| Un po' di storia... del nostro paese! | ||
|
A cura di Anne Sassi
Nel passato il nostro fu un paese importante, anzi un borgo. Reperti preistorici fanno presumere una colonizzazione antichissima del nostro territorio, documentata fin dall'alto medioevo. In origine Sonvico faceva parte dei vasti possedimenti territoriali del convento di San Carpoforo a Como. In seguito la comunità si costituì in una castellanza che godette di una certa indipendenza dalla Signoria milanese. Sonvico conserverà questo statuto particolare sotto il dominio svizzero. Già in passato il paese di Sonvico era un grosso centro. Il villaggio, ancora oggi caratterizzato da un aspetto urbano, era un tempo circondato da mura, oggi ricordate solo dallo stemma locale. Alcune facciate di case, pur guaste, testimoniano l'antica società aristocratica che vi risiedeva. La frazione di Dino è stata fin dall'origine legata a Sonvico, come altri territori che in seguito si sono staccati della Castellanza, ad esempio Villa Luganese e Cimadera. Nel nucleo di Sonvico la chiesa principale è la parrocchiale di San Giovanni Battista. Le successive trasformazioni hanno lasciato all'edificio l'impronta di stili diversi. Sotto il suo portico vale la pena fermarsi ad osservare i frammenti di un grande affresco raffigurante una Danza Macabra che risale probabilmente all'inizio del Cinquecento. All'interno la controfacciata presenta ancora un dipinto tardogotico, la Madonna in Maestà con diversi santi. Nel presbiterio i quattro grandi dipinti che narrano la vita ed il martirio di San Giovanni Battista sono stati eseguiti all'inizio del Seicento, contemporaneamente alla decorazione a stucco della volta. L'insieme, malgrado il degrado, rivela un buon livello artistico. La Santa Casa Lauretana presenta un'interessante facciata. La chiesa fu costruita nel 1636 sul modello del famoso Santuario mariano di Loreto. Nella stessa via l'oratorio di San Pietro, attestato già nel 1375 fu sede della Confraternità della Buona Morte. Architettura civile Per le sue caratteristiche l'insediamento di Sonvico è considerato d'importanza nazionale. La sua conservazione dovrebbe stare a cuore ai cittadini. Percorrendo le viuzze il visitatore curioso scopre la diversità dei tipi costruttivi: umili case dalle finestre piccole, risalenti ancora al medioevo, case più recenti con grandi aperture, arricchite da elementi ornamentali come le cornici delle finestre, le mensole scolpite, i portali bordati di granito, qualche elegante lavoro di ferro battuto. I santi e le madonne dipinti sulle facciate costituiscono genuine testimonianze del fervore popolare. Anche costruzioni adibite a fienili o stalle per il piccolo bestiame erano comprese nel nucleo, assieme alle abitazioni. Se alcune facciate sono intonacate, i muri di pietra danno però un'impronta determinante all'immagine del nostro nucleo, come i coppi e le tegole rosse dei tetti. Nel contesto della valorizzazione dei vecchi nuclei va salutata l'iniziativa dello stradario del Comune. La creazione di questo strumento indispensabile ha permesso anche il ricupero e la salvaguardia di un patrimonio toponomastico che rischia di scomparire. Situata sulla piazza principale essa era probabilmente il luogo di gestione giudiziaria amministrativa della Castellanza. L'edificio dovrebbe risalire al 1662 . Dopo la ricostruzione a metà del Settecento, la facciata ha subito ancora pesanti trasformazioni che ne hanno deturpato lo stile, deprivandola della sua armonia originale. Vi sono raffigurati gli stemmi dei dodici Cantoni con il nome di ciascuno e l'anno di adesione alla Confederazione. Al centro lo stemma imperiale ricordava l'usanza di fare capo alle leggi imperiali quando gli ordinamenti locali non fornivano indicazioni. L'emblema scelto per rappresentare Sonvico è il liocorno rampante in campo azzurro . Questo stemma concesso alla Castellanza da Filippo Maria Visconti duca di Milano nel 1415 fu usato dai Sonvichesi per un limitato periodo. Sulla facciata si possono ancora osservare tre ganci di ferro terminati con teste di animali. Un gancio è provvisto del suo anello decorato da linee spezzate intercalate regolarmente da un sole. La tradizione orale afferma che questi venivano utilizzati per esporre i condannati alla gogna. Il Castello I documenti d'archivio attestano l'esistenza di un castello, con una prima menzione del 1326. Questa costruzione fu sostituita alla fine del Quattrocento. L'edificazione di una nuova opera di difesa fu resa possibile grazie all'aiuto del duca Ludovico il Moro. Sulla sua collocazione esatta si possono soltanto elaborare delle ipotesi, come sul ritrovamento delle sue antiche mura o cantine. La frazione di Dino possiede ancora un nucleo storico di sicuro valore architettonico, anche dopo lo sventramento perpetrato per allargare la strada cantonale negli anni '80. La chiesa di San Nazario è una piccola costruzione romanica completata dal caratteristico campanile ornato di archetti. Il santuario è conosciuto per gli affreschi della navata. Si riconosce l'imperatore Nerone con tre soldati; palesemente si tratta della scena del martirio degli apostoli Pietro e Paolo. Dovrebbe risalire al sec. XII. Nella cappella della famiglia Lepori è conservato un affresco staccato della Crocifissione. Esso proviene dall'antico convento dei Francescani di Lugano, contiguo alla Chiesa Santa Maria degli Angioli. L'autore è forse Bernardino Luini, inizio sec. XVI. A Sonvico e Dino, al margine dei vecchi nuclei sono sorte attorno al 1900 alcune case di concezione nuova per il tempo. La loro costruzione è forse da collegare con una modernizzazione del paese, con nuove attività economiche, con una certa prosperità generata dall'emigrazione. Il comune ha anche avuto una vocazione turistica, con l'apertura di alberghi (Villa California, Hôtel della Posta poi casa della città di Zurigo...). La messa in funzione del tram Lugano-Cadro-Dino (1911) ha rotto l'isolamento del paese e posto le premesse per un decollo economico. Cenni sulla vita materiale. L'attività principale fu per secoli l'agricoltura: allevamento e produzione di formaggi, viticoltura, produzione di cereali (granoturco e segale), di verdura e frutta. Oltre al consumo domestico la produzione trovava uno sbocco per esempio al mercato di Lugano. Le castagne vanno menzionate come alimento di base nel passato. La cultura contadina aveva elaborato modi di conservarle e cucinarle. La selva castanile costituisce ancora oggi un elemento essenziale del nostro paesaggio. Oggetto di cure costanti il castagno forniva un cibo di qualità, legna da ardere e strame per le lettiere degli animali. Nulla di quanto prodotto dal castagno restava inutilizzato. Nella nostra regione il contadino era normalmente un piccolo proprietario indipendente, però certi lavori coinvolgevano la comunità. Altre attività permettevano di integrare il modesto reddito, come la produzione di carbone nei boschi o l'allevamento del baco da seta in concomitanza col breve periodo dei setifici a Lugano (fine '800). Sparse sul territorio le testimonianze materiali della cultura contadina meritano di essere custodite: i muri a secco, i mulini, le "graad", i lavatoi, le cascine ... Uno dei monumenti più conosciuti di Sonvico ci riallaccia con l'agricoltura del passato, il Torchio delle noci. Il torchio di tipo piemontese a leva reca la data 1582. E stato utilizzato fin oltre la seconda guerra mondiale per ricavare olio. Nel 1999 è stato inaugurato un sentiero storico-naturalistico che mette in evidenza alcuni degli elementi più importanti della passata civiltà contadina e del patrimonio naturalistico dei dintorni. (Per info!) Un'agile guida è ottenibile presso gli uffici di Lugano Turismo. Al di fuori dell'agricoltura l'artigianato offriva delle opportunità. Numerosi erano i casi di famiglie dove il marito lavorava nell'edilizia mentre la moglie curava la campagna e il bestiame. A Sonvico come nel resto del Ticino la precarietà ha spinto gli uomini all'emigrazione. Si lasciava il paese per la stagione dei cantieri edilizi, ma nell'Ottocento si assiste anche qui a delle partenze definitive in altri continenti. Giacomo Lepori (1843-1898) Nell'ambito dell'emigrazione Giacomo Lepori occupa un posto a parte, con un destino del tutto eccezionale. Nato e cresciuto a Dino, diplomatosi ingegnere emigra a Parigi. Parte in seguito per l'Egitto, assunto come collaboratore di Ferdinand de Lesseps per la costruzione del Canale di Suez. Finita la costruzione, Giacomo Lepori resta in Egitto in qualità di alto funzionario nei lavori pubblici. Al suo ritorno in patria egli diventa il benefattore del comune, promuovendo la creazione di scuole (ex Scuola Maggiore di Dino). Tornerà però in Egitto nel 1897 dove morirà un anno dopo. A Dino ha fatto costruire per la sua famiglia la Villa Elena e la casa del giardiniere nel parco, piccolo edificio dalla decorazione ricca e fantasiosa. Documentazione |