Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino
 
 
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Relazione apparsa sull'edizione italiana di  Z-Net: la rivista e il sito fondati da Noam Chomsky


Breve storia del neoliberalismo
di Susan George

Relazione presentata  alla Conferenza   sulla Sovranità Economica in un  Mondo Globalizzato, Bangkok  marzo 1999
 

Gli organizzatori della Conferenza mi hanno chiesto  une breve storia del neoliberalismo, sotto il  titolo "Vent'anni di economia elitaria".  Temo però che per  illustrare il fenomeno dovrò  risalire  più  lontano, a quanto accadde circa  50 anni fa, all'indomani della  Seconda  Guerra Mondiale. 

Va ricordato in primo luogo che se nel 1945 o 1950 qualcuno avesse seriamente  proposto qualcuna  delle  idee o delle politiche  che oggi fanno parte del  corrente armamentario neoliberale, sarebbe stato deriso  o  indirizzato al manicomio. 

A quel tempo infatti, almeno nei paesi occidentali, erano tutti Keynesiani, socialdemocratici o cristianosociali o  seguaci di  una qualche interpretazione del Marxismo.  L'idea  che si dovessero delegare al Mercato  le più importanti decisioni  politiche e sociali,  l'idea che lo Stato dovesse volontariamente  ridurre il proprio ruolo nell'economia, o che  piena libertà dovesse essere lasciata alle imprese, che i sindacati dovessero essere  indeboliti  e  che i cittadini dovessero ricevere  non  una sempre maggiore tutela sociale ma una  sempre minore - ebbene tutte queste idee erano profondamente estranee  allo spirito di quel tempo. Perfino chi avesse in cuor suo  aderito a quelle idee avrebbe esitato a  dichiararle apertamente e avrebbe  difficilmente trovato  gente disposta ad ascoltarlo. 
Per quanto possa oggi sembrare incredibile, soprattutto ai più giovani,  FMI e Banca Mondiale erano  visti come  istituzioni progressiste.  Qualcuno li chiamava anche " i gemelli di Keynes " perché erano  di fatto nati dal pensiero di Keynes e di Harry Dexter White, autorevole consigliere di Franklin Roosevelt. Quando queste istituzioni furono create nel 1944 a Bretton Woods, il  compito loro assegnato era quello di  scongiurare  futuri conflitti  dispensando prestiti per  la ricostruzione e lo sviluppo e  risolvendo  temporanei problemi di deficit nella bilancia dei pagamenti. Non avevano alcun controllo  sulle decisioni  economiche  dei singoli governi  e il loro mandato non prevedeva la possibilità di  intervenire nelle politiche nazionali. 

Nei paesi occidentali, i principi del  Welfare State e del New Deal si erano diffusi e affermati a partire dagli anni '30 e solo la guerra aveva interrotto questo corso. La prima preoccupazione  del dopoguerra fu quindi  di riattivare queste politiche. Il secondo punto importante in  agenda  era di rilanciare il  commercio mondiale  - il che fu  fatto con il Piano Marshall che  mirava a  rendere all'Europa il  ruolo di  principale  partner commerciale degli Stati Uniti, ormai  diventati  la massima potenza  economica del  mondo. 
Fu anche in quegli anni che  cominciarono  a soffiare i forti venti della decolonizzazione: l'indipendeza fu a volte ottenuta  tramite  accordi, come in India, o attraverso  la lotta armata come in Kenya, Vietnam e altrove. 

Nel complesso, il mondo pareva  orientato verso un programma di azione estremamente progressista.  Il grande studioso Karl Polanyi pubblicò nel 1944  la sua opera maggiore, " The Great Transformation ", una feroce critica della società  industriale del 19esimo secolo,  tutta fondata sul Mercato. Sono trascorsi  oltre 50 anni da quando Polanyi  fece  questa  sorprendentemente profetica e moderna affermazione : " Permettere che il  Mercato  diventi il solo arbitro  dei destini degli esseri umani e  dell'ambiente naturale ... condurrebbe allo smantellamento della società " (p. 73). Ma Polanyi era convinto che un simile  smantellamento non potesse più accadere nel mondo del dopoguerra perché, come  scriveva (p.251), "assistiamo oggi , in seno alle varie nazioni, a un'evoluzione  che  renderà impossibile ormai al sistema economico dettar legge alla società e garantirà invece il primato della società  su quel sistema". 

Purtroppo, Polanyi  peccava  d'ottimismo: alla  base del neoliberalismo sta proprio il principio secondo cui  le leggi del  mercato devono dirigere  il destino degli esseri umani. L'economia  detta legge alla società, e non  il contrario. 
E naturalmente, come Polanyi  aveva  avvertito, questo principio sta conducendoci dritto filato verso  lo "smantellamento della società". 

Ma come  è potuto accadere tutto ciò ? Perché  siamo giunti a questo punto, mezzo secolo dopo la fine della  Seconda Guerra Mondiale ? O, per dirla con gli organizzatori, " Perché abbiamo  riunito oggi questa conferenza ?" La risposta di corto raggio potrebbe essere "A  cause delle recenti  crisi finanziarie registrate soprattutto in Asia ". Ma la vera domanda cui rispondere è un'altra : "Come è possibile che il neoliberismo sia riuscito a emergere dal ghetto ultraminoritario  in cui si trovava, fino a diventare la dottrina predominante  nel mondo d'oggi ?" Perché FMI e Banca Mondiale possono ormai intervenire a volontà e costringere  i singoli paesi  ad agire  nell'economia mondiale partendo da condizioni di assoluto  svantaggio ?  Perché  lo Stato Sociale, il Welfare State, è oggi  seriamente minacciato anche negli stessi paesi  che  lo avevano ideato ?  Perché l'ambiente naturale  è ormai  prossimo al tracollo e perché ci sono tanti miserabili, nei paesi  poveri ma anche nei paesi ricchi,  in un momento in cui il mondo ha raggiunto una ricchezza senza precedenti ? Sono queste le domande  alle quali occorre rispondere  in una prospettiva storica. 

Come ho già dettagliatamente esposto nella rivista americana " Dissent ", una spiegazione di  questo trionfo del neoliberalismo  e del disastro economico, politico, sociale ed ecologico che lo  accompagna sta nel fatto che i neoliberali hanno  generosamente  pagato per attuare la loro  perfida e  regressiva "Grande Trasformazione".  Hanno capito in fretta - cosa che i progresssisti non hanno saputo fare - che  le idee hanno  conseguenze.  Hanno cominciato  da un piccolo nucleo nato  all'Università di Chicago con  il filosofo ed economista Friederich von Hayek e i suoi studenti , fra cui Milton Friedman. Gradualmente, i neoliberali e i loro finanziatori hanno costruito una  immensa rete  internazionale di fondazioni, istituti, centri di ricerca, pubblicazioni, ricercatori, studiosi  ed esperti di  Relazioni Pubbliche  per elaborare, rendere attraenti e imporre strenuamente e ovunque le loro idee e la loro dottrina. 

Hanno saputo organizzare questa  efficientissima struttura di promozione ideologica perché hanno capito a fondo quanto  il pensatore marxista italiano Antonio Gramsci  aveva detto sul concetto di egemonia culturale.  Se  riesci a introdurti nella testa della gente,  anche  il loro cuore e le loro mani ti saranno acquisiti. Non posso qui addentrarmi nei particolari, ma credetemi  quando affermo  che  l'azione  ideologica e  promozionale della destra  è stata assolutamente fantastica. Hanno speso centinaia di milioni di dollari ma  il risultato li valeva in pieno: sono riusciti  a  far apparire il neoliberalismo  come  la sola  normale e naturale condizione del genere umano. Poco importano i clamorosi disastri d'ogni tipo che provoca,  le crisi finanziarie che  ingenera, le folle di sconfitti e di emarginati  che produce: si persiste a presentarlo come inevitabile, una sorta di decreto divino, la sola ed unica forma di ordine sociale ed economico possibile. 

E' assolutamente  fondamentale per noi tutti capire che questo vasto esperimento neoliberale, nel quale oggi ci troviamo a dover vivere, è stato creato da gente che aveva  scopi ben precisi. Una volta capito questo, che cioè il neoliberalismo non è una forza simile alla legge di gravità bensì un costrutto totalmente artificiale,  si potrà anche capire che ciò che alcuni hanno creato, può da altri essere cambiato. Tuttavia, il cambiamento potrà avvenire solo a condizione che ci  si renda conto dell'importanza e dell'impatto che hanno le idee.  Personalmente, io sono del tutto in favore dei progetti di base, ma  vi  avverto che  quei progetti falliranno se il clima  ideologico generale continua ad osteggiarli . 
 

Così dunque, da una sparuta e impopolare setta  priva di qualunque influenza, il neoliberalismo  è riuscito a diventare la massima religione mondiale, con i suoi dogmi, il suo clero, le sue  istituzioni legiferanti e - fatto importantissimo -  la sua minaccia di Inferno per tutti i  miscredenti  e i peccatori che osano contestare la sua Verità Rivelata. 
Oskar Lafontaine, l'ex-ministro tedesco delle Finanze che il Financial Times ha definito " un keynesiano  non ricostruito" è appena stato condannato anche lui a quell'Inferno per aver osato proporre  tasse più alte per le grandi imprese e riduzioni fiscali  per i cittadini a reddito medio-basso. 

Avendo così definito il quadro ideologico  nel suo contesto storico, passo ora rapidamente al proposto termine degli " ultimi vent'anni ". E ci troviamo quindi nel 1979, anno in cui  Margaret Thatcher giunse al potere e intraprese  la rivoluzione neoliberale britannica.  La  Signora di Ferro era  anch'essa  discepola di Friedrich von Hayek,  credeva fermamente al Darwinismo sociale e non  esitava a proclamarlo. E' rimasta celebre la formula con la quale usava giustificare il suo programma : TINA, There Is No Alternative (non c'è alternativa).  Il valore centrale della dottrina Thatcher e del neoliberalismo  in genere è il concetto di  COMPETIZIONE.  Competizione fra  nazioni, regioni, imprese e, naturalmente, fra individui. La competizione è fondamentale perché separa  le pecore dalle capre, gli uomini  veri dai ragazzini, i vincenti dai perdenti.  La competizione ha secondo questa tesi la virtù di  attribuire le risorse esistenti  - fisiche, naturali, umane o finanziarie - secondo la legge della massima efficienza. 

Siamo agli antipodi di quanto affermava il grande filosofo cinese Lao Tse,  che concluse il  Tao-te Ching con queste parole : "Soprattutto, evitate di competere".  Gli unici protagonisti della scena neoliberale che  mostrano di seguire il suo consiglio sono i più grossi: le Compagnie Multinazionali.  Fra loro, il concetto di competizione è scarsamente applicato; le Multinazionali  preferiscono  una strategia che chiameremo "Capitalismo d'Alleanza".  Non a caso ogni anno dai due terzi ai tre quarti di tutto il denaro definito come "Investimenti  Stranieri Diretti" non viene affatto usato per  nuovi investimenti  produttori d'impiego, bensì  per fusioni e acquisizioni  d'imprese ... che  invariabilmente  provocano la soppressione di posti di lavoro. 
 

Poiché in quest'ottica la competizione è sempre una virtù, i suoi risultati non possono essere negativi. Per i neoliberali, il  Mercato è tanto saggio e buono che - come Dio -  la  sua Mano Invisibile può far  nascere il bene da ciò che sembrava un male. Come disse  M.Thatcher in un discorso : "E' nostro compito esaltare l'ineguaglianza e fare in modo che  talenti  e capacità siano incoraggiati ad esprimersi a beneficio di  tutti". In altre parole, non preoccupatevi di chi resterà indietro nella dura competizione. La gente è ineguale per natura, ma questo è un bene perché l'apporto dei  ben-nati, dei ben-educati e dei  più coriacei finirà per andare a vantaggio di tutti. Nulla è  veramente dovuto ai deboli o ai poco educati, quel che accade loro è colpa loro e mai della società. Se il sistema competitivo "è incoraggiato"come dice Margaret, la società avrà tutto da guadagnare. Purtroppo, la storia degli ultimi venti anni sembra dimostrare l'esatto contrario. 
 

Prima dell'avvento di M.Thatcher, in Gran Bretagna una persona su dieci viveva al di sotto del livello di  povertà: bilancio poco brillante ma accettabile tenuto conto dell'andamento generale, e certo in netto progresso rispetto all'anteguerra. Oggi, nella stessa Gran Bretagna  vivono sotto il livello di povertà una persona su quattro, e un bambino su tre. E' questo il senso della "sopravvivenza del più forte": gente che non può riscaldare la propria casa in inverno, che deve  mettere  qualche moneta nel contatore per avere l'acqua o l'elettricità, che non possiede un cappotto caldo, e così via. Traggo questi esempi dal rapporto pubblicato nel 1996 dal Britisch Child Poverty Action Group. Per illustrare gli effetti della riforma fiscale operata dai governi Thatcher-Major basterà un esempio: negli anni '80,  l'1 per cento  dei contibuenti  si vide attribuire il 29 per cento  di tutti i benefici di riduzione fiscale, col risultato che una persona  che guadagnava  la metà del salario medio si vide aumentare le imposte del 7 per cento, mentre  una persona che  guadagnasse  un  salario 10 volte superiore  alla media vide le proprie tasse diminuire del 21 %. 

Un'altra conseguenza della "competitivià" assunta come valore centrale del neoliberalismo è che  il settore pubblico viene ad essere brutalmente  tagliato  perché non può rispondere alla  legge di base, competizione per  i profitti e per la conquista di parti di mercato. La privatizzazione  rappresenta uno dei masimi rivolgimenti  degli ultimi vent'anni.  Il fenomeno è cominciato in Gran Bretagna e si è diffuso ovunque. 
 

Cominciamo col chiederci perché  i paesi capitalisti, particolarmente in Europa, avessero dei servizi pubblici, e perché molti li  mantengano tuttora. I servizi pubblici rappresentano quel che gli economisti definiscono "monopolî naturali". Un monoplio naturale esiste quando la  dimensione minima  richiesta per raggiungere l'efficienza massima corrisponde di fatto alla dimensione del mercato. In altre prole: un'impresa  deve avere una certa dimensione per realizzare economie di scala e fornire così al consumatore i migliori servizi al  minimo costo. Inoltre, i servizi pubblici richiedono massicci investimenti iniziali - si tratti di binari o di  piloni e cavi elettrici -  e questo fatto naturalmente non incoraggia la competizione. Ecco perché  i pubblici monopolî  erano apparsi come la miglior soluzione. Ma i neoliberali definiscono tutto ciò che è pubblico come a priori "inefficiente". 

Vediamo ora che accade quando un monopolio naturale viene privatizzato.  Ovviamente  i nuovi proprietari capitalisti tenderanno a imporre al pubblico prezzi da monopolio, incassando lauti profitti. I seguaci dell'economia classica chiamano  questo  fatto "fallimento strutturale di mercato" perché i prezzi sono più alti di quanto dovrebbero e  i servizi forniti non sono  necessariamente buoni. Per evitare questi "fallimenti strutturali di mercato" fino alla metà degli anni '80  i paesi capitalisti d'Europa  avevano praticamente  ovunque affidato a monopoli di stato servizi come la posta, le telecomunicazioni, l'elettricità, il gas, le ferrovie, il trasporto aereo e, spesso anche altri come l'acqua potabile e la raccolta dei rifiuti. In questo gli Stati Uniti erano l'eccezione, forse perché il paese è troppo esteso per favorire i monopoli naturali. 

In ogni caso, Margaret Thatcher si è adoperata fin dall'inizio per cambiare tutto ciò. La privatizzazione offriva anche il vantaggio di spezzare il potere dei sindacati. Distruggendo il settore pubblico, in cui i sindacati erano  molto forti, si minava drasticamente  il loro peso. La conseguenza fu che fra il 1979 e il 1994 il numero dei posti di lavoro nel settore pubblico in Gran Bretagna  cadde da oltre 7 milioni  a 5 milioni, un  taglio del 29%.  Praticamente tutti i posti di lavoro eliminati erano sindacalizzati. E siccome in quegli anni il settore privato  ristagnava, la perdita globale di posti di lavoro in Inghilterra fu di  1.7 milioni: un calo del 7 %rispetto al 1979.  Per i neoliberali, avere  meno lavoratori  è  sempre una buona cosa,  perché  i salari  riducono i profitti degli azionisti. 

Gli effetti della privatizzaione erano prevedibili. I dirigenti delle  imprese privatizzate -spesso  gli stessi di prima -  raddoppiarono o triplicarono i propri stipendi. Il governo usò  i soldi del contribuente  per cancellare i debiti e ricapitalizzare le imprese prima di metterle sul mercato. Ad esempio l'impresa delle acque ottenne 5 miliardi di sterline in cancellazione del debito oltre a 1.6 miliardi di sterline chiamati "la dote verde" per rendere la  sposa più attraente agli acquirenti eventuali. Gli  uffici di Relazioni Pubbliche fecero un gran chiasso sul fatto che  un gran numero di piccoli azionisti avevano comprato le azioni della nuova compagnia, e di fatto 9 milioni di cittadini  le comprarono - ma la metà investì meno di mille sterline e la maggioranza  le rivendette molto presto, appena incassati i primi guadagni. 

Dall'analisi di questi risultati emerge chiaramente che lo scopo  vero della privatizzazione non è di  ottenere maggiore efficienza o servizi migliori, bensì  di trasferire la ricchezza dalle casse pubbliche -che avrebbe  potuto ridistribuirla per ridurre le diseguaglianze economiche-  per metterla  nelle mani di alcuni privati.  In Gran bretagna come altrove, l'immensa maggioranza delle azioni  delle imprese privatizzate appartiene oggi  a istituti finanziari e a grossi investitori. 
Gli impiegati della British Telecom  comprarono solo 1 % delle  azioni, quelli della British Aerospace  1.3 %, e così via. Prima del massiccio attacco lanciato dalla Thatcher,  gran parte del settore pubblico britannico era di fatto in attivo. Così, nel 1984, le  imprese statali avevano ad esempio versato oltre 7 milioni di sterline nelle casse pubbliche. Tutto quel denaro finisce oggi nelle tasche degli azionisti. D'altra parte, il servizio fornito dalle imprese privatizzate è spesso disastroso -  il Financial Times cita una massiccia invasione di  ratti  nel sistema  di distribuzione dell'acqua nello Yorkshire,  ad esempio, e chiunque  sia sopravvissuto all'esperienza di usare i treni del Tamigi meriterebbe una medaglia. 

Esattamente gli stessi meccanismi che ho descritto sono stati applicati ovunque nel mondo. In Gran Bretagna, l'Istituto Adam Smith  fu il partner  d'elezione incaricato di  produrre questa ideologia della privatizzazione.  Anche l'USAID e la Banca Mondiale hann utilizzato gli esperti dello stesso Istituto per far penetrare la dottrina della privatizzazione nel Sud del mondo.  Nel 1991  la  Banca aveva già  fornito 114 prestiti per  accelerare il processo, ed ogni anno il suo rapporto Global Development Finance  elenca centinaia di privatizzazioni realizzate in tutti i paesi che ottengono prestiti dalla Banca Mondiale. 

A questo punto, credo che  dovremmo smettere di parlare di privatizzazione  per  usare termini più concreti e chiari:  si tratta di un procedimento volto ad alienare il prodotto di decenni di lavoro di migliaia di uomini per consegnarlo a una infima minoranza di grandi investitori.  E' una delle più spettacolari rapine della Storia. 

Un'altra caratteristica insita nel neoliberalismo consiste nel rimunerare il capitale a scapito del lavoro, e quindi nel trasferire la ricchezza dalla base della società al suo vertice. Se appartenete al 20 per cento  superiore  nella scala dei redditi avrete probabilmente qualcosa da guadagnare dal neoliberalismo, e più in alto sarete più guadagnerete. Simmetricamente, l'80 per cento inferiore perderà invariabilmente, e più in basso sarà più  ci rimetterà in proporzione. 

Non pensate che abbia dimenticato l'azione di Ronald Reagan: per illustrarla citerò le osservazioni di Kevin Phillips, un analista repubblicano ex-consigliere di Nixon che nel 1990 pubblicò un libro dal titolo "La politica dei ricchi e dei poveri".  Ritracciava qui  il modo in cui la dottrina e le politiche neoliberali di Reagan  avevano  cambiato la distribuzione della ricchezza fra gli Americani, dal 1977 al 1988. Queste politiche  erano state in gran parte elaborate dalla Heritage Foundation, istituzione conservatrice che fu il principale  fornitore di  consulenza per l'amministrazione Reagan e che  continua a rappresentare una forza  di grande peso nella politica  americana. Nel  decennio  '80,  il 10% più ricco  fra le famiglie americane vide  aumentare i suoi redditi del 16%.  Ma fra loro, il 5% più ricco lo aumentò del  23%, e  il fortunatissimo 1%  al vertice  potè addirittura ringraziare Reagan per un aumento del 50 % ! I loro redditi passarono da un già confortevole  livello  di 270'000 $ a quello  assai pingue di  405'000 $. 
Se poi guardiamo all'80 % meno favorito, constatiamo che tutti  ci persero qualcosa ma che, confermando la regola già enunciata, gli americani che si trovavano più in basso sulla scala dei redditi  furono quelli che ci persero  di più. Il  nadir  fu raggiunto dal 10 per cento  più povero: secondo le cifre  citate da Phillips, questa fascia di reddito perse il 15 %  di  quel poco che aveva, passando da un  misero  livello di  4'113 $  l'anno  a quello, inumano, di 3'504 $. 
Riassumendo: nel 1977,  l' 1 % più ricco aveva un reddito 65 volte superiore a quello del 10% più povero. Ma dieci anni dopo lo stesso 1%  più ricco  aveva raggiunto un reddito 115 volte superiore a quello del gruppo più  povero. 

Gli Stati Uniti rappresentano una delle società meno ugualitarie del mondo, ma praticamente  tutti i paesi hanno visto le ineguaglianze economiche  accentuarsi  nel corso degli ultimi vent'anni a strascico delle politiche neoliberali.  Già  nel 1997 l'UNCTAD ne ha fornito ampia prova nel suo Rapporto sul Commercio e lo Sviluppo basato su  2600  studi diversi sulle diseguaglianze economiche, l'impoverimento e la  graduale scomparsa delle classi medie. Il rapporto documenta ampiamente l'esistenza di queste tendenze in decine di società molto diverse fra loro, comprese Cina, Russia e  altri ex-paesi socialisti. 

Non vi è nulla di misterioso in questa universale tendenza  a  crescenti diseguaglianze sociali.  Le politiche attuali  mirano deliberatamente a dare a chi già è ricco un maggiore reddito, principalmente diminuendo le tasse e abbassando il livello salariale. La giustificazione teorica e ideologica di queste misure è che maggiori  redditi per i ricchi e profitti più alti incrementeranno gli investimenti, miglioreranno l'uso delle risorse e  creeranno quindi  più posti di lavoro e più benessere per tutti.  In realtà, come era d'altronde  prevedibile, lo spostamento del denaro verso l'alto della scala economica ha  soltanto prodotto le cosiddette "bolle" sui mercati azionari,  un'enorme ricchezza virtuale per pochi eletti, e  quel tipo di crisi finanziarie di cui sentiremo ampiamente parlare in questo convegno.  Se la ricchezza è rastrellata vero l'alto, cioè verso chi  già possiede  praticamente tutto quanto gli occorre, essa non  verrà immessa nell'economia locale o nazionale  ma si dirigerà invariabilmente sui  grandi mercati finanziari internazionali. 

Come ben sapete, le stesse identiche politiche sono state  applicate nei paesi del Sud e dell'Est sotto la forma di "aggiustamento strutturale", Il che è soltanto un'altra parola per indicare il neoliberalismo. Ho usato gli esempi di Thatcher e Reagan per illustrare queste politiche al livello nazionale. Ma sul piano internazionale, i neoliberali hanno concentrato tutti i loro sforzi  su tre punti essenziali : 

- libero scambio di beni e servizi 

- libera circolazione dei capitali 

- libertà d'investimento 

Nel corso degli ultimi 20 anni, il  Fondo Monetario Internazionale è stato enormemente rafforzato.  La crisi  di indebitamento e il meccanismo della condizionalità gli hanno consentito  di  passare dal ruolo di  sostegno alle bilance dei pagamenti a quello  di  quasi universale  ordinatore delle cosiddette "sane" politiche  economiche, il che significa naturalmente quelle neoliberali.  Infine, l'OMC, l'Organizzazione Mondiale del Commercio,  ha visto la luce nel gennaio 1995 dopo lunghi  e difficili negoziati,  in molti casi  quasi  imposta a parlamenti che  non sapevano nemmeno chiaramente che cosa stessero ratificando. Fortunatamente è fallito invece - almeno per ora -  l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti,  che rappresentava il più recente tentativo di rendere  le regole del neoliberalismo universali e costrittive. Avrebbe dato alle multinazionali ogni diritto, ai governi nazionali ogni dovere, e ai cittadini  nessun diritto. 

Il denominatore comune di  tutte queste istituzioni  è  la  totale mancanza di trasparenza e di responsabilità democratica. Questa è d'altronde l'essenza stessa del neoliberalismo. Esso afferma infatti che l'economia deve dettar le proprie regole alla società, e non il contrario. 
In queste condizioni, la democrazia stessa è d'ingombro: il neoliberalismo è concepito per i vincitori, non per gli elettori che necessariamente appartengono tanto alla categoria dei vincitori quanto a quella dei perdenti. 

Vorrei concludere pregandovi di  considerare con  accuratezza la definizione  del "perdente"  implicita nel concetto neoliberale, come di un individuo cui nulla è dovuto. Ciò implica che chiunque rischia di essere  espulso dal sistema in qualunque momento - per malattia,  età, gravidanza, presunta incapacità, o semplicemente perché le circostanze e l'incessante trasferimento di ricchezza dal basso verso l'alto lo  esigono. Quel che conta sono gli interessi degli azionisti. 
Di recente l'International Herald Tribune annunciava che alcun investitori stranieri stanno mettendo le mani su una serie di imprese e di banche Tailandesi e Coreane.  Secondo uno schema largamente prevedibile, quegli acquisti  produrranno massicci licenziamenti.  In altri termini, in questo modo il frutto di  anni di lavoro fornito da Tailandesi e Coreani sarà trasferito nelle mani di  grandi imprese straniere.  Un gran numero di persone che hanno lavorato per produrre quella ricchezza sono già stati o saranno molto presto messi sul lastrico.  Alla luce dei principi  della competitività e del massimo vantaggio per gli azionisti, questo tipo di comportamento non è visto come bassamente ingiusto, bensì come normale e addirittura virtuoso. 

Affermo  che il  neoliberalismo ha trasformato la natura stessa della politica.  In passato, la politica  verteva  principalmente su chi comandava a chi e su quanta fetta della torta andava a questo o a quello. Oggi sussistono certamente alcuni aspetti di quelle due questioni centrali, ma  a parer mio la  nuova questione centrale che affiora è la seguente: "Chi ha il diritto di vivere e chi non ce l'ha?".  All'ordine del giorno, oggi, c'è l'esclusione totale, e di questo sono profondamente convinta. 

Finora, vi ho dato  molte cattive notizie perché la storia degli ultimi 20 anni non ne è stata avara. Ma  non voglio concludere su  una nota pessimistica e deprimente.  Molto si sta già facendo per contrastare queste tendenze  che minacciano la vita stessa e  molte  altre possibilità di azione sono aperte. 

Questa conferenza contribuirà a definire quel tipo di azioni, che a parer mio deve assolutamente includere una  controffensiva ideologica.  E' ormai tempo che anche noi  definiamo una tabella di marcia,  invece di lasciare  che i Padroni dell'Universo definiscano tutto fra loro al Forum di Davos.  Mi auguro che anche  i potenziali finanziatori  non si limitino a finanziare progetti, e si decidano a finanziare anche le idee. Non possiamo aspettarci che lo facciano i neoliberali, perciò  tocca a noi  elaborare nuovi, realistici ed equi sistemi  internazionali di tassazione, a cominciare dalla Tassa Tobin su tutte le transazioni sui mercati monetari e finanziari e speciali tasse sulle vendite delle compagnie multinazionali su  base percentuale. Approfondiremo questi temi nei gruppi di lavoro. Il provento di questo sistema  internazionale di tassazione  dovranno servire a colmare il divario Nord-Sud e a indennizzare tutti coloro che negli ultimi vent'anni sono stati derubati da questo sistema. 

Ancora una volta  voglio ripeterlo: il neoliberalismo NON è la naturale condizione del genere umano, nè qualcosa di sovrannaturale, ma può e deve essere opposto e sostituito, i suoi stessi fallimenti  lo esigeranno.  Dobbiamo essere pronti con ben definite politiche alternative, che restituiscano il potere alle comunità e agli Stati democratici. Nel contempo dobbiamo operare per  costituire la democrazia, la legalità e la giusta distribuzione  delle risorse su piano internazionale. 
Gli Affari e il Mercato devono avere il loro posto, ma  non  devono occupare  tutta la sfera dell'esistenza umana. 

Un'altra buona notizia è che c'è una enorme quantità di ricchezza in giro e che anche una  piccolissima parte di quella ricchezza, minuscola, infinitesima, potrebbe bastare per  garantire una esistenza decente a ogni  abitante della terra, a dare a tutti  educazione e cure mediche, a  ripulire l'ambiente e a prevenire  l'ulteriore saccheggio del pianeta, nonché a colmare l'abisso Nord-Sud - almeno stando a quanto afferma  il PNUD, che  propone la cifra francamente derisoria di 40 miliardi  di dollari l'anno. E questo, francamente, sono spiccioli. 

Infine, ricordate che  se il neoliberalismo è insaziabile non è però invulnerabile. Solo recentemente, una coalizione di attivisti è riuscita  a far abbandonare, almeno temporaneamente,  il progetto AMI  sulla totale liberalizzazione degli investimenti.  Questa vittoria a sorpresa  degli oppositori ha  mandato su tutte le furie i sostenitori del potere delle Multinazionali e ha dimostrato che  una rete di resistenza ben oganizzata può  vincere  grosse battaglie. Oggi dobbiamo  organizzare le nostre forze e tenerli d'occhio, affinché non riescano a trasferire l'AMI all'OMC. 

Mettiamola così: abbiamo dalla nostra il gran numero, perché ci sono molti più perdenti che vincitori nel gioco neoliberale. Abbiamo anche le idee, perché le loro cominciano a far acqua a causa delle crisi ricorrenti.  Quel che ancora ci manca sono organizzazione e unità, ma in questi tempi di tecnologia avanzata possiamo  risolvere quel problema. Chiaramente, la minaccia è internazionale e quindi la risposta ha da essere internazionale. La solidarietà oggi non può più limitarsi a significare aiuto ai bisognosi, deve diventare il modo di scoprire le sinergie nascoste nelle  singole campagne di lotta, affinché  la nostra  forza numerica e il potere delle nostre idee possano  finalmente affermarsi. Sono certa che questa conferenza contribuirà a raggiungere quel fine, e ringrazio tutti per l'attenzione.



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