Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino


Segnaliamo: dossier Coca-Cola

Il confronto non ci fa paura. Malgrado esso sia sempre sbilanciato, da una parte chi ha dalla sua la forza mediatica ed economica per presentare le proprie tesi e i propri valori, dall'altra chi oltre a subire la violenza fisica del potere (militare, economico e politico) riesce con difficoltà a far circolare le semplici informazioni riguardanti le difficili condizioni della propria vita quotidiana, lavorativa, famigliare. Siamo generosi, lasciamo l'inizio di questa prima pagina al potentato della nostra informazione televisiva locale, liberale fino al midollo e ciellino nell'anima, che sbeffeggia coloro i quali trovano giusto, dignitoso e necessario, non sostenere chi si macchia di crimini, con un semplice gesto civile e pacifico.
È inutile sottolineare che siamo più vicini alle visioni etiche e ai comportamenti quotidiani di un cristiano come Alex Zanotelli che non a quelli di un moralizzatore come Michele Fazioli ... e brindi pure con la Coca-Cola, una bevanda che ben si allinea ai propri valori. Salute!

Ci auguriamo che qualcosa/qualcuno si metta in moto ... questo è il nostro primo piccolo contributo. (22 novembre 2005)


Corriere del Ticino, lunedì 21 novembre 2005

C’È CHI PREDICA L’ ASTINENZA DALLA COCA-COLA

di MICHELE FAZIOLI

Quando ci vuole, ci vuole. E così mercoledì sera ho brindato con Rivella (nostra quasi imbevibile bevanda nazionale) per festeggiare i rossocrociati a dispetto del Salmo svizzero fischiato e delle botte turche negli spogliatoi. Certe bibite sono un simbolo, come lo champagne a capodanno e il tè inglese delle cinque. C’è per esempio qualcosa di patetico, anzi di malsano, nel boicottaggio della Coca-Cola, che la sinistra torinese ha bandito quale bevanda sponsor dalle olimpiadi invernali e gli studenti di varie università italiane hanno abolito nei distributori degli atenei. La bruna bevanda con le bollicine sarebbe il bieco liquido di una multinazionale cattiva, che sfrutta lavoratori in Colombia ma, quel che è peggio, rappresenta il mito del Male americano. È Coca-Cola lo yankee sprezzante che a gamba larga si fa strada nel mondo a colpi di dollari, è Coca-Cola George W. Bush e con lui le bombe intelligenti, la CIA, l’imperialismo, l’embargo su Cuba, gli hamburger, l’obesità, la musica country con gli stivali di cuoio, lo strapotere del cinema americano, Dallas e Friends e gli antidarwinisti. E allora via la Coca-Cola, il ruttino dolce e liberatore lo si farà con Gatorade, grande sponsor dello sport italiano, senza sollevare proteste. Per fortuna Furio Colombo (snob liberal prestato al post-comunismo) sull’Unità ha ascoltato la propria cultura solida e ha scritto che il boicottaggio è un’enorme sciocchezza e che proprio la Coca-Cola fu la prima grande azienda americana a dar lavoro ai neri. La demonizzazione della Coca è un tormentone ciclico. Pensate che la storia cominciò nella Germania nazista quando Goering, temendo la frizzante bibita americana quale simbolo di democrazia multirazziale, la mise al bando e fece creare la risposta ariana, la bionda Fanta, che oggi ancora viene tranquillamente bevuta da destra a sinistra senza complessi di colpa. La Coca contiene un po’ di caffeina, è troppo dolce (ma c’è la Light e persino la Diet), è forse un po’ eccitante e magari non fa bene allo stomaco se bevuta a forti dosi (ma i pediatri la consigliano a cucchiaini contro la nausea dei piccoli…). È anche vero che la Coca-Cola ha invaso in modo aggressivo i mercati del mondo e il suo marchio è universale e vale miliardi. Non c’è duna del deserto o igloo dell’ Artico, bassofondo di favela o terrazza di Manhattan o Montmartre o pianoro dell’ Emmental che non abbiano l’ammiccamento biancorosso della Coca. Va bene, è un prodotto mondiale d’esportazione, una bibita globalizzata. Ma lo sono anche il caffè e il cacao che vengono dalle piantagioni del Sudamerica e il tè che viene dalla Cina e dall’ India. Che ne sappiamo noi dei lavoratori che raccolgono in Brasile i chicchi o le fave del caffè Lavazza e del cioccolato Nestlé? Ma, quel che è peggio, mi sembra polverosa e recidiva l’insistenza di chi continua a menarla con l’antiamericanismo viscerale, emotivo, di pancia e mai di testa, accecato dalle sbornie ideologiche non smaltite. L’ America, di cui l’ Europa è radice storica e culturale, è a sua volta una delle nostre radici di civiltà politica, dalla cultura liberale alle conquiste scientifiche, ai grandi confronti del 20mo secolo (dicono niente le spiagge insanguinate di Normandia e l’abbattimento pacifico del muro di Berlino?). Con tutte le prepotenze muscolari, le rozzezze culturali, i limiti, il profitto esasperato, gli eccessi del pragmatismo, gli Stati Uniti d’ America sono una grande nazione democratica dove i poteri sono sempre controbilanciati, verificati, cambiati. I presidenti non possono rimanere in carica più di 8 anni, la stampa è libera e vigilante, le alternanze politiche assicurate, le colpe processate. E accanto a certa ignoranza grezza e fondamentalista fioriscono anche una cultura vivace, libera e immaginosa, un senso religioso profondo (di popolo e non clericale), una saldezza etica. Non so se ci siano bibite speciali nella Corea del Nord e nel Vietnam militarizzati, nella Cina dal terribile inquinamento (dell’aria e dei diritti umani), nella Cuba che imprigiona gli oppositori, nelle dittature africane, nell’ Iran fondamentalista e paraterrorista, negli emirati assolutisti dove chi porta la croce al collo viene imprigionato, nel Sudan dove ogni giorno vengono massacrati dei cristiani. Se ci fosse una limonata rappresentativa di tutte quelle nefandezze, magari i no-global nostrani con la maglietta Lacôste la berrebbero senza batter ciglio. Anche se non mi piace, mi vien voglia di brindare con un bicchiere di Coca-Cola all’imperfetta libertà (ma libertà è) dell’ America.


il manifesto - domenica, 20 novembre 2005

Tutto è lecito con Coca-Cola
di VITTORIO LONGHI

Continuano a piovere denunce e multe sulla Coca-Cola per comportamento antisindacale e violazione delle leggi sulla concorrenza. Quanti vedono nelle campagne di boicottaggio alla multinazionale di Atlanta solo una miope forma di antiamericanismo, forse ignorano che Coke raccoglie con una frequenza impressionante non solo accuse, ma vere proprie condanne da ogni parte del pianeta, a cominciare dagli Usa. Questa settimana è stata incolpata di antisindacalismo da un gruppo di lavoratori turchi licenziati, minacciati e aggrediti perché rivendicavano diritti elementari e poi sanzionata dai giudici messicani per il modo in cui manipola il mercato locale delle bibite. Nel primo caso, si è rivolto direttamente ai tribunali americani Terry Collingsworth, leader dell'International labor fund, l'organizzazione che qualche anno fa denunciò la storia dei sindacalisti colombiani uccisi dai gruppi paramilitari, assoldati da società affiliate alla Coca-Cola. Collingsworth ha raccolto le testimonianze di alcuni ex dipendenti dell'imbottigliatrice turca, sempre controllata da Atlanta, addetti al trasporto. A luglio centinaia di questi lavoratori avevano indetto una manifestazione per rivendicare il diritto di associarsi e chiedere condizioni migliori, ma anziché trattare i dirigenti hanno preferito chiamare i reparti speciali della polizia turca, la Cevik Kuveet. La dimostrazione pacifica è stata presto repressa con brutalità e i poliziotti non hanno esitato a caricare con manganelli e gas lacrimogeni, arrestando oltre 90 persone, compresi i sindacalisti e gli avvocati, ancora in carcere. Le rivendicazioni erano iniziate dopo che l'azienda distributrice Trakya Nakliyat ve Ticaret aveva licenziato cinque impiegati nella sede di Dudullu perché cercavano di costituirsi in sindacato. A maggio sono stati liquidati altri cinquanta lavoratori iscritti alla sigla degli alimentaristi Disk nell'impianto di distribuzione di Yenidosna, col pretesto delle scarse commesse da parte della Coca-Cola Turchia. Ovviamente la direzione americana nega ogni responsabilità, anzi rigira agli avvocati come Collingsworth le accuse di persecuzione e di diffamazione, scaricando sui fornitori e sui distributori locali ogni eventuale colpa. Diversamente è andata a Città del Messico, dove la multinazionale non ha potuto fare molto contro il tribunale che l'ha appena condannata, insieme a imbottigliatori e distributori, al pagamento di oltre 58 milioni di euro per la violazione delle leggi nazionali. Il caso è partito dal quartiere periferico di Iztapalapa, dove una piccola commerciante, Even Chavez, ha denunciato alla Commissione federale sulla concorrenza le pressioni che subiva da anni dai distributori Coke. Minacciando di toglierle i frigoriferi dati in comodato, varie attrezzature e anche l'insegna, questi tentavano di imporre i prodotti americani vietandole di comprare e rivendere ogni altra bibita, soprattutto quelle che stanno crescendo nel mercato latinoamericano dei soft-drinks, come la Big Cola di produzione peruviana.

La storia di Iztapalapa si è aggiunta a quella di molti altri commercianti che avevano subito le stesse intimidazioni. Così tra luglio e agosto la Commissione ha accusato formalmente la Coca-cola, 15 società imbottigliatrici e 54 distributori di violazione della legge anti-monopolio, con sanzioni altissime. Il denaro, tuttavia, non andrà ai commercianti vessati, come risarcimento, ma direttamente allo stato. «L'importante è avere riacquistato la libertà di vendere ciò che vogliamo - ha detto Even Chavez all'agenzia Associated press -, anche se è stato duro resistere, più volte ho pensato di chiudere il negozio per i continui boicottaggi». La vittoria dei commercianti messicani è particolarmente significativa se si considera che la multinazionale già controlla oltre il 70% del mercato delle bibite analcoliche nel paese e che per la prima volta, nel paese, una grande compagnia americana viene limitata in modo così deciso nelle sue pratiche commerciali illegali.


l’Unità, 11ottobre 2002
«Bevete la Coca islamica aiuterete i bimbi palestinesi» di Alfio Bernabei (leggi)


l’Unità, 21 luglio 2003
“Tutto il boicottaggio in rete: i siti delle campagne”
(leggi)

l’Unità, 21 luglio 2004
“Campagna di boicottaggio contro la Coca Cola: ma l'adesione non è completa” di ma.ta. (leggi)


Centro nuovo modello di sviluppo
La Coca-Cola
inquina e le autorità le ordinano di chiudere. E’ successo in India … (leggi)

Centro nuovo modello di sviluppo
In Colombia non si ferma la violenza nei confronti del sindacalismo e del Sinaltrainal, il 9 settembre 2005 (leggi)


Centro nuovo modello di sviluppo
Negli Stati Uniti ad esempio, cominciano a muoversi le scuole e i college. Gruppi di migliaia di studenti portano all'attenzione dei senati accademici i crimini compiuti dalla Coca Cola: … (leggi)


Boicotto (dal sito REBOC)

La REBOC non è chi cura questo sito. La REBOC sono tutti quelli che in Italia vogliono impegnarsi in questa campagna per i diritti umani. La REBOC sei anche tu.

Aderire alla campagna di boicottaggio è semplice: basta non acquistare più i prodotti della The Coca-Cola Company. Ma puoi fare ancora di più...

Raccogli le firme di adesione al boicottaggio e inviacele via posta. Il modulo da riempire puoi scaricarlo dal link qui sotto. E' possibile anche firmare e far firmare direttamente on line.

RACCOGLIERE LE FIRME E' IMPORTANTE: i sindacalisti colombiani che rischiano la vita ogni giorno sanno che sempre più gente appoggia la loro lotta e la Coca-Cola sa che sempre più consumatori non sono disposti ad accettare i suoi metodi.

Proponi al tuo partito, al tuo sindacato, alla tua associazione, al tuo ente locale di aderire al boicottaggio. Proponi di eliminare i prodotti Coca-Cola dalla tua scuola, università, posto di lavoro o locale. Scrivi una lettera a Coca-Cola per spiegare i motivi della tua iniziativa. Invia le tue lettere di protesta alla Coca-Cola Svizzera.


Sostieni la campagna, organizzando iniziative di protesta, azioni dirette di boicottaggio, iniziative di raccolta fondi per la campagna. Scrivi una e-mail a
no_cocacola_it@yahoo.it per organizzare e comunicare iniziative.

BUON BOICOTTAGGIO!

FIRMA ON-LINE (apri)
FOGLIO PER LA RACCOLTA FIRME (leggi - pdf)
LETTERA DI PROTESTA ALLA COCA-COLA (
organizzazioni / singoli)



Ecco alcuni indirizzi utili


COCA-COLA Beverages SA
Stationsstrasse 33
8306 Brüttisellen

COCA-COLA SA
Stationsstrasse 33
8306 Brüttisellen

THE COCA-COLA COMPANY
One Coca-Cola Plaza
Atlanta GA, 30313

COCA-COLA DE COLOMBIA, Inc.
c/o One Coca-Cola Plaza
Atlanta GA 30313

PANAMERICAN BEVERAGES COMPANY Ltd.
701 Waterford Way
Miami, FL 33126

PANAMCO Ltd.
701 Waterford Way
Miami, FL 33126

PANAMCO COLOMBIA, Inc.
Gerente Roberto Ortiz
Fax. 4011687 y 4011413 en Bogotá - Colombia y
c/o 701 Waterford Way Miami, FL 33126

P.c. SINALTRAINAL - Bogotà COLOMBIA
Carrera 15 No.35-18.
Fax 00571 2455325 .
E-mail:
sinaltrainall@sinaltrainal.org





Per non essere tacciati di antiamericanismo ... segnaliamo la dichiarazione finale del tribunale permanente dei popoli, caso Nestlè Colombia presentata a Berna in udienza pubblica sabato 29 ottobre 2005, elaborata in collaborazione con il combattivo sindacato Sinaltrainal

Facciamo pulizia anche in casa nostra!

marzo 2008

Coca-Cola: giù le mani da Bella Ciao (leggi)


Ottobre 2007

Continuano le minacce e la repressione antisindacale negli stabilimenti della Coca Cola in Colombia. Sequestrato e torturato il figlio di un lavoratore - sindacalista della multinazionale americana (leggi il comunicato)


Giugno 2007
Festate e Coca – Cola: perchè non rispondere ad una lettera gentile ed argomentata? (
leggi) Possibile che tutto sia immagine ed apparenza e che ben poco ci sia dietro la facciata? E' necessario spaccare vetrine e bruciare auto per iniziare un dialogo?


William Reymond, Coca Cola, L'inchiesta proibita
Traduzione dal francese di Marina Nazzaro, Edizioni Lindau
pagg. 400, euro 23


Festate ... calice amaro
Sottoscriviamo la lettera dei compagni del “C.S.( ).A. il molino” (leggi) luglio 2006


Passata la festa gabbato lo santo”

Coca Cola: "Mai parlato di inchiesta", ispezione o di commissione. L’accordo firmato a Novembre era esplicito: Coca Cola acconsentiva alla visita di una delegazione interistituzionale negli stabilimenti dell’imbottigliatore colombiano. Come e quando lo decideremo con Veltroni, è con lui che abbiamo firmato l’accordo”. Tre mesi dopo, Nicola Raffa, responsabile pubbliche relazioni per il Mediterraneo della company di Atlanta, gela le speranze su un’inchiesta indipendente negli stabilimenti colombiani al centro di ripetute denunce, di violazione dei diritti umani e sindacali, da parte del sindacato Sinaltrainal che ha promosso una campagna internazionale di boicottaggio della nota bibita gassata. Con una lettera a Luigi Nieri, assessore al Bilancio della Regione Lazio e Massimiliano Smeriglio, Presidente del Municipio Roma XI, la multinazionale di Atlanta ha così respinto al mittente la proposta di composizione della commissione, elaborata con la Reboc (Rete boicottaggio Coca Cola) che, secondo gli accordi, avrebbe dovuto effettuare la visita entro il mese di marzo.
Liberazione
8.3.2006


Lugano, lunedì 30 gennaio 2006 ... Coca-Cola: no grazie!

Numerose e documentate le accuse locali e internazionali contro i crimini della Coca-Cola nei confronti dei propri lavoratori in Colombia. Il mondo civile e democratico protesta pacificamente e fermamente contro questi soprusi e richiede almeno l’apertura di una semplice inchiesta. A Lugano nel tardo pomeriggio di lunedì 30 gennaio 2006 sfilerà la fiaccola olimpica sponsorizzata dalla Coca-Cola. Come segno di solidarietà ai lavoratori e come forma di pressione verso pratiche intollerabili invitiamo tutti a partecipare all’avvenimento sommergendo di fischi il passaggio di questo simbolo purtroppo macchiato dal sangue dei lavoratori e delle lavoratrici.
CHI COMPRA VOTA
Votate ogni volta che fate la spesa, ogni volta che schiacciate il telecomando, ogni volta che andate in banca, sono voti che date al sistema. (Alex Zanotelli)
- La mia spesa per la pace (
leggi pdf). Vi invitiamo perciò da subito ad un piccolo, semplice, significativo gesto: non acquistate i prodotti della Coca-Cola.


Approfondimenti:
-
dal sito di Carta (
leggi)
-il sito
www.nococacola.info
-una riflessione più generale riferita ad Alex Zanotelli (leggi)


Spenta la fiaccola a Genova (leggi) ... dovevo fare il tedoforo, poi ho saputo di Coca Cola... (leggi)


Coca – cola a Mendrisio l'8 dicembre 2005 (leggi)


La notizia!

8 novembre 2005

Il divieto annunciato dal Municipio Roma XI (leggi) di attraversare il territorio municipale al tedoforo delle Olimpiadi perché sponsorizzato da Coca Cola ha ottenuto il risultato sperato: la Coca Cola "ha accettato l'istituzione di una delegazione mista e indipendente che porterà una rete di amministratori locali, sindacati, società civile e Cola Cola Company negli stabilimenti colombiani per verificarne le condizioni dei lavoratori (leggi). Espressa soddisfazione dal sindacato SINALTRAINAL (leggi)


Opportuno e necessario porre la medesima richiesta a Coca-Cola Svizzera

COCA-COLA Beverages SA
Stationsstrasse 33
8306 Brüttisellen



Indagine sulle accuse di omicidio e violenza negli impianti colombiani della Coca-Cola - Rapporto della Commissione di New York City che ha svolto un'inchiesta in Colombia dall'8 al 18 Gennaio 2004 (leggi)

Leggi il rapporto indipendente sulla Coca-Cola, luglio 2005 (formato pdf)

Scheda sintetica (volantino fronte e retro, formato pdf) elaborato da Reboc, Roma, luglio 2005 (leggi)

Sinaltrainal Sindicato nacional de trafajadores de la industria de alimentos - Colombia


Bolivia: pesanti accuse a Coca Cola

Secondo il neo eletto presidente boliviano Evo Morales la multinazionale Coca-cola sosterrebbe il commercio di cocaina. “Una delle maggiori cause della presenza yankee nel territorio andino - ha detto il neo presidente - è il controllo della coca attraverso l’impresa Coca-cola”. Morales ha affermato che oggi il commercio di coca è illegale tra i paesi andini ma non per l’impresa statunitense, che può comprare la quantità che vuole in qualsiasi paese la produca. Qualche giorno fa il vice-ministro della Difesa Sociale boliviana, Ernesto Justiniano, ha fatto sapere che in passato quell’ufficio aveva autorizzato l’esportazione di 150 tonnellate di foglia di coca negli Stati Uniti per la fabbricazione della bibita gassata, fatto negato da un portavoce della multinazionale.
Fonte: Amisnet - 1 febbraio 2006


Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano tra gli ispiratori della campagna Sponsor Etici.

Nel 2002 il Sindaco (Veltroni ndr), su mia richiesta, prese pubblicamente l’impegno di non accettare la sponsorizzazione, la pubblicità e il contributo in denaro delle multinazionali sotto boicottaggio. Anche questa importante decisione del Municipio Roma XI va inserita in un percorso complessivo avviato in quel momento. E’ ora che questo percorso venga portato a compimento con la rapida approvazione del Regolamento sulle sponsorizzazioni, che, in base a notizie in mio possesso, è pronto ma giace in Consiglio Comunale in attesa di essere messo all’ordine del giorno”.


La lunga lista delle violazioni denunciate dal sindacato colombiano Sinitral contro i lavoratori della Coca-Cola e di altri importanti transnazionali del settore alimentare
(dati dal 1984 al 1996 dal sito
www.terrelibere.it elaborato da Antonio Mazzeo Medellin, agosto 2001 (leggi il testo completo)


Lavoratori assassinati
1986 Héctor Daniel Useche Beron  (Nesté of Colombia)
1989 Luis Alfonso Vélez (Nestlé of Colombia)
1993 Harry Laguna Triana (Cicolac Ltda)
1994 José Eleaser Manco David (Coca Cola)
1994 Luis Enrique Giraldo Arango (Coca Cola)
1995 Luis Enrique Gomez Granada (Coca Cola)
1996 José Manuel Becerra (Cicolac Ltda)
1996 Toribio de la Hoz Escorcia (Cicolac Ltda)
1996 Alejandro Hernandez V. (Cicolac Ltda)
1996 Isidro Segundo Gil Gil (Coca Cola)
1996 José Libardo Herrera Osorio (Coca Cola)

Lavoratori sopravvissuti ad attentati e costretti a rifugiarsi all’estero
1990 Antonio Rico Morales (Nestlé of Colombia)
1995 Víctor Eloy Mieles Ospino (Cicolac Ltda)
1996 Gonzalo Gómez Cervantes (Cicolac Ltda)
1996 Adolfo Cardona Usma (Coca Cola)
1996 Gonazlo Quijano Mendoza (Beta Ltda)
1998 Rafael Carvajal (Coca Cola)

Lavoratori gravemente minacciati e costretti a lasciare il posto di lavoro
1995 Luis Eduardo García (Coca Cola)
1995 Rafael Almenteros (Coca Cola)
1995 Alfonso Mutis (Coca Cola)
1995 Sessanta operai dell’impresa ‘Granja La Catorce’ nella Sierra Nevada di Santa Marta (Magdalena), di proprietá della societá Indunal S.A., del Senatore Fuad Char Abdala
1996 Oscar Tascón Abadía (Cicolac Ltda)
1996 Tomás Enrique Galindo (Cicolac Ltda)
1996 Alfonso Daza Alfaro (Cicolac Ltda)
1996 Gabriel Serge (Cicolac Ltda)
1996 Martín Emilio Gil Gil (Coca Cola)
1996 Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1998 Luis Javier Correa Súarez (Coca Cola)

Lavoratori arrestati con l’accusa di terrorismo e sovversione, torturati e successivamente liberati perché innocenti
1984 Jaime Gómez Díaz (Coca Cola)
1984 Efraín Surmay (Coca Cola)
1984 Rafael Almenteros (Coca Cola)
1984 Heriberto Gutiérrez (Coca Cola)
1984 Julio Alberto Arango (Coca Cola)
1984 Humberto Cortés (Coca Cola)
1995 Luis Javier Correa Súarez (Coca Cola)
1995 Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1996 Luis Eduardo García (Coca Cola)
1996 José Domingo Flórez (Coca Cola)
1996 Sergio A. López (Coca Cola)
1996 Alvaro González (Coca Cola)
1996 Luis Javier Correa (Coca Cola)
1996 Edgar A. Páez (Sinaltrainal)
1996 Gonzalo Quijano (Beta Ltda)
1996 Eduardo Ortega (Beta Ltda)
1996 Alvaro Villafañe (Nestlé of Colombia)
1996 Rafael Moreno (Sinaltrainal)
1996 Alfonso Barón (Cicolac Ltda)
1996 Hernando Seirra (Cicolac Ltda)

Sindacalisti dell’impianto Coca Cola di Carepa (Urabá-Antioquia) costretti a fuggire in altri dipartimenti della Colombia
1985 Elías Muñoz
Bernardo Alcaraz
Jannio Barrios
Jaime Cano
Consuelo Montoya
Robert Harold López
Wilson Montoya
Rodrigo Rueda
Rubiel Goez
Jesús Emilio Giraldo
Humberto Ramirez
1996 Dolahome Tuberquia
Giovanny Gómez
Hernán Manco
Oscar Darío Puerta
Oscar Alberto Giraldo
Luis Adolfo Cardona



il manifesto - martedì, 7 febbraio 2006

TERRATERRA
La Coca-Cola e una morte sospetta
di Marina Forti

Il signor V. Kamsan era il presidente del gram sabha (consiglio di villaggio) di Gangaikondan, nello stato meridionale indiano del Tamil Nadu, proprio sulla punta meridionale dell'India. Lo scorso 23 agosto ha presieduto una tempestosa riunione in cui il consiglio ha votato una risoluzione contro uno stabilimento dove imbottigliare bibite con il marchio Coca-Cola. Il 30 agosto il signor Kamsan è morto, all'ospedale di Tirunelveli, il capoluogo di distretto. Ora la sua scomparsa è oggetto di un'inchiesta, aperta dall'Alta Corte di Chennai (la città una volta nota come Madras). Mentre lo stabilimento continua a suscitare opposizioni a Gangaikondan. Il progetto è della South India Bottling Company, che opera in franchising per conto della Hindustan Coca-Cola (la filiale indiana della multinazionale che ha sede a Atlanta, negli Usa). La ditta ha avuto la concessione per il suo stabilimento nella «zona industriale» a una ventina di chilometri dal villaggio di Gangaikondan, su terreno dell'ente per la promozione industriale dello stato del Tamil Nadu. Ma per imbottigliare le sue bibite, la compagnia attingerà circa 500mila litri d'acqua al giorno dal fiume Thamirabani: ed è questo che ha suscitato l'opposizione della comunità locale, espressa dai rappresentanti politici della zona, gli eletti nel consiglio di villaggio, e numerosi attivisti sociali. Temono che attingere acqua in quelle quantità industriali sarà un danno per l'agricoltura nei distretti di Tirunelveli e Tuticorin, che soffrono già di una cronica scarsezza d'acqua. Temono anche gli scarichi del futuro stabilimento - gli abitanti di Gangaikondan attingono da quel fiume l'acqua per tutte le necessità domestiche quotidiane, lavare, cucinare, bere.

Dunque il gram sabha di Gangaikondan il 23 agosto aveva dichiarato tutta la sua opposizione: «Poiché lo stabilimento provocherà rischi ambientali e sanitari oltre a innescare un'acuta scarsità di acqua potabile, il governo deve revocare l'autorizzazione concessa alla compagnia», diceva la risoluzione approvata. Poi però sono avvenuti alcuni fatti strani - secondo quanto ricostruisce la moglie del signor Kamsan, signora Santhanamary, nell'esposto presentato all'Alta Corte di Chennai, che su questa base il 30 gennaio ha deciso di aprire un'indagine giudiziaria (lo riferisce il notiziario on-line Environmental News Service, 2 febbraio). Dunque: 12 ore dopo la riunione del consiglio di villaggio, Kamsan consegna un comunicato al quotidiano The Hindu, uno dei maggiori quotidiani nazionali in lingua inglese. Il comunicato dice tutto il contrario di quanto approvato dal consiglio. Quando i cronisti gli chiedono perché, lui dichiara: «Sono sotto un'immensa pressione da parte del pubblico, della polizia e di alcune altre parti». La stessa sera - continua la moglie - si presentano a casa sua dei rappresentanti della ditta in franchising Coca-Cola, e ordinano a Kamsan di seguirli a Tirunelveli, il capoluogo. Lo riaccompagneranno a casa il 28 agosto, quattro giorni dopo: sta malissimo, racconta alla moglie di essere stato trattenuto in un hotel, costretto a ingurgitare alcool nonostante la sua itterizia, e imbottito di «raccomandazioni» a lasciar perdere la risoluzione del villaggio e la sua opposizione allo stabilimento. Kamsan entra in ospedale e là muore il 30 agosto. Molti hanno trovato assai sospetta la successione degli eventi. Di questo si occuperanno ora i magistrati.

Le proteste nel frattempo sono continuate. Alla fine di gennaio una nuova riunione del gram sabha di Gangaikondan ha approvato una nuova risoluzione di protesta, dopo un dibattito accesissimo: di nuovo, chiede al governo di revocare la licenza allo stabilimento «perché inquinerà l'ambiente, le acque di falda e il terreno». La Coca-Cola «parla molto delle sue buone relazioni con le comunità, di trasparenza e responsabiità, ma la realtà è che è coinvolta in dubbi tentativi di intimidire le comunità locali», dice T. Fatimson della «Campagna per il diritto alla sicurezza alimentare», uno dei gruppi che si oppongono allo stabilimento di Gangaikondan. Il conflitto resta aperto.

il manifesto - mercoledì, 25 gennaio 2006


COCA COLA
La bevanda americana sponsorizza le Olimpiadi, anche a Torino. Forse è il caso di ricordare qualche vecchia vicenda che la riguarda: per esempio, nel 1976 in Guatemala...
E la chiamano scintilla della vita
di Dante Liano*


«A quel punto, non ci fu più sindacato né della Coca Cola, né di nessun'altra fabbrica. Era prevalsa la soluzione più radicale, finale. La fine del sindacato della Coca Cola era costata 8 dirigenti morti, due scomparsi e sei feriti... In Guatemala, ora che dicono sia tornata la democrazia, quei delitti sono ancora impuniti. In compenso si continua a bere la famosa bibita»


Tutto iniziò con una stoltezza. Ciò che venne dopo, gli scambi di persona, i coltelli, le armi, i 27 morti, la rabbia, il terrore, i funerali e le vendette, tutto derivò da quella stupidità. L'insensatezza è pericolosa perché, se si insiste, diventa malvagità. Questa è una storia lunga e scabrosa e va raccontata sin dall'inizio, quando nessuno avrebbe pensato che si sarebbe arrivati a tanto, per finire poi in nulla o addirittura in oblio.

La stupidità fu quella di John C. Trotter, titolare della concessione della Coca Cola in Guatemala. Chi volesse capire cos'è una multinazionale, dovrebbe provare a fare la pubblicità per una compagnia come la Coca Cola in un piccolo paese del Terzo mondo. Il famoso logo della bibita gasata ha un colore rosso acceso: se un giornale pubblica un inserto con quel logo e il colore non è esattamente quello voluto dalla prestigiosa compagnia nordamericana, non viene pagato, perché il marchio deve essere quel rosso e non uno simile. Ma queste sono sciocchezze in confronto a quello che stiamo per raccontare.

I lavoratori della Coca Cola in Guatemala non avevano un sindacato e Trotter odiava quel tipo di organizzazioni, perché gli sembravano retaggio del comunismo, dottrina che il padrone odiava con tutta la sua anima. Ma una sua idea fece nascere il sindacato e in questa vicenda si può constatare come un'azione capziosa può rivoltarsi contro il furbo che la propone.

Troppa anzianità
Il signor Trotter riteneva che ormai i suoi dipendenti avessero accumulato troppa anzianità e che, in caso di licenziamento, avrebbero avuto diritto a troppi soldi, quindi decise di licenziare in tronco tutti i suoi dipendenti e il giorno dopo li riassunse. Con questa mossa, quella volpe di Trotter aveva azzerato l'anzianità di tutti. Ma commise l'errore di non prendere in considerazione il fatto che la sopportazione della gente arriva fino a un certo punto. Il conflitto infatti esplode spesso per motivazioni banali. I lavoratori avevano deciso infatti di formare un sindacato e di proporre alla multinazionale un negoziato: «Un negoziato? Ma cosa si credono questi analfabeti?», reagì Trotter, e li mandò tutti al diavolo. Il tira e molla fra padrone e operai durò due anni; alla fine, nel 1976, la fabbrica venne occupata e i titolari decisero di chiamare la polizia che intervenne con decisione: quattordici operai finirono in ospedale e dodici in galera. Era solo l'inizio. Questi atti di resistenza finivano sempre con un episodio violento. Sembravano fatti isolati, sporadici, e invece erano legati l'uno all'altro, in una catena che sarebbe stata senza fine.

Gli autisti, i facchini, i venditori ambulanti non mollarono e a quel punto i dirigenti della Coca Cola decisero di passare alle maniere forti e di rivolgersi direttamente al capo della polizia, il colonnello Germán Chupina Barahona, famoso per cinismo e crudeltà. Alcuni membri delle forze di sicurezza dello stato furono allora nominati capo del personale, capo magazziniere e capo controllo della fabbrica, trasformando l'industria in una grande caserma. I lavoratori si spaventarono, ma insistettero ugualmente nelle loro rivendicazioni. D'altro canto, cosa potevano fare, se non ribadire di avere ragione?

Fu così che si giunse al primo attentato. Il 10 febbraio 1977, due membri del sindacato, Àngel Villegas e Oscar Sarti vennero colpiti da una sventagliata di mitra mentre andavano verso la fabbrica. Salvarono la pelle, ma rimasero feriti. Pochi giorni dopo, il 2 marzo, i consulenti giuridici del sindacato, Gloria de la Vega e Enrique Torres, furono feriti in un secondo attentato. Dopo l'avvertimento decisero di rifugiarsi in esilio.

La schizofrenia della situazione era notevole: mentre all'interno della fabbrica si minacciava, si sparava, si viveva nel terrore, all'esterno la Coca Cola ostentava un'immagine idilliaca, continuando a vendere e a pubblicizzare il prodotto come se fosse altra cosa e non la causa scatenante del conflitto. Nella pubblicità bellissimi ragazzi di tutto il mondo cantavano motivi orecchiabili («We are the world...»), basi musicali degli slogan felici della bibita gassata: «La chispa de la vida» («la scintilla della vita»). E come si poteva bere un buon Cuba Libre senza Coca Cola?

Nel febbraio del 1978 si arrivò alla firma del patto collettivo, ma questa vittoria apparente si tramutò, in realtà, in una sconfitta.

Il terzo attentato infatti fu mortale: il 12 dicembre 1978 Pedro Quevedo, il primo segretario del sindacato, venne assassinato. Ignoti armati lo uccisero mentre, nella cabina del suo camion distributore di bibite, attendeva un altro collega per scaricare la merce. Era un chiaro segnale, ma ci fu un coraggioso che accettò di succedere nell'incarico a Quevedo.

Si chiamava Israel Márquez e dimostrò di avere più vite di un gatto: scampò senza un graffio ad una prima imboscata e dovette vivere in semiclandestinità, perché gli squadroni della morte lo braccavano per farlo fuori. Dormiva ogni sera in case diverse e in un secondo attentato un altro compagno, di nome Moscoso, morì al suo posto. La moglie, Gladys Castillo, rimase gravemente ferita e a quel punto, poiché degli innocenti incominciavano a pagare per lui, Márquez decise di andare in esilio. Gli successe Manuel López Balam.

Il sesto attentato (Márquez ne aveva subiti due) fu messo in atto il 5 aprile 1979. Come Márquez e Quevedo, López Balam era l'autista di un camion. Fu sgozzato sul posto di guida e al suo corpo furono inferte 17 coltellate. A quel punto era chiaro che essere segretario del sindacato della Coca Cola significava automaticamente diventare un uomo morto. Ma ci sono momenti in cui, quando qualcuno viene chiamato a rappresentare gli altri, anche se ciò può costare la vita, si sceglie ugualmente di accettare questo rischio, perché il tirarsi indietro è lontano dalla propria natura. Così Marlon Mendizábal accettò di essere eletto successore di López Balam.

A quel punto si perse il conto degli attentati: il 1ý maggio 1980, furono sequestrati Ricardo García e Arnulfo Gómez. Il cadavere di Ricardo apparve poco dopo a 100 chilometri dalla capitale orrendamente mutilato insieme a quello di Arnulfo, trovato non molto lontano dal suo amico. Nello stesso mese, uguale sorte toccò a René Reyes, un altro sindacalista. Il terrore ormai incombeva sui lavoratori della fabbrica.

45 pallottole in corpo
L'attentato contro Marlon Mendizábal, il nuovo segretario del sindacato, fu solo uno dei tanti: il 27 maggio 1980 Mendizábal uscì dal lavoro per prendere l'autobus quando una raffica di mitra lo crivellò sul marciapiede con 45 pallottole in corpo. Fu eletto suo successore Mercedes Gómez. Naturalmente, anche lui aveva i giorni contati, ma si salvò per un banale scambio di cappelli. Gómez, infatti, aveva regalato il suo a un amico, Edgar Aldana, che fu catturato, torturato e ucciso al suo posto. Uno scambio di sombreri lo aveva risparmiato.

Quel giorno crudele era un sabato. Quando vennero a sapere del rapimento di Aldana, i dirigenti sindacali a livello nazionale decisero di riunirsi nel pomeriggio. Quello che stava succedendo alla Coca Cola era troppo, anche se, va ricordato, il resto del paese non se la stava passando meglio. Quel 27 maggio `80 si riunirono i 27 membri della Confederazione nazionale del lavoro per discutere il caso: furono sequestrati tutti, torturati e uccisi.

A quel punto, non ci fu più sindacato né della Coca Cola, né di nessun'altra fabbrica. Era prevalsa la soluzione più radicale, la soluzione finale. La fine del sindacato della Coca Cola, senza contare i 27 leader nazionali, era costata 8 dirigenti morti, due scomparsi e sei feriti, anche se bisogna ricordare anche che i guerriglieri delle Far avevano ucciso per vendetta il capo del personale e un militare in pensione di nome Francisco Javier Rodas.

Nel frattempo in Guatemala, ora che dicono sia tornata la democrazia, questi delitti sono ancora impuniti. In compenso si continua a bere la famosa bibita, la cui formula è conservata nel più rigoroso segreto. Si dice che la Coca Cola sia capace di sciogliere una monetina se la si immerge per una notte in un bicchiere di questa bibita, oppure che contenga qualche misteriosa droga. Certo fa dei bellissimi spot pubblicitari, con l'accattivante slogan: «La scintilla della vita!». Come ironia macabra non c'è male.



* Questa testimonianza di Dante Liano, guatemalteco, docente di letteratura ispanoamericana all'Università Cattolica di Milano, è stata pubblicata tre anni fa nel numero 81 di Latinoamerica (aprile2002) che, considerate le recenti polemiche e la smemoratezza di tanta gente, la ripubblicherà nel numero 93 che uscirà alla fine di gennaio.

Nicaragua: Coca Cola e Parmalat in tribunale

Le rappresentanze sindacali all’interno delle fabbriche Parmalat e Coca-Cola del Nicaragua hanno citato in Tribunale le due aziende, denunciando la costante violazione ai diritti dei lavoratori e lavoratrici. “Non è possibile - ha detto Ricardo Robleto, Segretario generale della Federazione Bevande e Tabacco - che in imprese come la Coca Cola continuino una politica di repressione per impedire che i lavoratori si iscrivano al sindacato. La Direzione dell'impresa ha convocato più di dieci lavoratori per intimorirli e per far sí che rinunciassero al sindacato cui sono iscritti”. Molto simile è il caso della Parmalat, dove la repressione contro la libertà sindacale è fortissima: negli ultimi mesi sono stati licenziati 20 lavoratori, tra cui due dirigenti sindacali.
Fonte: Peacelink, 20 febbraio 2006



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