alla contraddizione che si impone e che si generalizza, persino in Svizzera, succede una sorta di paralisi del pensiero, aumenta l’ansia data dal possibile ritorno a un ridimensionamento, alla sobrietà, domina un senso di inquietudine.
Se lo scoppio di quell’utopia, che ha parentela stretta con l’assurdo, in cambio di soldi che finisce per togliere dalle nostre tasche desse l’opportunità di riflettere sul ritmo balordo che hanno assunto la nostra esistenza, le nostre esigenze, il lavorare (quando è possibile) solo per poter spendere e consumare, la sistematica distruzione della dignità dell’uomo prima ancora dell’ambiente; ecco, se servisse a tutto questo, potrebbe essere perlomeno accettata come cosa buona e giusta per raddrizzare la qualità del nostro modo di vedere la vita e il mondo.

 



(La Regione, 14 aprile 2010)
La storia che si ripete
di Silvano Toppi

Un consiglio che si potrebbe dare a tutti i politici (e in particolar modo a quelli liberali-radicali) ma forse anche a tutti i ticinesi, è la lettura di “Tra timbri e bigatti” di Patrizia Candolfi e Daniele Pedrazzini, edito, encomiabilmente, dal Museo del Malcantone. Contiene le memorie autobiografiche di Oreste Gallacchi, notaio e contadino a Breno, tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento e altri scritti dei figli Brenno e Sparta. D’accordo, la storia non è maestra di vita. O per ignoranza, perché non la si conosce o non si vuol conoscerla perché ritenuta improduttiva (come nelle attuali facoltà di economia). O perché ogni generazione si prende il diritto di fare errori e di rifare quelli precedenti.

Si dice del resto che non si danno mai vicende e circostanze identiche, anche per sostenere che il passato non ha alcuna speciale autorità rispetto al presente. Fosse anche vero (ma non lo è) non è comunque inutile conoscere o voler sapere che cosa è avvenuto nel passato.

In questi tempi insipienti può essere di grande giovamento. Perché quindi togliere dagli armadi della storia quel personaggio malcantonese, che cosa può indicarci nella realtà politico-economica attuale? Chi legge le sue memorie, persino le polemiche in cui è tirato dentro o il testamento politico raccolto dal figlio Brenno (altro grande personaggio che emerge dal libro), rimane colpito proprio per la storia che si ripete, con caratteristiche analoghe, ma soprattutto perché si avverte, quasi fisicamente, quanto si è perduto del senso morale.

Alla storia che si ripete è inevitabile pensarci quando si capita sulla vicenda di un prete pedofilo, già condannato a Bergamo e Novi Ligure, finito a Breno e Fescoggia. Oreste, documentato, non vuol suscitare uno scandalo ma quando deve constatare che né l’autorità ecclesiastica né il Dipartimento dell’educazione, che le era allora soggiacente, non vogliono intervenire, denuncia su “Il Dovere” la vicenda (“avete il lupo in casa”). Ne nasce una polemica a non più finire con il giornale “Il Credente cattolico”, difensore dell’istituzione più che della verità. Con la coda di una denuncia penale contro Oreste. “Ho fatto tre volte istanza perché si tenesse il processo ma inutilmente”. La sua intenzione (più di un secolo fa!) era che fosse la giustizia civile a intervenire e non la “giustizia clericale” a nascondere. (Il prete dovette comunque essere allontanato nell’America del Sud dove finì assassinato).

Una sorta di santo laico
A quanto si è perduto del senso morale e politico è pure spontaneo pensare perché si ha di fronte un uomo senza cedimenti, una sorta di santo laico, che la storia offre raramente, ma, soprattutto, perché arriva inevitabile il confronto con l’attualità sul modo di essere politico e politico liberale oppure la “ri- cerca della morale perduta” (per riprendere il titolo di un intelligente libro di Eugenio Scalfari). Quel partito liberale, senza altri aggettivi o florilegi, che “deve sapere interpretare e soddisfare le aspirazioni del popolo campagnuolo e del ceto operaio” (testamento politico) rivela altre radici profonde ed altri orientamenti, probabilmente da riscoprire per essere autentici. Quel condannare “tutto ciò che è volgare e demagogico, sostenendo la necessità di lavorare per l’elevazione morale, economica e civile di tutto il popolo…” non è una delle solite frasi vendute da un politico (qui oltretutto sul letto di morte, non alla televisione). Oreste G. ne ha però fatto l’azione della sua vita operando, benché notaio, come contadino e bachicultore, realizzando bonifiche, creando cooperative, consorzi, caseifici, persino un fondo per le spese di matrimonio senza fare debiti. E una biblioteca circolante, ha creato, per farne “elemento dinamico di cultura”. Ferocemente attaccata dai soliti oscurantisti cattolici perché non contemplava opere di religione e offriva romanzi immorali di Dumas o Hugo e la malvagia e depravante Mandragola di Machiavelli. E qui altra violenta polemica de “Il Credente” (“una biblioteca che n’arrossirebbe un Etiope”). E pensare che Oreste G. la domenica leggeva il Vangelo ai suoi figli (“inculcai loro le massime sublimi di Cristo, più grande come uomo”). La cultura fa sempre paura, anche oggi, e si trova sempre un pretesto per denigrarla. Cambiano gli accidenti (ha minor forza l’oscurantismo religioso, più potenza quello economico) ma rimane la sostanza.

La spinta ad operare per il bene comune
Leggendo gli scritti di Oreste G. (e anche del figlio Brenno) e percorrendone l’operosa vita si può ricavare il principio base della sua morale politica: la libertà è un bene ma la tua libertà si deve arrestare laddove rechi danno alla libertà altrui. A questo aspetto che vieta un comportamento reprimevole nei confronti dei propri simili, si accompagna l’aspetto positivo, non un divieto ma una pulsione a fare. Nasce così la spinta ad operare per il bene comune. La solidarietà verso i più deboli, bisognosi, sofferenti. Che non è compassione ma principalmente sollecitudine verso la comunità di appartenenza, la regione, la nazione, verso le iniziative e le norme che tutelano la vita sociale e i rapporti che ne derivano.

Oreste G. ci insegna che il politico che opera per il bene comune dal punto di vista “politico” e con gli strumenti della politica, sta all’interno del sentimento morale. Potremmo aggiungere, attualizzando: se usa invece la politica come strumento per accrescere il proprio egoismo o utile individuale, partitico, familiare, esce dalla morale e opera contro di essa. Per questo si dice che il politico dovrebbe avere “spirito di servizio”. Ed è quello che ha animato per tutta la vita Oreste G. e che ci fa dire: quanto bisogno di Oreste Gallacchi abbiamo oggi!



(La Regione, 14 aprile 2010)
Ma noi dove eravamo e cosa facevamo?
di Silvano Toppi

Il senso di responsabilità è ormai diventato un concetto-fisarmonica. Ognuno se lo suona poi a modo suo, con variazioni molteplici, solitamente scaricando su altri.

Se non fosse così non staremmo ancora chiedendoci se ci sia stato davvero qualche responsabile nella dilapidazione miliardaria della principale banca del paese, scaricata appunto in maniera varia sulla Confederazione, con tutto ciò che ne è seguito in figuracce per autorità e istituzioni. Non staremmo ponendoci grossi interrogativi sul rinvio di una commissione d’inchiesta parlamentare, con qualche lecito sospetto dopo tutto il tempo che è trascorso dalla vicenda, ingloriosa per la stessa politica. Non staremmo ora trastullandoci o scommettendo sul responso degli azionisti della grande banca con l’interrogativo divenuto nazionale: scaricheranno o non scaricheranno i dirigenti dei tempi del disastro? Intendendo, per scaricati: prosciolti, perdonati, assolti, moralmente sbiancati.

La verità è che non si vuol minimamente affrontare lo “stato della questione”. Che è racchiuso in una domanda che nessuno, tra gli azionisti, i politici, le stesse autorità di sorveglianza vecchie e nuove, riesce oggi a porsi. Forse anche perché si è ritornati a fare e rivedere utili. E la domanda è la seguente: dov’eravamo e che cosa facevamo quando i dirigenti di Ubs sembravano i nuovi re Mida che trasformavano in oro tutto ciò che toccavano, sfornavano rendimenti da sogno, presentavano ogni volta utili stratosferici tali da inorgoglirsi di fronte a tutto il mondo per i loro primati, distribuivano dividendi gloriosi, si assegnavano bonus da uomini eterni, si vantavano di agire in piena trasparenza e comandavano e si autoregolamentavano in maniera tale da ridicolizzare ogni velleità di controllo o di intervento esterno (v. Commissione delle banche)?

Erano da nessuna parte. O erano in attesa alla cassa. O, meglio, erano dalla parte dell’‘‘amore per il denaro” (come direbbe il celebre Keynes), della mitizzazione della “performance” o del rischio a tutto vapore per ottenere la resa più elevata possibile nel brevissimo termine. Dalla parte della complicità nell’‘‘éthique technicienne” (come direbbe la filosofa francese Anne Salmon) che con l’etica ha poco a che fare ma serve a far credere di avere l’etica incorporata, a giustificare ogni performance che dia alto profitto, a crearsi un’immagine all’esterno (“siamo sempre seri e prudenti”, diceva Ospel in un suo discorso alla vigilia del crac), a tenere lontani i controlli esterni e i dubbi politici, a esaltare l’autoregolamentazione, il segreto come difesa della persona e minchionatura del fisco.

Che cosa serve a ricordare tutto questo? Serve a dire che se non si parte da tutto questo, che è il vero stato della questione, la storia si ripeterà. Come prima, peggio di prima.

L’autonomia dell’economia è un’illusione, come la sua capacità ad autoregolarsi o ad avere l’etica incorporata. A maggior ragione per un settore dell’economia, quello bancario o finanziario. Ed è proprio perché il bilanciere si è inclinato troppo su questa illusione che siamo arrivati ad un’inversione completa dei valori, al disastro e alla rottura che abbiamo subito. Ora, tutto sembra ripartito come se niente fosse capitato: gli speculatori speculano più di prima; i trader si sono rigonfiati a dismisura; le banche guadagnano montagne di soldi; i loro dirigenti si accaparrano bonus, indifferenti ai malumori dell’opinione pubblica o alle remore dei politici; la volatilità delle Borse e quindi del rischio è da frenesia; gli “hedge funds” lasciano la City per arrivare a Ginevra, dove si pagano meno imposte, facendo incavolare Londra che minaccia altre ritorsioni contro la Svizzera. Insomma, è già in atto, imposto dal sistema in cui viviamo, il ritorno a rendimenti finanziari anormalmente sempre più elevati. Esso contribuirà ancora al deprezzamento del futuro, all’impazienza del presente e persino al disincanto del lavoro. Non è quindi da ciò che capita o non capita all’assemblea degli azionisti dell’Ubs che ci si può attendere una svolta. “Scaricare” potrebbe significare: nessun responsabile, tutti indifferentemente responsabili. Non scaricare, indicare un capro espiatorio che fa sempre comodo.


(La Regione, 9 marzo 2010)
Ci sono opinioni politicamente scorrette
di Silvano Toppi

Ci sono opinioni politicamente scorrette. Anche nella nostra repubblica.

Dire, ad esempio, che le imposte non vanno diminuite ma piuttosto aumentate. Si rischia la fucilazione. Tanto più che se c’è un modo certo per guadagnarsi l’elettorato o gli ambienti economici, lo si trova proprio nella promessa di sgravi fiscali.

Dire ancora, ad esempio, che non è il maggior valore attribuito ad un finanziere che ci salva ma quelli prodotti da una maestra dell’infanzia o da un’infermiera d’ospedale. Si rischia, soprattutto in terra nostra, dove abbondano banche, uffici fiduciari e qualche finanziere d’alto bordo, di essere presi per matti. L’unica via che rimane allora, per osare scorrettezze e sparigliare le carte di luoghi comuni venduti come assiomi, è quella di pescare in casa d’altri e trarre qualche considerazione.

Il tema-cocktail dell’imposizione fiscale, degli sgravi fiscali, della tassa globale, dei condoni fiscali o della concorrenza fiscale è all’ordine del giorno un po’ ovunque. Sarà congenito alla politica creativa ma, bisogna pur dirlo, appare, con asfissiante monotonia, come l’unica idea o il magico abracadabra che si riesce a esprimere per rimettere in sesto la baracca. Non ci si preoccupa d’altro. Ad esempio, delle enormi e crescenti discrepanze di reddito o della disoccupazione strutturale.

Guardiamo quindi alla Germania, ma in modo diverso da quello che la Svizzera ha fatto sinora. Il nuovo governo ha subito annunciato una vasta riforma fiscale che prevede alleggerimenti d’imposta per 24 miliardi. La quale stenta però a decollare. Una approfondita inchiesta svolta su questa proposta nel quadro del Deutschland-Trend (v. www.infratest-dimap) rileva che una consistente maggioranza di cittadini tedeschi (58 per cento, contro il 38 per cento) è contraria ad una riduzione delle imposte. Con una motivazione precisa: perché si rischia di aumentare ancora il debito pubblico.

Dall’inchiesta emergono fatti singolari: gli stessi sostenitori dell’attuale coalizione governativa (centro-destra) sono in maggioranza contrari; i cittadini con redditi medi e superiori sono molto più contrari (69 per cento) dei cittadini con redditi inferiori ai 1500 euro mensili, che avrebbero poco o niente da guadagnarci. Esito quasi incredibile, politicamente scorretto. Esito forse inimmaginabile in casa nostra (anche se due nostre votazioni sugli sgravi lasciano qualche dubbio). Contano però le considerazioni, rilevate dall’istituto che ha svolto l’indagine. Una inaspettata maturazione civica: il problema è sempre meno quello della riduzione delle imposte o della concorrenza fiscale ed è sempre più quello dell’impoverimento dello Stato, delle collettività territoriali, dell’equilibrio rigoroso tra ventilati sgravi fiscali, possibilità di investimenti nelle infrastrutture pubbliche, nella formazione e nella ricerca e livello dell’indebitamento. Un inimmaginabile realismo, poi: la crisi è tutt’altro che superata (lo pensa il 64 per cento dei tedeschi); bisogna quindi dare priorità assoluta a un sistema di ridistribuzione e di spese pubbliche più che mai essenziale e al “patto per il lavoro”, bisogna garantire protezione e coesione sociali perché là sta la democrazia. Sembra rovesciarsi persino l’assioma che è necessario creare nuovamente ricchezza per poter distribuire. Si ritiene invece che occorre usare la ricchezza esistente se si vuol crearne dell’altra e salvare l’uomo.

Un altro studio condotto in Gran Bretagna dalla geniale New Economic Foundation (v. www.neweconomics.org), basato sulla metodologia del “Social Return on Investment” (in parole povere: quale ristorno sociale, e non solo di reddito economico, posso avere da un investimento), sarà molto inglese ma è illuminante per diversi aspetti. Si capovolgono i criteri con cui valutiamo i nostri apporti alla società, che non possono essere solo di crescita economica, di guadagno o redditività, ma di essere-bene sociale, umano, ambientale. Si dimostra, in tal modo, che una determinata attività può aggiungere nella comunità un valore che è di gran lunga superiore a quello solitamente ridotto al “quanto vali” in guadagno, stipendio, bonus. Esemplifichiamo, sintetizzando. Nella analisi britannica i finanzieri della City risultano distruttori e non creatori di ricchezze: per ogni euro che creano ne distruggono sette. I peggiori sono comunque i consulenti fiscali (e, nel bilancio politico-sociale, la nostra storia recente lo conferma), quelli che permettono a privati e società di evitare imposte, sottraendo alla comunità risorse essenziali: distruggono infatti 47 volte più ricchezze di quante ne creano. Le maestre dell’infanzia (formazione) o le infermiere d’ospedale (salute) o chi si occupa del riciclaggio (ambiente) generano invece ricchezza circa dieci volte superiore rispetto alle retribuzioni che sono loro concesse. È ovvio, anche questo è un metodo politicamente scorretto, soprattutto quando si continuano a privilegiare le speculazioni dei finanzieri e i bonus dei manager.

Dovrebbe comunque indurre a rispettare di più docenti, personale medico, netturbini. O, come fa la brava consigliera Widmer-Schlumpf, a ritenere ormai ipocrita la distinzione tra evasione e frode fiscale. Opinione sino all’altro ieri politicamente scorretta.

 

 


(La Regione, 6 febbraio 2010)
Incatenati all’immobilismo
di Silvano Toppi

Due atteggiamenti, tipicamente ticinesi, rischiano sempre di incatenarci all’immobilismo.
Il primo consiste nell’arrotolarsi nelle conseguenze, affogandoci magari nelle statistiche, senza quasi mai risalire alle cause.
Il secondo consiste nel ritenere che la cultura, intesa come modo di pensare, di sentire, di progettare e di agire dentro la comunità, sia fatto secondario, più intralcio che leva, comunque sempre subordinato alla pretesa razionalità e al calcolo dell’economia imperante.
Con il primo atteggiamento ci si avvita su se stessi, senza mai né uscire né perlomeno illuminare il tunnel in cui ci si trova.
Prevalgono allora le fughe per la tangente che vanno dalle amnistie o dalle benevolenze fiscali in varia salsa ma sempre eterne (è dal 1946 che battiamo questi chiodi!), alle malevolenze di Berna che non ci ascolta e non ci aiuta sino agli ottanta chilometri all’ora meteorologici.
Il secondo atteggiamento è, per certi versi, ancora più grave perché assai ingannevole: si ritiene infatti di arricchirsi mentre in realtà ci si isterilisce e impoverisce. Proprio perché viene meno ciò che diceva un grande economista ch’era dapprima un umanista: la cultura è la forza umana che scopre le vere esigenze, non quelle fittizie, di un mutamento e ne dà coscienza. Vorrei esemplificare.
Si è parlato molto negli scorsi giorni di turismo ticinese, delle sue difficoltà e della sua discesa statistica, delle strutture iperboliche, dell’importanza della conoscenza territoriale e dell’operatività locali, delle tasse e dei finanziamenti concessi (che è pure un eterno chiodo pressoché esclusivo), della propaganda per attirare clienti.
Mancano comunque sempre due serie analisi. Quella sulle cause che generano la crisi (sembra che si sia perlomeno capito che non possono essere solo il tempo meteorologico e la galleria autostradale del Gottardo). E su questo punto Daniele Besomi ha ragioni da vendere ma, rappresentando nel metodo un approccio “scientifico”, non credo goda di grandi ascolti. Quella, poi, del tipo di cultura turistica che riusciamo ad offrire. Ai tempi il giovane Solari, non senza incontrare forti resistenze, ne era molto preoccupato. Ora un po’ meno. “Possiamo offrire”, perché l’esame della decadenza turistica non dovrebbe ignorare, per trarne lezione, l’enorme svalutazione che c’è stata negli ultimi trent’anni del territorio, del paesaggio, delle città, dello stesso abito mentale dei ticinesi sia nella cultura di accoglienza del forestiero sia nella innovazione non pacchiana e fracassona delle strutture di accoglienza. Non sono mai state fatte scelte precise, anche discriminatorie, e ci si è sempre illusi su un turismo acchiappatutti ma che scontenta tutti. Se si mutano peggiorandoli quei parametri essenziali, il turista si chiederà sempre più per quale scopo o per quale “differenza” dovrà arrivare e fermarsi nel Ticino. (Per visitare i supermercati anche di domenica, per frequentare le discoteche o i casinò, per potersi recare più facilmente a Milano e dintorni, come ritengono alcuni?).
Ronny Bianchi è un ottimo economista, con idee e analisi originali, sovente espresse su questo stesso giornale. Un suo intervento radiofonico proprio sul turismo (nella rubrica “Plusvalore”) merita qualche attenzione. Dice in sostanza: il turismo crea un valore aggiunto per persona occupata nel settore assai basso (60 mila franchi) mentre il settore bancario ne crea quasi cinque volte tanto.
Insomma, per ogni posto di lavoro perso nel settore bancario bisognerebbe crearne 4, 5 in quello turistico per compensare le cose. Tutto sembra ridotto ad una questione di calcolo di redditività o di importanza o meno nella formazione del mitico pil (prodotto interno lordo) cantonale. Si ignora però un valore aggiunto del turismo, mai calcolato, come avviene per l’agricoltura, che dovrebbe essere la salvaguardia del paesaggio o di una cultura di protezione dell’ambiente.
Forse anche da questa estraneità del calcolo economico dipende il dispregio che si è avuto di un patrimonio che è nostro, unico ed essenziale, che si è sprecato, abbruttito o svenduto per trenta soldi (v. acque, territorio). Anche perché si è mancato l’unico appuntamento culturalecreativo del secolo scorso. La legge urbanistica.
Ronny Bianchi propone quindi il seguente interrogativo: perché invece di sostenere la promozione turistica non finanziare una campagna di marketing per il settore bancario nei paesi arabi? Bella trovata. Sarà forse provocatoria ma merita qualche rilievo, anche un po’ divertito, proprio in merito al discorso sulle cause e la cultura. Quanto alle cause c’è dunque la tentazione di sostituire l’Italia con Abu Dabi, il Tremonti fracercotto con lo sceicco Jadallah Azzuz at Tahli (nome fittizio) più danaroso, l’instabile con il volatile. Si potrebbe anche fare e qualche banchiere e più di un fiduciario luganesi ci hanno già pensato con viaggi e vacanze appropriati. Si rientra però nella solita patologica velleità imprenditoriale ticinese, simile a quella che negli anni Ottanta prospettava nel cantone una nuova Silicon Valley californiana. Con gli arabi che sono però finanziariamente molto più mobili degli evasori di prossimità italiani. Ci troveremmo presto da capo. Quale particolare qualità di servizio offrirebbe Lugano a clienti arabi rispetto alle banche ginevrine che hanno già adottato da tempo le regole della sharia che non sono quelle dei cavalieri e commendatori italiani? Bisognerebbe cominciare a formare degli specialisti nel “gharar”, nel “maisir”, nel “mourabaha”, che è cosa un po’ diversa sia degli scudi tremontiani sia delle nostre concezioni economiche e più determinante del segreto bancario.
E forse ci si dimentica pure che le principali banche islamiche, nonostante la crisi e forse per le regole severe che si applicano, sono riuscite da sole ad aumentare del 66 per cento i propri attivi. Meglio delle nostre. Sarebbe doveroso chiedersi, perché è fatto di cultura, come approderebbero gli arabi in un cantone che ha espresso la più alta percentuale di no ai minareti e, lo si voglia o no, all’Islam. Ma forse c’è da ritenere che se dovessero correre i capitali islamici non si troverebbe difficoltà a cambiare i piani regolatori, a far proliferare anche i minareti. E far emergere il “vero” Ticino. Rispetto all’uso pressoché esclusivo che si è fatto dei capitali italiani, ci sarebbe solo un mutamento di tipologia edilizia.
Quanto a dire, insomma, che se non si cambia la testa, culturalmente più che economicamente, c’è poco da sperare. Un risorgimento può cominciare solo da se stessi.

 


(La Regione, 5 gennaio 2010)
La finanza, l’etica e la morale di Alice
di Silvano Toppi

“Forse non c’è nessuna morale”, s’azzardò a osservare Alice. “Che, che, bambina!”, disse la duchessa, “in tutto c’è una morale, basta trovarla” (da “Alice nel paese delle meraviglie”).

Il 2009, dopo il cataclisma della crisi finanziaria, doveva essere l’anno della morale. Della “moral rentry”, si diceva, ovviamente in inglese. O, meglio, si preferiva dire del ritorno dell’etica. Forse perché la morale obbliga (non fare, non commettere, non rubare) mentre l’etica si limita a raccomandare (sarebbe meglio evitare che…). Il quotidiano che è anche la bibbia della finanza scriveva nel gennaio del 2009: “Gli scandali finanziari che hanno infarcito la crisi economica pongono urgentemente la questione dell’etica in economia e nel capitalismo finanziario”. Tutti i capi di Stato, separatamente o nelle varie riunioni G8, G15, G20, rifacevano il verso: senza una maggiore etica, che significa maggiori regole al mercato, non si esce dalla follia. Una volta tanto di apparente concerto giunsero ad impegnarsi per ripensare il sistema di rimunerazione dei finanzieri e, stabiliti gli elenchi neri, grigi o bianchi, ad abolire i paradisi fiscali, gli uni ritenuti il motore e gli altri il rifugio della speculazione devastatrice. Colui che fu il manitù del sistema, l’ex-governatore della Banca centrale americana, Alan Greenspan, pronunciò un solenne mea culpa che lasciò tutti di marmo (“Ho fatto un errore madornale contando solo sull’interesse privato”). Persino il nostro Merz, presidente della Confederazione, ad inizio anno, prima che lo cogliessero altre disavventure, sostenne che la Svizzera doveva tornare alle sue virtù tradizionali, cominciando dalla sobrietà, prudenza, solidarietà. È vero, si cominciò con la solidarietà a una banca, ma era giocoforza.

Alla fine del 2009 che cosa è rimasto di quella fiammata morale-etica? Molta cenere e pochi tizzoni. C’è chi qualcosa ha dovuto fare con processi, multe ingenti, il carcere: è capitato negli Stati Uniti e, caso singolare, anche per le banche svizzere, assolte in patria.

Chi sta generando in questi giorni promesse di fuga verso lidi più accoglienti e meno punitivi, come capita per i traders della City londinese colpiti pesantemente da nuove imposizioni fiscali volute dal governo. La Svizzera, hanno subito detto alcuni politici e banchieri, sarebbe pronta ad accoglierli, rafforzando così la sua concorrenza finanziaria con la loro esperienza, da noi non imponibile. C’è chi, costretto a batter cassa, è andato a cercarsi con gran fracasso la morale fiscale fuori casa, come capita all’Italia. Chi si era invece fatto vessillifero dell’etica su piano internazionale, come il presidente francese, ha tirato i remi in barca. C’è poi chi, come la Svizzera, ha semplicemente rinunciato a intervenire o giustificandosi con la carenza del proprio diritto (o per “timidezza incomprensibile di fronte al disastro“, come hanno dichiarato due ex-procuratori pubblici, Bertossa e Marty) oppure per furberia politica che continua a ritenere la deregolamentazione l’unica possibilità di ritorno al trionfo del mercato e della piazza finanziaria.

In realtà, tra un anno che doveva essere quello del ritorno all’etica e un anno che si presenta con all’orizzonte la fatamorgana della crescita, sono tornate a prevalere le due tendenze che hanno portato a quella grave crisi economica che fu marcata come follia economica. La prima è la logica dell’accumulazione che è data di per sé illimitata, anzi sterminata. Quindi una logica impossibile, illogica, folle, che è alla base non solo dei disastri finanziari ma anche di quelli ambientali, molto più gravi. La seconda è quella del mercato che economicizza l’etica. Pretende cioè di averla già incorporata in se stesso, di non aver bisogno di regole, di sapersi autoregolamentare. Riuscendo, come capita in Svizzera, a piegare la politica, il diritto, a rendere impotenti i tribunali penali e civili, indifesi risparmiatori e investitori. Come prima, insomma. Ma forse anche in questo, come dice la storia di Alice, c’è una morale, basta trovarla.



(La Regione, 28 novembre 2009
Cortoterminismo sindrome pandemica e angosciante
di Silvano Toppi

A pensarci bene, c’è una pandemia che ci complica la vita e ce la rende invivibile. È la sindrome divenuta pandemia del ‘cortoterminismo’. Il cortoterminismo è il comportamento o la mania di pretendere che ogni scelta o azione economica si risolva in tempi brevi e dimostri di essere immediatamente redditizia, monetizzabile. Economicamente l’istituzione cortoterminista più rappresentativa è la Borsa. Si è persino inventato l’indice VIX, che sa di rimedio contro il raffreddore ma che significa Volatily Index, e segnala la volatilità, gli sbalzi incredibili delle quotazioni borsistiche. Volatilità che è un non-senso o un disvalore. Perché se la Borsa ha la funzione di raccogliere risparmio per poter promuovere con l’investimento delle attività economiche, non può essere ridotta a una bisca dove si scommette su titoli per un mese, una settimana, un giorno, un’ora. (Se ne è persino accorto colui che passa come il migliore investitore americano del XX secolo, Warren Buffet, che ha proposto un’imposizione al cento per cento delle plusvalenze a meno di un anno per ridare senso alla Borsa).

Una delle conseguenze più avvertibili e angosciose di questo atteggiamento si riversa sulle nostre pensioni le quali, benché dovrebbero essere impostate sulla lunga scadenza, continuano a subire revisioni e variazioni legislative di rese minime e di tassi di conversione o a farci subire terrorismi di copertura o di rendite decurtate. Proprio a causa della sindrome cortoterminista.

Politicamente quella sindrome si apparenta invece al semplicismo e al decisionismo. Tiene in auge quei politici o quei movimenti che semplificano o banalizzano tutto, eruttano interventi a getto continuo per marcare presenza, invocano iniziative e soluzioni da un’ora all’altra, passano in tal modo per decisionisti. Una vittima certa di questa malattia è sicuramente la democrazia la quale non può semplificare autoritariamente, non può ignorare la complessità della società, richiede tempi più lunghi. Sotto l’attacco del cortoterminismo rischia di diventare sempre meno credibile.

Il cortoterminismo tocca però soprattutto un ganglio vitale per la società, la sua evoluzione, il suo futuro. Lo rilevava recentemente in un suo mirabile intervento alla Biblioteca cantonale di Lugano una delle nostre giovani intelligenze (ce ne sono, ce ne sono!), Fabio Merlini, filosofo e direttore dell’Istituto universitario federale per la formazione. Merlini usa proprio l’espressione “equivoca compromissione della conoscenza nei meccanismi della produzione del valore economico, quando non meramente borsistico”. Critica quindi quella che definisce “una sotterranea conflittualità tra saperi orientati ai vantaggi di business e saperi orientati alla verità”. È chiaro che se inseriamo questo discorso sul senso della ricerca, varrà solo quella ricerca che ha resa immediata, a breve termine, e sarà scartata o accantonata quella di base che chiede invece tempi lunghi e non può neppure garantire risultati certi. Ma è proprio in questo modo che ci si chiude allo sviluppo. Sviluppo della conoscenza e umano. Sviluppo culturale, se si può ancora osare l’uso di questa espressione.

Sviluppi che, mancando, finiranno per diventare un fatto tragico, a media scadenza, per assenza di creazione (ora confusa con l’innovazione che genera consumo) e di vitalità dell’essere e non dell’apparenza. Persino per la stessa economia la quale, andata già in crisi per l’irrazionale e sterminato cortoterminismo e la correlata esaltazione della ‘performance’ istituzionalizzata con i bonus, sta ripetendo, sempre con il beneplacito degli organismi governativi, gli stessi identici mascroscopici errori.


(La Regione, 7 novembre 2009
Quelle affermazioni di peso di Paolo Bernasconi
di Silvano Toppi

Paolo Bernasconi quando parla di finanza o di delitti finanziari è autorevole. Per la sua esperienza di ex-procuratore, perché è materia del suo insegnamento universitario, perché è esperto internazionale riconosciuto, perché ha avuto modo di esercitare la sua professione di avvocato penalista in varie vicende bancarie. Quel che dice conta.
In un’intervista concessa al quotidiano romando “LeTemps” (martedì 3 novembre) Paolo Bernasconi, nel bel mezzo del cancan tremontiano che scuote Ticino e Berna con alti lai e desideri di vendetta, fa due affermazioni che scombussolano assai.
La prima è che la Svizzera ha violato, in maniera sistematica e organizzata, il trattato sull’imposta alla fonte con l’Unione europea, entrato in vigore nel 2005. Essa avrebbe versato solo il 5 per cento del dovuto. Infatti, per permettere ai loro clienti di sfuggire all’imposta alla fonte, le banche hanno creato migliaia di società offshore in paesi come Panama e l’Amministrazione federale delle contribuzioni ha lasciato fare.
La seconda affermazione è che il Ticino, che ha approfittato come il resto della Svizzera del non rispetto del trattato sull’imposta alla fonte, quando c’è un problema si rivolge a Berna.
Era scontato che le banche svizzere, costrette a quell’imposta per salvare il segreto ed evitare lo scambio di informazioni fiscali, avrebbero cercato subito una furbastra via di fuga. È anche il loro mestiere.
Era pure scontato che il Dipartimento federale delle finanze, autorità di esecuzione e di vigilanza, smentisse e rifiutasse subito quelle (pericolose) accuse. La Commissione europea non ha mai fatto un rimbrotto alla Svizzera, si replica. È vero, ma non è un appiglio che tiene.
Più credibili sono i calcoli fatti in casa propria da diversi paesi europei: le somme loro versate, confrontate ai patrimoni trafugati e scoperti in Svizzera, sfuggiti al loro fisco, appaiono quasi provocatoriamente miseri, non si può negarlo. Ci sono quindi più motivi per prestar fede a Paolo Bernasconi che al ministero delle Finanze. Era pure scontato che il Ticino andasse in pellegrinaggio a Berna, l’eterna vituperata e invocata Berna, poiché ha una concezione della politica (ciò che forse sottintendeva Bernasconi) che appartiene più al clamore e alle contingenze che non al rigore e alla serietà progettuale o strategica. Ciò che, soprattutto in questo momento, fa molto imitazione di costumi italiani che non affermazione di una propria personalità. (Che è tutt’altra cosa dell’identità, altra fuga per la tangente. È grave, non manca di rilevare Bernasconi, che “i partiti storici di destra sono saliti su questo treno invece di fermarlo”).
Il buon senso antico, pensando alle critiche di Paolo Bernasconi, potrebbe subito farci concludere con due proverbi, pure scontati: chi è causa del suo mal pianga se stesso o tanto va la gatta al lardo… Ma, a ben pensarci, il problema diventa molto più grave di quel che si pensa. E non solo per il caso italiano.
Una via d’uscita presentata ancora nei passati giorni come unica salvezza del segreto bancario, sia da consiglieri federali, sia da Urs Roth, direttore dell’Associazione svizzera dei banchieri, sia da Konrad Hummler , presidente dell’Associazione dei banchieri privati svizzeri, sia da importanti direttori di banca ticinesi, è proprio quella del prelevamento di un’imposta alla fonte sui redditi dei patrimoni stranieri collocati in Svizzera. Si potrebbe anche maggiorare, riversando così più milioni ai paesi da cui partono quei capitali, accontentandoli. Insomma, stabilire una sorta di imposta liberatoria sull’assieme dei redditi da capitale (interessi, dividendi ma anche plusvalenze) da versare direttamente al paese di domicilio del contribuente, ottenendo finalmente la pace fiscale.
Dopo quanto ha detto Paolo Bernasconi, indubbiamente ascoltato all’estero, c’è da chiedersi quanto possa essere ancora credibile questa via d’uscita. Tutti hanno la prova di una scappatoia, di una non-risposta, di una misura troppo facilmente manovrabile da chi dovrebbe eseguirla. Non è però solo una questione di soldi. In realtà, è il fatto di considerare la Svizzera e il suo sistema un ostacolo inaccettabile alla loro autonomia fiscale e alla loro libertà di applicare l’eguaglianza dinanzi all’imposta, che fa dei nostri vicini degli avversari sempre più accaniti contro le nostre innegabili nicchie fiscali.
Per un’ovvia considerazione: che un loro contribuente possa nascondere in una banca una parte dei redditi non dichiarati, che non solo una persona fisica ma anche una società possa trasferire nelle filiali, in una holding, una società di domicilio, una gran parte dei suoi utili senza che si possa avere delle informazioni dalla Svizzera, non sono alcuni milioni ma centinaia di miliardi che sfuggono al loro fisco.
E con i tempi che corrono! È certo che non ci daranno mai pace o che, come si conviene in questi giorni in una grande adunanza di esperti allo storico castello di Coppet, presso Ginevra: il segreto bancario rimarrà ancora la madre di tutte le battaglie.

 


(La Regione, 27 luglio 2009
Meno imposte più crescita, principio da smitizzare
di Silvano Toppi

Anche il Ticino è stato contagiato, a varie riprese, dalla voga semiscientifica e molto populista dell’abbattimento delle imposte. Semiscientifica perché si riesce a sostenere, con grafici entrati ormai nella storia (v. la famosa curva di Laffer) che l’onere fiscale giunto a un certo livello soffoca l’economia oppure che la riduzione fiscale porta automaticamente ad un aumento della domanda e degli investimenti e quindi alla crescita economica. Ma non interamente scientifica perché si è anche dimostrato che l’equazione meno imposte uguale più crescita non è una legge e tanto meno una verità. Il più delle volte ha solo favorito una maggiore concentrazione della ricchezza e un enorme indebitamento dello Stato (esempio illuminante gli Stati Uniti). Voga populista, poi, perché è il tema su cui si sono imbarcati negli ultimi anni in gare spasmodiche movimenti politici o partiti in scarsezza di idee: non c’è niente che renda di più elettoralmente della promessa di ridurre le imposte.

Ora, c’è un fatto strano che emerge di questi tempi: tra le conseguenze dell’attuale crisi di cui si parla poco o niente ci sono anche i disastri provocati da quella voga politica. A dire il vero nel Ticino ce ne siamo accorti con qualche anticipo, per evidenza innegabile. Anche se si può dubitare che la lezione sia servita.

Poiché copiamo spesso dall’esterno, bisognerebbe vedere che cosa è successo ai nostri modelli. La rivoluzione antimposte con i famosi grafici dimostrativi e con tutta la retorica antistatalista è giunta anch’essa dall’America e più particolarmente dalla California, lo stato che si ritiene “fabbrica tendenze”.

L’evento che diede la sterzata avvenne una trentina di anni fa, con la “proposition 13” che congelò in perpetuità le tasse sugli immobili e tenne a battesimo il movimento “no tax” che riuscì a imporre un veto permanente a qualsiasi aumento di tasse e fu precursore dell’era neoliberista che portò Reagan alla Casa Bianca. Quelle leggi e quel movimento hanno avuto effetti devastanti sulla capacità delle amministrazioni pubbliche di finanziare i servizi pubblici e diedero avvio allo smantellamento dello stato sociale, ritenuto nemico dell’economia in quanto si nutre d’imposta. Si diede vita a quel “ballot box budgeting” (bilancio… per scheda elettorale) che si è innestato anche dalle nostre parti, come unica proposta politica possibile. Oggi ci si interroga, sbalorditi, su come uno stato da 38 milioni di abitanti, con un’economia da 2 trilioni di dollari all’anno, l’ottava al mondo per prodotto interno lordo, non abbia più soldi per garantire l’anno scolastico che deve infatti accorciarsi, deve licenziare cinquemila insegnanti, tagliare l’assistenza sanitaria, togliere ogni aiuto anche alle famiglie che guadagnano meno di 12 mila dollari all’anno, chiedere persino prestiti per spegnere gli incendi (perché insidiano le ville dei ricchi) e trovarsi su una voragine deficitaria tale da doversi consolare con la formula “too big to fail”, siamo troppo grandi per fallire.

In questi giorni è uscito un interessante rapporto sulla fiscalità nell’Unione Europea (Taxation trends in the EU, Eurostat 2009). Se ne deduce che anche in Europa la moda ha fatto strage. Dal 2000 in poi i tassi massimi di imposizione dei redditi delle persone e delle società sono assai decurtati. Ci sono dettagli significativi. Nonostante il tipo di economia sviluppatosi o di finanza baldanzosa impostosi, la principale fonte di entrate fiscali è rimasta, per quasi la metà, il lavoro, mentre le imposte sul capitale rappresentano appena il 23 per cento del totale e tendono invece ad estendersi quelle sui consumi. Oppresso, insomma, il lavoro ma non il capitale, certamente con la giustificazione che questi crea l’altro.

L’annotazione di attualità è però un’altra: i paesi che risultano i maggiori abbattitori di imposte sugli utili, con lo scopo di attrarre investimenti e imprese, sono quelli che oggi si ritrovano con un disastro economico-finanziario e con conseguenze sociali gravissime. E non parliamo della Lettonia, dall’imposizione fiscale zero sugli utili in nome di una crescita economica senza limiti, rimasta senza un soldo in cassa e costretta ad amputare radicalmente pensioni, salari, indennità di disoccupazione (salita al 17 per cento). Parliamo piuttosto dell’Irlanda, spesso citata a modello negli ambienti economici svizzeri e persino ticinesi e nei nostri media perché cresceva a ritmi vertiginosi grazie al tasso di imposizione sugli utili più basso d’Europa.

Tanto disastrata che il suo primo ministro è costretto a dover dire di essere di fronte a una sfida per la vita stessa della nazione (“We are now facing the challenge of this nation's life”) .

Non è che con queste storie, emerse in modo drammatico da un modello che ha generato l’attuale crisi, si voglia ora gridare “Viva l’imposta”. Riabilitarla sì. E sarà comunque inevitabile con gli attuali indebitamenti salvataggio o anticrisi. Rendersi conto che dell’imposta, proporzionale alla ricchezza, non si può fare a meno, pena il degrado di tutta la società.

Quelle storie dovrebbero servire a smitizzare certi principi dati per assiomatici (meno imposte, più crescita), a interrogarci non solo sui bilanci dello stato ma sui bilanci della intera società in cui si vive (quale crescita?), a indurci a valutare da cittadini responsabili che l’imposta non è solo un onere individuale, un orrore contabile, una priorità assoluta di concorrenza di mercato.

Essa è uno strumento essenziale per raggiungere il bene comune, per mantenere il servizio pubblico, per far crescere assieme una comunità. Senso civico impopolare contro mercantilismo? Mettiamola così. Oggi si constata comunque dove si va a finire quando si azzera il primo e si esalta il secondo.


(La Regione, 27 aprile 2009
L’intolleranza e le radici
di Silvano Toppi

Ci si dice e ci si ripete: l’Occidente deve ritrovare le sue radici. Già, ma quali radici? Ci si sbriga rispondendo: quelle cristiane. Sull’onda di quanto va predicando il papa, anche negli ultimi interventi urbi et orbi, tornano spesso parole dannate, crittogame fatali per quelle radici occidentali: nichilismo, la distruzione; relativismo, il gioco a somma zero; materialismo, la negazione della spiritualità; scientismo, la scienza su ogni sentimento o fede. Si aggiunge ancora: sarebbe tanto più pericolosa la perdita di quelle radici in un momento in cui l’Occidente deve dare il suo contributo essenziale nella definizione di regole comuni tra i popoli.

Qui sembra apparire il classico “lupus in fabula” o la riserva mentale che in quel diplomatico contributo ci sia di fatto la volontà di ridurre tutti a nostra immagine e somiglianza. Non è un sospetto infondato, come dimostrano la storia anche recente o i vari anatemi.

Non so quanto quelle parole dannate allarmino le persone comuni. So però quanto stiano allarmandole l’economicismo, che è pure parola che si apparenta ed è un derivato perverso delle famose radici occidentali.

Noi occidentali ci vantiamo, rispetto agli altri, di avere un pensiero concettuale, speculativo, logico. Quello giusto, insomma. Concetto è però una parola che viene dal latino, “cum-capio”, che significa prendo, afferro. (È singolare che pure il tedesco ha “Begriff”, da “greifen”, afferrare). Sembra che già in questa presunzione si sveli la vera natura di una radice occidentale che è quella di chi non sa pensare se non prendendo, afferrando, accumulando. Ciò che è sempre prevalso, anche nelle istituzioni ecclesiali. Ciò che ha dato origine e fondamento, secondo eminenti studiosi, a un’economia predatrice, esportata dovunque, persino con il cristianesimo. Qualcuno ha scritto che se togliamo la parola Dio dal Medioevo non capiremo più niente, né di arte, di letteratura, di inferno, paradiso e purgatorio e neppure di morale, di politica, di potere papale o imperiale. Ed è vero. Se invece togliessimo quella parola dalla nostra epoca, questa si lascerebbe comprendere benissimo. Molto meno se togliessimo le parole Denaro, Mercato o Borsa. Dio, insomma, fa sempre meno mondo, timore, obbedienza. È nichilismo, ammonisce il papa citando il diabolico Nietzsche. Dio ci ha però lasciato l’eredità tipica delle religioni monoteiste che si chiama intolleranza, conseguenza inevitabile di chi crede di possedere la verità assoluta e salvifica. Lo si voglia o no è un’altra radice bene inaffiata anche dalla religione occidentale e sta alimentando integralismi, anche dalle nostre parti. Radice che viene rivendicata come essenziale ma che non induce mai a interrogarci: e gli altri, tutti quelli fuori, esclusi, chi sono? Interrogativo impossibile proprio perché non si applica la relatività. Che vuol dire, religioso o non religioso, mantenere un universo di scelte e di varietà d’atteggiamenti e di punti di vista.

Lo stesso tipo di intolleranza e di integralismo ha messo forti radici anche nella religione economica, che ha riempito il vuoto dell’altra religione e che ci ha portati dove siamo. La verità assoluta è diventata la crescita infinita, che non può tollerare limiti, né di consumo né di profitto. L’unica lettura sacra sono diventate le cantilene quotidiane dei corsi borsistici o le divinazioni ballerine del pil (prodotto interno lordo). Chi è dentro è dentro, e chi è fuori peggio per lui.

Ho regalato l’ultimo libro (Il pane di ieri), di Enzo Bianchi, il monaco della Comunità di Bose, a quattro amici. Vi ho trovato descritte con grande semplicità e amore le radici della nostra cultura contadina e un sincero e aperto spirito cristiano. Uno di questi amici mi ha fatto sapere che quel libro era invece dileggiato da alcuni integralisti nostrani che si ritengono i depositari della verità cristiana. So che anche la rubrica religiosa Strada regina è criticata perché interpella i monaci di Bose. L’errore di questi monaci dev’essere quello di usare parole positive come “communitas” e “polis” invece delle altre dannate parole che rovinano la religione. Comunità e città terrena implicano condivisione, solidarietà, ricerca del bene comune. Implicano pure una concezione dello Stato come istituzione preposta al bene comune e un’etica che non può rimanere individuale, non può essere separata dalla politica comunitaria. È una essenziale radice greca dimenticata. Scriveva infatti Aristotele: “Le stesse cose sono le migliori e per l’individuo e per la comunità e sono queste che il legislatore deve infondere nell’animo degli uomini”. Oggi capita, in maniera esasperata, che la politica per decidere guarda o si fa serva dell’economia, subordinandole il bene dell’uomo e della comunità. Per cui ci si può chiedere non solo se il potere decisionale alla ricerca del bene comune è ancora una competenza della politica ma se la politica non sia stata ridotta a tecnica amministrativa del potere, senza prospettiva storica. È ciò che capita anche alla religione quando è ridotta a giuridismo o codice canonico.

 

(La Regione, 1 aprile 2009
L’imbroglio dei grandi vertici finanziari
di Silvano Toppi
 

C’è qualcosa da sperare dai grandi vertici finanziari? Si sostiene: non è più possibile tornare come prima, bisogna cambiare. Prima come? Il mercato, unico giudice con sempre meno regole. La ricerca spasmodica del guadagno immediato, a brevissimo termine e della fuga dalla fiscalità o del disprezzo dello Stato. La competitività che giustifica ogni sopruso e che avendo come obiettivo il minor costo, pone in secondo ordine il mondo del lavoro, comprime i salari, genera l’insicurezza, il precariato, il facile licenziamento “strutturale”, le delocalizzazioni nei paesi senza regole e con bassi salari. La verità assoluta e incontrovertibile che l’economia può solo espandersi, moltiplicando i consumi e i profitti. I consumi si moltiplicano creando e gonfiando i bisogni, anche fasulli, mangiando i salari o favorendo l’indebitamento delle famiglie. I profitti si ingigantiscono senza fine non solo per i ricavi (la differenza tra costi di produzione e prezzo di vendita) quanto piuttosto facendo leva sul credito a costo quasi zero e reinvestendo gli stessi profitti con alchimie finanziarie astruse e senza limiti. Alchimie escogitate da banche e affini, non nell’economia reale ma nella produzione di … prodotti finanziari, nella speculazione. Non è più possibile tornare come prima. Sembrerebbe logico dopo quanto è capitato. È ritornato solo lo Stato, necessità estrema. Per tutto il resto si sta facendo tutto quanto è possibile per rabberciare ancora ciò che c’era prima. Due sono stati gli orientamenti pressoché esclusivi per tentare di uscire dalla crisi, adottati anche in Svizzera (l’uno per catastrofe, l’altro per mimetismo). Dapprima ci si è preoccupati di salvare le banche, gli istituti finanziari, il sistema finanziario scassato, addossando allo Stato e quindi ai contribuenti quelli che sono stati definiti i rifiuti, i “titoli tossici”. In altre parole, tutte le magagne dal capitalismo finanziario o quegli “attivi” che hanno giocato a gonfiarsi a vicenda oltre ogni misura, con scarso o nessun rapporto con la realtà economica. Un’inflazione borsistica o paraborsistica autoalimentatasi con follia. C’è da chiedersi, ora, quale valore di mercato potranno ottenere un giorno quei titoli tossici, scorporati dalle banche e accantonati ricorrendo a indebitamenti miliardari da parte degli Stati o delle Banche centrali. È assai difficile se non impossibile immaginare che i 68 miliardi di franchi di salvataggio dell’Ubs saranno un giorno ricuperabili, almeno pari pari, senza gli interessi. Avranno certamente una lunga permanenza ed effetto tra gli oneri federali e cantonali di bilancio pubblico. Finiranno sicuramente in aumento dell’inflazione. In seconda battuta ci si è preoccupati di salvare settori scoppiati e in grave crisi (l’automobile) o promovendo labili sostegni dei redditi (sgravi fiscali, incentivi sociali) per mantenere lavoro e consumo. Interventi a spizzico e di scarsa entità quantitativa e qualitativa in Svizzera, rispetto agli altri paesi, essenzialmente impostati sul breve termine (settore delle infrastrutture, delle costruzioni) poco invece sul lungo termine (ricerca, energie alternative, innovazione, formazione). Anche perché si continua a credere, contro il buon senso, che la crisi è solo congiunturale (temporanea) e non di un intero sistema. Quindi, attrezzi tutto sommato vecchi, insufficienti. Molte parole, scarsa volontà politica di procedere. Nemmeno sul filo della logica delle misure invocate subito dopo lo sconquasso finanziario. Ad esempio, tanto per citarne alcune, ovvie: minori possibilità di credito per la speculazione, imponendo alle banche costi elevati quando i loro crediti si indirizzano più su attori finanziari rischiosi e pericolosi (es. hedge funds, derivati, strutturati) che non sull’economia reale; un miglior controllo delle banche, pretendendo un rapporto più elevato tra i fondi propri e le operazioni di credito, impedendo il gioco perverso ed opaco delle operazioni fuori-bilancio; attaccare seriamente tutti i paradisi fiscali che non solo sono “il vero cancro del sistema finanziario internazionale” (dissero ministri americani, francesi, tedeschi) ma sono soprattutto l’assenza di regole e il prosciugamento di risorse fiscali per gli Stati; inquadrare finalmente le retribuzioni di tutti i manager; riformare le agenzie di rating, i cui conflitti di interesse con banche e affini sono emersi in maniera spettacolosa (le agenzie di rating sono quelle tre o quattro società specializzate e riconosciute che danno una valutazione sul grado di salute, di rischio, di inadempienza di imprese, banche, Stati ecc. e hanno finito spesso per ingannare tutti). Pensiamo solo alla Svizzera. Ci si è preoccupati esclusivamente della difesa del segreto bancario, dovendo comunque cedere qualcosa, e della paventata iscrizione nella lista nera dei paradisi fiscali. Niente sulla maggior sorveglianza sulle banche, nemmeno su quella salvata dallo Stato. Niente su esigenze più severe sui fondi propri delle banche. Niente sulla serietà, sulla maggior efficacia, sul potenziamento di persone e di mezzi di controllo e d’analisi o sul palese conflitto di interessi, per l’organo di vigilanza della piazza finanziaria, l’ex-Commissione per le banche o la Finma attuale (Autorità di sorveglianza sui mercati finanziari). Politica esattamente contraria a quella auspicabile, com’è il caso per l’Ordinanza sull’uso dei fondi delle Casse pensioni, entrata in vigore lo scorso primo gennaio, in cui si propugna un aumento degli investimenti nei fondi speculativi (hedge funds, derivati ecc.). Avversità, a differenza di altri stati, nella limitazione delle retribuzioni dei manager . Si può credere che niente sarà come prima?


 

(La Regione, 18 dicembre 2008)
Reazioni vuote, come il vento
di Silvano Toppi
C'è anche una “ fatale futilità del fatto”, dice un famoso poeta. Quelle tre effe iniziali e ripetitive suggeriscono aria o sgonfiamento. Vale anche per l'economia di questi tempi. Arrivano reazioni vuote come il vento che le porta o bislacche come il tempo che le produce. Eccone tre esempi.

1. Corre una illuminante barzelletta nelle facoltà di economia. Ci si chiede: come chiamereste l'economia se essa non utilizzasse le sue ipotesi, i suoi modelli da premio Nobel, le sue scatolette matematiche? La risposta: la chiameremmo contabilità. Semplice e terribile. Perché? Complicatino ma lo si può ridurre in termini accessibili. C'entra, come sempre, una trovata diventata dogma, con l'immancabile termine inglese: fair value (valore equo?). È uno dei cardini della contabilità all'origine dei molti nefasti che stiamo subendo e una bestia nera per i politici che non sanno da che parte prenderla. Per dirla in breve: noi contiamo il valore di un prodotto con il suo costo storico, cioè con quanto l'abbiamo pagato all'inizio, in quel momento. Quando venderemo effettivamente quel prodotto sapremo se abbiamo guadagnato o se abbiamo perso. Si è detto: certo, è ovvio e prudente, però maledettamente statico. Appare allora a valanga la trovatina. Che attribuisce ogni primato al mercato. Si scrive cioè subito in bilancio il valore che detta il mercato, quello borsistico. Poiché non tutte le attività economiche sono quotate in Borsa, o si inventano dei modelli che funzionano come un mercato virtuale o si finge che il mercato ci sia. Che cosa succede, di fatto? Se il valore di mercato sale o si fa salire, si possono gonfiare a dismisura i bilanci, attraendo nuovi capitali e investimenti, rilanciando continuamente a spirale la spinta verso l'alto. Ma se il mercato, vero o fittizio, cede? Allora è il cataclisma. Persino le perdite stimate diventano vere e tutto sprofonda, travolgendo anche i valori reali. È quello che è successo. Con le banche costrette a svalutare una montagna di titoli valutati arbitrariamente, tanto da generare l'idea che non si riuscirà mai a vedere il fondo dei loro bilanci. Conclusione ovvia? Se non si modificano i criteri utilizzati per i bilanci, se non si impongo regole precise per contabilità non ingannevoli e fittizie, torneremo presto alla tentazione creativa e suicida. Sembra però (v. Svizzera) che ci sia stato solo un accidente capitato ad una banca, per colpa di qualche manager, che il sistema non c'entra, che proprio non è il caso di mettere il naso nella contabilità altrui (salvo a toglierne i titoli tossici a spese dello Stato). La si chiama libertà.

2. Non so quanto possa essere sincera e duratura la dichiarazione del primo ministro francese Fillon secondo la quale la Svizzera non è un paradiso fiscale. Prendiamola per buona. Ci sono comunque state con l'arrivo della crisi due forti reazioni generalizzate che hanno raggiunto il massimo dell'ipocrisia: l'una era una condanna senza mezzi termini dei paradisi fiscali, strumenti della speculazione più abietta, “trous noirs” (Fillon dixit) del sistema finanziario mondiale, concausa della crisi; la seconda era quella di indicare la Svizzera come il più infingardo paradiso fiscale (v. ministri delle finanze tedesco e del bilancio francese). La Svizzera si è difesa male. Soprattutto con la risposta tragicomica di trovare nelle isole Cayman la soluzione dei titoli tossici di Ubs. Dove sta il massimo dell'ipocrisia? Sta nel fatto che in verità nessuno vuole porre un termine ai paradisi fiscali. Parigi potrebbe cominciare con Andorra (di cui il presidente francese, con il vescovo catalano di Urgell, è principe) o con Monaco, la Gran Bretagna con le isole anglonormande o i Caraibi, l'Unione europea con il Lussemburgo, il Belgio, l'Austria, gli Stati Uniti non opponendosi a un negoziato globale nell'ambito dell'Ocse. Se la Svizzera chiedesse una volta tanto, con coraggio, una prova della verità, dimostrerebbe perlomeno quanto vento ci sia in tutto questo. Conclusione: i deprecati paradisi fiscali fioriranno meglio di prima.

3. È andata male con la Borsa a causa della crisi finanziaria, le casse pensioni hanno perso, per il momento, 60 miliardi di franchi. Per il prossimo anno, su pressioni di assicurazioni e banche, si è quindi abbassato di tre quarti di punto, al 2 per cento, il tasso di rendimento minimo sui fondi del Secondo pilastro. Ma c'è di più. In piena crisi finanziaria il Consiglio federale decide di aumentare la proporzione (15 per cento) di investimenti autorizzati nei famosi “hedge funds” (fondi speculativi, in cattiva postura) e di ridurre invece il tetto possibile per l'investimento immobiliare (dal 55 al 30 per cento) e per i prestiti ipotecari (dal 75 al 50 per cento). Quindi, in sostanza: il governo federale spinge le casse ad assumere più rischi e a ridurre invece gli impegni più sicuri e tutto sommato più stabili e rimunerativi sul lungo termine nel settore immobiliare (media 4 per cento, contro il 2 per cento preteso). Se si vuol stare alle regole bernesi, alcune casse pensioni dovrebbero vendere degli immobili e investire nei fondi speculativi. Il contrario di ciò che ci si poteva attendere. A chi giova? Superfluo rispondere. Non dimentichiamoci però che gli ambienti interessati occupano sette degli undici posti del comitato che ha formulato le proposte alla commissione federale della previdenza professionale. Come se il ciclone finanziario non ci fosse stato. Grande fiducia.

 

(La Regione, 21 ottobre 2008)
La fiducia dilapidata senza una seria contropartita
di Silvano Toppi


Dapprima, confrontati al disastro di pratiche che si apparentavano ad una vera e propria delinquenza finanziaria, si è imposta la parola etica. Tutti i capi di stato a ripetere: “ci vuole più etica”.  Per dimostrare ch’erano presenti e con la gente. Come l’etica possa essere “più etica”  e non semplicemente etica nessu­no l’ha detto. Guai comunque ad usare la parola giu­sta, troppo impegnativa: morale.
Poi, esterrefatti per le Borse che non reagivano alle profusioni di centinaia di miliardi di dollari, si è insistito sulla parola regolamentazione. Era il momento, dopo decenni di sfrenatezza facilitata al massimo dagli Stati, rivedere le carte, stabilire un minimo di norme e finirla una volta tanto con la famosa “ corporate governan­ce”, rivelatasi l’inganno micidiale degli ultimi vent’anni, venduto sempre come “trasparenza” e rivelatosi come opacità assoluta.
Tanto che nessuno sa ancora dirci come è potuto ca­pitare e quando finirà.

L’inganno, copiato dagli Usa, che ha sbattuto fuori dall’economia-finanza le regole, il diritto, la politica, lo Stato, un minimo di finalità umana e di responsabilità nei confronti della società, sempre in nome del denaro, del massimo profitto, della competitività. Con la pretesa di non aver bisogno di nessuno, di autoregolamentarsi, di darsi i propri codici etici. In Svizzera ce ne saranno un centinaio, partendo dalla Borsa di Zurigo passando per le banche zavorrate da Singapore e giù giù sino a qualche gruppo in mani russe o arabe.
Ora ecco che emerge finalmente la parola magica, come la bacchetta della Fatina: fiducia. Tutto si fa, anche l’inimmaginabile nella storia di questo paese e l’impossibile sino all’altro ieri sulla bocca dei nostri governanti, per ripiantare la fiducia. Meglio: riportare la fiducia, a suon di decine di miliardi, verso una grande banca senza la quale crollerebbe tutta l’Elvetia, quella del “ Dominus providebit” sul cinque franchi. E vada quindi per la fiducia. Anche questa presentataci senza alternativa, persino come un “optional” della democrazia: o si accetta senza discussioni o ci pentiremo e ne soffriremo tutti.
Qualche appunto, oltre a quelli già espressi su questo giornale, va però fatto.
Innanzitutto, è vero, qualcuno scriveva, già un secolo fa: si può, a forza di fiducia, mettere qualcuno nell’impossibilità di ingannarci (Joubert). Crediamoci. Ciò che meraviglia nella profusione miliardaria del Consiglio federale, che è poi quella forzata dei contribuenti, è che la fiducia la si dilapida con la mancanza di una seria contropartita o perlomeno di una promessa. Non alludo a quella, come alcuni hanno subito avanzato, dell’eliminazione dei superstipendi e dei bonus degli arroganti manager o di una migliore e più seria attivazione della Commissione delle banche, che dovrebbe essere un requisito minimo e logico. Alludo a quel tanto che basterebbe per far capire che c’è un sistema marcio, lasciato marcire, che bisogna apprestarsi ad eliminare. Ad esempio: la volontà di mandare all’aria i paradisi fiscali, istituzioni dell’opacità, dell’immoralità fiscale, della corruzione, con un serio controllo sui movimenti di capitale (almeno il presidente Sarkozy l’ha detto e ribadito e Obama vi ha fatto cenno); non tollerare nessuna operazione bancaria fuori bilancio; rapporti credito-fondi propri strettamente e rigorosamente imposti e verificati; regole e limiti incisivi per i mercati dei prodotti derivati o strutturati; fine dei privilegi fiscali alle banche e (come dice Susan George) del socialismo per i ricchi che privatizza i profitti e fa pagare le perdite ai contribuenti.
In secondo luogo, quando si procede con manovre del genere bisogna pur dirci quali potranno essere le conseguenze. Non nel senso, come si è subito detto, che Confederazione e contribuenti non perderanno niente, anzi è un rischio calcolato che potrebbe anche portarci soldi in cassa quando le azioni dell’Ubs torneranno a salire. A parte il fatto che è difficile crederci perché non si capisce come mai il Consiglio federale sia così furbo, tanto più quando voleva disfarsi delle azioni Swisscom perché rendevano troppo. Piuttosto nel senso che quei meccanismi economici in cui giura sempre nelle sue politiche monetarie la Banca Nazionale, ci indicano con quasi certezza almeno due sbocchi. O c’è un’imbevuta tale di crediti spariti in chi sa quali vo­agini che ci sarà seria difficoltà a trovare ancora crediti, soprattutto per le piccole e medie imprese (sta già capitando) e il costo del denaro aumenterà notevolmente. Oppure, con le valanghe di immissioni di miliardi di franchi, ci sarà a un certo momento una sproporzione tale tra moneta in circolazione e realtà economica, che l’inflazione galopperà come un cavallo del West e allora saranno seri dolori. Nell’una e nell’altra ipotesi esploderanno prezzi, ipoteche, affitti, disoccupazione, bilanci pubblici (costi degli interessi). Tertium non datur. C’è qualcuno che osa esporsi e assicurarci che non capiterà?
In terzo luogo, un’ultima annotazione che alcuni definiranno demagogica ma che non è trascurabile. Si corre alla salvezza di una banca in nome della salvezza dell’economia nazionale e della piazza finanziaria. La solidità di una nazione non può stare solo in una banca. Saremmo ben conci. Se si proponesse un analogo intervento per soccorrere il risparmio su cui è costruito invece buona parte del futuro del paese, quello dell’AVS o delle Casse pensioni, che hanno pure subito perdite enormi, il Consiglio federale o i politici sarebbero altrettanto solerti e giustificazionisti? Qui sembra che la fiducia della stragrande maggioranza della popolazione non conti: tutt’al più, su suggerimento di banche e assicurazioni, si cambia il tasso di conversione perché la Borsa è crollata. Ma ci si dica almeno quanto abbiamo perso, almeno per riporre altrove la nostra fiducia.

 

(La Regione, 16 settembre 2008)
Conti dello Stato, le contraddizioni che continuano da tempo
di Silvano Toppi

Arrovellarsi con i conti dello Stato e dei comuni è l’acme della politica cantonale. Con una ghirlanda di contraddizioni che continua da tempo. L’equilibrio, a rigor di logica, si può ottenere solo in due modi: o diminuendo le spese o aumentando le entrate. L’arrovellamento è che non si può fare né l’una né l’altra cosa. Lo stato si vede addossati sempre più compiti e problemi. Non perché lo si voglia. Anzi, da quasi un trentennio il principio imperante è proprio quello del meno Stato e dello Stato debole. È il tipo stesso di società e di economia che ci siamo tirati addosso che lo impone. Parlare poi di maggiori entrate significa proporre maggiori imposte o maggiori tributi. Discorso ritenuto folle tanto che da oltre un ventennio partiti o movimenti vari tentano di costruire la loro fortuna sul ritornello “meno imposte” e sulle promesse estasianti di forti “sgravi fiscali”, chi per i ricchi, chi per i meno abbienti. Hanno ovviamente più successo quelli che vengon giù duro, senza tanti distinguo e con molte gibigianne sugli sperperi eliminabili.

C’è però anche l’immancabile giustificazione scientifica degli ambienti economici: meno imposte significa più attrattività economica, meno fughe, più crescita. E così il conto torna. Che poi torni davvero è sempre terreno di battaglia statistica e contabile. Troppi fatti dimostrano il contrario.

Un vizio di fondo della politica cantonale è quello di pestare sempre nello stesso mortaio. Sia fingendo di ignorare le contraddizioni più che evidenti, sia non rendendosi conto con maggior razionalità delle evoluzioni in atto dovute ad un’economia che abbiamo adottato o che ci è imposta, sia preferendo l’apparenza alla sostanza. Se alziamo la testa dal mortaio e ci guardiamo attorno potremmo notare che le contraddizioni (o i paradossi) ticinesi abbondano pure nei paesi che ci hanno propinato l’ideologia e l’economia dominanti e nei paesi europei che ci circondano.

Questo vorrà pur dire qualcosa: o che un modo di pensare e di impostare le cose è ormai consumato e inutilizzabile oppure che bisogna rendersi conto di una realtà che non permette più il gioco dei bussolotti.

Facciamo alcuni esempi, attuali. Gli Stati Uniti, grandi ideatori del meno Stato e dello sgravio continuo delle imposte, sempre a favore dei possidenti, stanno crescendo nella diseguaglianza, stanno affogando nei debiti pubblici e privati ed è ormai una corsa continua del governo federale a salvare a suon di miliardi questo o quel gigante finanziario sull’orlo della bancarotta o, contro ogni regola di mercato da loro propagandata, a pensare persino a una quasi nazionalizzazione di General Motors e Ford, vicine al fallimento. La resa dei conti dovrà pur venire e non può essere che un aggravio d’imposta (e il candidato Obama l’ha ammesso, forse suicidandosi). Il presidente Sarkozy per essere eletto promise tagli fiscali stratosferici; ora, impantanato nei bilanci, chiede un maggior onere sui redditi fondiari e sui redditi da capitale perché deve ricuperare qualche miliardo. La cancelliera Merkel ha dovuto ricorrere all’aumento dell’imposta sul valore aggiunto. Il Giappone l’ha raddoppiata. Berlusconi vince le elezioni in Italia promettendo di togliere l’imposta sugli immobili, vitale per i comuni. Lo fa ma poi ci si accorge che in tal modo si mettono a nudo gli enti locali. Allora, per non smentirsi, si inventa “l’autonomia impositiva per i comuni”. Se non è zuppa è pan bagnato: i sindaci saranno costretti a ricorrere a maggiori tributi comunali. La Gran Bretagna è pure impastoiata e deve azzardare una maggiore tassazione dei ricchi non residenti. I paesi baltici, esperti in dumping fiscale, ammettono ora che stanno strangolandosi socialmente ma soprattutto economicamente se perseguono su quella via.

Come si spiega questo forzato ritorno dell’imposta? Proprio “per la contraddizion che nol consente”. Chi osserva tutti i dati delle organizzazioni internazionali, dell’Europa, della Svizzera e del Ticino e chi ha un minimo di senso politico non può non accorgersi di tre fatti fondamentali e convergenti.

Primo, continua a crescere in maniera inesorabile la parte dell’economia non-mercantile nell’economia monetaria. In altre parole è cresciuta quell’economia che richiede investimenti e spese rilevanti e non è merce di scambio, non è subito monetizzabile, non ha una redditività immediata, ed è proprio per questo motivo gestita in buona parte dall’ente pubblico (v. educazione, formazione professionale, salute, giustizia, sicurezza fisica o alimentare, protezione dell’ambiente e dei consumatori, infrastrutture stradali ecc).

Secondo, a quell’economia non-mercantile, che in termini di valore è ormai quasi pari all’altra, nessuno può né vuole rinunciare per il semplice motivo che è consustanziale allo sviluppo dell’economia mercantile (o del capitalismo) e soprattutto perché quest’ultima diventa sempre più complessa e fragile e genera costi assai elevati (si pensi solo a quanto costa l’economia comune in sicurezza, giustizia, salute, formazione, ambiente). Terzo, perché l’economia non-mercantile, la sola a poter permettere futuro, conoscenza, qualità, bisogna pagarsela. Con un problema che è pure non monetizzabile ma civile: l’economia non-mercantile è per sua natura fortemente territorializzata, implica una volontà di vivere assieme, un sentimento di comunità di destino. Ed è ciò che si dimentica, con l’individualismo, il campanilismo, la demagogia da bottega elettorale.


(La Regione, 4 agosto 2008)
Inflazione e salari. La logica illogica

di Silvano Toppi


Ci sarà mai una volta buona per i salariati? Sem­brerebbe di no. Se l’economia è in crescita ed aumentano i profitti, i salari non devono ringalluzzirsi: salterebbero competitività ed esportazio­ni, si incrementerebbe la de­localizzazione là dove i sala­ri sono più bassi e meno re­golati, si rischierebbe la di­soccupazione. Se l’economia rallenta, a maggior ragione bisogna tenere al palo i sa­lariati, altrimenti si scate­na un moltiplicatore di costi che peggiorerebbe la situa­zione. Se poi su tutto questo si innesta per motivi vari an­che l’inflazione (l’aumento dei prezzi generalizzato), una lievitazione dei salari sarebbe un disastro poiché si avviterebbe una spirale mici­diale: prezzi alti - salari più elevati - prezzi ancora più alti e sicura recessione.
Gli ultimi dati pubblicati dall’Ufficio federale di stati­stica e alcune reazioni che li hanno già preceduti (come quelle provenienti dalla Banca Nazionale, dal Segre­tariato per l’economia, dalle associazioni del padronato) confermano queste interpre­tazioni.
C’è la situazione attuale, dapprima. I salari convenuti tra le parti sociali quest’an­no sono aumentati in media, là dove ci sono contratti col­lettivi che li reggono, del 2,2 per cento. I salari minimi sono invece stati incrementati dell’1,8 per cento. Ci sono dif­ferenze settore per settore: au­mentano meno i salari nel set­tore secondario (industria metallurgica, abbigliamento ecc.), aumentano di più nel settore terziario (telecomuni­cazioni, amministrazioni, commercio all’ingrosso ecc.). C’è però stato un tasso di in­flazione (un rincaro dei prez­zi) molto più elevato, del 3,1 per cento. Per la prima vol­ta da 15 anni si è superata la soglia del 3 per cento. Ha ov­viamente giocato da fattore trainante il prezzo del petro­lio e delle materie prime e alimentari, ma non solo. Se ne deduce che l’inflazione sta mangiando i salari. Che gli aumenti salariali concessi non coprono gli aumenti dei prezzi avvenuti. Il salario reale (la differenza tra il sa­lario nominale percepito e il tasso di inflazione) sta lique­fandosi. Insomma, perdente è il potere d’acquisto del no­stro portamonete. Occorrono sempre più soldi per compe­rare quello che comperavamo prima.
Questo dato di fatto non è però una novità dovuta alle contingenze attuali. Chi os­serva le cifre degli ultimi quindici anni, si accorgerà che è la settima volta che questo fenomeno della perdi­ta del salario reale o della perdita del potere d’acquisto dei salariati si manifesta. Un anno su due si perde potere d’acquisto. Ciò che confer­ma, implicitamente, che con crescita o decrescita rara­mente è la volta buona per i salariati.
A rigor di logica economi­ca dovrebbe succedere il con­trario: se il potere d’acquisto, invece di diminuire, dovesse aumentare, aumenterebbe an­che la domanda di beni e ser­vizi e quindi girerebbe meglio e più attivamente tutta l’eco­nomia. Infatti, la prima cosa che si osserva nelle analisi congiunturali è proprio la crescita o meno del consumo delle economie domestiche che rappresentano circa il 60 per cento della domanda glo­bale. Sembra poi irragione­vole e soprattutto ingiusto che le vicende della finanza o della congiuntura non siano sopportate dai profitti, dagli ingenti accumuli ottenuti ne­gli anni grassi.
Un membro della direzio­ne della Banca nazionale ci dice invece che se i sindaca­ti, nel prossimo autunno, esi­geranno ed otterranno salari più alti per compensare il rincaro, sarà il disastro eco­nomico. Spiega comunque che i prezzi alimentari e del pe­trolio corrispondono ad una reale perdita di reddito per la Svizzera e aggiunge: “Qualcuno deve sopportare questa diminuzione delle en­trate: una parte andrà a ca­rico dei margini dei produtto­ri, l’altra dei salari reali”. E quindi avverte: “Se ci sarà un aumento dei salari la Banca nazionale sarà costretta a dare un giro di vite alla poli­tica monetaria e ad alzare i tassi di interesse”. Perché? Perché aumentare i salari si­gnifica dare ulteriore spinta alla domanda, ciò che muo­verebbe i prezzi ancora più in alto.
È un’altra logica. Che na­sconde troppe illogicità. Pri­mo, perché non si riesce a ca­pire come mai i salariati sia­no obbligatoriamente chia­mati al sacrificio quando le cose vanno male e quasi mai con pieno diritto alla festa quando le cose vanno bene. Forse perché è più facile con­trollare i salari che non i margini di profitto, magari investiti a miliardi nei sub­prime americani. Forse per­ché l’inflazione, che colpisce anche la Cayenne della mo­glie del manager, non genera un freno alla domanda equi­valente a quella generata dal minor potere d’acquisto di una famiglia media di sala­riati. Secondo, perché un ade­guamento dei salari al caro­vita non si traduce in una maggiore domanda ma uni­camente nella possibilità di una compensazione di sala­rio per arrivare alla fine del mese. Terzo, perché ci si do­vrà pur spiegare come mai l’aumento del costo del dena­ro (dei tassi di interesse) or­mai prospettato non generi inflazione (immaginiamoci gli affitti, gli oneri per il forte indebitamento delle econo­mie domestiche o degli enti pubblici, la generosa pratica del diffuso leasing) e non ac­centui la stagnazione. E quin­di ancora minor reddito per la Svizzera.



(La Regione, 18 luglio 2008)
Quando ci si rifugia solo nella speculazione in corner
di Silvano Toppi

Corner”, termine calcistico, spesso ansia dell’ultima opportunità o dell’ultimo pericolo da un angolo estremo del campo. Il “corner” si gioca anche nell’economia e nella finanza, soprattutto in questo momento. Ma è altra cosa. Dall’inglese “to corner” che significa accaparrare, fare incetta, monopolizzare. È la causa dei molti mali che stanno attaccando il nostro portamonete. Il procedimento è molto semplice: si acquistano centinaia di migliaia di tonnellate di un bene, si stoccano, si fanno scorte da qualche parte, si crea l’apparenza della scarsità, si fanno lievitare i prezzi.
Non è un’invenzione recente: già il commerciante- filosofo- matematico greco Taleto (625 a. C.) l’aveva applicata per l’olio d’oliva in tutta la regione di Mileto accumulando fortune. Oggi la si applica per un altro olio, il bene che fa più notizia perché crea la nostra mobilità. Ma come è emerso in maniera impressionante con il fondo speculativo Red Kite, il più importante del mondo, specializzato nei metalli vale anche per il rame, l’alluminio, il nickel.
Solo per l’alluminio quel fondo plurimiliardario è riuscito a monopolizzare il 90 per cento delle scorte mondiali e per il rame è all’origine del corso primato di 8.884 dollari nell’aprile di quest’anno, una moltiplicazione per quattro in poco tempo. Ci guadagnano quindi “i pochi che dispongono di capitali ingenti e delle risorse tecniche per operare su questi mercati” ( v. Ronny Bianchi su questo giornale). Ci perdono tutti gli altri.
Ci sono economisti, uditi anche alla radio e alla televisione, che minimizzano sia la speculazione da “corner” sia l’incidenza inflazionistica che diminuisce il nostro potere d’acquisto. Tutto dipenderebbe da uno squilibrio momentaneo dell’offerta che non riesce a seguire la domanda, accresciuta dall’arrivo di nuovi pretendenti. Inguaribili dogmatici, con il mito della crescita senza fine. Smentiti persino da un’inchiesta parlamentare americana, riportata dal ‘ Wall Street Journal’, la bibbia della finanza, secondo la quale la speculazione sul petrolio rappresenta il 71 per cento degli scambi totali. Si dovrebbe dedurne che soltanto il 29 per cento degli scambi avvengono per una copertura reale, per l’economia reale.
È vero che l’errore grave che si può commettere e che si manifesta come reazione dei consumatori (automobilisti, autotrasportatori, ecc.) o come atteggiamento di alcuni politici, è di rifugiarsi solo nella speculazione (in “corner”, si potrebbe dire), che è un fenomeno innegabile ma collaterale, per spiegare ogni cosa, per non affrontare le cause della situazione, per non dover ammettere una realtà che capovolge i comodi parametri cui eravamo abituati.
La speculazione è data semplicemente dal dominio o dal sopravvento dell’economia finanziaria sull’economia reale. La prima riesce a muovere migliaia di miliardi di dollari appropriandosi dell’oro nero e a rivenderlo quando gli utilizzatori finali si adeguano ai prezzi più elevati. Logicamente, l’impennata dei prezzi potrà smorzarsi ed essere interrotta solo da una recessione che sfiancherà la capacità dei consumatori ad assorbirne il continuo aumento oppure se l’azione di sostituzione del petrolio otterrà finalmente qualche effetto. Si sa però che la prima è dura a manifestarsi: i maggiori costi della benzina o del diesel modificano lentamente il consumo e si preferirà risparmiare su qualche altra categoria di spesa familiare. Il processo di sostituzione del petrolio è stato disatteso a lungo proprio per il suo prezzo assai basso. Se si vuole quindi risalire alla causa speculativa non rimarrebbe che imporre nuove regole per inquadrare l’accesso degli investitori ai mercati petroliferi o imporre dei depositi di garanzia molto elevati. Ma questo, con la liberalizzazione e la deregolamentazione imperanti, equivale al fischio della marmotta: tutti in fuga. E allora si preferirà chiedere al solito vituperato Stato di abbassare le imposte. E continueranno a goderne finanzieri e petrolieri.
L’energia abbondante e a basso prezzo ha creato un’armata spensierata di schiavi energetici. Venendo meno l’una e l’altro, non solo per ragioni speculative ma per realtà incontrovertibili che impongono la verità dei prezzi (costi d’estrazione, di investimenti, d’ambiente, di salute), ci si rende conto che bisognerà lavorare sempre di più per poter spendere in altrettanta energia (più corrosione “energetica” del potere d’acquisto). Rifiutare di considerare questa realtà, chiedendo ad esempio una riduzione dell’imposizione sui carburanti, è un non-senso perché aggrava il problema. Ciò che si può invece rimproverare allo Stato è di non avere sufficientemente anticipato l’era del dopo-petrolio. A parte il fatto che se dovessimo riempire solo a metà il serbatoio delle nostre automobili faremmo già scendere immediatamente la domanda e quindi il prezzo, forse si può dire che è anche arrivato il tempo della disintossicazione dei consumatori. Un aspetto positivo.


(La Regione, 24 giugno 2008)

La sindrome della tenaglia, ticinesi spaccasalari
di Silvano Toppi

Svizzeri con la sindrome della tenaglia. Ticinesi pre­sentati come bulgari spacca­salario. Diritti del lavoro in ritirata. Sono tre aspetti di una stessa realtà che emerge in questi giorni.
Sindrome della tenaglia potremmo definire quello sta­to morboso per cui la Svizze­ra si trova spesso nella condi­zione dell’interesse e del rifiu­to, del dover accettare e del voler respingere. E non sem­pre per motivi egoistici. Soli­tamente c’è un referendum che toglie dalla morsa. Non elimina però la sindrome che quasi sempre si ripropone. La libera circolazione delle per­sone ne è un esempio. È un tema che ritorna dopo essere già stato sottoposto ad una prima votazione popolare (2005: estensione ai nuovi die­ci Stati dell’Ue, accettata con il 56 per cento dei voti). L’e­stensione dell’accordo a Ro­mania e Bulgaria accentua i motivi di rifiuto di tre anni fa, ripropone i dubbi e le cau­tele dei sindacati, esalta gli ambienti economici che vedo­no nuovi mercati e nuovi affa­ri. Se si ritornerà a votare (ne sapremo di più il 5 luglio, dopo l’assemblea dell’Udc) avremo la solita morsa.
Accordo uguale minaccia alla stabilità sociale della Sviz­zera oppure uguale contributo essenziale all’economia nazio­nale? Paradossalmente il co­mun denominatore dei due at­teggiamenti è una sola parola: catastrofe. Per la nazione per gli uni, per l’economia per gli altri.
In questa vicenda si inserisce un fatto stravagante. Il bulga­ro indesiderato o spaccasalario (una volta era il famoso idrau­lico polacco) diventa il ticinese. Il mondo cambia e si rimpiccio­lisce incredibilmente. Come mai? La metamorfosi sarebbe provocata da un progetto di leg­ge federale sui mercati pubblici, promosso da Hans- Rudolf Merz, ora in consultazione, in base al quale si vorrebbe intro­durre il principio del luogo d’o­rigine per le imprese svizzere. Che cosa significherebbe, in pa­role povere? C’è chi, nella Sviz­zera interna, l’ha subito tradot­to in termini concreti: «signifi­cherebbe che un’impresa tici­nese potrebbe fatturare le pre­stazioni fornite nella Svizzera tedesca o nella Svizzera ro­manda con le proprie tariffe ti­cinesi inferiori del 15 per cen­to» . Quindi: un vero e proprio dumping salariale interno pra­ticato dalle imprese del sud. Che potrebbe essere rivendicato anche dalle imprese europee, sottoposte allo stesso principio del luogo d’origine. Eccoti quin­di il ticinese equiparato al bul­garo o al romeno. Si ritorna ai tempi in cui i giornali confede­rati scrivevano che il Ticino, per l’industria dell’abbiglia­mento o delle scarpe, era diven­tato la Hong Kong della Svizze­ra. E in parte era vero.
Su questi particolari aspetti non c’è però da scherzare. La preoccupante tendenza è che, in nome del mercato, anche quello degli uomini, i diritti del lavoro sono in progressiva ritirata. Ci si dimentica, anche da parte dei sindacati, che l’Europa sociale è tutta da trovare e che la ten­denza a anteporre il mercato ad ogni altro valore è predominan­te. La Corte di Giustizia euro­pea detiene una parte essenzia­le del potere legislativo dell’U­nione. Due casi hanno fatto scalpore e giurisprudenza e bisognerebbe tenerne conto: l’af­fare Viking e l’affare Laval. Nel primo, una compagnia fin­landese di navigazione pose il suo ferry sotto bandiera com­piacente estone per sottrarsi alla convenzione collettiva fin­landese e pagare quindi molto meno i suoi lavoratori. Nel se­condo, una società di costruzio­ni lettone occupava in Svezia salariati lettoni sottopagati ri­fiutando di aderire alla con­venzione collettiva svedese. La Corte, cui sono stati sottoposti i casi, giudica ormai da tempo che niente nel diritto interno deve sfuggire alle libertà eco­nomiche di cui è garante. Si di­chiara quindi competente an­che nel giudicare il diritto di sciopero dei sindacati. Il decre­to sul caso Viking sostiene che il comportamento della società è legittimo mentre è illegittima la lotta contro quel comporta­mento perché viola la libertà fondamentale d’esercizio. Il decreto Laval proibisce ai sin­dacati di agire contro le impre­se che rifiutano di applicare ai loro salariati distaccati in un altro paese le convenzioni ap­plicabili nel proprio paese. Im­maginiamoci se con gli stessi criteri si fosse giudicato lo sciopero delle Officine di Bel­linzona.
Forse, più che porre l’atten­zione o sulle intrusioni minac­ciose e delittuose di bulgari e rumeni o sui mercati da con­quistare, sui nuovi affari e sul­la manodopera disponibile per l’economia elvetica oppure an­che sulle imprese ticinesi pron­te a fare dumping oltre Gottar­do, sarebbe meglio concentrarsi sui diritti del lavoro, sulla loro attivazione, sul diritto di scio­pero e di libertà sindacale per­ni fondamentali delle vere de­mocrazie, sul rischio di blocco subdolo ma progressivo e spesso interessato di tutti i meccani­smi politici e sociali che sono gli unici antidoti contro l’insi­curezza e il ricorso alla violen­za. In questo caso potrebbe an­che servire, positivamente, la sindrome da tenaglia.



(La Regione, 9 giugno 2008)
Mercato amorale e totalitario, è ora di aprire gli occhi
di Silvano Toppi


Sarebbe interessante ed opportuno se con la stessa pompa magna con cui si sono passati in rassegna fasti, nefasti e lasciti del ’68 si intraprendesse ora, con analogo impegno, un’analisi critica della società attuale e di una sua componente essenziale, l’economia. Purtroppo la tendenza dominante è quella di insistere su alcune conseguenze (violenze, corruzioni, minor crescita, prezzi, inflazione, andamenti borsistici) o su alcune politiche ormai paranoiche (sicurezza, sgravi fiscali, risparmismo, antistato, liberalizzazioni e privatizzazioni) guardandosi bene dall’attaccare le cause che generano una situazione sempre più invivibile ed esplosiva e una “politica” talmente grossolana e ripetitiva che finisce per infastidire anche quel popolo che si vorrebbe ammaliare con i semplicismi contabili.
In questo contesto che sa spesso di senso unico, di imposto o di rassegnato, è emersa una contestazione (o perlomeno una resistenza) alla quale si è dato poco risalto mentre ne meritava almeno altrettanto delle meganalisi sulle contestazioni ed eredità del ’ 68. Alludo alle prese di posizione corali di un numero rilevantissimo di docenti universitari d’economia, più di 200, da Ginevra, Berna, San Gallo, Basilea (mancano stranamente i ticinesi), espresse in un manifesto “per un’economia al servizio dell’umano”. Vi si trova proprio quella critica collettiva, sinora carente, che risale finalmente alle cause, pur non mancando di rilevare le contraddizioni e le nefaste conseguenze alla quali portano quelle cause. Già l’attacco è lapidario e mette in questione i dogmi che ci dominano e condizionano: “Attualmente i meccanismi economici globali e nazionali si fondano essenzialmente sulla credenza che un mercato ‘libero’, cioè il più deregolamentato possibile, sia la cosa migliore per soddisfare i bisogni umani. Il desiderio delle imprese e degli investitori di massimizzare i loro profitti sarebbe un principio regolatore sufficiente, senza che sia necessaria una responsabilità sociale supplementare.
In questi ultimi mesi è stato chiaramente dimostrato che, quando questa dottrina si trasforma in principio unico, non solo risulta insufficiente ma decisamente pericolosa per gli esseri umani e le società… Le crisi che ci colpiscono attualmente, si tratti dell’ambiente, dei crediti o degli alimenti, hanno tutte le stesse radici. Esse costituiscono i sintomi di una crisi morale”.
Ci sono quindi due punti fondamentali che sono anche cause su cui quella legione di economisti ritiene bisogna partire. Primo: liberarsi da una sorta di totalitarismo di mercato che ci determina e al quale ci siamo tutti assoggettati, costretti a credere che non ci siano alternative o che un intervento regolatore possa essere solo dannoso. Secondo: non aver timore di dire che c’è una crisi morale e che è solo sulla sua continua messa in luce, indifferenti all’accusa- scappatoia di moralismo, che bisogna operare (un’economia - si dice a un certo punto - che induce i suoi attori “ad adottare comportamenti rischiosi, amorali, criminali”).
L'imprescindibilità da questi due punti fondamentali è emersa proprio dalla crisi dei “subprime”. Le perdite delle grandi banche sono state in pratica nazionalizzate, direttamente o indirettamente, anche in Svizzera, “per impedire il crollo di tutto il sistema e dopo che i giganteschi utili di queste stesse attività rischiose sono stati privatizzati”. Ora, emblematicamente, aggiungiamo noi, ci si preoccupa solo del superamento o meno della crisi dei “subprime”, lasciando i danni a tutta la società.
Bisogna ridarsi delle regole “ma queste regole hanno bisogno di un fondamento etico, devono scaturire da principi ancorati nella comunità; quando questa base fa difetto le regole presto o tardi sono raggirate o schivate”. Negli ultimi anni abbiamo coperto ogni responsabilità e giustificato spesso ogni scelta politica, da quella fiscale a quella occupazionale a quella sanitaria, sulla base di un altro dogma, la competitività. La competitività, ci dicono quegli economisti, non è un obiettivo in sé ma unicamente un mezzo per promuovere il benessere di tutti. Quindi questo scopo esige prima di tutto equità e giustizia sociale. “Una cultura economica nella quale l'egoismo soppianta la giustizia finisce sempre per provocare profonde crisi”.
Se da un lato c'è un fermo invito alle istituzioni, Confederazione e cantoni, affinché sappiano tornare a una politica, sia nazionale sia internazionale, dove l’etica e l’attenzione al servizio pubblico siano sempre preminenti, d’altro lato non manca in questi professori di economia una significativa autocritica al loro insegnamento che non ha saputo trasmettere quei valori ch’essi vogliono ripristinare. Forse si sono dimenticati anche loro che l’economia è scaturita da una costola della filosofia, l’etica.
Ed è proprio perché è stata ridotta e sterilizzata disumanamente a schemi e modelli matematici per dominare anche il futuro che l’economia si è impantanata nel presente, persino con gli alimenti essenziali per l’uomo.



(La Regione, 11 marzo 2008)

Sconquassi recenti e futuri fra coerenza e responsabilità
Lasciatemelo dire: nutro qualche sospetto sull’unanimità nei confronti delle sacrosante proteste degli operai delle FFS. La storia ticinese mi legittima in questo sospetto: sono state troppe le difese di facciata, inevitabili, sfociate poi in una sorta di servilismo federale, venduto come doverosa solidarietà nazionale o di affari conclusisi a due mani, onorati poi nei consigli di amministrazione di gruppi nazionali. Pensiamo alla storia delle uniche nostre ricchezze: le acque, il territorio, il paesaggio.
Lasciatemelo dire: nutro pure qualche dubbio sulla sincerità o perlomeno sulla coerenza di qualche politico che sfoggia la sua partecipazione alle proteste, magari in paletò di cammello, ma che ne è altamente responsabile perché ha scelto ed approvato la politica che ci porta alle attuali conseguenze. O è ignorante o poco conseguente. Quale politica? Quella che trovi nella sequenza di leggi e ordinanze degli ultimi anni o quelle prossime venture ma ormai scontate. Quelle sulle Telecomunicazioni, sulla Posta, sulle Ferrovie, sull’Elettricità, sulla Radiotelevisione, sull’Ambiente, sull’Agricoltura, sui nuovi criteri che dovrebbero reggere la Politica regionale, tutte con un denominatore ideologico comune.
Purtroppo – è ormai una costante della nostra società – ci vuole sempre il botto, lo scoppio delle conseguenze, il rasentare la catastrofe per farci rendere conto che si sta semplicemente ossequiando impostazioni ideologico-politiche accettate come verità assoluta, senza alternative possibili, unica via di crescita e di salvezza imposta dalla nuova scienza e dai nuovi modelli economici. Vale per gli sconquassi bancari recenti, che non sono neppure i primi, come vale per le assurdità delle Ffs, che non saranno le ultime. Hanno nomi ed espressioni noti questi dogmi dell’attuale politica economica: liberalizzazione, deregolamentazione, mercato vero dio e unica giustizia, concorrenza ghigliottina, performance senza limiti sino al rischio dell’autodistruzione (la masoperformance), massima compressione dei costi del lavoro per onorare la competitività, demolizione ipocrita e a scaglie del servizio pubblico divenuto un non-senso economico, privatizzazione anche delle Sa pubbliche (Ffs, Posta) attraverso la sistematica adozione della mitica managerialità, sia perché l’ente pubblico è incapace e fiscalmente ingordo e non deve metterci il naso, sia perché i manager sanno il fatto loro, non vanno disturbati, neppure chiedendo dei loro bonus.
Quanto noi cittadini abbiamo accettato quelle premesse nelle votazioni o eleggendo quei politici che ne erano sostenitori? È una domanda cui non si dovrebbe sfuggire, soprattutto quando protestiamo. La realtà è che si ridicolizza chi osa interessarsi o mettere in discussione quei princìpi. Chi tenta di occuparsene è ritenuto fuori dal tempo, vetero in ogni senso, accademico, senza senno economico, irrazionale, statalista. Quando poi ci si accorge e ci si lamenta per gli effetti dirompenti, le risposte sono sempre pronte: la concorrenza non permette altro e la riduzione dei costi non lasciano scampo, bisogna continuare a ristrutturare; la liberalizzazione è incompleta, le regole ancora troppe, la fiscalità eccessiva. Le promesse anche: ci sarà una riduzione dei costi, ci sarà una riduzione delle tariffe, ne guadagneranno i cittadini­consumatori. Campa cavallo, insomma.
Oltre le Ferrovie e quel che capita, oltre la Posta ormai avviata all’eliminazione dell’ultimo rimasuglio di servizio pubblico, altre due grosse operazioni da grosso botto ci attendono. È bene avvertire. L’una è la liberalizzazione del mercato dell’energia che ci porterà a risultati che non sono neppure più una scommessa: tariffe che con la “trasparenza” saranno superiori di almeno il 20 per cento a quelle attuali (come insegna l’esperienza europea); acquisizioni e fusioni che ci ingloberanno negli oligopoli tedeschi o francesi già dominanti e inghiottiranno fatalmente le varie Aet, Ofima, Ofibe, Ail, Sopracenerina e, nonostante la vantata libertà di scelta, il consumatore, non saprà mai quale elettricità sta consumando e non si darà più un soldo alle comunità locali.
Fantasia? Parliamone tra qualche anno. L’altra è l’indebolimento sistematico e in atto della Radiotelevisione pubblica: per il canone che va già paradossalmente a foraggiare la televisione privata-commerciale, privandola di mezzi e soprattutto per lo svuotamento graduale dell’unico vero principio che andrebbe difeso, quello federalistico. Complice anche qui la insensibilità o le altre mire dei politici ticinesi (si veda in proposito l’ultimo numero de “L’Informatore” dell’Ssm).



(La Regione, 23 febbraio 2008)
Moltiplicare all’infinito il denaro col denaro

Ogni epoca ha il suo vocabolario, le sue sigle, tutte radicate nell’inglese, i suoi totem. Attorno ad essi ruotiamo, ci moltiplichiamo o sprofondiamo. Vale anche per l’economia e la finanza. Negli anni Sessanta contava la dimensione (cifra d’affari, totale degli attivi). Negli anni Settanta la resa contabile (utile netto, utile netto per azione). Negli anni Ottanta la liquidità liberata e il patrimonio di conoscenza e la potenzialità di innovazione (appaiono i primi termini in inglese sulla bocca di tutti: cash flow, know- how). Dalla metà degli anni Novanta dominano e imperversano ormai un solo totem e una sola sigla. Sono quelli tuttora venerati. Il totem, per dirla in termini semplici, è la moltiplicazione all’infinito del denaro con il denaro. In termini più concreti, l’ottenimento obbligatorio della massima redditività dai capitali investiti. La sigla magica è Roe (dall’inglese: return on equity) che indica la misura più utilizzata negli ultimi anni per definire il grado di redditività dei fondi propri o quanto si riesce a ricavare dal proprio patrimonio.
Complicatina, ma non più di quel tanto. Ciò che conta è che essa impone il giogo della “performance” al quale tutti si sottomettono e con la quale tutti sono giudicati: guai, ad esempio, ad andare sotto il 15 per cento o indietreggiare di mezzo punto! Puoi produrre, avere una buona cifra d’affari, realizzare utili, investire, non licenziare, ma non è sufficiente: è solo il “roe” che si attende ciò che conta. Si è estesa in tal modo l’epidemia dell’investimento ossessionato dalla ricerca del più alto e immediato rendimento, ricorrendo a tutte le tecniche,
trucchi, nascondigli e traslochi finanziari immaginabili. Se questo è il clima che l’evoluzione ha creato e in cui siamo inzuppati è relativamente facile capire ciò che capita e ciò che capiterà con maggiore frequenza. La vicenda tuttora in corso delle ipoteche americane o dell’incredibile caso di ciò che è riuscito a combinare in barba a tutti un insignificante operatore di una grande banca francese su cui si concentra quasi esclusivamente l’attenzione per le perdite in ballo, sono solo epifenomeni, conseguenze e non cause. Anche se hanno come movente fondamentale la stessa cupidigia illimitata e incontrollata. Si tende piuttosto a sviare, a ridurre ad accidente. Mentre è tutto il sistema che sta minando l’economia, sin dentro le nostre tasche e sin oltre le nostre pensioni. Un sistema imperniato essenzialmente sulla produzione massima di profitti che non procurano né investimenti redditizi né redditi consumabili (si pensi ai miliardi spariti chi sa dove!) è perlomeno inquietante perché poco favorevole all’economia in generale e penalizzante per le stesse imprese.
Un esempio di questi giorni,
che entra in questa logica perversa del sistema, è illuminante. Si annunciano l’uno dopo l’altro da parte di importanti gruppi, banche o imprese diversi programmi di riacquisto delle proprie azioni. Ad esempio: 25 miliardi per Nestlé, 10 per Novartis, 15 per Ubs, quasi 2 per Swiss Re, 2 e mezzo per Swiss Life, 750 milioni per Sonova, 275 per Logitech, 150 per OC Oerlikon e si potrebbe continuare. Perché si procede a questo riacquisto di azioni? Per l’obbligo di aumentare il rendimento dei fondi propri, per far apparire più performance (meno azioni, più valore per azione, più dividendi), per impinguare di conseguenza i bonus dei manager che passano come geni anche quando sono “cretini cognitivi” (un premio Nobel dixit, a Davos).
Ma tutto questo cosa comporta? Che non si crea il valore con lo scopo di migliorare l’apparato produttivo, che i margini di utile sono destinati ai castelli di sabbia della finanza e non per investire, fornire redditi consumabili, far partecipare i lavoratori ai guadagni di produttività (anzi, per mantenere quei margini si deve piuttosto comprimere la spesa salariale).
Si potranno quindi sfoggiare percentuali di rendimento del 15 o del 70 per cento in un anno mentre l’economia reale registra un 2 o 3 per cento di crescita.
Dice il premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, dopo Davos: “
I mercati (finanziari) possono fruttare bonus generosi per gli amministratori delegati, ma non conducono, come se fossero guidati da una mano invisibile, al benessere delle società. Finché non arriveremo ad un equilibrio valido tra mercati e governo (regole), il mondo continuerà a pagare un prezzo alto”.



(La Regione, 7 febbraio 2008)
Cosa significa tacciare un mass media di sinistra?

Si è sempre a sinistra di qualcuno (“on est toujours à gauche de quelqu’un”); lo diceva ai suoi l’insospettabile De Gaulle, ironico e intelligente. Così Blocher è più a sinistra di Le Pen. Bignasca più a sinistra di Bossi. Il primo, nonostante se stesso, per una cultura democratica di cui deve tener conto. Il secondo per una sua particolare sensibilità sociale che gli permette di viaggiare su doppio binario. Anche un organo di stampa (giornale, radio, televisione) sarà quindi sempre a sinistra di un altro organo di stampa.
Quando un organo di stampa è però tacciato o accusato di essere di sinistra, potrebbe anche significare tre altre cose. O, attento e critico nei confronti dell’ordine costituito, non subordinato o cointeressato, fa bene il suo mestiere ma, per improprie identificazioni, è assimilato alla sinistra.
O, evitando il giornalismo da astensione (c’è anche quello!) pubblica notizie e fatti che rovinano la festa ai manovratori di potere politico, economico, finanziario ed è assai facile che sia accusato di sinistrismo se non di comunismo.
Oppure, in fine, semplicemente, ciò che dice e pubblica non è quasi mai conforme alle mie idee o alle mie attese e ( sottinteso: di me, uomo di destra o di centro o di una certa sinistra o cattolico) posso quindi solo ritenere pericolosamente deviante sulla sinistra tutta la sua redazione.
Dato questo quadro si dovrebbe concludere che ogni organo di stampa o ogni giornalista qualificati di sinistra o più a sinistra di qualcun altro, ricevono almeno indirettamente un titolo di merito. È però correre un po’ troppo. La vera conclusione sta altrove. Sta nelle etichette affibbiate, spesso per una sorta di mimetismo generalizzabile ( come capita per le Borse) o per finalità e interessi personali, senza considerare né il dovere di un organo di stampa e del giornalista, che si vorrebbero al proprio servizio o conformi solo alle proprie idee, né il reale contenuto di ciò che si offre, spesso persino vantandosi di non conoscerlo.
Forse un esempio, un poco estremo, può raffigurare quanto si sta dicendo. Su un giornale cattolico, in un articolo di fondo, si scrissero queste considerazioni: « Ciò che ferisce agli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza ma l’accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano a pochi e questi sovente neppure proprietari ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui dispongono però a loro piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che tenendo in pugno il denaro la fanno da padroni: sono i distributori del sangue stesso di cui vive l’organismo economico e hanno in mano l’anima dell’economia, nessuno contro la loro volontà potrebbe nemmeno respirare » . L’articolista fu accusato di cattomarxismo, di virulento e sanguifero sinistrismo. Era un esperimento. Quelle parole le aveva scritte, testuale testuale, PIO XI addirittura nella “ Quadragesimo anno” ( 1931). Attualissime, tra l’altro. A riproporle, senza citazione, l’accusa sarebbe ancora di sinistrismo e catastrofismo. Questo per dire che il Ticino, forse, appare sempre lì.
C’è anche un altro ragionamento “per absurdum” che si potrebbe aggiungere. La Rtsi, si accusa, è di sinistra, benché sia governata da persone che non sembrano uscite dalla sinistra. Il paese sembra però andare fortemente a destra, centro-destra. Quindi, delle tre, l’una: o la Rtsi ha scarsa e nessuna presa sull’orientamento politico dell’opinione pubblica; o non è vero che la Rtsi è di sinistra ma è sostanzialmente di destra; o l’opinione pubblica reagisce in modo opposto ai sobillamenti sinistroidi della Rtsi. In quest’ultimo caso, se la sinistra fosse strategicamente intelligente dovrebbe promuovere una Rtsi totalitariamente di destra, aspettando i frutti tra qualche anno. (Che l’abbia intuìto?)



(La Regione, 14 gennaio 2008)
Da un anno all’altro, da che parte stiamo?
Da un anno all’altro ci portiamo appresso due eventi un poco paradossali che sono anche due atteggiamenti politico- economici. Hanno grande rilevanza, anche se in parte sottaciuta. Dapprima, perché lasciano un segno di cui si dovrà tener conto. Poi, perché scoprono contrasti svizzeri che un minimo di logica politico - economica, se ancora esiste, finirà per chiederci da che parte stiamo.
Il primo evento è finanziario. Non è però solo finanziario, è anche ideologico. Siamo stati frastornati dalla tormenta dei crediti ipotecari americani che da noi, seri e prudenti come siamo, doveva appena sfiorarci (parola del consigliere federale Merz). Poi ci è toccata, si è portata via miliardi, rischia di mettere in difficoltà anche i bilanci degli enti pubblici, comunali e cantonali. Sinora si è affrontato solo marginalmente il discorso dei fondi delle casse pensioni, investiti in fondi che non si sa che cosa contengono; ci si dice che le perdite saranno minime (attorno al 2 per cento). Ci sono però prece­denti e motivi sufficienti per non crederci. L’aspetto paradossale della vicenda è un altro.
Per far fronte alla situazione si è dovuto ricorrere ai denari (i fondi sovrani) posseduti e amministrati da uno o più stati esteri che diventano in tal modo proprietari importanti di un settore chiave dell’economia svizzera, la banca. Dunque, spossessato, svilito e destrutturato per quasi un ventennio il nostro Stato confederale o cantonale ingombrante e inefficiente, ecco che dalla porta di servizio o dalla finestra entra come salvatore lo Stato degli altri. Oppure, ecco che la Svizzera, sempre sulla grande difensiva soprattutto con gli stranieri e contro l’Unione europea che le sottraggono sovranità e indipendenza, deve trovare addirittura nello Stato di Singapore, dell’Oman o nel regno dell’Arabia Saudita o nella Russia di Putin il colpo di mano per raddrizzarsi e per ricostruirsi un’immagine. Scriveva recentemente Martin Wolf, editorialista del ‘Financial Times’: «Ciò che è accaduto è un’enorme sberla per la credibilità del modello anglosassone di capitalismo finanziario». Proprio quello da noi abbondantemente osannato e adottato e… sposato dallo stesso Stato. Il cerchio si chiude. Forse bisognerebbe ripensare alla funzione dello Stato o in quale contesto collocare la Svizzera. Il secondo evento è sindacale. Ciò che colpisce nell’anno appena terminato è l’ammissione e persino l’autocompiacimento da parte dei due maggiori cappelli sindacali, l’Unione sindacale e Travail-Suisse, di avere ottenuto buoni risultati nelle negoziazioni salariali per il 2008. Non si era più sentita una cosa del genere da parecchi anni. Almeno in tutti quegli anni in cui il salario reale (dedotta quindi l’inflazione) era sempre fermo al palo o ad­dirittura calante con il pretesto che, aumentandolo, sarebbe venuta meno la competitività internazionale e sarebbero quindi aumentate disoccupazione o dislocazione verso altri paesi. Non è un evento da poco. Sarà stata la determinazione sindacale, sarà stata l’alta congiuntura? Vorremmo credere che, ripensando ad uno dei valori che hanno comunque forgiato la Svizzera, si sia ritornati sulla strada di una migliore considerazione del lavoro dell’uomo. Alla base c’è però un altro fenomeno, apparentemente paradossale. Il rapporto di forza tra datori di lavoro e lavoratori sta oscillando verso i lavoratori perché cresce notevolmente la scarsità di manodopera qualificata, non solo in Svizzera ma in tutta Europa. La previsione netta per la Svizzera, data dalle inchieste nelle imprese, è di un +8 per cento. Anzi, si ammette che la Svizzera, se non ci fosse stata l’apertura delle frontiere o il libero accesso dei frontalieri, sarebbe già ampiamente perdente. Anche perché, come ha dimostrato una recente indagine, dieci persone qualificate che arrivano in Svizzera creano almeno due posti di lavoro per persone non qualificate locali o straniere. Dunque, a un certo momento bisognerà pur decidersi da che parte stare, sia con i salari sia con gli immigrati, per il bene della Svizzera.


Concorrenza fiscale simbolo di libertà? Ascolta il contributo di Silvano Toppi (RTSI – Rete 2)


(La Regione, 27 agosto 2007)
Indebitarsi per crescere. Lo Stato no l’Economia sì?
di Silvano Toppi

Alle volte ci comportiamo come quello che cercava l’asino mentre stava cavalcandolo. Pensiamo alle vicissitudini economiche-finanziarie di questi giorni, per niente terminate, nonostante qualche respiro borsistico. L’inevitabile sequela di espressioni inglesi (subprime, private equity, hedge fund, carry trade, spread trading, agenzie di rating, credit crunch ecc.) serve a nascondere la sostanza, come una passatoia di casa in cui prolificano acari invisibili e voraci. Esperti di finanza e intervistatori unidirezionali, cercano il responsabile, dicono che è stato crac ma forse non è ancora crac, che i “fondamentali” tengono anche se qualche scossone per l’economia ci sarà, che le banche centrali sono state pronte e brave con le loro successive colossali iniezioni di liquidità a contenere i danni, che non tutti i mali vengono per nuocere perché un ridimensionamento del credito allegro e creativo ci voleva.
Un economista da poco scomparso, malvisto perché cercava sempre di ripulire le stalle di Augia dell’economia, ammoniva: «Se vogliamo vedere le cose in un rapporto di causa ed effetto, la causa è sempre l’economia, l’effetto è il mercato azionario, mai viceversa» ( v. J. K. Galbraith ne “Il grande crollo”). La causa è l’economia, tutti la cavalcano ma nessuno ne parla. L’economia che abbiamo voluto, che sosteniamo e che continuiamo a difendere nonostante i mostruosi paradossi che ci impone e ci fa scontare. Due paradossi significativi.
Ci è stato detto e inculcato che il mercato, esteso ed esaltato dalla mondializzazione, è l’unico giudice, si autoregola, non ha bisogno di Stato, di interventi pubblici, di politica correttrice. Fuori lo Stato, dunque, anche perché l’incapacità, l’inefficienza, lo spreco, gli abusi e la corruzione sono l’essenza dell’ente pubblico e della sua intromissione politica. Lasciamolo quindi agire liberamente, questo mercato: è la condizione della prosperità per tutti. Capita invece che la massima incapacità, quella che ignora persino il rapporto tra credito e debito, tra massa monetaria e realtà economica, tra investimento e disfacimento, tra ricchezza reale e ricchezza chimerica, la si trova moltiplicata all’infinito dall’altra parte, quella dei facitori del mercato. Capita allora di invocare e benedire l’intervento di un ente pubblico, come lo è una Banca centrale, con iniezioni enormi di dollari, di euro e di franchi (soldi nostri, pubblici) per “non far crollare tutto il sistema”, anche se di fatto si vuole impedire di fallire a banche o fondi o altre istituzioni di finanza allegra, che per anni hanno pure speculato sulla coda del diavolo, accumulando plusvalenze di miliardi, finite chi sa dove.
Quasi certamente prosciugate in parte dalle nostre casse pensioni o dai nostri risparmi consegnati a fondi di investimento vari (ed è la sorpresa che manca ancora ma arriverà). Sorge persino il dubbio tra Commissioni europee, presidenti di repubbliche, ministri finanziari che il mercato ha agito forse troppo liberamente, senza quel minimo di regole e di controlli che gli davano una bussola. E allora si riversa la colpa sulle famose e potenti agenzie di rating (Moody’s, Standard & Poor’s, Merril Lynch, Fitch) che hanno preso il posto della politica, privatizzandola, elette a vestali del mercato che dovevano indicare ciò che è rischioso ed evitabile, valutare la solvibilità dei debitori e il livello di sicurezza dei titoli. Non l’hanno fatto, anzi hanno persino favorito il disastro, forse impegolate in conflitti di interesse con chi dovevano controllare (ma non era già capitato?).
Ci è stato detto e condito in mille salse che l’indebitamento pubblico è una calamità, la cancrena dell’economia, che politicamente e socialmente siamo sempre vissuti al di sopra dei nostri mezzi, che con le spese pubbliche stiamo imponendo alle future generazioni un sacrificio ingiusto, che i tagli al bilancio non sono mai sufficienti e sono un imperativo categorico per diminuire le imposte e accrescere in tal modo la competitività. Capita oggi di assistere, ammutoliti, a un singolare trasferimento: dalla condanna dell’aborrito e distruttivo indebitamento pubblico, che creava comunque servizi pubblici, infrastrutture per tutti, solidarietà sociale, si è passati all’esaltazione dell’indebitamento, purché privato, fomentato da operatori e manipolatori finanziari insaziabili. Per un arricchimento traballante, definito “bolla”, perché scoppia alla prima resa dei conti, portando però l’economia vicina al baratro. Anche perché un assioma dell’economia che cavalchiamo ci dice che il sistema è stabile solo se si espande continuamente: se ti fermi e non moltiplichi, con qualsiasi modo e con qualsiasi ingegneria finanziaria, crolli. Per questo le banche centrali devono pompare soldi, altrimenti crolla il sistema. Continueranno a imprecare contro la pretesa di aumenti salariali poiché generano inflazione e rovinano la competitività ma pomperanno senza riserva centinaia di miliardi di soldi nel mercato finanziario perché è proibito lasciare andare alla malora i finanzieri creativi e le loro società, come pretenderebbe invece la perfetta logica del dio mercato. L’indebitamento e quindi il ricorso ai prestiti è così diventato il principio costituzionale dell’economia privata, tanto che lo vediamo crescere a dismisura anche nelle economie domestiche, superando addirittura in media nei paesi faro della nuova economia (Stati Uniti e Gran Bretagna) del 48 o del 28 per cento il reddito disponibile familiare. Insomma, l’economia per poter crescere deve indebitarsi, impadronendosi di un vecchio brevetto ch’era ritenuto statale. Ed è da là che parte tutto.

 

 

(La Regione, 18 maggio 2007)
I partiti, le idee e il cittadino 'meticcio'
di Silvano Toppi

Destra, sinistra, centro, partito, antipartito, movimento, democrazia, populismo, ecologia, messi nel gran frullatore elettorale danno quel che hanno dato, non solo nel Ticino, con strascichi di stupori, meraviglie, interpretazioni, critiche e autocritiche.
Ci sembra però che tre fatti emergano ormai con sufficiente chiarezza, sebbene in un vivaio di forti contraddizioni, ponendo grossi interrogativi sulla “politica” che avremo, anche dopo le elezioni federali d’autunno e cioè: la moltiplicazione di colui che potremmo definire il cittadino-meticcio; il rovesciamento delle identità partitiche; il tipo di rapporto che si stabilisce con i valori (umani, democratici) e con il potere.
Il cittadino meticcio è chi ha origini diverse (liberali, radicali, democristiane, socialiste) e si è autoprodotto un pastone di idee, denunce o di possibili risposte a problemi che lo attanagliano e cerca una casa che possa ospitare questo miscuglio. Il suo voto non sarà più la manifestazione di un’appartenenza (ideologica, familiare, tradizionale, clientelare) ma l’espressione di una preferenza individuale.


Riescono ad attrarre meglio questi cittadini i partiti o movimenti che possono permettersi di avere poche idee con forte impatto emozionale sia perché si mettono in sincrono segnalando realtà ritenute devastanti sia perché giurano controllo e resistenza. Se poi si presenta anche la possibilità di non doversi scegliere una casa (scheda non intestata), tanto meglio: si manovrerà su singole persone.
Le poche idee con forte impatto ruotano ormai sempre attorno agli stessi temi: prima noi e mai gli altri; ce la caviamo molto bene da soli; stanno rubandoci il lavoro; c’è chi approfitta della generosità delle nostre assicurazioni sociali. Sono idee difensive e vincenti. Bisogna ammettere che non è possibile costruirsi un futuro con queste idee ma anche i partiti “classici” si lasciano tentare mascherandole con termini come identità, sicurezza, integrazione, competitività, convincendo molto meno.
Il rovesciamento delle identità partitiche emerge molto bene da uno studio pubblicato recentemente dall’Ufficio federale di statistica con dati sull’origine culturale e professionale della clientela dei partiti.
L’Udc, primo partito svizzero, rimane ancorato alla sua origine per l’ascendenza che continua ad avere sui contadini (71 per cento dei contadini la votano ancora) ma per due terzi ha una clientela che diremmo proletaria (35 per cento di operai non qualificati, 31 per cento di operai qualificati), con scarsa formazione e reddito debole, e per un altro terzo una clientela di indipendenti che diremmo piuttosto liberale.
Il partito socialista, numero due, è singolarmente il contrario: poco o niente proletario, molto socioculturale (insegnamento, sociale, salute ecc.) con elettorato meglio formato e più pagato. Gli operai non qualificati che votano a sinistra sono una minoranza; appare però un quinto di clientela che fa parte dei quadri superiori (manager) e che ci si immaginerebbe da un’altra parte.
Il profilo dei Verdi assomiglia a quello dei socialisti: operano però una scelta politica più precisa, più orientata ad un fine, più efficace nell’attualità, non ancorata al potere e per questo emergono.
I radicali rimangono il partito favorito dai dirigenti, dagli indipendenti, dagli specialisti tecnici. Se però, stando alle ultime elezioni federali, il 14 per cento dei radicali è passato all’Udc e questa corrosione continua, c’è da chiedersi se sono scappati a destra più i liberali duri degli ambienti economici o più i lavoratori ai quali si era fatto credere che il partito si occupava anche delle questioni sociali. Nell’uno o nell’altro caso il partito paga la sua ambiguità, sempre più difficile da vendere. Riesce invece a vendere ambiguità l’Udc ma con argomenti che il partito radicale non può apertamente permettersi senza scadere in serietà e credibilità.
Gli elettori del Pdc assomigliano molto a quelli del partito radicale, con la differenza che gli operai non qualificati vi sono meglio rappresentati. Anzi, tenuto conto della loro forza elettorale, i democristiani riescono a fidelizzare meglio dei socialisti i “ proletari”. Un po’ di cristianesimo-sociale funziona ancora anche se il liberismo marciante assottiglia sempre più le differenze con i radicali e non può essere solo la famiglia l’elemento identitario vincente.
Il tipo di rapporto che si stabilisce con i valori e il potere è un tema non nuovo ma che è ritornato significativamente nelle ultime settimane soprattutto in casa socialista, con crisi e dichiarazioni varie. Sembrerebbe che si sia imposto negli ultimi anni una sorta di giudizio politico: la destra è fatta per gestire in maniera responsabile ed efficace la realtà (vedi bilanci, indebitamento, risparmi, fiscalità, crescita) mentre la sinistra è fatta per correre lungo strade che inseguono più i valori, le utopie. La sinistra non sa però fare i conti con la realtà, con le condizioni della crescita economica, con il principio che la ricchezza va prima creata e poi eventualmente distribuita. Capita così, in poche parole, che mentre la destra può anche permettersi il lusso di non chiarire il proprio rapporto con i valori (umani, sociali ecc.), la sinistra non riesce a chiarire il suo rapporto né con la realtà né tanto meno con il potere. La sinistra finisce in una trappola che le crea gli attuali grossi problemi: o tenta di rivaleggiare con la destra dimostrandosi altrettanto buona amministratrice, pragmatica, creandosi il complesso dell’affidabilità sino ad arrivare ad una sorta di socialismo neoliberale che è il principio della sua fine oppure si limita a combattere la realtà, inaccettabile, con una sorta di moralismo inoffensivo. Uscirne, essendo anche al potere, non è facile, come dimostrano le recenti polemiche. Anche perché bisogna dare spazio alle idee intelligenti ma in netta controtendenza rispetto ad una politica dominante che ha eretto l’interesse come unico protagonista della vita politica.

 

(La Regione, 28 marzo 2006)
In politica serve un ritorno alla ‘ cultura dell’aver vergogna’
di Silvano Toppi

Capita sempre più spesso di imbattersi in cittadini critici e sfiduciati perché non riescono a capire come mai deviazioni conclamate da ciò che essi ritengono una linea di onestà, rettitudine, osservanza delle leggi, responsabilità collettiva, non comportino subito ( in particolar modo per i politici) conseguenze e sanzioni che dovrebbero essere logiche, opportune, inevitabili.
Anzi, si meravigliano pure per il fatto che chi osa interrogarsi su queste situazioni ( e ce ne sono state!) è alle volte rampognato come moralista ( essere abietto e ipocrita) oppure come rapace e vendicativo ( interessato al male altrui) o ancora come ingenuo ( fesso che non conosce la realtà).
Alcuni hanno generalizzato questo stato di cose. Sull’onda americana si dice ad esempio che la filosofia economica attualmente imperante, tesa senza troppi scrupoli alla competitività e al profitto o al “ prenda tutto il vincitore” ( the winner takes all ), è all’origine dell’annientamento di quella che viene definita la “ cultura della vergogna” ( shame culture ).

Cultura, forse rimasuglio di quella greca ( l’ostracismo: parola ormai proscritta), che prevedeva, per chi si macchiava di comportamenti scorretti, l’esclusione dall’ambiente professionale, sociale, politico di appartenenza. Salvaguardia, quindi, nonostante tutto, della società.
Oggi capita piuttosto che la deviazione dalla retta via è recepita come bravura e opportunità, oppure che venga premiata con buonuscite milionarie, con promozioni carrieristiche, con riconferme elettoralistiche ( è l’aggregazione e autodifesa di partito che funziona ancora), con procedure giudiziarie o commissionali strade maestre della dimenticanza o della prescrizione.
Il discorso che interessa il cittadino si colloca però ancora da un’altra parte.
Sta sicuramente nell’opposizione ad una sorta di pretesa autonomia della politica o nel desiderio di una concezione migliore della politica.
Per autonomia della politica si intende un atteggiamento ( o una situazione data dall’ambiente politico) per cui il partito pretende il monopolio della politica e il politico non può essere giudicato secondo le comuni norme dell’etica. Così, del politico si possono permettere o ridimensionare o addossare ad altri azioni che per un cittadino comune sarebbero subito ritenute moralmente riprovevoli, giuridicamente illecite, immediatamente sanzionabili. Nella migliore delle ipotesi entra in vigore una sorta di “ teoria della deroga ”, arzigogolata in mille modi, ma quasi sempre sulla base del pretesto che toccherà all’elettore, nelle prossime elezioni, sanzionare l’operato del politico. Ed è qui che solitamente si presentano sul proscenio vari personaggi ( altri politici, giornalisti organici, amici dei miei amici ecc.) che solitamente motivano la teoria in questo modo: se non si accetta l’autonomia della politica non ci saranno mai politici, avremo solo dei moralisti preconfezionati e demolitori.
Quasi superfluo rilevare che tutto questo atteggiamento è un fraintendimento grave dell’attività politica intesa come ricerca del bene comune. Proprio per questo motivo si alzano le cortine fumogene dell’accusa di moralismo, di intransigenza e di strumentalizzazione ( termine immancabile). Se all’uso improprio della politica si aggiunge una cultura incline più a giustificare che a condannare, si crea però l’intruglio esplosivo che può mettere in forse i diritti di cittadinanza, la giustizia uguale per tutti, la democrazia, la stessa governabilità.
La conclusione è che per avere una buona politica serve, più del pareggio dei bilanci, una buona etica pubblica o, si potrebbe anche dire in termini più concreti, un ritorno alla “ cultura dell’aver vergogna ”.
Convinti che l’una o l’altra non possono accettare una pretesa autonomia della politica ( dalla società, dall’etica) e tanto meno una teoria della deroga senza svilire i principi di una società democratica. Convinti che una comunità civile ha bisogno dell’una o dell’altra perché la politica è un impegno per il bene comune e bisogna farla vivere, non mortificarla.

 

(La Regione, 16 gennaio 2004)
Ricchezza per chi? Il problema di sempre
di Silvano Toppi

Quattro informazioni pervenuteci successivamente in questi ultimi giorni hanno la stessa radice. Esse sono: l’aumento notevole della povertà, con una situazione peggiorata ancora lo scorso anno ( 850 mila persone sono ritenute povere secondo l’indagine della Caritas); l’aumento delle persone che devono ricorrere all’assistenza sociale ( 300 mila persone ne dipendono attualmente secondo la Conferenza svizzera delle istituzioni d’azione sociale); l’aumento delle persone finite nell’Invalidità ( in un anno più di 21 mila); l’aumento della disoccupazione ( si è raggiunto il più alto livello da sei anni in qua).
La radice comune è ovviamente sociale e si ritorna quindi su un discorso più volte fatto: politica sociale, bilanci statali, riforma delle assicurazioni. La radice comune è però anche economica. O, meglio, di un certo tipo di economia.
Le spiegazioni “ scientifiche” o amministrative o politiche che si danno ai quattro fenomeni sono di diverso ordine: è la flessione (o crisi) economica che genera tutto questo ma siamo alla fine di un ciclo e ci riprenderemo presto; predominano fattori stagionali (per la disoccupazione) e quindi episodici e superabili; è fatale che la disoccupazione vada a infoltire le schiere degli assistiti e degli invalidi; non è l’indebitamento che crea la povertà ma piuttosto l’inverso; ci sono troppi abusi e bisognerebbe intensificare i controlli, rendere più restrittivi i diritti, porre come condizione ad ogni aiuto sociale l’obbligo ad accettare qualsiasi lavoro. Un alto esponente dell’economia in una recente conferenza stampa, un partito in una presa di posizione degli scorsi giorni e le intenzioni formulate da qualche uomo di governo nelle sue prime dichiarazioni sembrano riportarci all’antica “ favola delle api” di Bernard de Mandeville (1728): si farà la felicità dei bisognosi rifiutando loro ogni assistenza. In termini più moderni: si risolverà il problema dei bisognosi responsabilizzandoli, oppure lasciate fare all’egoismo concorrenziale degli uomini e tutto andrà per il meglio per la nostra società e ognuno avrà la sua parte.
Questa è la filosofia che tende a dominare.
Ci sono però almeno due aspetti dei fenomeni ricordati all’inizio che sembrano rimossi o sottovalutati: l’aspetto dei costi e l’aspetto del reddito.
Quelle quattro situazioni di disagio sociale sono viste unicamente dal lato dei costi sociali che generano. Da una parte (da sinistra, si potrebbe dire) sostenendo che la spesa sociale va mantenuta e ampliata come impegno di civiltà e solidarietà; dall’altra (da destra) che la spesa sociale va ridimensionata perché alimenta l’indebitamento dello stato e taglia le gambe alla competitività, rendendo insostenibili il costo del lavoro e il gravame del fisco.
La realtà dimenticata è che i costi sociali non piovono dal cielo e non sono il prodotto di fannulloni, abusivi o stranieri. Quei costi sono in massima parte generati dall’attuale tipo di economia e poi rovesciati sulla collettività.
Sono i costi di ristrutturazioni, fusioni e acquisizioni, di dislocazioni alla ricerca dei salari più bassi, di sistemi e risultati manageriali folli e catastrofici, della competitività imperniata sulla riduzione dei costi del lavoro e che pretende la flessibilità del lavoro generando precarietà, l’accumularsi delle mansioni, aumento dello stress, angoscia di fronte ai molteplici cambiamenti e alla minaccia del licenziamento, qualifiche ed esperienze subito obsolete; sono i costi dell’uso dei proventi dell’economia reale, quella produttiva, per paranoiche operazioni e speculazioni nell’economia finanziaria, come ci indica il susseguirsi di numerosi casi che non si è potuto nascondere; i costi del tentativo di sottrarre capitale anche al lavoratorerisparmiatore spossessandolo e rendendogli ancora più incerto e meno rassicurante il futuro (vedi casse pensioni).
Il fatto paradossale, quindi, sta nel disgiungere i costi sociali da quelli economici o nel pretendere che i primi non abbiano nulla a che fare con l’economia la quale, se vuol salvare crescita, ricchezza e competitività, deve considerarli una perdita di cui non è responsabile e che non deve comunque muovere la “politica” a richieste di partecipazione ai costi o a una diversa redistribuzione della ricchezza creata in quel modo.
L’altro aspetto, quello del reddito, è ancora più problematico.
I dati che ci provengono dal Seco (il segretariato per l’economia) servono a poco e non ci danno la conoscenza della realtà di cui avremmo bisogno. Sembrano infatti perdersi in dettagli per non indicarci due valori fondamentali: l’effettivo stato del lavoro in Svizzera (che non è la percentuale burocratica della disoccupazione) e l’entità, la suddivisione e l’evoluzione per segmenti del reddito da lavoro. Arriveremmo sicuramente alla conclusione (verificabile anche altrove) che non sono tanto i fattori congiunturali o stagionali quanto lo stesso tipo di economia e di crescita che non crea più lavoro perché il principio dominante è di ridurre i costi e di tener alti i profitti utilizzando sempre meno personale. In tal modo è pure constatabile che negli ultimi anni c’è stato un rilevante trasferimento dal reddito da lavoro verso altre forme di reddito (rendite, profitti, vertiginose accumulazioni da parte dei dirigenti ecc.) e che, conseguentemente, nella stratificazione dei redditi risulta che quelli bassi hanno perso sempre più quota, quelli medi sono immobilizzati o in calo mentre la parte dei redditi alti è notevolmente cresciuta.
D’altronde se lo 0,005 per cento della popolazione (i famosi trecento più ricchi) possiede una ricchezza che tutti i lavoratori della Svizzera non riescono a produrre in un anno, ci deve pur essere un motivo. C’è allora da chiedersi a che cosa serve produrre di più e a minor costo se poi dall’altra parte la domanda più consistente, quella delle economie domestiche, finisce in una sempre minore disponibilità di reddito da lavoro distribuito o con la prospettiva di un sempre minor reddito da trasferimento sociale.
È quella “ contraddizione della nostra economia che sta diventando insormontabile”, come ha scritto l’economista americano Rifkin, e che stiamo vivendo.
Lo si voglia o no, per la stessa sopravvivenza di tutti, il problema essenziale che si evita di affrontare è sempre quello della distribuzione della ricchezza. Oppure quello che descriveva in termini più efficaci un premio Nobel per l’economia: se per disgrazia le pecore scompaiono, tutte mangiate dai lupi, anche i lupi scompariranno a loro volta.

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