Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino
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La Regione, 31 dicembre 2004
La
democrazia apparente
di
Arnaldo Alberti
L’ipocrisia,
l’indulgenza nei confronti della prepotenza e della
prevaricazione, la viltà e la paura determinano i “
silenzi preoccupanti” degli intellettuali denunciati con
inquietudine dal direttore di questo giornale (“ laRegione”,
11.12.2004). La decadenza morale ha alienato il corpo sociale ed ha
contagiato le istituzioni più sacre della democrazia che, a
piccoli frammenti, così nessuno se ne accorge, è
privata della sua sostanza. È un modo di salvare le apparenze
e di nascondere il degrado. Il Consiglio degli Stati che censura
l’arte e punisce collettivamente gli artisti, non è
quanto il paese si merita, come si dice fra il popolo del governo; è
invece l’immagine fedele dello stato reale e della condizione
in cui il corpo sociale si trova. In situazioni degradate come
l’attuale, ogni proclama, ogni raccolta di firme, ogni
comunicato fatto dagli intellettuali, scrittori o artisti, è
perfettamente inutile.
È inutile proprio
perché il messaggio di Hirschhorn, espresso con i mezzi
odierni del linguaggio dell’arte che gli è congeniale, è
stato rifiutato da chi dovrebbe accoglierlo, interpretarlo ed agire
di conseguenza per rimettere in moto il libero sentire.
Hirschhorn è come il cane che bastonato in casa guaisce e va
lontano dal padrone ad abbaiare forte, per manifestare il suo dolore
con le immagini di un suo particolare metalinguaggio. L’artista
è a Parigi, a mille chilometri di distanza dal palazzo del
tiranno che non tollera nemmeno più il suo giullare. La
lontananza non basta ai suoi persecutori. Si deve andare a
stanarlo e ad affamarlo anche là.
Mi viene in
mente Trotski, ucciso con una scure in Messico su commissione di
Stalin. I fendenti d’accetta dei deputati al Nazionale e agli
Stati per ridurre al silenzio gli artisti invece, proprio per la
meschinità provinciale e chiusa del paese che dovrebbero amare
e sorvegliare, non raggiungono mai l’alta tensione del dramma e
il pathos della tragedia.
Sono modi di fare meschini
e doppi, con sopra una spessa patina d’ipocrisia, che hanno una
solida tradizione e radici profonde nella storia. Si pensa una cosa e
se ne dice un’altra. L’insincero Lombardi, che di mentire
ha l’abitudine, sostiene che con il suo atto illiberale non
vuole censurare gli artisti, né limitare la loro libertà
d’espressione. Tuttavia colpisce un’istituzione come Pro
Helvetia che non dà sovvenzioni ai panettieri o agli
elettromeccanici, ma è determinante, nella situazione
economica in cui oggi si trovano, per la sopravvivenza della libera
espressione degli intellettuali, in particolare degli artisti e degli
scrittori che sezionano la sclerotica democrazia svizzera ed aprono i
bubboni per sanare le infezioni. Hanno fatto letteralmente
rabbrividire i cerotti messi sopra le diffuse necrosi da Camilla
Mainardi, corrispondente da Berna della radio, che ha definito “
fastidi grassi” le dispute sull’intima essenza delle
nostre libertà fondamentali.
A questo punto è
più che giusto chiedersi che cosa ha scatenato nei politici
tanto livore e tanta acrimonia verso una istituzione culturale per
indurli a trasgredire al principio costituzionale che garantisce la
libertà dell’artista ( art. 21) e violare la legge che
dispone l’indipendenza di Pro Helvetia. È necessario qui
essere franchi: che ha turbato e disturbato i senatori degli Stati,
così come i compari e le comari del Nazionale che li
hanno seguiti, è il cane che nella mostra di Parigi urina
sull’immagine di Blocher. Nello stato perenne d’infanzia
e d’immaturità culturale in cui si trovano, i nostri
deputati non pensano nemmeno un secondo a cosa sia il metalinguaggio
nell’arte, né riflettono sulla enorme differenza che c’è
fra il valore simbolico e figurato del gesto e quello reale e
concreto. Per i senatori e i deputati cattolici, che regrediscono
nella storia perché sempre si credono unti dal Signore, perciò
appartenenti a una casta con il privilegio di essere intoccabile non
solo dall’atto offensivo reale, ma anche da quello simbolico,
il fatto che uno di loro, un politico, sia messo da un artista in una
situazione fra il penoso e il ridicolo, è un peccato mortale
imperdonabile. A loro poco importa se Blocher personalmente, o
qualcuno per suo conto, pisciano sopra gli immigrati, gli stranieri,
i sindacati, i dipendenti federali, il concetto di Europa, l’Islam.
Sono insensibili al fatto che l’urina di Blocher non solo sa
cattivo odore, ma fa male, brucia e provoca dolore profondo e vero.
Quella di Hirschhorn invece fa solo pensare e sorridere. Blocher si
autoproclama pubblicamente intenditore e collezionista d’arte,
quando invece la sua perizia si riduce a una rêverie
autoreferenziale e nostalgica, ispirata dai quadri di Albert Anker (
1831 1910), un pittore di un’epoca in cui gli artisti,
secondo il suo giudizio fondato sulla nostalgia, sapevano ancora
dipingere, i padroni erano ancora tali e i subalterni dovevano stare
al loro posto.
Anche noi abbiamo il nostro piccolo
Blocher. Non s’intende d’arte, è di dimensioni
intellettuali ridotte ma sufficienti per farci capire quali e quanti
sono i meccanismi che portano i politici e gli intellettuali a
comportamenti aberranti. Il nostro caudillo è Giuliano
Bignasca. Come Blocher, appartiene a quella “ razza padrona”
che, appena caduto il muro di Berlino, appena i comunisti non fecero
più paura, per riproporre un regime tanto desiderato ha
cominciato sistematicamente a intimidire, ricattare, insultare e
dileggiare tutti quelli che credono nell’uguaglianza e nella
dignità della persona e non sono disposti a sottomettersi come
servi o schiavi a padroni di tale risma. C’è stata in
questi ultimi anni una restaurazione del potere esclusivo dei
padroni. Da noi, che si sono rifatti vivi, non sono quelli del
vapore, perché di industrie importanti nell’ottocento
non ne avevamo, ma quelli delle cave della Riviera e della Valmaggia,
quelli che controllavano e facevano fare la “ binda” alle
donne dell’Onsernone, i Bressani della Fabbrica Tabacchi di
Brissago, i Pedroni e i Camponovo di quelle del Mendrisiotto e quelli
delle filande lungo la Tresa. “ Il Mattino della Domenica”,
giornale di Giuliano Bignasca, è stato, e lo è
tutt’ora, un devastante strumento d’intimidazione, di
dileggio e di ricatto per chi critica o denuncia fatti e circostanze
che ostacolano gli affari legittimi o meno, puliti o sporchi, delle
famiglie che hanno occupato lo Stato per aggiustare o promuovere le
proprie faccende private. È qui che entra in scena la paura
degli intellettuali, richiamati al loro dovere di testimoniare da
Matteo Caratti.
Come la “ razza padrona”
ha una tradizione di prevaricazione, anche la casta o “ razza”
degli intellettuali ha la sua lunga tradizione di silenzi e di viltà,
proprio per la condizione in cui nel Ticino moderno si è
sempre trovata e si trova.
Per capire il carattere e
la personalità dell’intellettuale svizzero italiano si
dovrebbe rileggere il libro “ All’ombra del Duce”
di Pierre Codiroli.
Scopriamo allora scrittori e
artisti che stanno comodamente a galla e sono riveriti, perché
organici ad ogni genere di regime. Lo scrittore, l’artista,
l’architetto, l’ingegnere, l’avvocato che nel
nostro Cantone o è docente pagato dallo Stato, o attende dallo
Stato qualche sostanzioso mandato, si fa cortigiano del potere, sta
zitto, perché a parlare, a scrivere, a criticare ed indignarsi
ha sempre qualcosa da perdere e poco o niente da guadagnare.
Dilaga allora, fra quelli che dovrebbero pensare e testimoniare,
l’amore per la propria viltà, il sottile piacere
all’asservimento. I deputati della destra più retriva,
che stanno sempre con un piede nei territori neofascisti e con
l’altro in quelli di una democrazia da loro sclerotizzata, con
i cattolici tradizionalmente e sempre loro alleati quando si tratta
di limitare la libertà d’espressione, hanno dato a tutti
gli intellettuali, anche se non ce n’era bisogno, perché
la maggioranza di loro è già servile e si adegua, un
segnale chiaro ed esplicito: ogni espressione libera, ironica, contro
il potere, è uno sputo nel piatto in cui si mangia, ogni
critica è livore.
Si faccia attenzione allora,
perché, per quelli che non si prosternano spontaneamente e non
dicono sempre di sì, a suggerire e determinare ciò che
si può dire, scrivere, raffigurare sono – come nelle
cave e nelle fabbriche dell’ottocento, dove ancora si crepava
di silicosi e di tisi senza il sollievo di una cassa malati –
le associazioni padronali e bancarie, i cui presidenti o segretari,
autentici galli nei pollai dell’economia, ogni mattina, invece
del chicchirichì al sorgere del sole, cantano che sono loro e
solo loro a produrre ricchezza. Gli altri, gli operai, gli impiegati,
gli artisti, gli scrittori non fanno niente. Allora stiano zitti. È
questo il penoso quadro della democrazia e della libertà
generalmente intese oggi.
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