Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino


Segnaliamo



il manifesto - 13 Agosto 2005

PIERRE BOURDIEU

Una delle opere più importanti di Pierre Bourdieu è «Misére du monde». Oltre mille pagine di interviste a migranti, insegnanti, operai, poliziotti, impiegati sulla «miseria di posizione», quell'insieme di frustrazioni e sofferenze considerate private, ma che invece hanno radici nella realtà sociale. La vita nei quartieri o nelle scuole considerate «a rischio» narrata in prima persona per costruire analiticamente lo spazio sociale su cui esercitare una pratica politica che punti a trasformare la realtà. Un affascinante montaggio di «punti di vista» che spetta ancora di essere tradotto

di EMANUELE BOTTARO

Misère du monde (Seuil) è un'epopea collettiva. Ideata e diretta da Pierre Bourdieu, è il risultato di una ricerca condotta da una vasta équipe di sociologi. Composta di lunghe interviste, dà la parola alle vittime della miseria sociale. Non la «grande miseria», la povertà materiale, ma la «miseria di posizione» di chi si scontra quotidianamente con difficoltà e frustrazioni che sfuggono al suo controllo. Sono problemi che spesso, a torto, si considerano privati, anziché politici, poiché riguardano l'identità e la dignità, ma che dipendono invece da una violenza strutturale. Nella breve introduzione, qui riprodotta, Bourdieu spiega la concezione dell'opera: non si trattava soltanto di presentare dei «casi», ma di dare l'idea dello «spazio dei punti di vista», mettendo vicine le interviste di persone che anche nella vita possono incontrarsi, perché vivono o lavorano negli stessi luoghi e spesso, tuttavia, hanno alle spalle storie troppo diverse per potersi capire e andare d'accordo. Bourdieu richiama esplicitamente la lezione dei grandi romanzieri del `900 che hanno abbandonato la prospettiva onnisciente per adottare il punto di vista dei loro personaggi: il modo in cui vediamo il mondo e lo comprendiamo dipende dalla posizione che occupiamo. Così ogni intervista è preceduta da un breve preambolo che presenta la «posizione» dell'intervistato. La lettura delle interviste è un'esperienza profondamente coinvolgente. Dà la sensazione di accedere direttamente ai sentimenti e alle emozioni di persone che raramente arrivano a esprimersi, e ancor meno a farlo pubblicamente: famiglie impoverite, relegate nei ghetti metropolitani, accanto a nuclei di immigrati che stentano a integrarsi; guardiani, poliziotti, magistrati, assistenti sociali, maestri, professori, presidi lasciati soli e impotenti a fronteggiare la missione impossibile che è lo svolgimento dei loro compiti di servizio sociale in questi luoghi dove la concentrazione di malessere è esplosiva; vecchi operai messi da parte, giovani condannati al lavoro precario, sindacalisti e militanti sfiduciati, impiegati vessati, imprenditori agricoli e commercianti in difficoltà, quadri licenziati senza futuro, studenti dirottati in percorsi scolastici senza sbocco, ricercatori mal pagati e non riconosciuti, mogli sfruttate e abbandonate, senza tetto alla deriva, anziani rimasti soli, malati e portatori di handicap trattati come oggetti. La misère du monde fa dunque emergere le condizioni sociali della sofferenza, anche quella che appare più personale: effetti del mercato immobiliare, scolastico, del lavoro, sanzioni aperte o insidiose della vita professionale. Alcuni considerano il libro, a torto, la prima manifestazione dell'impegno politico di Bourdieu, in quanto indica il ruolo della politica e dei media nella genesi e nell'aggravamento dell'«ordine delle cose» che sta dietro i drammi delle persone. In realtà Bourdieu ha sempre inteso il suo lavoro come inseparabilmente scientifico e politico: la sociologia fornisce strumenti razionali per tentare di controllare i meccanismi della «violenza simbolica» esercitata dall'ordine sociale. Solo se si capisce come il mondo funziona si può arrivare a capire come potrebbe funzionare diversamente. Nonostante abbia quasi mille pagine, il volume in Francia è stato un best-seller, ha ispirato vari adattamenti teatrali e ha reso Bourdieu immensamente popolare. È stato tradotto e anche imitato in altri paesi. In Italia non ha ancora trovato un editore. Eppure questo straordinario caleidoscopio di personaggi può catturare anche da noi un pubblico molto vasto e culturalmente eterogeneo, facendogli scoprire un autore che trasforma il nostro sguardo sul mondo e su noi stessi.




PIERRE BOURDIEU: da Wikipedia, l'enciclopedia libera (leggi)

Hommage a PIERRE BOURDIEU (1930 – 2002) di Roland PFEFFERKORN (leggi)






di PIERRE BOURDIEU (traduzione di Adelaide Agosta)


Per capire ciò che succede in luoghi come, per esempio, i quartieri periferici o i grandi complessi edilizi popolari e anche in molti istituti scolastici, dove persone che non hanno niente in comune sono accostate e obbligate a coabitare, vuoi nell'ignoranza o nell'incomprensione reciproca, vuoi nel conflitto, latente o dichiarato, con tutte le sofferenze che ne derivano, non basta analizzare e spiegare isolatamente ogni punto di vista. Bisogna anche mettere questi punti di vista a confronto tra loro, come lo sono nella realtà, e non tanto per relativizzarli, abbandonandosi al gioco infinito delle immagini incrociate, ma, al contrario, per fare apparire, attraverso il semplice effetto della giustapposizione, ciò che avviene nello scontro tra visioni del mondo differenti o addirittura antagonistiche: ovvero, in certi casi, il tragico che nasce dallo scontro, senza concessione né compromesso possibili, di punti di vista incompatibili, poiché egualmente fondati su una «ragione sociale». Le interviste sono state concepite e costruite come insiemi autosufficienti, suscettibili di essere letti separatamente (e in qualsiasi ordine), ma sono state distribuite in modo tale che le persone appartenenti a categorie che hanno forti probabilità di essere vicine, se non di entrare in rapporto, nello spazio fisico (come per esempio i custodi delle case popolari e gli abitanti di queste, adulti o adolescenti, operai, artigiani o commercianti) si trovino accostate anche nella lettura. In tal modo si spera di ottenere due effetti: in primo luogo, mostrare che le zone dette «difficili» (come oggi lo sono i quartieri periferici o la scuola) sono innanzitutto difficili da descrivere e da pensare e, quindi, bisogna sostituire le immagini semplicistiche e unilaterali (per esempio quelle veicolate dalla stampa) con una rappresentazione complessa e multipla, fondata su discorsi che esprimono le stesse realtà in modi differenti e a volte inconciliabili; in secondo luogo, alla maniera di scrittori come Faulkner, Joyce o Virginia Woolf, abbandonare il punto di vista unico, centrale, dominante, per così dire divino, in cui si situa volentieri l'osservatore (...), per adottare, invece, la molteplicità delle prospettive corrispondenti alla molteplicità dei punti di vista coesistenti e a volte direttamente concorrenti.1

Questo prospettivismo è ben lontano da un relativismo soggettivistico, che porterebbe a una forma di cinismo o di nichilismo. In realtà, esso trova fondamento nella stessa realtà del mondo sociale e contribuisce a spiegare una parte consistente di ciò che accade in questo mondo e, in particolare, molte sofferenze generate dalla collisione di interessi, di disposizioni e di stili di vita differenti, favorita dalla coabitazione - in particolare nel luogo di residenza o di lavoro - tra persone che sono diverse sotto tutti questi profili. Le opposizioni, soprattutto negli stili di vita, che separano classi, etnie o generazioni diverse sono percepite e vissute all'interno di gruppi permanenti come i vicini di quartiere o di caseggiato, i colleghi d'ufficio, ecc., orizzonte vissuto di tutte le esperienze, con tutti gli errori (di bersaglio in particolare) prodotti dall'effetto schermo. Il confronto diretto delle differenze favorisce la lucidità interessata e parziale della polemica: è il caso, per esempio, dell'immigrata spagnola che sottolinea la differenza tra la struttura delle famiglie europee, che combinano un basso tasso di fecondità e, spesso, una forte disciplina di vita, e quella delle famiglie magrebine, molto prolifiche e, spesso, votate all'anomia dalla crisi dell'autorità paterna, dovuta alla condizione dell'esiliato non integrato e, a volte, addirittura dipendente dai propri figli. Ma a volte si incontrano persone che, a causa della loro traiettoria e della loro posizione tendono a una visione lacerata e scissa: penso alla commerciante di articoli sportivi di un quartiere popolare «difficile», che si sente legittimata a difendersi con forza dalle aggressioni dei giovani della zona, pur avendo uno sguardo comprensivo nei loro confronti.

Persino l'esperienza della posizione occupata all'interno del macrocosmo sociale è determinata o, quantomeno, alterata dall'esperienza diretta dell'effetto delle interazioni sociali all'interno di questi microcosmi sociali: l'ufficio, l'officina, la piccola impresa, il vicinato, e anche la famiglia stessa. Il monologo teatrale di Patrick Süskind, Il contrabbasso, ci dà un'immagine particolarmente efficace dell'esperienza dolorosa del mondo sociale vissuta da tutti coloro che, come il contrabbasso nell'orchestra, occupano una posizione inferiore e oscura all'interno di un universo prestigioso e privilegiato, e quest'esperienza è tanto più dolorosa, forse, quanto più quell'universo, in cui sono inseriti quel che basta per percepire la loro posizione relativamente bassa, è situato in alto nello spazio globale. Questa miseria di posizione, relativa al punto di vista di colui che la sperimenta chiudendosi nei limiti del suo microcosmo, è votata ad apparire «del tutto relativa», come si usa dire, cioè del tutto irreale, se si prende il punto di vista del macrocosmo e la si confronta con la grande «miseria di condizione», cui ci si riferisce quotidianamente a scopo di condanna («non lamentarti!») o di consolazione («c'è ben di peggio, sai!»).

Ma fare della grande miseria la misura esclusiva di tutte le miserie significa impedirsi di vedere e di capire una gran parte delle sofferenze caratteristiche di un ordine sociale che ha forse fatto regredire la grande miseria (meno, tuttavia, di quel che spesso si dice), ma che, differenziandosi, ha anche moltiplicato gli spazi sociali che hanno favorito uno sviluppo senza precedenti di tutte le forme di piccola miseria. Non avremmo fornito una giusta rappresentazione di un mondo che, come il cosmo sociale, ha la particolarità di produrre innumerevoli rappresentazioni di sé, se non avessimo fatto posto, nello spazio dei punti di vista, a categorie particolarmente esposte alla piccola miseria quali sono tutte le professioni che hanno la missione di occuparsi della grande miseria o di parlarne, con tutte le distorsioni legate alla particolarità del loro punto di vista.

Il mistero della doxa neoliberale
«Le astuzie del potere», un insieme di saggi sullo studioso francese per ombre corte
Lo spazio del conflitto «Proposta politica» di Pierre Bourdieu per «andare a sinistra»

di MASSIMILIANO GUARESCHI

Nell'inverno del 1995, in occasione dello sciopero dei dipendenti del trasporto pubblico che avrebbe paralizzato la Francia per alcune settimane, Pierre Bourdieu prende la parola a un'affollata assemblea di ferrovieri per comunicare il proprio appoggio e per specificare come la lotta in corso avesse un significato non corporativistico ma universalistico, che chiamava in causa le condizioni di vita delle classi subalterne. A tale pronunciamento sarebbe seguita fino alla morte, avvenuta il 23 gennaio 2001, un'attività sempre più intensa di militanza diretta a supporto delle più diverse mobilitazioni, dagli agricoltori ai sans papiers, dai precari agli insegnanti, nella prospettiva della costruzione di un movimento europeo in grado di rinnovare dal basso le pratiche dell'agire politico. Contemporaneamente, l'impegno politico si declinava anche in termini di politica culturale. Il proposito di veicolare elementi di critica del presente oltre la ristretta cerchia degli specialisti lo spinse a farsi promotore di iniziative editoriali come la casa editrice Raison d'agir - sorta con il proposito di produrre volumi agili e a basso prezzo in grado di fornire punti di vista diversi, sociologicamente fondati, sulla globalizzazione, le ossessioni securitarie, i presunti vincoli dell'economia - o a collaborare alla rivista musicale «les Inrockuptibles», allo scopo di raggiungere con le sue idee un nuovo pubblico. L'ingresso di Bourdieu nell'agone politico suscitò un'ampia eco. E anche una certa sorpresa, vista la discontinuità rispetto all'atteggiamento precedentemente tenuto dal sociologo. Certo, il posizionamento di Bourdieu a sinistra non era un mistero, tuttavia fino a quel momento si era espresso in forme più «ortodosse», nella specificità del lavoro scientifico e della dimensione accademica, al cui interno aveva la possibilità di beneficiare del ruolo, secondo la sua definizione, dell'«eretico legittimato». Che la rottura fra i due momenti sia in realtà solo apparente è quanto cercano di dimostrare molti dei contributi raccolti da Loïc Wacquant in Le astuzie del potere. Pierre Bourdieu e la politica democratica (ombre corte, pp. 178, € 15).

Bourdieu ha sempre manifestato una concezione fortemente politica della sociologia. A tale disciplina è infatti affidato il compito di «defatalizzare il mondo», di mostrare il carattere storico e artificiale di dispositivi di dominio il cui funzionamento presuppone la loro percezione, da parte dei dominati, come fatti naturali. In tal senso si potrebbe parlare di una sorta di fiducia illuministica, sulla quale è lecito nutrire qualche perplessità, nella capacità emancipativa di un sapere che, se scientificamente rigoroso, non può che porsi come istanza critica dello status quo e dei discorsi che lo legittimano. In tale ottica può essere letta la sua traiettoria intellettuale, dagli iniziali studi sull'impatto della colonizzazione sulle società algerine, passando per le analisi sul sistema scolastico come meccanismo di riproduzione delle differenze di classe o sul dominio simbolico fino alla critica della doxa neoliberista che lo vede impegnato a partire da la Misére du monde.

Per cogliere la specificità dell'approccio di Bourdieu al campo della politica Le astuzie del potere può essere letto in parallelo alla recente raccolta di scritti del sociologo francese Proposta politica. Andare a sinistra oggi (Castelvecchi, pp. 115, € 10). Wacquant sottolinea come nell'opera boudieusiana possa essere individuato un «tentativo di plasmare una scienza delle condizioni di possibilità della democrazia», intesa come «una particolare formazione sociale in cui ciascuno possiede l'inclinazione e la capacità di farsi carico delle questioni politiche». Una simile prospettiva passa necessariamente per la problematizzazione, in chiave sociologica, di una serie di presupposti dati per scontati dalla scienza politica, quali la logica aggregativa dei voti tipica dei meccanismi elettorali. L'isolamento nella cabina del singolo elettore gli appare non il meccanismo che garantisce l'esercizio della partecipazione politica, bensì un dispositivo che, occultando le diverse allocazioni di risorse cognitive e simboliche, contribuisce a ratificare la distinzione fra cittadini politicamente attivi e passivi. Con ogni evidenza, Bourdieu ripone maggiori aspettative in altre forme di costruzione dell'azione collettiva, quali le mobilitazioni di piazza e sul luogo di lavoro, nelle quali le opzioni emergono non come aggregato statistico di opinioni atomizzate ma attraverso l'interazione fra gli attori coinvolti. Anche in questo caso, tuttavia, il percorso verso una politica democratica non appare lineare, e deve scontare i paradossi, e le derive «usurpatorie», a cui approda ogni inevitabile pratica di delega. Interrogarsi sulle condizioni di una possibile politica democratica, inoltre, significa anche considerare non solo le posizioni ma anche le disposizioni, ossia non solo le condizioni strutturali e la collocazione di classe degli attori ma anche gli schemi di percezione e classificazione della realtà che a tali posizioni sono dialetticamente correlati. E questo in quanto per Bourdieu «la lotta politica è una lotta cognitiva, pratica e teorica, per il potere di imporre la visione legittima del mondo sociale, cioè per il potere di (ri)produrre la realtà preservando o modificando le categorie attraverso cui gli attori comprendono e costruiscono il mondo».

Torna all'indice degli articoli segnalati



Vai alla pagina principale