Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino


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La Regione, 23 dicembre 2004


L'obbligo del regalo natalizio è lo specchio di una società che si regge sull'esclusivo consumo di beni privati a tutto danno della gratuità del dono e della valorizzazione dei beni comuni

Il dono perduto
 di Lelio Demichelis



Arriva Natale e ci prepariamo ad un cospicuo scambio di doni, anche se l’aria di crisi e l’incertezza diffusa rallenteranno probabilmente quest’anno la corsa ai consumi. Ma che cosa significa dono? Facciamo doni disinteressati, senza pensare ad uno scopo; o semplicemente acquistiamo merci da dare a qualcuno affinché anche questo qualcuno ci regali qualcosa in ( s) cambio? Il Natale è ancora una festa religiosa oppure è ormai ( da tempo) solo la maschera religiosa di una grande festa consumistica? Gesù bambino e/ o Babbo Natale hanno ancora senso o si sono ridotti ( anche loro) a strumenti di marketing, attrezzi simbolici, emozioni artificialmente costruite per far funzionare la macchina del consumo? L’economia dello scambio, l’economia di mercato, sembra avere ucciso il senso del donare ( disinteressato, non di scambio dunque, ma per il solo gusto di donare senza altro scopo che il piacere di donare). I nostri doni, che cosa contengono infatti in termini di sentimenti, affetto, ringraziamento, amore, passione, amicizia? Ormai doniamo a Natale ( anche a Natale, soprattutto a Natale) solo perché si deve donare, perché questa festa è la festa del consumo, una delle tante feste del consumo, affinché la macchina del produrre/ consumare/ produrre/ consumare non si fermi mai durante l’anno ed abbia anzi, ogni tanto, come appunto a Natale, dei picchi di consumo per accrescere/ potenziare/ stimolare/ riscaldare la macchina dell’economia.

Un’economia del dono
Se fossimo un’economia del dono ( e non, come invece siamo, dello scambio utilitaristico) che società saremmo, avremmo valori diversi, avremmo un’economia e una società più giuste, meno disuguaglianti? A Natale regaleremo cose per essere ricordati, amati, pensati; oppure solo perché il luogo comune del Natale, il conformismo del Natale impone di regalare/ consumare? E quali regali, poi? Cose, merci, beni, divertimento, vacanze, gioielli, dunque cose che diventeranno private perché messe rapidamente nei cassetti, private ma anche inutili, private nel senso di possesso, ma anche private di ogni vero scopo, o significato/ simbolismo. Doni per sovrappiù rispetto alla troppe cose che già abbiamo, doni messi da parte perché non servono, perché ci dicono poco o niente di chi ce li ha donati. Che senso ha il dono a Natale se questa nostra società è una società sempre più dominata dalla competizione? Competiamo anche nel donare, tra chi farà il dono più bello e più costoso, oppure più inutile, tanto per regalare qualcosa.
Se tutto deve essere privato e ha valore solo se è privato, dunque se diventa possesso di qualcuno; se tutto cessa di essere dono disinteressato ma è solo scambio secondo un valore di mercato, di utilità; se siamo una società dove le relazioni, i legami tra le persone, persino i legami di amicizia sono sempre meno disinteressati, ma sempre più interessati, ovvero finalizzati ad uno scopo – sono amico di qualcuno perché la sua amicizia potrebbe servirmi per ottenere qualcosa, e viceversa – se questo è vero, che cosa significa donare/ donarsi? Può una società vivere e sopravvivere solo scambiando ( vivendo dello scambio di) beni privati, cose private, merci private, riducendo invece sempre più ruolo, valore, senso delle cose comuni, delle cose di tutti, che a tutti appartengono senza essere di proprietà privata di qualcuno? Il sistema della produzione/ consumo – ovvero il grande meccanismo tecnico che fa funzionare le nostre economie e le nostre società – vive, si consolida, si rafforza solo distruggendo beni privati, ma distrugge soprattutto i beni pubblici ( privatizzandoli e riducendo peso, ruolo e responsabilità dello Stato) e prima ancora i beni comuni, perché se ha valore solo ciò che è privato, tutto ciò che è invece comune viene considerato cosa di nessuno, ovvero di nessun valore, e se è inutile, se non produce utilità, non serve all’economia. Merci, doni, cose che ci scambiamo tra soggetti privati: tutto deve durare il meno possibile, o perché va a scadenza naturale e fisica, oppure ( molto di più) perché la moda lo fa invecchiare, lo rende inutile, dunque deve essere cambiato, sostituito. Abbiamo l’illusione di essere proprietari di beni, di cose, di infinite e piacevoli utilità, ma – riducendosi sempre più il tempo della reale permanenza/ durata delle cose in nostro possesso/ proprietà – in realtà siamo sempre più proprietari di niente, o lo siamo per poco tempo, per sempre meno tempo, perché il tempo di possesso diventa un tempo morto della produzione/ consumo, dunque bisogna velocizzare ( far durare sempre meno) la durata del possesso in proprietà delle cose. La proprietà privata – base del sistema di mercato – in realtà distrugge la proprietà privata, la rende solo apparente, perché ogni possesso/ proprietà deve consumarsi sempre più rapidamente, deve durare il meno possibile, altrimenti la macchina produzione/ consumo si inceppa o rallenta, cosa intollerabile per il sistema e per la sua sopravvivenza. Lo diceva cinquant’anni or sono un grande filosofo, Gunther Anders.

Privati cioè isolati
Questo concentrarsi del nostro sistema economico e tecnico sul privato, sulla valorizzazione solo del privato e dell’individuo solitario – che viene spogliato anche della sua capacità di essere/ stare nella società, incessantemente stimolandolo/ addestrandolo solo ad essere individuo privato e solitario – distrugge ogni bene comune, ogni cosa, valore, legame, affetto senza i quali però una società infine muore.
Ma una società di individui solitari, una società di a- sociali, di monadi senza legami, di egoisti egotisti senza dialogo non è una malattia della società.
Perché è piuttosto – secondo una certa sociologia – la stessa modalità di funzionamento dell’economia e della tecnica a richiedere questo effetto sociale, è in realtà il fine vero, lo scopo autentico del nostro sistema tecnico di organizzazione. Perché se gli individui sono solitari, senza legami tra loro, senza affetto, senza amicizia, senza responsabilità, senza condivisione di senso e di progettualità, ecco che sono più facilmente controllabili, non si organizzano tra loro, non agiscono per scopi comuni, non difendono beni comuni, ognuno viene indotto a perseguire solo i suoi scopi individuali, e così il sistema può procedere senza ostacoli. Rispetto alla modernità del Novecento, alle masse organizzate e alle fabbriche che concentravano il lavoro, oggi la postmodernità disperde lavori e lavoratori, la massa è fatta di individui solitari, il bene comune è fantasia del passato. Un cambiamento notevole, in soli cento anni.
Beni comuni, allora. Ma a quali beni comuni ci riferiamo, quali beni comuni dovremmo recuperare e rivalutare? Proviamo a fare un elenco. Aria ed acqua, l’ambiente insomma: questo è un bene comune, un bene senza il quale non esisterebbe la società umana, ma che la società umana sempre più rimuove dai suoi pensieri, che sempre più rapidamente distrugge, basta pensare alla fatica di ratificare il protocollo di Kyoto sui gas di serra, quasi che ci piaccia continuare a inquinare, a distruggere la nostra casa/ bene comune.
Bene comune sono l’affetto, l’amicizia e la solidarietà tra le persone, bene comune è non lasciare nessuno indietro.
Bene comune è la libertà, oggi confusa con la sola libertà individuale, dimenticando che una libertà individuale senza responsabilità per gli altri ( e la loro libertà) è una libertà contraddittoria e fasulla. Non posso infatti essere libero se gli altri non sono liberi. E soprattutto non posso essere libero se accetto forme sempre più sofisticate di controllo ( telecamere, cellulari, tracce elettroniche di ogni tipo) in nome della sicurezza.
Bene comune è la bellezza, ma quanta bellezza cerchiamo/ mettiamo dentro i nostri comportamenti sociali e individuali? L’utilità è nemica della bellezza, se prevale l’utilità muore la bellezza.

Il bene è comune
Bene comune è il futuro ( e il passato), ma oggi non sappiamo più immaginarci il futuro: né quello privato ( schiacciato dalla flessibilità e dalla precarietà dei rapporti economici) né quello pubblico, perché siamo stati ridotti a pensare solo all’oggi, al qui e ora. Bene comune è lo spazio, ma quali sono gli spazi comuni, oggi, nelle nostre società? Può essere la rete? No, perché la tecnica cancella non solo lo spazio ma anche il tempo, elemento senza il quale lo spazio perde senso.
Oggi tutto è accelerato, e invece avremmo bisogno di più tempo.
Ambiente, libertà, amicizia, solidarietà, accoglienza, futuro, spazio, tempo: l’elenco è parziale. Su tutto, le relazioni tra le persone, il loro stare insieme e convivere condividendo ( oggi da fare globalmente, non più solo localmente come ieri), perché questo è il primo bene comune. Ma anch’esso è oggi privatizzato.
E allora? Se chiedessimo di abolire la pubblicità e le automobili, di investire di più nella scuola, se imponessimo al sistema più lentezza, se legassimo le mani alla tecnica e le imponessimo di andare dove vogliamo noi senza essere noi a dover andare dove vuole la tecnica, se accettassimo il rischio affascinante della libertà e chiedessimo di abolire tutti i controlli e le sorveglianze della società ipertecnologica, se scendessimo in piazza per protestare contro i fondamentalismi religiosi, economici e consumistici, che cosa accadrebbe?





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