Partito Socialista Svizzero Sezione Sonvico-Dino
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La Regione, 22 gennaio 2005
Pensare
... stanca
di
Sandro Vitalini, prete
L’abbé
Louis Delcros, in una sua conferenza dedicata al primato mondiale che
la stampa ticinese detiene quantitativamente da secoli nel mondo,
aveva citato l’esistenza effimera di un giornale dal titolo “
Il contadino che pensa”, che venne deriso dopo la sua rapida
scomparsa da un foglio satirico. Quest’ultimo in un disegno
faceva parlare un contadino: “ Smetto di pensare e torno a
lavorare”. Ma in realtà il rischio di smettere di
pensare, posto che si sia incominciato a farlo, esiste per tutti noi.
A pensare si fa fatica. Visto che altri possono pensare al nostro
posto, perché non lasciar loro quest’incombenza e
riposare in pace? Naturalmente il lettore supporrà che io stia
celiando. Ma lo invito a studiare il comportamento della folla e poi
a chiedersi: chi sta pensando tra loro? Mi è capitato più
volte di compiere quest’osservazione semplicissima sia entrando
come uscendo dall’aula magna dell’Università di
Friborgo ( che può accogliere un migliaio di persone).
Le porte di accesso laterali, a due ante, sono generalmente aperte
solo a metà. Ma credete voi che ci sia qualcuno che rifletta
sulla possibilità che si avrebbe, alzando una semplice
levetta, di spalancare le due ante e di raddoppiare la fluidità
del movimento delle persone? In quelle stazioni all’uscita
delle quali bisognava esibire il biglietto, si fecero dei curiosi
esperimenti, lasciando alcune uscite libere, mentre le altre erano
normalmente presidiate dai controllori: tutti si incolonnavano dietro
gli altri senza avvedersi che c’era la possibilità di
uscire più in fretta. Su questa nostra incapacità a
riflettere si basa molta dell’odierna pubblicità. Le
grandi industrie che vogliono vendere i loro prodotti devono
investire in pubblicità somme ingentissime, affinché il
nome, l’idea, lo slogan, abbiano a passare e a fissarsi nei
cervelli. Così un tempo ci si era abituati ad andare al bar
non a bere un aperitivo, ma un “ Campari”. Da parte di
una ditta produttrice di un noto dentifricio si era pensato un anno
di ridurre i costi pubblicitari, pur mantenendo la qualità del
prodotto inalterata. Ma le vendite precipitarono e si dovette tornare
e martellare i consumatori perché non tradissero quello che
era stato per loro il dentifricio per eccellenza. I nostri bisogni
sono indotti e spesso artificialmente sviluppati dalla propaganda di
questo o di quel prodotto, al punto che ci convinciamo che senza di
quello non si può vivere.
Tutti abbocchiamo agli ami che la
società ci tende. Ho dovuto ridere di me stesso ( il che fa
sempre molto bene) quando ho comprato anni or sono un umidificatore,
convinto ( chissà chi mi aveva spinto a questo passo?) che
fosse necessario per dare all’ambiente di lavoro la dovuta
umidità. Ho speso un centinaio di franchi. Ma come avrei
potuto determinare il grado di umidità dell’aria per
sapere se far funzionare o no l’apparecchio? Allora ho
acquistato un piccolo igrometro, per una decina di franchi, e mi sono
accorto che l’umidità nell’aria era ampiamente
sufficiente senza ricorso all’umidificatore! Ma mentre per
quest’ultimo si fa pubblicità sulla stampa, nessuna
invita a comprare gli igrometri! Mi chiederete come sia possibile
uscire da queste spire che ci impediscono di scegliere, di
accontentarci, di condividere, di amare. Innanzitutto è già
un bel passo positivo se ci rendiamo conto che è difficile
vivere liberi.
Dovremmo essere tutti “ liberi pensatori”,
ma a volte, per mancanza di pensiero, di riflessione, perdiamo la
nostra libertà e viviamo condizionati, schiavi dell’opinione
pubblica, del parere dalla maggioranza, della moda.
È
difficile nuotare contro corrente.
Molto più facile
lasciarci cullare dall’onda: tutti fanno così… Mi
permetto di suggerire, innanzitutto a me, un modesto antidoto a
questa tendenza di lasciarci andare a non riflettere, a non pensare
con la propria testa ( e il proprio cuore): “ Il
silenzio”.
Herbert von Karajan riconosceva: « Sì,
sono musicista. Infatti… amo il silenzio » .
Lanza
del Vasto ammonisce: « Taci molto per avere qualcosa da dire
che meriti di essere ascoltata. Ma taci anche per ascoltare te stesso
» . Sarebbe un fatto positivo se noi potessimo controfirmare la
testimonianza di Bernanos: « Il silenzio non mi ha mai isolato
dagli uomini. Mi sembra che essi vi entrino, e così li
accolgo, come sulla soglia della mia casa » . Dovremmo
accettare l’invito che ci viene dalla sapienza cinese: «
Uomo, se sai parla; altrimenti medita e, appoggiato alla prima
colonna del tempio, ascolta il tuo cuore e la verità
dell’anima » .
Sono del parere che noi saremmo più
riflessivi, più attenti, più sereni, più
ottimisti, se sviluppassimo quel silenzio che per Albert Camus «
è la vera conversazione tra persone che si vogliono bene »
. Sarebbe bello se il silenzio diventasse la nostra lingua madre
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