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"La Regione", mercoledì 12
maggio 2010
Il
canarino e il minatore
di Alberto Nessi
“Nelle miniere sotterranee di un tempo, il minatore aveva
l’abitudine di portare con sé un canarino, per essere avvertito del pericolo.
Quando il canarino si metteva a cantare, era segno che le cose si stavano
mettendo male, l’atmosfera si avvelenava e un’esplosione s’avvicinava.
Noi, artisti e
protagonisti della cultura, siamo come il canarino della società svizzera:
esso canta, ma il minatore è talmente occupato che non lo sente”.
È questo l’inizio di un
manifesto stilato dallo scrittore Daniel de Roulet e firmato sabato scorso in
un teatrino di Berna da una cinquantina di addetti ai lavori.
Il manifesto descrive
poi, in sintesi, il divario tra il paese reale e l’immagine che se ne fa la
maggioranza della popolazione dominata dall’ideologia del populismo. E invita
gli artisti, chiusi nella loro gabbia dorata, a continuare a far sentire la
propria voce.
Ho firmato anch’io il
manifesto, sabato, nell’atmosfera un po’ maledetta dello Schlachthaus
Theater, in un convegno che aveva l’aria di una cospirazione. I canarini
cantavano, ma nessuno li ascoltava. Si cantavano addosso. I libri vengono
pubblicati, ma chi li legge? Le magagne vengono denunciate, le statistiche
pubblicate, ma lo straniero resta straniero, l’ostilità e la paura continuano
e la Svizzera
non si apre al mondo.
Il canarino canta, che
altro può fare? È nella sua natura di uccello. Ciò di cui non si parla nel
manifesto dell’Associazione Arte+Politica è, però, qualcosa di essenziale: la
qualità del canto. Un ballerino, prima di essere “impegnato”, deve saper
ballare. Uno scrittore deve innanzitutto avere una voce sua, autentica. Deve
avere una cosa da dirci e dircela bene: foss’anche solo un’impressione, un
dubbio, una fantasticheria. Poesia è pensiero più musica. L’artista non è un
propagandista, dunque, e il suo primo impegno è quello disciplinare: saper
scrivere, danzare, suonare, recitare. Nel contempo, però, bisogna fare i
conti con la storia, con chi ci ha preceduto, con chi vive insieme a noi. Se
è il caso, dare l’allarme. La letteratura non cambia il mondo ma può cambiare
il modo di guardarlo. Può creare le condizioni per un rinnovamento delle
coscienze.
Forse le cose stanno
così; ma nel momento in cui scrivevo queste parole, mi rendevo conto della
loro fragilità. I padroni del mondo sono i minatori della finanza, che
scavano baratri intorno a noi. Le banche e i loro assistenti, la cui voce si
fa sentire tutti i giorni, soffocando quella dei canarini, che inutilmente
avvertono del pericolo di grisou. La miscela esplosiva sta per far saltare la
baracca, ma le cose non cambiano. I canarini, ancora legati a una visione
della società erede dell’illuminismo, non sono ascoltati. Talvolta si
trovano, firmano un manifesto, oppure si lamentano. Ma la parola scritta non
conta: fatti e non parole, è l’ideologia dominante. Non facciamo tanta poesia
– ho sentito dire una volta da un magazziniere che parlava con qualcuno al
telefono.
Ogni tanto si torna a
parlare degli intellettuali. Passata l’era dei maîtres à penser – per noi
l’ultimo è stato Dürrenmatt, che ha inventato l’ardita metafora della
prigione nella quale siamo insieme prigionieri e secondini – ci si chiede,
anche sui nostri giornali, qual è il ruolo degli intellettuali. Prima di
tutto bisognerebbe intendersi sul significato del termine, perché tutti i
cittadini dovrebbero far uso dell’intelletto; ma se lo intendiamo in senso
restrittivo, credo che uno dei compiti dell’intellettuale sia quello di
lavorare sulla parola. Nonostante tutto. I nuovi barbari, come li chiama
Eugenio Scalfari, cioè quelli che non parlano più o solo balbettano la lingua
della modernità, ci ignorano; ma noi sopravvissuti continuiamo a credere
nella forza della parola scritta. Un altro compito è quello di combattere
l’oblio, la perdita della memoria: l’oblio è un peccato mortale.
L’intellettuale come “depositario di una sorta di contro-memoria”, dice
Edward W. Said.
Cantaci ancora dunque,
canarino, la tua canzone, facci sentire una voce che ci ricordi chi siamo
veramente oggi e chi siamo stati ieri. Continua ad affascinarci con la tua
parola libera e rigeneratrice.
E se il grisou avanza e
minaccia la vita nostra e di chi vive con noi, scendi in miniera e alza il
bel canto, dà l’allarme, avverti i minatori del pericolo. Nell’illusione che
qualcuno ti ascolti.
"La Regione", mercoledì 19
luglio 2002
Il
viaggio della lettura
di Alberto
Nessi*
Qualche tempo fa ho letto
in un giornale che Schumacher, il noto corridore automobilistico, ha
dichiarato di non leggere libri, perché leggere è inutile.
Forse è questa la ragione per la quale ho accettato di prendere la parola
questa sera per difendere la lettura: perché sono contro il totalitarismo. E
uno come Schumacher impersona il totalitarismo che domina nel mondo d’oggi.
Gli ingredienti di questa nuova versione dell’ideologia totalitaria sono: la
velocità, la spettacolarità, la tecnologia.
Proprio il contrario delle qualità che si chiedono a un buon lettore:
lentezza, appartatezza, spiritualità.
Nel suo bellissimo Una storia della lettura, Alberto Manguel
riporta questo episodio: « Borges mi raccontò una volta che durante una
manifestazione popolare organizzata dal governo peronista negli anni
Cinquanta contro l’opposizione degli intellettuali, i dimostranti gridavano:
“ Scarpe sì, libri no”. Il più ragionevole slogan “ Scarpe sì, libri sì”, non
convinceva nessuno » . Dunque i regimi demagogici ci impongono di non
pensare, ci vogliono stupidi. Secondo questo principio, che mi sembra
dominante anche in parecchi regimi democratici ( secondo l’ultima statistica
solo il 38% dei cittadini in Italia legge almeno un libro all’anno),
l’homo legens è un sovversivo.
In realtà è solo un uomo libero.
Mentre l’homo videns è un consumatore asservito ai miti televisivi,
e al massimo potrà identificarsi con Schumi che scuote la bottiglia di
champagne con il suo sorriso da bambino, l’homo legens si crea
mondi personali. È, di volta in volta, il cacciatore di Hemingway e la moglie
adultera di Charles Bovary, l’artista da giovane di James Joyce e il ragazzo
di Salinger che scappa dal collegio, lo studente assassino di Delitto e
castigo e gli abitanti di Spoon River che dormono sulla collina.
Mentre l’uomo televisivo è ciò che vogliono i magnati dello schermo, l’homo
legens è un uomo ricco spiritualmente.
Non è solo se stesso, è tanti uomini e tante donne. Identificandosi con più
personaggi liberamente scelti potrà vivere più di una vita. E identificarsi
non è un gioco ozioso ma fa sorgere legami affettivi fra gli uomini. Molti
sono gli episodi che dimostrano come la lettura sia garanzia di libertà e dia
fastidio ai potenti e ai fanatici; voglio ricordarne alcuni, saltabeccando
qua e là nella storia e nella geografia, sempre sulla base del libro di
Manguel.
Partendo dai nostri tempi, e dalla nota minaccia di morte dei fondamentalisti
islamici contro l’autore dei Versetti satanici, facciamo un passo
indietro e giungiamo alla giunta militare di Pinochet, che nel 1981
addirittura bandì dal Cile il Don Chisciotte, libero sognatore
che rappresenta un pericolo per l’autorità costituita.
Un anno prima i genitori di una scuola del Tennessee citarono in tribunale la Hawkins County
Public School perché sostenevano che i libri letti alla scuola elementare,
compresi Cenerentola, Riccioli d’oro e Il mago di Oz,
violavano le loro fondamentali credenze religiose. Un altro salto e siamo al
colpo di stato del 1967 in
Argentina, con l’ondata di violazioni dei diritti umani. « Fra le
migliaia di desaparecidos e uccisi c’era anche un prete, padre
Orlando Virgilio Yorio. Un giorno l’uomo che lo interrogava gli disse che la
sua lettura del Vangelo era falsa: “ Tu interpreti la dottrina di Cristo in
modo troppo letterale”, affermò. “ Cristo parla del povero; ma quando parla del
povero intende il povero in spirito, mentre tu lo interpreti alla lettera e
vai a vivere, letteralmente, tra i poveri. In Argentina i poveri di spirito
sono i ricchi, e in futuro tu dovrai spendere il tuo tempo aiutando i ricchi,
che sono quelli che hanno veramente bisogno di un aiuto spirituale” »
.
Nella nostra scorribanda non possiamo fare a meno di citare i roghi di libri
organizzati dai nazisti negli anni Trenta.
Il 10 maggio 1933, a
Berlino, sotto l’occhio delle cineprese, il ministro della propaganda Paul
Joseph Goebbels, durante il rogo di oltre ventimila volumi, parlò a una folla
osannante di centomila persone: « Stasera avete compiuto il grande
gesto di scagliare nel fuoco le oscenità del passato. È una grande azione, un
simbolo che dice al mondo intero che la vecchia mentalità è morta. Da queste
ceneri sorgerà la fenice di un nuovo pensiero » .
La violenza dei censori, dunque. Negli Stati Uniti, dove al tempo della
schiavitù ai neri era vietato imparare a leggere, la prima vera commissione
di censura fu fondata nel 1872
a New York, con il nome di “ Società per la
soppressione del Vizio”. Il fondatore fu un certo Anthony Comstock, che era
per la non lettura e giunse a dire: « Il nostro comune padre Adamo non
leggeva nel giardino dell’Eden » . Nelle sue retate se la prendeva con
Boccaccio, Balzac, Rabelais, Walt Whitman, Bernard Shaw e Tolstoj.
Ma questo folle puritano era stato preceduto dalla Santa Chiesa Cattolica,
che nel 1559 aveva pubblicato il primo Indice dei libri proibiti.
Io stesso ricordo, nella mia famiglia, un esempio di fanatismo moralistico di
ascendenza cattolica: un mio parente che aveva distrutto tutta una serie di
libri i cui titoli apparivano nell’ultima edizione dell’Indice dei
libri proibiti, uscita nel 1966.
Come vedete, sono passato dalla storia alla cronaca familiare. Se penso alla
mia passata attività di insegnante, ricordo qualche caso strano. Quando ero
al ginnasio di Mendrisio, un giorno ci pervenne la nota di protesta di un
gruppo di genitori, manipolati dal Comstock di turno, che se la prendevano
con Il giovane Holden, di Salinger, romanzo che stavamo leggendo
in classe. Fu un fatto educativo perché provocò la reazione di tutta la
scolaresca che si mise dalla parte del ragazzo americano. Un fatto più
difficile da interpretare mi capitò in una classe della Scuola superiore per
i quadri dell’economia e dell’amministrazione, frequentata da adulti che si
dividevano fra lavoro e scuola. Un giorno, mentre si leggeva Rosso
Malpelo di Giovanni Verga, una studentessa lavoratrice si alzò e
abbandonò l’aula, adducendo come motivo il fatto che non riusciva a
sopportare la crudeltà contenuta nella novella, la storia di un ragazzo
sfruttato nelle miniere siciliane. Questo episodio ci dice come possa
esistere una fragilità psichica di fronte alla letteratura. In un mondo di
violenze quotidiane, dove – per fare solo un esempio – nella Sierra Leone si
drogano i bambini che poi ammazzano i nemici e ne bevono il sangue,
un’innocente novella di fine Ottocento può diventare insopportabile. Io credo
che la lettura di buoni testi possa avere un valore anche etico di formazione
del carattere, oltre che estetico di educazione letteraria. Rosso
Malpelo può aiutarci a ribellarci di fronte alle vere crudeltà degli uomini,
può tenere in esercizio la nostra umanità.
Soffrendo per la malvagità simbolica di cui è vittima il ragazzo dai capelli
rossi noi ci armiamo contro il male reale della vita. Se non sopportiamo
quella lettura c’è il pericolo che chiuderemo gli occhi anche davanti alle
ingiustizie che costellano il mondo.
Ma lettori non si nasce, si diventa. Se la famiglia o la scuola ci
trasmettono il piacere della lettura, siamo salvi, potremo conversare «
con tutti i valentuomini dei secoli passati», come dice Cartesio. O
immergerci in atmosfere incantate, come Marcel Proust: « Non esistono
forse giorni della nostra infanzia che abbiamo vissuti tanto pienamente come
quelli che abbiamo creduto di aver trascorsi senza vivere, in compagnia d’un
libro prediletto. Tutto quel che ( a quanto ci sembrava) li riempiva per gli
altri, e che noi scartavamo come ostacoli volgari a un piacere divino – il
gioco per il quale un amico veniva a cercarci nel punto più interessante;
l’ape o il raggio di sole che ci davano fastidio, costringendoci ad alzare
gli occhi dalla pagina o a cambiare di posto; le provviste che ci erano state
date per l’ora di merenda e che lasciavamo accanto a noi sul sedile, senza
toccarle, mentre, sopra il nostro capo, il sole diminuiva di forza nel cielo
azzurro; il pranzo che ci aveva obbligati a rientrare e durante il quale
pensavamo solo a salire, subito dopo, in camera, a terminare il capitolo
interrotto – ,tutto questo, di cui la lettura avrebbe dovuto farci sentire
soltanto l’importunità, ne imprimeva invece in noi un ricordo talmente dolce
( e, per il nostro giudizio attuale, più prezioso di quel che leggevamo
allora con amore) che, ancor oggi, se ci capita di sfogliare quei libri di un
tempo, li guardiamo come se fossero i soli calendari da noi conservati dei
giorni che furono, e con la speranza di veder riflesse nelle loro pagine le
dimore e gli stagli che più non esistono” ( Proust, Giornate di
lettura ).
Il filosofo e poeta statunitense Ralph Waldo Emerson ha definito il viaggio
« il paradiso degli stupidi » . Sono solo parzialmente d’accordo
perché credo che anche i viaggi possano servire a qualcosa, se sappiamo
osservare e riflettere. A me è capitato, durante un breve soggiorno a New
York, di osservare una coppia di anziani, un uomo e una donna un po’
bizzarramente vestiti, che si leggevano l’un l’altro un romanzo su una
panchina di Central Park. È l’immagine più felice che ho riportato da un
viaggio.
Nel caso di quella panchina la lettura è compagnia, amicizia, viaggio comune
in un mondo immaginario. « Con un libro in mano apro gli occhi su un
mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a
leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo
colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più
bello, di essere stato nel cuore stesso della verità » , scrive lo
scrittore cecoslovacco Bohumil Hrabal nel suo Una solitudine troppo
rumorosa, la storia di un uomo che, pressando carta vecchia in un
magazzino, si innamora visceralmente dei libri.
Il viaggio della lettura può essere intrapreso senza muoversi da casa e a
qualsiasi età.
Un viaggio solitario o a due. O addirittura a gruppi, ma senza essere
intruppati, perché la mente è una lavoratrice solitaria. Quando mi
documentavo per la stesura del racconto Manifattura tabacchi,
compreso nel mio primo libro di narrativa, un’anziana ex sigaraia mi raccontò
che nella sua fabbrica sentiva leggere pagine di romanzi: un’operaia,
incaricata e ricompensata dalle compagne, leggeva Il conte di Montecristo
di Alexandre Dumas o altre opere di narrativa popolare mentre nello stanzone
della manifattura le sigaraie curve sui tavoli arrotolavano foglie di
tabacco. Ecco una forma di viaggio collettivo che aiuta a sopportare la
durezza della vita. Ho trovato conferma di questo fatto sempre nel libro di
Alberto Manguel, che parla della lettura nelle manifatture di Cuba
nell’Ottocento, poi esportata negli Stati Uniti. A Key West « gli
operai che avevano passato molti anni in fabbrica erano in grado di citare a
memoria lunghi brani di poesia, e anche di prosa. Sanchez cita l’esempio di
un sigaraio che ricordava dalla prima all’ultima parola i
Pensieri di Marco Aurelio » .
La lettura è un viaggio con un amico che non delude mai, se il libro è
giusto. Dice ancora Proust: « Con i libri, niente convenevoli.
Trascorriamo la serata con loro, perché ne abbiamo veramente desiderio. E
spesso non li lasciamo che con rimpianto. E, quando li abbiamo lasciati,
nessuno di quei pensieri che guastano le amicizie: “ Che avran pensato di
noi? – Non avremo mancato di tatto? – Saremo piaciuti?” ; e nessuna paura di
essere dimenticati per un altro! Tutte queste agitazioni dell’amicizia
cessano alle soglie di quell’amicizia pura e tranquilla che è la
lettura » . Il termine latino legere contiene le
connotazioni di raccogliere, fare un fascio. Lignum, che ha la
stessa radice di legere, vuol dire legna da ardere: stecchi, rami
e fuscelli. Dunque leggere potrebbe significare, per riprendere la nostra
metafora, fare un viaggio nel bosco delle parole e raccogliere stecchi con i
quali faremo un fuoco per scaldarci. Camminare lentamente, osservare, saper
distinguere: ecco il viaggio mentale che ci permette di apprezzare meglio la
vita e di stare un po’ più al caldo, diradando il freddo che ci minaccia. Il
freddo della solitudine, prima di tutto. Non leggere per stordirsi, per
ammazzare il tempo o per rilassarsi, ma per dilatare il tempo e lo spazio,
per far nascere un nuovo tempo e un nuovo spazio dove sia possibile concentrarsi
con piacere sulle cose che importano.
Ma che cosa leggere? E quali sono i nemici della lettura? Per il “ che cosa”,
non c’è una ricetta. Ogni lettore si fa la sua mappa personale. Anche i
brutti libri possono servire.
Per purgarsi. E, facendo dei paragoni con altri libri, per capire che cos’è
il bello. Possono servire a condizione di averne letti di buoni. Oggi viviamo
in quello che è stato definito “ ingorgo editoriale”. In Italia escono più di
quarantamila libri all’anno, secondo una statistica di qualche anno fa, e in
libreria i libri durano poco. Il lettore è disorientato, rischia di annegare
in questo mare di carta. Talvolta si attacca all’ancora di salvezza del
bestseller, che fa bella mostra di sé sul bancone centrale della libreria. Ma
la vera salvezza il lettore se la costruisce da solo con la sua scelta
libera. Per questo, il lettore deve armarsi e imparare a navigare.
L’avviamento alla lettura deve cominciare nell’infanzia, in famiglia e in
classe: sul banco o sotto il banco. Sappiamo infatti che costringere a provar
piacere nella lettura è impossibile. Come è impossibile costringere qualcuno
a sognare o a innamorarsi. I nemici della lettura, oltre a quelli esterni che
conosciamo, possono essere anche quelli interni, citati da Emile Faguet in
L’art de lire: l’amor proprio e la gelosia, che ci impediscono di
avvicinarci a un autore.
Aprire un libro è un atto di umiltà e, nello stesso tempo, deve produrre
umiltà: chi legge non dovrebbe mai guardare dall’alto in basso chi non legge.
Un altro nemico della lettura è la vita pratica, con le sue ambizioni e le
sue beghe. Per leggere abbiamo bisogno di tempo e di silenzio. Un terzo
nemico è lo spirito critico, se è esercitato preventivamente, come
pregiudizio. Lo spirito critico va esercitato dopo la lettura, alla quale
dobbiamo abbandonarci. Dice Faguet: « Ce qui empêche de jouir de belles
choses, c’est l’envie de les trouver mauvaises » .
Per essere buoni lettori dovremmo
essere tutti come il bambino, descritto da Elias Canetti nelle prime due
pagine del suo romanzo Auto da fé, che preferisce un libro a una
tavoletta di cioccolata e dice: « Mi piacerebbe frequentare una scuola
cinese. Là s’imparano quarantamila lettere.
Non c’entrano nemmeno tutte in un libro » .
Il libro, un amico che non delude mai.
*Alberto Nessi è nato a
Chiasso nel 1940 e vive a Bruzella. Ha insegnato letteratura italiana.
Pubblicazioni di poesia: I giorni feriali (1969), Pantarei, Lugano; Ai
margini (1975), Collana di Lugano, Lugano; Mit zärtlichem Wahnsinn/Con tenera
follia (1995), Limmat, Zürich; Iris viola (2004), LietoColle, Faloppio; Gocce
(2005), Ibiskos, Empoli. Presso Casagrande, Bellinzona: Rasoterra (1983), Il
colore della malva (1992); Blu cobalto con cenere (2000). Pubblicazioni di
prosa: Terra matta (1984), Dadò, Locarno. Presso Casagrande, Bellinzona:
Tutti discendono, romanzo (1989), Fiori d'ombra, racconti (1997), La Lirica (1998), romanzo.
Radiodrammi: L'incontro (1961), RSI, Lugano; Dentedacciaio (1963), RSI,
Lugano; Il passero di campagna (1964), RSI, Lugano; Sul cavalcavia (1978),
RSI , DRS, Lugano; Cara Zonsi (2003), RSI, Lugano. TV: Per un raggio di
gloria (1998), TSI, Lugano.
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