| Segnaliamo |
|
Relazione apparsa sull'edizione italiana di Z-Net:
la rivista e il sito fondati da Noam Chomsky:
Relazione presentata alla Conferenza
sulla Sovranità Economica in un Mondo Globalizzato, Bangkok
marzo 1999
Gli organizzatori della Conferenza mi hanno chiesto une breve storia del neoliberalismo, sotto il titolo "Vent'anni di economia elitaria". Temo però che per illustrare il fenomeno dovrò risalire più lontano, a quanto accadde circa 50 anni fa, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale. Va ricordato in primo luogo che se nel 1945 o 1950 qualcuno avesse seriamente proposto qualcuna delle idee o delle politiche che oggi fanno parte del corrente armamentario neoliberale, sarebbe stato deriso o indirizzato al manicomio. A quel tempo infatti, almeno nei paesi occidentali, erano tutti
Keynesiani, socialdemocratici o cristianosociali o seguaci di
una qualche interpretazione del Marxismo. L'idea che si dovessero
delegare al Mercato le più importanti decisioni politiche
e sociali, l'idea che lo Stato dovesse volontariamente ridurre
il proprio ruolo nell'economia, o che piena libertà dovesse
essere lasciata alle imprese, che i sindacati dovessero essere indeboliti
e che i cittadini dovessero ricevere non una sempre maggiore
tutela sociale ma una sempre minore - ebbene tutte queste idee erano
profondamente estranee allo spirito di quel tempo. Perfino chi avesse
in cuor suo aderito a quelle idee avrebbe esitato a dichiararle
apertamente e avrebbe difficilmente trovato gente disposta
ad ascoltarlo.
Nei paesi occidentali, i principi del Welfare State e del New
Deal si erano diffusi e affermati a partire dagli anni '30 e solo la guerra
aveva interrotto questo corso. La prima preoccupazione del dopoguerra
fu quindi di riattivare queste politiche. Il secondo punto importante
in agenda era di rilanciare il commercio mondiale
- il che fu fatto con il Piano Marshall che mirava a
rendere all'Europa il ruolo di principale partner commerciale
degli Stati Uniti, ormai diventati la massima potenza
economica del mondo.
Nel complesso, il mondo pareva orientato verso un programma di azione estremamente progressista. Il grande studioso Karl Polanyi pubblicò nel 1944 la sua opera maggiore, " The Great Transformation ", una feroce critica della società industriale del 19esimo secolo, tutta fondata sul Mercato. Sono trascorsi oltre 50 anni da quando Polanyi fece questa sorprendentemente profetica e moderna affermazione : " Permettere che il Mercato diventi il solo arbitro dei destini degli esseri umani e dell'ambiente naturale ... condurrebbe allo smantellamento della società " (p. 73). Ma Polanyi era convinto che un simile smantellamento non potesse più accadere nel mondo del dopoguerra perché, come scriveva (p.251), "assistiamo oggi , in seno alle varie nazioni, a un'evoluzione che renderà impossibile ormai al sistema economico dettar legge alla società e garantirà invece il primato della società su quel sistema". Purtroppo, Polanyi peccava d'ottimismo: alla base
del neoliberalismo sta proprio il principio secondo cui le leggi
del mercato devono dirigere il destino degli esseri umani.
L'economia detta legge alla società, e non il contrario.
Ma come è potuto accadere tutto ciò ? Perché siamo giunti a questo punto, mezzo secolo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale ? O, per dirla con gli organizzatori, " Perché abbiamo riunito oggi questa conferenza ?" La risposta di corto raggio potrebbe essere "A cause delle recenti crisi finanziarie registrate soprattutto in Asia ". Ma la vera domanda cui rispondere è un'altra : "Come è possibile che il neoliberismo sia riuscito a emergere dal ghetto ultraminoritario in cui si trovava, fino a diventare la dottrina predominante nel mondo d'oggi ?" Perché FMI e Banca Mondiale possono ormai intervenire a volontà e costringere i singoli paesi ad agire nell'economia mondiale partendo da condizioni di assoluto svantaggio ? Perché lo Stato Sociale, il Welfare State, è oggi seriamente minacciato anche negli stessi paesi che lo avevano ideato ? Perché l'ambiente naturale è ormai prossimo al tracollo e perché ci sono tanti miserabili, nei paesi poveri ma anche nei paesi ricchi, in un momento in cui il mondo ha raggiunto una ricchezza senza precedenti ? Sono queste le domande alle quali occorre rispondere in una prospettiva storica. Come ho già dettagliatamente esposto nella rivista americana " Dissent ", una spiegazione di questo trionfo del neoliberalismo e del disastro economico, politico, sociale ed ecologico che lo accompagna sta nel fatto che i neoliberali hanno generosamente pagato per attuare la loro perfida e regressiva "Grande Trasformazione". Hanno capito in fretta - cosa che i progresssisti non hanno saputo fare - che le idee hanno conseguenze. Hanno cominciato da un piccolo nucleo nato all'Università di Chicago con il filosofo ed economista Friederich von Hayek e i suoi studenti , fra cui Milton Friedman. Gradualmente, i neoliberali e i loro finanziatori hanno costruito una immensa rete internazionale di fondazioni, istituti, centri di ricerca, pubblicazioni, ricercatori, studiosi ed esperti di Relazioni Pubbliche per elaborare, rendere attraenti e imporre strenuamente e ovunque le loro idee e la loro dottrina. Hanno saputo organizzare questa efficientissima struttura di promozione ideologica perché hanno capito a fondo quanto il pensatore marxista italiano Antonio Gramsci aveva detto sul concetto di egemonia culturale. Se riesci a introdurti nella testa della gente, anche il loro cuore e le loro mani ti saranno acquisiti. Non posso qui addentrarmi nei particolari, ma credetemi quando affermo che l'azione ideologica e promozionale della destra è stata assolutamente fantastica. Hanno speso centinaia di milioni di dollari ma il risultato li valeva in pieno: sono riusciti a far apparire il neoliberalismo come la sola normale e naturale condizione del genere umano. Poco importano i clamorosi disastri d'ogni tipo che provoca, le crisi finanziarie che ingenera, le folle di sconfitti e di emarginati che produce: si persiste a presentarlo come inevitabile, una sorta di decreto divino, la sola ed unica forma di ordine sociale ed economico possibile. E' assolutamente fondamentale per noi tutti capire che questo
vasto esperimento neoliberale, nel quale oggi ci troviamo a dover vivere,
è stato creato da gente che aveva scopi ben precisi. Una volta
capito questo, che cioè il neoliberalismo non è una forza
simile alla legge di gravità bensì un costrutto totalmente
artificiale, si potrà anche capire che ciò che alcuni
hanno creato, può da altri essere cambiato. Tuttavia, il cambiamento
potrà avvenire solo a condizione che ci si renda conto dell'importanza
e dell'impatto che hanno le idee. Personalmente, io sono del tutto
in favore dei progetti di base, ma vi avverto che quei
progetti falliranno se il clima ideologico generale continua ad osteggiarli
.
Così dunque, da una sparuta e impopolare setta priva di
qualunque influenza, il neoliberalismo è riuscito a diventare
la massima religione mondiale, con i suoi dogmi, il suo clero, le sue
istituzioni legiferanti e - fatto importantissimo - la sua minaccia
di Inferno per tutti i miscredenti e i peccatori che osano
contestare la sua Verità Rivelata.
Avendo così definito il quadro ideologico nel suo contesto storico, passo ora rapidamente al proposto termine degli " ultimi vent'anni ". E ci troviamo quindi nel 1979, anno in cui Margaret Thatcher giunse al potere e intraprese la rivoluzione neoliberale britannica. La Signora di Ferro era anch'essa discepola di Friedrich von Hayek, credeva fermamente al Darwinismo sociale e non esitava a proclamarlo. E' rimasta celebre la formula con la quale usava giustificare il suo programma : TINA, There Is No Alternative (non c'è alternativa). Il valore centrale della dottrina Thatcher e del neoliberalismo in genere è il concetto di COMPETIZIONE. Competizione fra nazioni, regioni, imprese e, naturalmente, fra individui. La competizione è fondamentale perché separa le pecore dalle capre, gli uomini veri dai ragazzini, i vincenti dai perdenti. La competizione ha secondo questa tesi la virtù di attribuire le risorse esistenti - fisiche, naturali, umane o finanziarie - secondo la legge della massima efficienza. Siamo agli antipodi di quanto affermava il grande filosofo cinese Lao
Tse, che concluse il Tao-te Ching con queste parole : "Soprattutto,
evitate di competere". Gli unici protagonisti della scena neoliberale
che mostrano di seguire il suo consiglio sono i più grossi:
le Compagnie Multinazionali. Fra loro, il concetto di competizione
è scarsamente applicato; le Multinazionali preferiscono
una strategia che chiameremo "Capitalismo d'Alleanza". Non a caso
ogni anno dai due terzi ai tre quarti di tutto il denaro definito come
"Investimenti Stranieri Diretti" non viene affatto usato per
nuovi investimenti produttori d'impiego, bensì per fusioni
e acquisizioni d'imprese ... che invariabilmente provocano
la soppressione di posti di lavoro.
Poiché in quest'ottica la competizione è sempre una virtù,
i suoi risultati non possono essere negativi. Per i neoliberali, il
Mercato è tanto saggio e buono che - come Dio - la sua
Mano Invisibile può far nascere il bene da ciò che
sembrava un male. Come disse M.Thatcher in un discorso : "E' nostro
compito esaltare l'ineguaglianza e fare in modo che talenti
e capacità siano incoraggiati ad esprimersi a beneficio di
tutti". In altre parole, non preoccupatevi di chi resterà indietro
nella dura competizione. La gente è ineguale per natura, ma questo
è un bene perché l'apporto dei ben-nati, dei ben-educati
e dei più coriacei finirà per andare a vantaggio di
tutti. Nulla è veramente dovuto ai deboli o ai poco educati,
quel che accade loro è colpa loro e mai della società. Se
il sistema competitivo "è incoraggiato"come dice Margaret, la società
avrà tutto da guadagnare. Purtroppo, la storia degli ultimi venti
anni sembra dimostrare l'esatto contrario.
Prima dell'avvento di M.Thatcher, in Gran Bretagna una persona su dieci viveva al di sotto del livello di povertà: bilancio poco brillante ma accettabile tenuto conto dell'andamento generale, e certo in netto progresso rispetto all'anteguerra. Oggi, nella stessa Gran Bretagna vivono sotto il livello di povertà una persona su quattro, e un bambino su tre. E' questo il senso della "sopravvivenza del più forte": gente che non può riscaldare la propria casa in inverno, che deve mettere qualche moneta nel contatore per avere l'acqua o l'elettricità, che non possiede un cappotto caldo, e così via. Traggo questi esempi dal rapporto pubblicato nel 1996 dal Britisch Child Poverty Action Group. Per illustrare gli effetti della riforma fiscale operata dai governi Thatcher-Major basterà un esempio: negli anni '80, l'1 per cento dei contibuenti si vide attribuire il 29 per cento di tutti i benefici di riduzione fiscale, col risultato che una persona che guadagnava la metà del salario medio si vide aumentare le imposte del 7 per cento, mentre una persona che guadagnasse un salario 10 volte superiore alla media vide le proprie tasse diminuire del 21 %. Un'altra conseguenza della "competitivià" assunta come valore
centrale del neoliberalismo è che il settore pubblico viene
ad essere brutalmente tagliato perché non può
rispondere alla legge di base, competizione per i profitti
e per la conquista di parti di mercato. La privatizzazione rappresenta
uno dei masimi rivolgimenti degli ultimi vent'anni. Il fenomeno
è cominciato in Gran Bretagna e si è diffuso ovunque.
Cominciamo col chiederci perché i paesi capitalisti, particolarmente in Europa, avessero dei servizi pubblici, e perché molti li mantengano tuttora. I servizi pubblici rappresentano quel che gli economisti definiscono "monopolî naturali". Un monoplio naturale esiste quando la dimensione minima richiesta per raggiungere l'efficienza massima corrisponde di fatto alla dimensione del mercato. In altre prole: un'impresa deve avere una certa dimensione per realizzare economie di scala e fornire così al consumatore i migliori servizi al minimo costo. Inoltre, i servizi pubblici richiedono massicci investimenti iniziali - si tratti di binari o di piloni e cavi elettrici - e questo fatto naturalmente non incoraggia la competizione. Ecco perché i pubblici monopolî erano apparsi come la miglior soluzione. Ma i neoliberali definiscono tutto ciò che è pubblico come a priori "inefficiente". Vediamo ora che accade quando un monopolio naturale viene privatizzato. Ovviamente i nuovi proprietari capitalisti tenderanno a imporre al pubblico prezzi da monopolio, incassando lauti profitti. I seguaci dell'economia classica chiamano questo fatto "fallimento strutturale di mercato" perché i prezzi sono più alti di quanto dovrebbero e i servizi forniti non sono necessariamente buoni. Per evitare questi "fallimenti strutturali di mercato" fino alla metà degli anni '80 i paesi capitalisti d'Europa avevano praticamente ovunque affidato a monopoli di stato servizi come la posta, le telecomunicazioni, l'elettricità, il gas, le ferrovie, il trasporto aereo e, spesso anche altri come l'acqua potabile e la raccolta dei rifiuti. In questo gli Stati Uniti erano l'eccezione, forse perché il paese è troppo esteso per favorire i monopoli naturali. In ogni caso, Margaret Thatcher si è adoperata fin dall'inizio per cambiare tutto ciò. La privatizzazione offriva anche il vantaggio di spezzare il potere dei sindacati. Distruggendo il settore pubblico, in cui i sindacati erano molto forti, si minava drasticamente il loro peso. La conseguenza fu che fra il 1979 e il 1994 il numero dei posti di lavoro nel settore pubblico in Gran Bretagna cadde da oltre 7 milioni a 5 milioni, un taglio del 29%. Praticamente tutti i posti di lavoro eliminati erano sindacalizzati. E siccome in quegli anni il settore privato ristagnava, la perdita globale di posti di lavoro in Inghilterra fu di 1.7 milioni: un calo del 7 %rispetto al 1979. Per i neoliberali, avere meno lavoratori è sempre una buona cosa, perché i salari riducono i profitti degli azionisti. Gli effetti della privatizzaione erano prevedibili. I dirigenti delle imprese privatizzate -spesso gli stessi di prima - raddoppiarono o triplicarono i propri stipendi. Il governo usò i soldi del contribuente per cancellare i debiti e ricapitalizzare le imprese prima di metterle sul mercato. Ad esempio l'impresa delle acque ottenne 5 miliardi di sterline in cancellazione del debito oltre a 1.6 miliardi di sterline chiamati "la dote verde" per rendere la sposa più attraente agli acquirenti eventuali. Gli uffici di Relazioni Pubbliche fecero un gran chiasso sul fatto che un gran numero di piccoli azionisti avevano comprato le azioni della nuova compagnia, e di fatto 9 milioni di cittadini le comprarono - ma la metà investì meno di mille sterline e la maggioranza le rivendette molto presto, appena incassati i primi guadagni. Dall'analisi di questi risultati emerge chiaramente che lo scopo
vero della privatizzazione non è di ottenere maggiore efficienza
o servizi migliori, bensì di trasferire la ricchezza dalle
casse pubbliche -che avrebbe potuto ridistribuirla per ridurre le
diseguaglianze economiche- per metterla nelle mani di alcuni
privati. In Gran bretagna come altrove, l'immensa maggioranza delle
azioni delle imprese privatizzate appartiene oggi a istituti
finanziari e a grossi investitori.
Esattamente gli stessi meccanismi che ho descritto sono stati applicati ovunque nel mondo. In Gran Bretagna, l'Istituto Adam Smith fu il partner d'elezione incaricato di produrre questa ideologia della privatizzazione. Anche l'USAID e la Banca Mondiale hann utilizzato gli esperti dello stesso Istituto per far penetrare la dottrina della privatizzazione nel Sud del mondo. Nel 1991 la Banca aveva già fornito 114 prestiti per accelerare il processo, ed ogni anno il suo rapporto Global Development Finance elenca centinaia di privatizzazioni realizzate in tutti i paesi che ottengono prestiti dalla Banca Mondiale. A questo punto, credo che dovremmo smettere di parlare di privatizzazione per usare termini più concreti e chiari: si tratta di un procedimento volto ad alienare il prodotto di decenni di lavoro di migliaia di uomini per consegnarlo a una infima minoranza di grandi investitori. E' una delle più spettacolari rapine della Storia. Un'altra caratteristica insita nel neoliberalismo consiste nel rimunerare il capitale a scapito del lavoro, e quindi nel trasferire la ricchezza dalla base della società al suo vertice. Se appartenete al 20 per cento superiore nella scala dei redditi avrete probabilmente qualcosa da guadagnare dal neoliberalismo, e più in alto sarete più guadagnerete. Simmetricamente, l'80 per cento inferiore perderà invariabilmente, e più in basso sarà più ci rimetterà in proporzione. Non pensate che abbia dimenticato l'azione di Ronald Reagan: per illustrarla
citerò le osservazioni di Kevin Phillips, un analista repubblicano
ex-consigliere di Nixon che nel 1990 pubblicò un libro dal titolo
"La politica dei ricchi e dei poveri". Ritracciava qui il modo
in cui la dottrina e le politiche neoliberali di Reagan avevano
cambiato la distribuzione della ricchezza fra gli Americani, dal 1977 al
1988. Queste politiche erano state in gran parte elaborate dalla
Heritage Foundation, istituzione conservatrice che fu il principale
fornitore di consulenza per l'amministrazione Reagan e che
continua a rappresentare una forza di grande peso nella politica
americana. Nel decennio '80, il 10% più ricco
fra le famiglie americane vide aumentare i suoi redditi del 16%.
Ma fra loro, il 5% più ricco lo aumentò del 23%, e
il fortunatissimo 1% al vertice potè addirittura ringraziare
Reagan per un aumento del 50 % ! I loro redditi passarono da un già
confortevole livello di 270'000 $ a quello assai pingue
di 405'000 $.
Gli Stati Uniti rappresentano una delle società meno ugualitarie del mondo, ma praticamente tutti i paesi hanno visto le ineguaglianze economiche accentuarsi nel corso degli ultimi vent'anni a strascico delle politiche neoliberali. Già nel 1997 l'UNCTAD ne ha fornito ampia prova nel suo Rapporto sul Commercio e lo Sviluppo basato su 2600 studi diversi sulle diseguaglianze economiche, l'impoverimento e la graduale scomparsa delle classi medie. Il rapporto documenta ampiamente l'esistenza di queste tendenze in decine di società molto diverse fra loro, comprese Cina, Russia e altri ex-paesi socialisti. Non vi è nulla di misterioso in questa universale tendenza a crescenti diseguaglianze sociali. Le politiche attuali mirano deliberatamente a dare a chi già è ricco un maggiore reddito, principalmente diminuendo le tasse e abbassando il livello salariale. La giustificazione teorica e ideologica di queste misure è che maggiori redditi per i ricchi e profitti più alti incrementeranno gli investimenti, miglioreranno l'uso delle risorse e creeranno quindi più posti di lavoro e più benessere per tutti. In realtà, come era d'altronde prevedibile, lo spostamento del denaro verso l'alto della scala economica ha soltanto prodotto le cosiddette "bolle" sui mercati azionari, un'enorme ricchezza virtuale per pochi eletti, e quel tipo di crisi finanziarie di cui sentiremo ampiamente parlare in questo convegno. Se la ricchezza è rastrellata vero l'alto, cioè verso chi già possiede praticamente tutto quanto gli occorre, essa non verrà immessa nell'economia locale o nazionale ma si dirigerà invariabilmente sui grandi mercati finanziari internazionali. Come ben sapete, le stesse identiche politiche sono state applicate nei paesi del Sud e dell'Est sotto la forma di "aggiustamento strutturale", Il che è soltanto un'altra parola per indicare il neoliberalismo. Ho usato gli esempi di Thatcher e Reagan per illustrare queste politiche al livello nazionale. Ma sul piano internazionale, i neoliberali hanno concentrato tutti i loro sforzi su tre punti essenziali : - libero scambio di beni e servizi - libera circolazione dei capitali - libertà d'investimento Nel corso degli ultimi 20 anni, il Fondo Monetario Internazionale è stato enormemente rafforzato. La crisi di indebitamento e il meccanismo della condizionalità gli hanno consentito di passare dal ruolo di sostegno alle bilance dei pagamenti a quello di quasi universale ordinatore delle cosiddette "sane" politiche economiche, il che significa naturalmente quelle neoliberali. Infine, l'OMC, l'Organizzazione Mondiale del Commercio, ha visto la luce nel gennaio 1995 dopo lunghi e difficili negoziati, in molti casi quasi imposta a parlamenti che non sapevano nemmeno chiaramente che cosa stessero ratificando. Fortunatamente è fallito invece - almeno per ora - l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti, che rappresentava il più recente tentativo di rendere le regole del neoliberalismo universali e costrittive. Avrebbe dato alle multinazionali ogni diritto, ai governi nazionali ogni dovere, e ai cittadini nessun diritto. Il denominatore comune di tutte queste istituzioni è
la totale mancanza di trasparenza e di responsabilità democratica.
Questa è d'altronde l'essenza stessa del neoliberalismo. Esso afferma
infatti che l'economia deve dettar le proprie regole alla società,
e non il contrario.
Vorrei concludere pregandovi di considerare con accuratezza
la definizione del "perdente" implicita nel concetto neoliberale,
come di un individuo cui nulla è dovuto. Ciò implica che
chiunque rischia di essere espulso dal sistema in qualunque momento - per malattia, età, gravidanza, presunta incapacità,
o semplicemente perché le circostanze e l'incessante trasferimento
di ricchezza dal basso verso l'alto lo esigono. Quel che conta sono
gli interessi degli azionisti.
Affermo che il neoliberalismo ha trasformato la natura stessa della politica. In passato, la politica verteva principalmente su chi comandava a chi e su quanta fetta della torta andava a questo o a quello. Oggi sussistono certamente alcuni aspetti di quelle due questioni centrali, ma a parer mio la nuova questione centrale che affiora è la seguente: "Chi ha il diritto di vivere e chi non ce l'ha?". All'ordine del giorno, oggi, c'è l'esclusione totale, e di questo sono profondamente convinta. Finora, vi ho dato molte cattive notizie perché la storia degli ultimi 20 anni non ne è stata avara. Ma non voglio concludere su una nota pessimistica e deprimente. Molto si sta già facendo per contrastare queste tendenze che minacciano la vita stessa e molte altre possibilità di azione sono aperte. Questa conferenza contribuirà a definire quel tipo di azioni, che a parer mio deve assolutamente includere una controffensiva ideologica. E' ormai tempo che anche noi definiamo una tabella di marcia, invece di lasciare che i Padroni dell'Universo definiscano tutto fra loro al Forum di Davos. Mi auguro che anche i potenziali finanziatori non si limitino a finanziare progetti, e si decidano a finanziare anche le idee. Non possiamo aspettarci che lo facciano i neoliberali, perciò tocca a noi elaborare nuovi, realistici ed equi sistemi internazionali di tassazione, a cominciare dalla Tassa Tobin su tutte le transazioni sui mercati monetari e finanziari e speciali tasse sulle vendite delle compagnie multinazionali su base percentuale. Approfondiremo questi temi nei gruppi di lavoro. Il provento di questo sistema internazionale di tassazione dovranno servire a colmare il divario Nord-Sud e a indennizzare tutti coloro che negli ultimi vent'anni sono stati derubati da questo sistema. Ancora una volta voglio ripeterlo: il neoliberalismo NON è
la naturale condizione del genere umano, nè qualcosa di sovrannaturale,
ma può e deve essere opposto e sostituito, i suoi stessi fallimenti
lo esigeranno. Dobbiamo essere pronti con ben definite politiche
alternative, che restituiscano il potere alle comunità e agli Stati
democratici. Nel contempo dobbiamo operare per costituire la democrazia,
la legalità e la giusta distribuzione delle risorse su piano
internazionale.
Un'altra buona notizia è che c'è una enorme quantità di ricchezza in giro e che anche una piccolissima parte di quella ricchezza, minuscola, infinitesima, potrebbe bastare per garantire una esistenza decente a ogni abitante della terra, a dare a tutti educazione e cure mediche, a ripulire l'ambiente e a prevenire l'ulteriore saccheggio del pianeta, nonché a colmare l'abisso Nord-Sud - almeno stando a quanto afferma il PNUD, che propone la cifra francamente derisoria di 40 miliardi di dollari l'anno. E questo, francamente, sono spiccioli. Infine, ricordate che se il neoliberalismo è insaziabile non è però invulnerabile. Solo recentemente, una coalizione di attivisti è riuscita a far abbandonare, almeno temporaneamente, il progetto AMI sulla totale liberalizzazione degli investimenti. Questa vittoria a sorpresa degli oppositori ha mandato su tutte le furie i sostenitori del potere delle Multinazionali e ha dimostrato che una rete di resistenza ben oganizzata può vincere grosse battaglie. Oggi dobbiamo organizzare le nostre forze e tenerli d'occhio, affinché non riescano a trasferire l'AMI all'OMC. Mettiamola così: abbiamo dalla nostra il gran numero, perché ci sono molti più perdenti che vincitori nel gioco neoliberale. Abbiamo anche le idee, perché le loro cominciano a far acqua a causa delle crisi ricorrenti. Quel che ancora ci manca sono organizzazione e unità, ma in questi tempi di tecnologia avanzata possiamo risolvere quel problema. Chiaramente, la minaccia è internazionale e quindi la risposta ha da essere internazionale. La solidarietà oggi non può più limitarsi a significare aiuto ai bisognosi, deve diventare il modo di scoprire le sinergie nascoste nelle singole campagne di lotta, affinché la nostra forza numerica e il potere delle nostre idee possano finalmente affermarsi. Sono certa che questa conferenza contribuirà a raggiungere quel fine, e ringrazio tutti per l'attenzione.
Torna all'indice degli articoli segnalati Vai alla pagina principale
|